CRISI DEI PARTITI, CRISI DELLA SINISTRA

Contributo al problema della riorganizzazione politica della sinistra.

Ricevo e pubblico

Premessa.

Con “crisi dei partiti” si sintetizza un insieme di “crisi” che, per chiarezza, vanno sviscerate. Di seguito ne propongo un elenco di quelle che mi sembrano più rilevanti: crisi della rappresentanza politica, crisi della struttura organizzativa, crisi di auto-rigenerazione, auto-riforma e auto-trasformazione dei meccanismi interni, crisi di partecipazione nel ricambio dei vertici e dei delegati.

A questo breve elenco, che concerne problemi di organizzazione del partito, aggiungerei due crisi che mi sembrano molto importanti: crisi di idee e crisi semiotica – di linguaggio, di produzione di senso, di interpretazione dei fatti del mondo. Il quadro clinico è preoccupante. Da un po’ di tempo – direi dal periodo elettorale – si susseguono le analisi, le eutanasie, le critiche ecc, da De Simone a Barenghi, dai libri che raccolgono contributi di autori vari a Berselli, la questione ha suscitato un certo interesse mediatico ed editoriale – che sfocia nei racconti politici e di memoria storica.

Il titolo sottolinea il rapporto stretto tra la “crisi dei partiti” e la “crisi della sinistra”. Pochi dubbi a riguardo, dato che la questione organizzativa è sempre stata al centro dei pensieri nella testa del PCI. La fine del PCI segue alla crisi interna del partito e della sua organizzazione, ai rimpasti della dimensione socio-politica ai tempi del post-fordismo: la “classe sociale”, i “lavoratori”, la “fabbrica”, la centralità dell’operaismo sono tematiche che vanno revisionate. Il partito faceva da collante di quella dimensione, era il trattino del connubio socio-politico (e il sociale si regge chiaramente sulla struttura economica); la sua lettura di questo connubio era già vecchia negli anni Sessanta (quando a mio avviso comincia questa crisi, sennò non si spiega la nascita dei movimenti), non avrebbe potuto non esserlo negli anni Ottanta, visto che il Partito aveva rigettato gli schemi della sinistra militante, la figura dell’”operaio sociale” per gettarsi fra le braccia dello Stato di diritto delle convergenze parallele e degli appoggi esterni.

La fine del PCI, dunque, segue alla crisi organizzativa, che a sua volta segue alla crisi semiotica e di idee. Come poter salvare la dimensione socio-politica e soprattutto il proprio ruolo di mediatore e di rappresentanza? La dirigenza rispose con lo scioglimento del partito. Da questo scioglimento, ogni partito emerso nel centro-sinistro, cosparso delle ceneri del PCI, non ha fatto altro che ripetere questa stessa crisi: prima la crisi semiotica e delle idee, poi la crisi organizzativa infine lo scioglimento del partito. Questioni morali o case dei comunisti non fanno che tentare la rimozione di questa traccia e dissimulare la propria agonia.

Pars destruens.

Non è allora dall’aprile del 2008 che si susseguono le crisi. I risultati elettorali della sinistra si sono gonfiati negli anni Novanta e agli inizi del Duemila grazie a innumerevoli tematiche che ogni volta si tentava di dominare: la de-crescita, la fine del lavoro grazie alla fine della produzione su grande scala – e a tutti gli errori argomentati intorno alla new-economy; la tolleranza, l’alterità in cui si è smarrita a causa di continui corto-circuiti di idee e di filosofie, l’Europa come luogo di accoglienza sul quale è scivolato Toni Negri, il multiculturalismo; la parità dei sessi da effettuarsi all’interno della società post-fordista.

Tutte belle questioni sulle quali fare dibattiti, convegni, raccogliere idee e teorie. A queste si aggiungano cose come la liberalizzazione delle droghe leggere, la lotta contro la fame nel mondo e per la cancellazione del debito pubblico dei paesi del Terzo Mondo e l’ecologismo: sulla prima non si può certamente costruire un partito o fare politica, ma al più qualche corteo e manifestazione, qualche mozione ecc.; sugli altri temi si è sempre fatta molta confusione, senza che sia mai stato chiaro come dare sfogo al bel proposito di “salvare la Terra”: non a caso su questo tema la sinistra, più in Francia e in Germania che in Italia, ha agito con appelli al “principio di carità” dei governi, con suppliche ai presidenti e durante i G8 (ricordiamoci di Bono degli U2 e della sua partecipazione a un G8…).

I due temi più scottanti per la sinistra italiana sono comunque stati le questioni della giustizia, della morale e della Costituzione, mescolate nell’anti-berlusconismo, e il pacifismo: idee molto belle e che con poca fatica hanno trasformato la lotta in protesta (girotondi, marce, passeggiate, bandiere della pace…).

Ognuno può aggiungere altri temi: la parità dei diritti per coppie di fatto, omosessuali e lesbiche, o le proteste contro l’ingerenza del Vaticano, sono, appunto proteste, mozioni, appelli, richieste ecc., sulle quali non si può articolare una politica o rigenerare un partito.

Con ciò non voglio sminuire l’importanza di questi problemi, ma affermare che si tratta sempre di questioni al secondo grado che mancano di una base. La sinistra ha tentato di appropriarsi e di dominare questi temi, con i quali rigenerarsi – come se qualcuno facesse il tentativo di costruire un’automobile prima dal volante, poi dai fanali posteriori, poi dallo spazio per la targa, dal cruscotto ecc., dimenticandosi sempre del motore.

Si possono individuare due casi esemplificativi del crollo della sinistra: il fenomeno sociale percepito e gonfiato della sicurezza, alla quale la sinistra non ha mai pensato, e che ha permesso ad altre fazioni di vincere in vari turni elettorali; la perdita del monopolio delle proteste, con la spontanea nascita di comitati e di movimenti – no-Tav, no-Dal Molin, no-Gelmini ecc. – che hanno usurpato il primato della sinistra e i suoi tentativi di appropriazione di queste tematiche per rigenerarsi.

Pars construens 1: prima base.

La crisi economica permetterebbe di fare tabula rasa di tutti questi temi e di recuperare il connubio socio-politico. Una politica della sinistra non può che ripartire dalla questione socio-economica, e deve fare di questa la base di tutte le altri questioni. Solo uno schema politico articolato in relazione alla dimensione del lavoro può essere orizzontale, garantendo uno scambio co-partecipativo con i movimenti e i sindacati di base, perché una schema politico di questo tipo s’installa direttamente nel conflitto Capitale VS Lavoro – conflitto che s’intensifica con la socializzazione della crisi, l’alleanza tra CISL, UIL, governo e Confindustria, la copertura garantita a banche (fondo messo a disposizione dal governo), manager (si pensi al nuovo rinvio della class action) e grandi imprese (aiuti alla FIAT senza alcun piano di re-investimento in nuove tecnologie), la totale assenza di un piano anti-crisi (si pensi alla social card), le pesanti fatiche economiche e produttive sopportate dai lavoratori (si pensi ai famigerati premi per la produttività), la competitività delle imprese e delle aziende italiane che giocano a ribasso sugli stipendi e che considerano da sempre il lavoro solo un “costo” da ridurre il più possibile (linea di pensiero pienamente condivisa da Tremonti, Sacconi, Brunetta), il rischio che l’estensione dei soli ammortizzatori sociali provochino un aumento incontrollato del lavoro nero.

Solo ristrutturando questa base, i partiti di sinistra possono dare vita a una nuova progettualità (che non possedeva nemmeno il PCI). Tuttavia questa innovazione, cui sembrano fare da ostacolo le continue stupide lotte tra i partitini, deve procedere insieme alla dotazione di nuovi strumenti di lettura e di interpretazione della società, rifiniti in area extra-partitica, degli schemi dei militanti, che i partiti della sinistra si ostinano a rifiutare. E sarebbe necessario ripartire, infine, da ciò che è sempre stato il vero cantiere interno della sinistra, non la teoria o le formule astratte, ma l’inchiesta politica, l’indagine etnografica sul territorio e tra i lavoratori.

Pars construens 2: seconda base.

In Italia, infine, possiamo individuare una seconda base di lotta politica, quella contro le amministrazioni politiche. Non si tratta solo di criticare la deriva amministrativa della politica in era post-fordista, ma di una consuetudine tipicamente italiana, dove tutto è politica, tutto si gioca su corruttele, mafie, trucchi, raggiri, nepotismi ecc. La speculazione edilizia è, a mio avviso, il più valido modello per studiare questo tipo di comportamento nazionale.

Molti movimenti hanno intrapreso una difficile lotta nei propri territori contro le amministrazioni politiche, nascendo spontaneamente e attuando pratiche di resistenza. In tempi in cui la corruzione è molto più diffusa del periodo di Tangentopoli (che sono anche tempi in cui i mass-media sembrano voler volontariamente costituirsi quali fabbriche del consenso), questo tipo di lotta non è affatto secondaria.

Conclusione.

Credo che solo con un’attenta riflessione su questi due temi, e solo concentrandovi la maggior parte delle energie e delle proprie forze, possa darsi un’effettiva riorganizzazione politica della sinistra. Non ne va solo della sinistra, ma dei movimenti stessi, che soffrono di problemi organizzativi e che potrebbero trovare nuova linfa vitale in un processo di scambio reciproco, di corrispondenze e di antagonismo, con una costituente di sinistra.

Viva la Comune