La bilancia dei pagamenti (BP) di un paese è un prospetto che registra tutte le transazioni economiche che hanno luogo tra i residenti e gli stranieri. In sintesi comprende il conto corrente (la bilancia commerciale) che registra la differenza tra il valore dell’import e dell’export e il conto capitale che registra entrata e l’uscita dei capitali. Siccome i pagamenti non avvengono in contanti, fra i paesi sorgono debiti e crediti reciproci e la BP è la loro somma algebrica, sempre uguale a zero. Parlare di BP debole, forte, sfavorevole o favorevole non ha senso. La BP è sempre in equilibrio. Gli squilibri si trovano solo nei due conti che la formano e che possono presentare deficit o surplus.
Il termine deficit non ha alcun significato negativo. Se ad esempio un paese ha un deficit commerciale perché importa più beni strumentali rispetto ad altri, cioè importa capitale in forma concreta per aumentare la produzione, soddisfare la domanda e aumentare l’occupazione, non c’è nulla di sfavorevole in questo. Il deficit del conto corrente sarà compensato da un surplus nel conto capitale, (cioè dal finanziamento esterno), mentre il surplus commerciale dei paesi esportatori sarà compensato da un deficit nel conto capitale (deflusso per il finanziamento). In breve, quando un paese ha un deficit commerciale non significa che ci perde, ma solo che importa capitale. Se l’Europa importa dalla Cina più merci di quanto ne esporti significa anche che ha un surplus di capitale dello stesso valore. Gli euro che la Cina incassa rifluiscono in Europa per comprare beni e attività finanziarie. In altre parole entrambi i paesi si trasmettono ricchezza in forma diversa. Anzi, se la Cina acquista bond fa pure un favore all’Europa perché ogni volta che le vende partite di beni reali deve fare dei pieni di spazzatura finanziaria. Tutto questo è tutt’altro che sfavorevole per chi ha un deficit.
L’obiezione è che il deficit sottrae posti di lavoro all’Europa. Ma questo non ha nulla a che fare con una bilancia dei pagamenti “debole” verso la Cina ma solo con l’alta pressione fiscale che sottrae capitale alle imprese per produrre di più e aumentare l’occupazione, ridurre i costi e innovare per esportare di più. Sono i governi a creare disoccupazione su vasta scala, non il commercio.
Individui e aggregati
La prova empirica che un deficit non è sfavorevole è data dai paesi arabi produttori di petrolio. Mezzo secolo fa questi paesi che non erano neppure in grado di esportare una capra, importarono dall’estero tutto il capitale per costruire pozzi e attrezzature per l’estrazione del petrolio che poi hanno esportato nel mondo. Il deficit non li ha certo danneggiati. Altro esempio: la bilancia commerciale dell’Australia è secolarmente in deficit. Il paese è andato in crisi? Neppure per sogno: il deficit significa solo che i risparmi che le mancavano per la crescita le sono pervenuti dall’estero. Un grande deficit può essere compatibile con una economia in sviluppo. Non solo, ma può essere indizio di forza economica. Infatti i capitali si dirigono solo verso i paesi che presentano delle opportunità e i paesi che lo esportano sono quelli con un surplus commerciale (come ad es. la Cina).
Il dilemma se sia meglio importare di esportare o viceversa, in un libero mercato non esiste. I paesi sono allo stesso tempo importatori ed esportatori perché il commercio dipende solo dalle differenze di prezzo da un posto all’altro, cioè dai vantaggi comparati. Il commercio non dipende dall’azione di entità superindividuali e astratte che si chiamano Nazioni ma da uomini in carne ed ossa che si chiamano imprenditori che formano i loro piani economici indipendentemente gli uni da gli altri e a cui non importa un bel nulla della bilancia dei pagamenti. Sono loro a decidere il cosa, il come, il dove e il per chi della produzione. Sono loro a creare lo scambio internazionale con azioni indipendenti e non esportano per importare o importano per esportare. E’ chiaro la somma delle loro azioni forma quell’aggregato statistico che si chiama bilancia commerciale. Come pure deve essere chiaro che, considerato l’aggregato nel suo insieme, alla lunga, affinché ci sia equilibrio, il valore delle importazioni deve essere uguale a quello delle esportazioni, perché sono le seconde a pagare le prime. I debiti e crediti si estinguono solo in questo modo. Se il valore delle importazioni europee dalla Cina eccede il valore delle esportazioni, questo eccesso deve essere finanziato da un flusso nel conto capitale della BP, cioè dagli euro che ritornano dalla Cina e che vanno a finanziare importazioni e investimenti permettendo agli europei l’eccesso di importazioni. Ripetiamo: a un deficit nel conto corrente si accompagna sempre un surplus nel conto capitale il che significa prestiti dall’estero. Se, al contrario, gli europei avessero un eccesso di esportazioni verso la Cina, l’eccesso corrispondente al deficit cinese, verrebbe coperto dagli euro che gli operatori cinesi ottengono dalle riserve della banca centrale cinese. In altre parole l’eccesso delle loro esportazioni verrebbe finanziato dai prestiti europei ai cinesi.
La dottrina della bilancia dei pagamenti
Le difficoltà emergono quando entra in scena il tasso di cambio. Supponiamo che un importatore europeo importi delle partite di DVD dalla Cina e il cambio euro yuan sia 1euro=80 yuan e che il costo di un DVD, per semplicità, sia proprio 80 yuan. Supponiamo ora che la Cina decida di inflazionare lo yuan e lo svaluti portandolo a 90. Se prima l’europeo importava 1000 DVD pagandoli 1000 €, dopo la svalutazione deve sborsare solo 889 € per avere la stessa quantità di yuan e DVD. L’esportatore cinese ha una perdita secca! Mentre l’importatore europeo guadagna perché con gli stessi euro importa più DVD. Il questo caso ipotetico, la banca centrale cinese invece di aiutare il suo esportatore, finanzia l’importatore europeo, impoverendo allo stesso tempo il consumatore cinese perché col cambio svalutato le importazioni cinesi diventano più care e aumentano in Cina il costo della vita. In altre parole la svalutazione provoca una redistribuzione della ricchezza oltre i confini nazionali. Quando si considera l’economia dal punto di vista macroeconomico si oscura la realtà di ciò che accade a livello microeconomico e si arriva a tali esiti. Cosa dovrebbe fare un esportatore per essere più competitivo e aumentare la sua quota di mercato all’estero senza l’artificio della svalutazione e arricchire il proprio paese invece di impoverirlo? Dovrebbe semplicemente diventare più efficiente cioè vendere di più a costi minori.
La verità è che la BP è uno strumento di politica economica e monetaria che si basa sul principio che l’eccesso di importazioni è “sfavorevole” perché provoca un deflusso monetario e quindi problemi di liquidità al paese in deficit. Ora quando una persona va al supermercato a fare la spesa “esporta” denaro (che ha guadagnato lavorando e producendo) e importa alimenti convertendo l’utilità indiretta del denaro in utilità diretta dei beni necessari per vivere. Secondo la dottrina della bilancia dei pagamenti, privarsi del denaro per mangiare sarebbe sfavorevole! Questa dottrina ignora che le importazioni non sono pagate in denaro ma dalle esportazioni. Si ottiene la produzione degli altri solo dando in cambio la propria. La valuta fa solo da intermediario. Se non ci fossero interferenze dirigistiche il tasso di cambio sarebbe determinato dalla parità dei poteri d’acquisto che, tramite il rapporto tra le divise, determina l’equivalenza dei valori nello scambio. Ogni eventuale squilibrio verrebbe eliminato dall’arbitraggio perché sarebbe conveniente acquistare beni con divisa deprezzata e rivenderli nei mercati con divisa sopravalutata. Poiché invece i tassi di cambio sono determinati dalla politica monetaria, il cambio tra divise non risponde più alla realtà dei loro contenuti e pertanto uno scambio falsato determina lo squilibrio fra importazioni e esportazioni.
Monete forti e deboli
Oggi nessun paese vuole una moneta forte perché crede che infligga un danno alla crescita. Convinzione perfettamente in linea con la logica rovesciata della macroeconomia. Per confutarla basta chiedersi se è più conveniente investire i propri risparmi in un paese con valuta forte o debole. Se il prezzo di una valuta si apprezza del 50% rispetto alle altre, il prezzo del petrolio, dei beni strumentali, delle tecnologie e di qualsiasi altra cosa si riduce della metà. In breve tutto il capitale circolante e fisso di una nazione costando meno eleva tutti gli altri valori espressi in moneta. Chi invece investe i risparmi in valuta debole li perderà proporzionalmente all’inflazione monetaria. Un governo che svaluta non incentiverà mai l’innovazione produttiva ma ne incoraggerà l’inefficienza. L’idea di svalutare per surrogare l’inefficienza e credere che in questo modo l’economia possa crescere fa il paio con l’idea, altrettanto balorda, di pensare che l’economia possa essere stimolata dall’inondazione monetaria.
È opportuno osservare che la moneta forte non è una prerogativa dei paesi sviluppati, come si crede. Anche il paese più malandato può averla, ma a due condizioni: Prima: che abbia dei vantaggi comparati rispetto ad altri paesi. Secondo: che la sua minore produttività sia compensata da redditi monetari inferiori rispetto a quelli dei paesi importatori. Un paese meno produttivo di un terzo rispetto a altri può vendere i suoi prodotti agli stessi prezzi degli altri e fare pure profitto purché i suoi redditi monetari siano relativamente inferiori di un terzo. Questo spiega, tra l’altro, il motivo per cui la Grecia non può avere una moneta forte. Con salari a livello della Germania ma la produttività di un terzo, adottando la stessa valuta non potrà mai riuscire a esportare per pagarsi le importazioni. Può solo importare ricorrendo a trasferimenti di ricchezza. Naturalmente a spese degli altri paesi. Questo spiega anche perché l’euro non è un’area monetaria ottimale. In un’area ottimale, le importazioni, in termini reali, si pagano con l’esportazioni non con i sussidi. Ma il dirigismo economico non può riconoscere questa verità perché altrimenti dovrebbe rinunciare al controllo politico sull’economia che può essere esercitato solo con lo strumento della bilancia dei pagamenti e di tutti gli altri parafernalia della macroeconomia per ricorrere a svalutazioni, manipolazioni, sussidi, trasferimenti, redistribuzioni, salvataggi, socializzazione delle perdite che portano solo ad un’inefficienza e parassitismo su scala gigantesca.
CHICAGO BLOG » È meglio esportare o importare? ? di Gerardo Coco




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