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Discussione: Intervista a don Ricossa

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    Predefinito Re: Intervista a don Ricossa

    Scusate l'OT, ma lasciatemi esprimere il rammarico per la perduta possibilità di un apostolato intransigente a Roma e nel Lazio da parte di un sacerdote tanto capace...anche in questo caso ci vedo lo zampino del maligno e l'influenza di alcuni ambienti romani e..."castellani"!
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  2. #12
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    Predefinito Re: Intervista a don Ricossa



    Discorso di Don Ricossa al Sacrario dei caduti pontifici di Castelfidardo tenuto domenica 12 maggio 2013.

  3. #13
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    Predefinito Re: Intervista a don Ricossa

    Pellegrinaggio Osimo - Loreto: audio delle prediche


    Archiviata la decima edizione del Pellegrinaggio Osimo - Loreto, svoltosi sabato 11 e domenica 12 Maggio 2013 , vi proponiamo i filmati con audio relativi all'omelia di don Francesco Ricossa durante la Messa della domenica mattina, e il discorso dello stesso don Francesco Ricossa al sacrario di Castelfidardo:


    Omelia di don Francesco Ricossa "Pellegrinaggio Osimo-Loreto 2013" - YouTube


    Commemorazione in onore dei caduti pontifici a Castelfidardo 2013 - YouTube


    (Fonte: SODALITIUM )


    Ricordo del X pellegrinaggio a piedi Osimo – Loreto, 11-12 maggio 2013:
    Ogni giorno recitare le preghiere del mattino e della sera.
    Ogni domenica santificare la festa.
    Con frequenza accostarsi alla Confessione e alla S. Comunione.
    Sempre pregare la Madonna.


  4. #14
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    Predefinito Re: Intervista a don Ricossa

    Il testo che propongo non è che una sbobinatura della video-intervista rilasciata da Don Francesco Ricossa nel 2007 (che ho solo cercato di sistemare per rendere più fruibile alla lettura). Ovviamente l'ntervista non sostituisce i contributi ben più organici rilasciati da Don Ricossa nella rivista Sodalitium o quelli editi dallo stesso Centro Librario, ma, dal mio punto di vista, datane la generosa immediatezza ed esemplarità di svolgimento, potrebbe benissimo rappresentare davvero per chiunque una esaustiva prima introduzione alla questione, sicuramente foriera, per chi ha orecchie per intendere, di un profiquo e stimolante approfondimento. Per parte mia ne farei un testo da somministrare a tutti coloro che, come me, intendessero iniziare a vederci chiaro nell'attuale drammaticissima situazione ecclesiale, ad approntare i mezzi per analizzarne la portata e le possibili soluzioni o almeno interrogarsi finalmente sul problema dell'Autorità nella Chiesa con competenza e franchezza. Chiedo finora scusa di eventuali refusi, involontari errori ed incoerenze dovuti alla trascrizione, la quale, piuttosto che impedirne la correzione, inviterebbe senz'altro qualsiasi lettore, qualora lo volesse, ad una sua impietosa emendazione. Un saluto.

    ***



    Tesi di Cassiciacum e crisi della Chiesa.
    Intervista a
    Don Francesco Ricossa I.M.B.C.
    (07/08/2007)

    Parte I


    Siamo qui con Don Francesco Ricossa uno dei fondatori dell’Istituto Mater Boni Consili ed attualmente suo superiore. Don Ricossa, può raccontarci qualcosa di lei e dell’Istituto? Quand’è stato fondato, perché e quali sono i progetti più immediati di quest’istituzione?

    L’Istituto Mater Boni Consili è stato fondato nel Dicembre del 1985, a Torino. Eravamo quattro sacerdoti ordinati da Mons. Lefebvre; abbiamo lasciato la Società [Sacerdotale San Pio X] di Mons. Lefebvre in quel periodo. Oramai sono passati ventidue anni da quel momento. Durante questo periodo abbiamo mantenuto ed approfondito una linea dottrinale, che ancor oggi ci sembra corrispondere alla realtà, nella difesa della Dottrina della Chiesa. L’Istituto ha una vocazione dottrinale molto forte, ovverosia ci sembra impossibile fare del bene veramente alla anime se non nella buona dottrina. Quali sono le prospettive? Noi cerchiamo di fare, di svolgere tutto il ministero che la Chiesa e Gesù Cristo affidano ad un sacerdote, e quindi innanzi tutto la celebrazione della Santa Messa secondo il Rito Romano (che viene chiamato, a volte, Rito di San Pio V ma che non risale certamente a San Pio V ma ai primi secoli della Chiesa Romana), e questo in ogni luogo in cui ci sia possibile celebrarlo. Il tutto per la Gloria di Dio e poi per il bene delle anime, convinti come siamo che questo rito sia quello che esprime la Fede della Chiesa Cattolica, e quindi con il rifiuto più assoluto della riforma liturgica del Vaticano II; poi con l’amministrazione dei sacramenti, anch’essi secondo gli antichi riti della Chiesa; e con la predicazione (che non ha l’autorità [giuridica], evidentemente, ma [ch’è svolta] per mantenere quella missione di Gesù Cristo: “andate, predicate, insegnate”), la predicazione della Verità, di tutto quello che il Signore ci ha insegnato nel Vangelo; nella difesa del Magistero dell’insegnamento della Chiesa Cattolica e quindi anche, inevitabilmente, nel condannare l’errore. Questa predicazione si fa non solamente nella celebrazione della Messa, ma anche con la buona stampa, quindi con i libri – abbiamo un centro librario –, con i giornali – abbiamo un bollettino, un periodico e vari altri giornali che difendono le posizioni che ci sembrano corrette in questo momento –, con le conferenze laddove noi stessi riusciamo ad organizzarle, oppure alle quali altri ci invitano. Infine c’è anche l’opera benefica, perché cerchiamo di venire in aiuto alle persone bisognose, soprattutto alle famiglie, nella pratica delle opere di misericordia. Abbiamo anche un’opera per i ragazzi e le ragazze, per l’educazione della gioventù (aiutiamo una congregazione religiosa che ha fondato già da tanti anni una scuola), [organizziamo] poi campi estivi per ragazzi e ragazze, [nei quali] cerchiamo di fare – in questa società nella quale i giovani non hanno più nessuna formazione cristiana – una formazione cristiana cattolica, almeno in quindici giorni di serenità e di formazione religiosa.

    I sacerdoti e i fedeli dell’Istituto poggiano la propria formazione dottrinale sulla Tesi di Cassiciacum. Può illustraci brevemente di cosa tratta la Tesi e perché è stata scritta?

    Noi non dobbiamo propriamente parlare “dei fedeli [dell’Istituto]”: sono persone che hanno fiducia nel nostro Istituto, perché appunto condividono questa famosa Tesi, di cui a volte tanto si parla ma di cui poco si conosce. Questo nome che può sembrare strano, “Tesi di Cassiciacum”, viene da una rivista che fu pubblicata nei primi anni Settanta, una rivista in francese (Cahiers de Cassiciacum). L’autore, colui che pubblicava la maggior parte degli articoli e che, più che articoli, erano veri saggi di teologia, era Padre Michel Louis Guérard des Lauriers [o.p. (1898 – 27/02/1988)], un religioso domenicano, sacerdote, ch’è stato docente al Saulchoir, la scuola di teologia dei Domenicani francesi (dai quali purtroppo sono venuti anche tra gli artefici principali del Concilio [Vaticano II], padre Congar e padre Chenu). Era anche docente alla Pontificia Università Lateranense a Roma, quando ne era Rettore Mons. Piolanti. Ebbene, Padre Guérard era una delle figure di spicco per la sua preparazione dottrinale e teologica, per il ruolo che svolgeva nell’insegnamento e nell’educazione cattolica, ed una figura di spicco tra coloro che si sono opposti alle riforme del Concilio Vaticano II. Il contributo inizialmente più importante che egli diede fu il Breve esame critico del Novus Ordo Missae, che i cardinali Ottaviani e Bacci presentarono a Paolo VI sottoscrivendolo – ed è in pratica la nata di nascita, il documento ancor oggi più importante riguardo alla opposizione alla riforma liturgica –, il secondo passo di capitale importanza fu poi lo studio del problema dell’Autorità nella Chiesa, da qui appunto “Tesi di Cassiciacum”. Come si pone questo problema? È un problema che nessuno avrebbe voluto porsi prima che la Chiesa vivesse la situazione di oggi, ed è difficile nel corso di questa intervista esporre una tesi che necessariamente è molto delicata e approfondita.

    In poche parole. Innanzitutto il tema: la situazione dell’autorità nella Chiesa in questo momento, dopo la crisi aperta dal Concilio. Il punto di partenza è che vi sono alcune affermazioni dell’ultimo Concilio – che poi sono state approfondite, confermate, spiegate, e portate a conseguenze ulteriori dall’insegnamento che ha seguito il Concilio fino ad oggi – che sono in opposizione e in contraddizione, o come in contrarietà, con l’insegnamento già definitivo della Chiesa Cattolica. Naturalmente questo è il primo punto da dimostrare, il primo passo, ma in questo tutti coloro che, pur non ammettendo la Tesi cosiddetta di Cassiciacum, si sono opposti alle novità conciliari sono d’accordo. Brevemente, quali possono essere questi punti? Sono molti. La Tesi ha insistito soprattutto su di uno, quello della dottrina insegnata dalla Dichiarazione conciliare Dignitatis Umanae Personae, affermante il diritto della persona umana – che [per gli estensori] sarebbe stato però anche insegnato da Gesù e dagli Apostoli – alla libertà religiosa. Diritto che vale non solamente per coloro che professano la vera Religione, ma anche per coloro che professano una falsa religione. Qualunque dottrina, qualunque insegnamento [ha diritto di essere professato] e – viene precisato anche nel testo del Concilio – questo diritto [è valido], non solo per coloro che lo fanno in buona fede pensando di seguire la verità, ma anche di coloro che non lo fanno in buona fede, cioè che si rendono conto di errare (DH. n. 2)[1]. Ora questo insegnamento sulla libertà di religione e di coscienza, che ha poi una valenza anche per le leggi dello Stato – cioè lo Stato dovrebbe riconoscere nel proprio ordinamento questa libertà di religione e di culto, che si estende quindi a tutti i culti e a tutte le religioni – questa dottrina è prima di tutto in contrasto con la prassi della Chiesa Cattolica, con la pratica della Chiesa durante lunghissimi secoli, sempre, e con la dottrina dell’insegnamento della Chiesa che sono stati fissati con grande precisione p. es. con l’Enciclica Quanta cura di Papa Pio IX che, condannando il liberalismo cattolico (e la libertà di religione è uno dei capisaldi di questa corrente di pensiero), affermava che questa dottrina era contraria all’insegnamento della Scrittura, quindi alla Rivelazione, quindi alla Fede. Mentre invece il Concilio mette in connessione necessaria con la Rivelazione la propria dottrina sulla libertà religiosa. Vi sono però altri punti che sollevano enormi difficoltà. Attualmente p. es. molto si discute della dottrina di Lumen Gentium, ch’è forse il documento più importante del Concilio sulla Chiesa, e questo documento dà una idea della Chiesa che non corrisponde con quella che la Chiesa Cattolica ha insegnato sempre, e con il documento di pochi anni prima Mystici Corporis di Papa Pio XII. Sia a proposito della “collegialità”, sia a proposito della comunione con la Chiesa, sia a proposito del fatto di sapere chi appartiene alla Chiesa cattolica, sia a proposito del ruolo per la salvezza che può essere svolto da quelle che vengono chiamate le chiese o le comunità ecclesiali non unite alla Chiesa Cattolica, queste dottrine sono in contraddizione con quello che la Chiesa ha insegnato in maniera più o meno maggiore. Contraddizione che poi troviamo, soprattutto con la prassi [della Chiesa], nel documento sull’ecumenismo Unitatis Redintegratio, ch’è un capovolgimento della dottrina che Pio XI, ad es., ha espresso in maniera categorica condannando il movimento ecumenico con l’enciclica Mortalium animos. Questi sono solamente degli esempi tra tanti altri del problema sollevato dal Concilio.

    Se veramente, e questo è il punto, c’è un’opposizione di contraddizione tra alcuni insegnamenti del Vaticano II e il magistero infallibile e definitivo, irreformabile, della Chiesa, ecco che il credente non può non porsi questa difficoltà: com’è possibile che ciò sia accaduto? Data, cioè, l’infallibilità del Papa, l’infallibilità del Concilio e della Chiesa, l’assistenza divina alla Chiesa e al Papa che ha promulgato questo documenti. Siccome il Concilio stranamente non si è dato l’attributo di Magistero solenne, come avrebbe dovuto essere, ma solo del massimo grado, la massima espressione del Magistero ordinario, alcuni hanno pensato che il Concilio aveva rinunciato ad ogni infallibilità. Praticamente una dottrina opinabile. Ma non è esattamente così, perché anche il Magistero ordinario quando è universale, quando trova cioè riuniti i Vescovi con il Papa, nell’insegnare una dottrina come Rivelato o comunque connessa con il Rivelato, godono dell’assistenza divina, e quindi della infallibilità. Le affermazioni del Concilio avrebbero quindi dovute essere garantite, almeno alcune di esse, dall’infallibilità. E non lo sono. Non per un giudizio nostro personale, perché allora noi saremmo i giudici del Magistero, ma per l’impossibilità del credente di aderire ad una proposizione che contraddice qualche cosa che già la Chiesa ha definito, e quindi a qualche cosa cui noi dobbiamo aderire di già. L’intelletto umano è incapace di aderire nello stesso tempo, sotto lo stesso punto di vista, a delle proposizioni contraddittorie. Non è un rifiuto, è un’impossibilità. Ragione per cui l’unica soluzione, che Padre Guérard des Lauriers ha intravisto, è appunto quella di trovare la spiegazione a questo fatto, teologicamente, nell’Autorità. In effetti, il magistero dei Vescovi senza il Papa non è mai infallibile, lo è sempre e solo quando sono uniti all’insegnamento del Papa. Se quindi Paolo VI, colui che occupava la Sede di Pietro, e ha promulgato questo documenti, per un motivo qualsiasi non era in realtà il Sommo Pontefice, allora si spiega il fatto che questi documenti abbiano potuto essere promulgati “nello Spirito Santo” pur essendo erronei. Non è quindi la Chiesa che insegna l’errore, come ha pensato Mons. Lefebvre, non è quindi la Chiesa che ci dà poi una liturgia – com’è avvenuto in seguito nel 1969, ma già a partire da ’65 – inficiata di protestantesimo, e quindi cattiva in sé stessa, o come dissero i cardiali Ottaviani e Bacci, “che si allontanava nell’insieme come nei dettagli dalla Dottrina cattolica definita e difesa dal Concilio di Trento”, non è possibile che sia la Chiesa, il Vicario di Cristo che ci hanno dato questo. Ma, allora, se non viene dalla Chiesa tutto si spiega. È possibile che ciò che non viene dalla Chiesa non sia buono, mentre invece ciò che viene dalla Chiesa non può non essere buono e santo. Quando Benedetto XVI insiste perché si riconosca che il nuovo messale è valido, ha valore ed è santo, questa è un’affermazione che ha tutta la sua logica se si riconosce che il nuovo messale viene dalla Chiesa, perché ciò che viene dalla Chiesa non può che aver valore ed esser santo. Ma se invece non venisse dalla Chiesa – come non viene – ecco che può non avere valore ed anche non avere le garanzie di santità. Quindi l’autorità [che l’ha promulgato] non era una vera legittima autorità.

    [Questa è] una prima prova, quindi una prova deduttiva. Poi vi è una prova induttiva, ovverosia l’autorità legittima della Chiesa deve volere in maniera oggettiva – cioè poco ci importa di sapere le intenzioni soggettive magari buonissime di coloro che hanno fatto questa rivoluzione conciliare – nei fatti, ed abitualmente, in maniera costante, il bene ch’è anche il fine della Chiesa. Nel bene e nel fine della Chiesa vi è, come minimo, la condanna di ogni eresia, di ogni errore, un insegnamento integro della verità, la celebrazione del Sacrificio della Messa, l’amministrazione santa e dovuta dei Sacramenti. Se coloro che occupano la Sede di Pietro non assicurano in maniera oggettiva e abituale questo bene e fine dell’Autorità, non possiedono per il fatto stesso l’Autorità. Anche in questo caso noi constatiamo il fatto che non sono [divinamente] assistiti. Questo non vuol dire che non ci possa essere un’Autorità che non presenti deficienze mancamenti difetti, ma questi difetti, questi limiti che ogni uomo ha, non intaccano ciò che è il bene e il fine stesso della società – quindi la Gloria di Dio e la salvezza della anime mediante l’insegnamento integro della Fede e l’amministrazione pura dei Sacramenti, la celebrazione del Sacrificio. Se, come Mons. Lefebvre e Mons. De Castro-Mayer dicono e dimostrano, ciò non accade più con la riforma del Concilio, sia liturgica che dottrinale, allora bisogna concludere che coloro che promuovono queste novità non hanno l’Autorità.

    La Tesi di Cassiciacum però (mi scuso di essere così lungo, ma salto molti passaggi persino) non vuol andar oltre. Secondo questa Tesi si può giungere solamente fino all’affermare che Paolo VI e i suoi successori che si dicono e si vogliono difensori dell’insegnamento, della liturgia e del Concilio, non hanno l’Autorità divinamente assistita, ch’è l’essenza stessa, secondo i termini scolastici, o la forma del pontificato. Non possiamo però concluderne, come invece alcuni hanno fatto – saremmo all’opposto di Mons. Lefebvre, andando ancora oltre nel senso opposto – ch’essi siano formalmente eretici. In effetti l’eresia, il peccato più grande contro la fede è il negare o il mettere in dubbio con pertinacia una verità di fede rivelata. Ebbene noi non possiamo averne la certezza, perché anche qualcuno che professasse in maniera pubblica e ripetuta, anche per lungo tempo, una dottrina eretica, non è ancora per il fatto stesso – o almeno non ne abbiamo la prova – formalmente eretico. Non abbiamo cioè la prova della pertinacia, ch’è l’altro elemento necessario (l’elemento materiale è dire della cose eretiche). L’elemento formale, anche nell’eresia, è la pertinacia, cioè non il ripetere per lungo tempo questa opinione sbagliata, ma il farlo sapendo che la Chiesa insegna il contrario, che la Rivelazione gli è opposta, e nonostante ciò opporglisi. Questa è la pertinacia, e noi non ne siamo certi, anzi apparentemente costoro pensano d’essere essi stessi il Magistero, l’insegnamento della Chiesa, e quindi pensano di continuare questo medesimo insegnamento. Può darsi che nel loro foro interno si rendano perfettamente conto di non sviluppare in maniera omogenea, non esplicitare l’insegnamento della Chiesa, ma non di contraddirlo. Tuttavia essi non dicono “noi rifiutiamo il Vaticano I e il Concilio di Trento”, pretendono invece di svilupparlo, di precisarlo, di esplicitarlo. Quindi la loro posizione apparentemente vuole essere ancora cattolica. Per avere la certezza che essi hanno perso la virtù della Fede bisognerebbe che un’autorità che può parlare in nome della Chiesa chiedesse loro di ritrattare gli errori commessi. Sarebbe quindi compito dei cardinali, dei vescovi residenziali di muovere in nome della fede e della dottrina della Chiesa queste monizioni a chi occupa, di fatto, la Sede di Pietro, dicendo loro: “Voi vi allontanate dalla dottrina della Chiesa”. Questo non è stato fatto e quindi, fin che ciò non sarà fatto, secondo quella prassi che molti teologi del passato – Giovanni di San Tommaso, Gaetano, San Bellarmino, Sant’Alfonso con posizioni ed opinioni diverse – avevano comunque previsto, non si potrà concludere, a questo punto, dell’eresia formale di coloro che occupano la Sede di Pietro. Quindi ecco che la Tesi dice, parlando di oggi, Benedetto XVI non ha formalmente l’Autorità, divinamente assistita, ma nello stesso tempo è ancora materialmente Papa. Nel Papato si distingue, al seguito della dottrina di San Tommaso, e particolarmente esplicitata dal commentatore di Santo Tommaso il card. Gaetano, un aspetto formale, ch’è l’Autorità divinamente assistita, e un aspetto materiale, il fatto che tale persona sia stata designata in una elezione canonica per occupare la Sede di Pietro. Cosa fa in effetti un Papa? Nessuno nasce tale. L’elezione del Vicario di Cristo avviene in questo modo: dal basso, cioè dagli uomini, vi è la designazione, l’elezione fatta dai cardinali, poi vi è un atto umano, un altro, che è l’accettazione di chi è stato eletto – è questo l’aspetto materiale –, ed infine vi è dall’alto il fatto che Cristo, che è il capo invisibile della Chiesa, dà a questo eletto l’Autorità divinamente assistita, l’ “essere con”, il fatto di “Io sarò con voi”, il fatto che Cristo e il Suo Spirito sono con l’eletto assistendolo, governando e insegnando alla Chiesa tramite di lui abitualmente. Noi pensiamo, appoggiando questa affermazione con le prove date prima, che nel momento dell’elezione vi sia stata certamente la designazione da parte dei cardinali, e questo è l’aspetto materiale, vi sia stata poi l’adesione puramente esteriore con un ostacolo, un obice, un impedimento che viene dalla mancanza di questa intenzione oggettiva ed abituale di procurare e di realizzare il bene e il fine della Chiesa, che ha impedito quindi a Cristo di dare a quest’eletto l’Autorità. Siamo quindi come in sospeso. Nel momento in cui la persona designata – in questo momento il cardinale Joseph Ratzinger – levasse l’ostacolo, volesse quindi oggettivamente e realmente, abitualmente, il bene e il fine della Chiesa, condannando quindi in qualche modo gli errori che si diffondono negl’ultimi quarant’anni, proclamando nuovamente in maniera integrale la dottrina e l’insegnamento della Chiesa, restituendo alla Chiesa la sua liturgia, con l’esclusione però, questo il punto, di riti inaccettabili, in quel momento egli diventerebbe, lui o un suo successore, poco importa, la vera e legittima Autorità della Chiesa Cattolica.

    Si risolverebbe così, almeno nel suo vertice, la crisi che stiamo attraversando. Dico nel suo vertice, perché ormai l’errore, lo spirito d’errore, di disobbedienza, di scisma si è diffuso in maniera tale che molti fedeli, e soprattutto molti membri del clero e i “vescovi”, chiamati così, che occupano le varie sedi, non accetterebbero [di riconoscerlo come tale]. Se ci fosse un vero e legittimo Papa ci troveremmo di fronte ad un vero ed autentico scisma, ad un vero movimento di eresia mosso da tutti questi modernisti i quali non accettano la Chiesa Cattolica com’è sempre stata, la rifiutano. Ne abbiamo un piccolissimo esempio in tantissimi occupanti delle sedi vescovili, anche solo di fronte al Motu proprio [Summorum Pontificum cura], che non è ciò che dovrebbe essere, ma anche solo quella piccola cosa, il fatto che si possa dire in maniera più “larga” la Messa Romana, ha provocato la loro rivolta, la disobbedienza: “noi non lo permetteremo mai”. Ma almeno le cose sarebbero chiare: Roma parlerebbe di nuovo, e quindi non avremmo più che da seguire quel faro di verità ch’è sempre stato Roma. Nell’ambito di quel movimento di resistenza agli errori del modernismo, che si diffondono negli ultimi quarant’anni nel seno e nelle viscere stesse della Chiesa, [questa] è la posizione corretta. Invece ritengo che vi siano due posizioni non corrette, una a suo tempo difesa da Mons. Lefebvre, cioè: “l’Autorità è legittima ma sbaglia”, quindi il Papa e la Chiesa sbagliano; oppure la posizione di sedevacantisti più estremi i quali sembrano dire quasi che la Chiesa sia finita perché non abbiamo più nessuna possibilità di avere un legittimo Papa sul trono di Pietro. Costoro si mettono spesso, non tutti ma alcuni, in una posizione di fine del mondo ma, come sappiamo, Gesù ci ha detto “nessuno sa il giorno o l’ora”, e che [perciò] assomiglia a volte alla mentalità dei protestanti. Quindi, noi cerchiamo di evitare questi due “scogli” che alcuni hanno preso e sostenuto in buona fede perché pensavano che era il miglior modo per difendere la Tradizione della Chiesa. Ci sembra che Padre Guérard, che aveva la competenza necessaria per farlo, abbia avuto veramente quell’equilibrio per poter evitare l’uno e l’altro “scoglio” e di condurre la nave dei cattolici fedeli alla Tradizione al largo senza fare naufragio.

    [1] «[…] A motivo della loro dignità, tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loto vita secondo le sue esigenze. Ad un tale obbligo, però, gli esseri umani non sono in grado di soddisfare, in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà psicologica e nello stesso tempo dell’immunità dalla coercizione esterna. Non si fonda quindi il diritto alla libertà religiosa su di una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura. Per cui il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano all’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa, e il suo esercizio, qualora sia rispettato l’ordine pubblico informato a giustizia, non può essere impedito» (DH. n. 2).

  5. #15
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    Predefinito Re: Intervista a don Ricossa

    Parte II


    L’IMBC celebra la S. Messa non “una cum”. Ma in cosa consiste esattamente?

    La spiegazione è facile. Nel rito della Messa, la parte più importante è il Canone (che tra l’altro è la parte più antica), dove viene detto che la S. Messa è celebrata “una cum famulo tuo, Papa nostro”, con a seguire il nome del Papa, prima, e del Vescovo, poi, ed infine di “tutti i fedeli che conservano la fede cattolica e ortodossa”, cioè retta, vera. Questo è un passo pieno di valenze, molto più ricco di quello che non può sembrare a prima vista. Prima di tutto è una affermazione di comunione. Il celebrante della Messa si dichiara – come deve essere ogni sacerdote – in comunione con il Papa, che è il Vicario di Cristo, e poi con il proprio Vescovo, non come persone private, ma proprio in quanto sono il Papa, cioè il Supremo Pastore della Chiesa, e il Vescovo del luogo, cioè il pastore di quella Chiesa locale. Si afferma che la Chiesa è come una sola cosa, è unita, è assieme tanto al Papa come al Vescovo. Vi è anche da sapere che, se il Santo Sacrificio della Messa è stato istituito da N.S.G.C. che ha dato l’ordine di celebrarlo (“Fate questo in memoria di me”), bisogna anche dire che questo Sacrificio è stato dato da N.S G.C. alla sua Chiesa, e qui è la Chiesa che intima la celebrazione del Sacrificio, quindi è il capo della Chiesa, il Papa, che normalmente intima la celebrazione del Sacrificio. Quando il sacerdote celebra, non si tratta di una devozione privata, della preghiera personale di quest’uomo, ma del sacerdote ch’è ministro della Chiesa, che deve celebrare avendo l’intenzione di fare ciò che fa e ciò che intende fare la Chiesa; quindi obbedendo al mandato che la Chiesa e, naturalmente, il suo capo gli dà. Questo per capire l’importanza della questione. Molti fedeli prendono la S. Messa quasi come un atto di devozione privata e personale, e per questo non importa loro granché che sia nominato o no il Sommo Pontefice e cose di questo genere. Invece bisogna che i cattolici ritornino a queste grandi verità e si ricordino anche di questo fatto. È allora evidente che la celebrazione della Messa in comunione con il Sommo Potenfice – se la sede non è vacante – è assolutamente necessario come garanzia di ortodossia. P. es., la prima cosa che hanno fatto tutti gli scismatici – pensiamo al Grande scisma d’Oriente che si consumò nel 1054, e già una prima volta con Fozio –, il [loro] primo gesto fu quello di cancellare dai Dittici, e praticamente potremmo dire dal Canone, il nome del Papa, del Vescovo di Roma. Questo fu il segno tangibile, visibile di rottura dell’Oriente cristiano – che quindi cristiano non era più veramente – con la Chiesa Cattolica, con la Chiesa di Roma, e quindi con la Chiesa di Cristo. Una celebrazione della Messa, anche con il rito più santo, ma senza citare il nome del Papa – se il Papa siede sulla Sedia di Pietro – è una dichiarazione di scisma, e quindi questa Messa non può essere gradita a Dio per questo fatto. Non che il rito non sia buono, che la Presenza del Signore non vi sia, ma purtroppo vi è questo sacrilegio dato appunto dalla negazione del fatto che quel Pontefice è in questo momento il Vicario di Cristo e Capo della Chiesa. Naturalmente, però, la Chiesa prevede anche il caso opposto, ovverosia: quando la Sede è vacante, quando il Papa è morto e non ne è stato eletto un altro, questa parte della S. Messa deve essere omessa. Non può essere nominato il Papa defunto, e ancora meno può essere nominato una persona che non è il Vicario di Cristo. Quindi è erroneo, è in un certo senso un sacrilegio, almeno oggettivamente, il non nominare il nome del Papa che c’è, che siede sul Trono di Pietro, e allo stesso modo è una mancanza alla professione di cattolicità il nominare nel Canone della S. Messa qualcuno che non può essere il legittimo pontefice; tanto più se insegna abitualmente l’errore ed impone (quand’anche solamente “permetta” [la Messa Romana], come oramai dopo il Motu proprio bisogna dire,) un rito che non può essere cattolico, che non può provenire dalla Chiesa. Non possiamo dire che noi celebriamo Messa sotto ordine, in obbedienza, in unione, in comunione di fede, in comunione canonica con l’attuale occupante della Sede di Pietro.

    Ecco perché, quindi, anche quando la S. Messa viene celebrata con il Rito Romano (chiamato anche Tridentino dal Concilio di Trento, o di S. Pio V, o come volete chiamarlo), se è celebrato in comunione prima con Paolo VI, poi con Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, adesso con Benedetto XVI, ebbene, questa Messa contiene in se stessa un qualche cosa di erroneo, che si oppone al sensus fidei, al sentimento della fede e ch’è una proclamazione erronea di comunione quando ciò non è possibile e che, per il fatto stesso, attribuirebbe alla Chiesa – perché verrebbe dal Papa – sia la riforma liturgica, sia gli errori conciliari. Ragione per cui il sacerdote celebrante deve astenersi dal nominare qualcuno che non è formalmente il successore di Pietro laddove la liturgia prescrive di nominare il nome del Papa o di ometterlo se il Papa non c’è. Ed i fedeli devono anche essi comportarsi coerentemente. Siccome l’assistenza alla Messa è anche un atto di professione di fede, una testimonianza di fede, non possiamo, assistendo normalmente a delle celebrazioni officiate in comunione con chi non può essere il Vicario di Cristo – se ce ne rendiamo conto, se siamo convinti di questo fatto –, non possiamo fare una contro-testimonianza. Ecco quindi la posizione dell’Istituto, anche se questo implica gravi disagi sia per noi che per tanti fedeli, per tanti cattolici: noi insistiamo – anche al seguito di P. Guerard – sul fatto che non si può celebrare e non si deve assistere a delle Messe celebrate in comunione con Benedetto XVI ora, e prima con Giovanni Paolo II. Ragione per cui anche le Messe che erano dette “con l’Indulto”, e che adesso possono essere [sempre] dette, o anche quelle dette dalla FSSPX, rientrano in questo caso, in quanto essi celebrano “in comunione” con chi autorizza e vuole come rito ordinario il nuovo messale e sostiene e difende gli errori del Concilio, e soprattutto occupa la Sede non avendone l’Autorità divinamente assistita.

    Lei ha accennato al
    Motu proprio [Summorum Pontificum] di Benedetto XVI circa la liberalizzazione del messale del ’62. Può approfondire la sua analisi?

    Il messale del ’62 è ancora sostanzialmente la Messa romana che viene dalla più antica tradizione, ma risente già di alcune variazioni, di diversi cambiamenti, soprattutto nel Breviario ma anche nella celebrazione della Messa, perché contempla le riforma di Giovanni XXIII. (La FSSPX adottò questa liturgia, proprio di già in vista di un accordo futuro. Mons. Lefebvre diceva: “Non accetteranno mai rubriche precedenti. Bisogna proporre loro quelle di Giovanni XXIII”. Noi invece celebriamo con le rubriche di San Pio X, quelle che sono esenti da tutto questo movimento liturgico, che non è iniziato in un giorno solo ma che gradualmente ha cambiato, sempre con lo stesso spirito, la liturgia della Chiesa). In un comunicato che abbiamo diffuso diciamo prima di tutto che questo “Motu proprio” non è un documento della Chiesa, quindi non è neanche un Motu proprio”, perché, come abbiamo detto prima, se e fino a quando Benedetto XVI non ha l’Autorità divinamente assistita, cioè non è formalmente Papa, i documenti che egli promulga non sono documenti della Chiesa. Ciò non toglie che questo documento non possa avere un’importanza e delle conseguenze nella Chiesa. La seconda riflessione che abbiamo fatto in questo comunicato è che il grande assente, in tutte le discussioni che si sono svolte in seguito alla promulgazione del, chiamiamolo così, “Motu proprio” Summorum pontificum cura, è proprio il Breve esame critico del Novus Ordo Missae. Tutti coloro che si sono opposti dal ’65, e soprattutto dal ’69, alla riforma del Messale ed alla riforma liturgica sapevano cosa fosse il Breve esame critico: il testo è il punto di riferimento per tutti. È veramente triste per me che ho vissuto quei tempi, vedere come il Breve esame critico non è stato nominato da nessuno. Padre Guérard des Lauriers, senza firmarlo con il proprio nome, con la collaborazione di un gruppo di teologi, insieme alla scrittrice Cristina Campo, redasse questo Breve esame critico nel quale venivano sottolineati i principali problemi sollevati dalla riforma liturgica, i punti nei quali la riforma liturgica “nel suo insieme come nei particolari, nelle parole dei cardinali Ottaviani e Bacci, si allontana dall’insegnamento della Chiesa fissato dal Concilio di Trento contro la Riforma di Lutero”. Quindi si giungeva alla conclusione: “Esso pone un problema di coscienza per ogni cattolico”. I cardinali nella lettera a Paolo VI – ricordiamoci che non era stato ancora promulgato il nuovo messale – dicevano che “una legge quando si dimostra cattiva deve essere abrogata”. Chiedeva quindi due cose: il mantenimento del Messale Romano tradizionale e la soppressione della nuova liturgia. Il “Motu proprio” di Benedetto XVI in un certo senso, in una maniera ancora limitata che nella pratica non sarà ancora, temo, efficace, risponde positivamente, dopo così tanti anni ad una delle due domande: la libertà di continuare a celebrare con il messale tradizionale (e questo però con estremi limiti che ancora sussistono), mentre invece non risponde ancora positivamente all’altra domanda: l’abrogazione e la soppressione della nuova liturgia, anzi porta su questa un giudizio che è il contrario di quello del Breve esame critico. Mentre il Breve esame critico diceva che la riforma liturgica del Nuovo messale era nell’insieme come nei dettagli contraria alla dottrina della Chiesa sulla Messa e sul Sacrifico della Messa, il “Motu proprio”, o meglio la lettera ai vescovi che lo precede, dice che è necessario riconoscere il valore, la validità e la santità del Nuovo Rito, che “ha dato tanto bene alla Chiesa” e che quindi rimane il rito romano ordinario nella Chiesa, mentre invece l’altro, quello di sempre, sarebbe solamente un rito straordinario, eccezionale, quindi secondario. Questo ci conduce a dover dare un giudizio negativo [sul “Motu proprio”], perché prima di tutto mantiene nella Chiesa il nuovo messale e la riforma liturgica, che non possono mantenersi o restare nella Chiesa; impone di accettare il valore e la santità di questo Rito che invece cozza contra l’insegnamento della Chiesa, la liturgia e lo spirito liturgico della Chiesa; infine perché dà e mantiene al Nuovo Rito, un rango persino di superiorità sul Rito Romano. Quindi il giudizio è negativo, perchéil bene viene da una causa integra, il male da un qualunque grave difetto, ed avendo questo “Motu proprio” questo grave difetto, [ed essendo] questo punto dottrinale per noi ancora inaccettabile, questo documento non può essere da noi che respinto.

    Qualcuno ci accuserà di essere fuori dal mondo, di non essere pratici, pragmatici, di volere troppo, di chiedere troppo. Questo può avere senso nelle cose profane e temporali, politiche magari, ma non certamente nella Chiesa, nelle questioni di Fede. Non posiamo dire che: “abbiamo [da un lato] un errore al 100%, [dall’altro] la verità al 100% e ci accordiamo a mezza strada al 50%”. Sarebbe una cosa inaccettabile. Però ci rendiamo naturalmente conto anche noi che, da un punto di vista pratico, questo vento di follia, questo male, questo tumore che era il modernismo e che San Pio X disse che si celava nel seno stesso della Chiesa, è una malattia così grave che non potrà essere guarita immediatamente, salvo un miracolo di Dio, ma dovrà essere estirpato e curata poco a poco. Da questo punto di vista il “Motu proprio” può essere un primo passo, qualcosa di positivo ma a determinate condizioni. Prima di tutto vi è di positivo la dichiarazione di fallimento dei modernisti nel loro tentativo di distruggere la Messa Romana: una dichiarazione ufficiale di fallimento. Il “Motu proprio” afferma che il Messale Romano (quella che vien chiamata la Messa di San Pio V) non era stato mai proibito. Tra l’altro se così è, non si capisce perché il “Motu proprio” proponga ancora a questo Messale dei limiti: non si può celebrarlo nel Triduo Sacro, bisogna avere il permesso del parroco, nelle parrocchie solo una Messa alla domenica e non più di una. Se non è mai stato proibito si può usare sempre! Ma in realtà chi ha memoria (ed io ho oramai una certa età ed ho vissuto quei tempi) ricorda benissimo quel discorso al Concistoro, cioè ai Cardinali, che Paolo VI fece il 24 maggio del 1976 e nel quale dichiarò che il Nuovo Messale sostituiva quello precedente: non era fatto per affiancarlo ma per sostituirlo ed in nome dell’obbedienza della Tradizione chiedeva a tutti i sacerdoti di celebrare esclusivamente con il Nuovo Rito, anzi li obbligava[1]. Ragione per cui molti sacerdoti che fino a quella data avevano mantenuto la celebrazione dell’Antico Messale, pensando che fosse ancora lecito, cessarono, per obbedire alla parole di Paolo VI, di celebrare con il Messale detto di San Pio V e adottarono con il crepacuore il Nuovo Messale. Adesso, nel 2007, ci vengono a dire che Paolo VI non diceva la verità ed ha ingannato il mondo intero? Questa è una contraddizione che ci dovrebbero spiegare. Ma appunto, queste cosa posso succedere ma non nella Chiesa, e, proprio per ciò, dalla Chiesa non viene né quello che ha detto Paolo Vi né quello che ha scritto Benedetto XVI.

    Possiamo però dire che veramente Paolo VI ha tentato di strangolare, di vietare, di proibire di far scomparire la Messa! Non ci sono riusciti grazie a coloro che, in nome della Fede, fondandosi anche sull’Esame fatto da P. Guerard, hanno rifiutato di celebrare con il Nuovo Messale. Si pensava che questi vecchi sacerdoti sarebbero morti senza lasciare eredi: siamo nel 2007 e, dalla soppressione dell’Antico Messale nel 1969, gli eredi ci sono. Ragioni per cui non è stato ucciso il Messale. Ottima cosa, ottima constatazione, inizio forse di guarigione.

    Tuttavia vi è però un altro aspetto positivo, ed è che finora coloro che celebravano con il Messale Romano erano considerati come proscritti, come appestati, mentre adesso, invece, nella mentalità comune della gente, vi è l’idea che in fondo “non avevano torto”. Allo stesso modo, le Messa romana che praticamente era scomparsa dalla vita dei fedeli cattolici – vi è praticamente una generazione e più che non ha mai visto celebrare con il Messale Romano – forse comincerà ad essere vista. Il che è un bene, perché ci si abitua di nuovo a vederla.

    Vi sono però dei gravi pericoli, dei gravi rischi (che sono tanti). Uno verte sulla validità dei nuovi riti, dei nuovi sacramenti. Abbiamo visto che un rito se viene dalla Chiesa ha garanzia di validità e di santità. Tutto ciò che la Chiesa approva, promuove e fa suo, non può contenere errori, non può non esser santo come la Chiesa è santa, non può non santificare le anime. Un rito che invece non viene dalla Chiesa non ha questa garanzia, ecco quindi che la riforma liturgica nel suo insieme, se è stata voluta, ed è stato dichiarato in maniera esplicita, per andare in contro ai protestanti, che negano i dogmi cattolici proprio in materia di sacramenti, non può venire dalla Chiesa, anche solo per questo fatto. Ma se non viene dalla Chiesa non ha garanzie né di santità, né di santificazione della anime e neppure di validità – tranne dove la validità è assicurata per altri motivi come per es. nel battesimo e nel matrimonio, ecc. Quindi vi è un dubbio che solo l’autorità suprema, legittima potrà risolvere sulla validità dei sacramenti in genere amministrati con il nuovo rito. Da qui un mucchio di conseguenza pratiche preoccupanti, se ci si pone questo problema, e a mio parere occorre porcelo: il sacramento dell’ordine amministrato con il Nuovo Rito è valido? Un insigne domenicano, che accetta la riforma liturgica, ha pubblicato però degli studi dicendo che la riforma liturgica dell’ordine è in tutto e per tutto simile, nella sua ispirazione, alla riforma anglicana – e sappiamo che Leone XIII ha dichiarato invalidi questi ordini. Per lui [l’insigne domenicano] sono validi solo perché questo rito, che di per sé non è soddisfacente, è però un rito della Chiesa, ma se, per la soluzione che dicevo prima, non è un rito della Chiesa, non vi è questa garanzia. Abbiamo quindi forse – forse – dei sacerdoti, e dei vescovi, apparentemente tali che possono non esserlo. Quando anch’essi celebrassero con il rito antico, non avendo però in realtà il sacramento dell’ordine, queste Messe non sarebbero valide. Anche dei sacerdoti consacrati, ordinati con il rito antico, ma da vescovi che forse non lo sono, hanno il dubbio di essere veramente sacerdoti e quindi queste Messe sono, per il fatto stesso, anch’esse dubbie.

    Il nuovo rito della Messa è dubbiosamente valido, ne consegue che, celebrando con il Motu proprio in una chiesa, in una parrocchia e p. es. amministrando la comunione con le particole che si trovano nel tabernacolo, che sono state consacrate, mettiamo, con una nuova liturgia, forse non vi è la presenza reale. Al contrario, celebrando con il rito antico validamente e lasciando poi queste particole nel tabernacolo, subito dopo vi può essere la nuova liturgia, ed ecco che il Corpo e il Sangue di Cristo possono essere dati in mano a dei fedeli che nella maggior parte, oggi come oggi, si comunicano senza confessarsi anche da tantissimo tempo e senza essere in grazia di Dio – e di fatto questa è oramai la situazione – durante riti improvvisati, con abusi che Benedetto XVI stesso nel “Motu proprio” dice “al limite del sopportabile” e persino oltre: ecco che ci esponiamo a profanazioni e sacrilegi.

    Di più, sarebbe un grosso rischio quello di pensare che ci basti avere la Messa e i sacramenti e svincolare la Messa e i sacramenti dalla Fede. Se la Messa di San Pio V è celebrata in un contesto di accettazione del Concilio è un inganno, un inganno doppio. I fedeli allora, i cattolici, si accontenterebbero di un rito dignitoso, bello, maestoso e poco gli importerebbe della fede che è veicolata. Ricordiamoci quindi, che i sacramenti sono sacramenti della Fede, per cui la Messa cattolica in un contesto p. es. di ecumenismo, di libertà religiosa ecc., è fuori luogo. La nostra battaglia per la difesa della fede non finisce certo perché è stata resa lecita la liturgia cattolica. Altri ultimi due pericoli del “Motu proprio” sono: è possibile che la FSSPX e altri – è possibile, dico solamente – cattolici che si sono posti contro le riforme conciliari, di fronte questo “atto di benevolenza” di Benedetto XVI ammainino del tutto la bandiera e quindi finiscano in un modo o nell’altro, esplicitamente o implicitamente come hanno fatto tanti altri fino ad ora, per accettare il concilio stipulando un accordo che metta da parte i problemi dottrinali o di fede. Sarebbe una cosa tragica, anche se di già ci sono dei difetti gravi dottrinali in queste società. L’altro rischio è il progetto di Benedetto XVI affermato più volte e che trapela anche dal “Motu proprio”. Egli dice da un lato che i due riti posso coesistere, e dall’altro si rende però conto di questa difficoltà: la coesistenza di due riti romani che poi esprimono due ecclesiologie e direi quasi due fedi diverse (abbiamo visto tanti occupanti di sedi vescovili dire: “Noi rifiutiamo questo ‘Motu proprio’”). Ebbene questa è la realtà, i due riti assieme non potranno stare, uno escluderà l’altro, uno ucciderà l’altro, perché uno è fatto per uccidere l’altro. Di questo Benedetto XVI si rende conto, come anche delle mille difficoltà pratiche, e allora cosa prospetta? Una riforma della riforma che ci dia un terzo rito, un nuovo rito futuro che sia un amalgama del rito tradizionale della Chiesa Romana e del rito inventato di sana pianta, e di pseudo-rinascita di antichi riti (di Ippolito, ecc.) che ci vengono fatti passare come riti della Chiesa antica, e cioè il Messale di Montini. Con questa fusione dei due riti, secondo Benedetto XVI avremo una riforma liturgica equilibrata che ci darà un nuovo Messale romano unico per tutti. Se questo progetto si realizzasse, ecco che questa morte del Messale tradizionale, quello di San Leone Magno, di San Gregorio Magno e poi di San Pio V, accadrebbe per fusione e non per soppressione. Questo tentativo di Paolo VI di distruggere la Messa riuscirebbe invece a Benedetto XVI facendone una fusione con il Messale riformato. Fin da subito, quindi, dobbiamo opporci al “Motu proprio”, anche per opporci a qualunque prospettiva di contaminazione tra i due riti, che già vuole mettersi in pratica. Noi invece vogliamo integralmente il Rito Romano. È ovvio poi che se ci saranno nuovi santi canonizzati da un legittimo Papa si inseriranno nel calendario (dei cambiamenti nelle rubriche ci sono sempre stati), ma non vogliamo che un rito nato per motivi di avvicinamento al Protestantesimo possa avere una influenza qualunque sul Rito della Chiesa, questo è inaccettabile.
    Loro Ciuffenna, 7 agosto 2007.

    [1] «È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo «Ordo Missae» non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino. La stessa disponibilità noi esigiamo, con la stessa autorità suprema che ci viene da Cristo Gesù, a tutte le altre riforme liturgiche, disciplinari, pastorali, maturate in questi anni in applicazione ai decreti conciliari. Ogni iniziativa che miri a ostacolarli non può arrogarsi la prerogativa di rendere un servizio alla Chiesa: in effetti reca ad essa grave danno.»

  6. #16
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    Predefinito Re: Intervista a don Ricossa

    Lavoro utilissimo ed encomiabile. AMDG

  7. #17
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    Predefinito Re: Intervista a don Ricossa

    Sempre utile questo thread

  8. #18
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  9. #19
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    Lightbulb Re: Intervista a don Ricossa

    Interviste a don Francesco Ricossa


    http://www.sodalitium.biz/intervista...la-tradizione/
    “La vergogna della tradizione”: intervista a don Ricossa. Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
    Intervista di Elia Menta a don Francesco Ricossa sul libro: "La vergogna della tradizione”:
    https://youtu.be/d6TBgT3XC6c
    Per richiedere il libro: https://www.sodalitiumshop.it/epages...FProducts%2F06
    Un'interessante recensione al libro:http://www.sodalitium.biz/unimportante-recensione/
    http://www.centrostudifederici.org/l...a-don-ricossa/



    In Ricordo di “Cristina Campo” (Vittoria Guerrini, 28 aprile 1923 – 10 gennaio 1977) nell’anniversario della sua morte (R. I. P.) e di tutti gli eroici Vescovi, Sacerdoti e laici che in ogni nazione della terra rimasero fedeli alla Santa Messa Romana detta di San Pio V, in sostanza la Liturgia Cattolica di sempre...



    "Breve esame critico del Novus Ordo Missæ"
    http://www.unavox.it/PDF/Opuscoli/Br...me_Critico.pdf
    Breve esame critico del Novus Ordo Missæ
    http://www.unavox.it/doc14.htm



    Michel Louis Guérard des Lauriers, Breve esame critico del Novus Ordo Missæ, dei cardinali Ottaviani e Bacci, Centro librario Sodalitium, collana guérardiana n° 2, Verrua Savoia 2009.

    https://www.sodalitiumshop.it/Breve-...aviani-e-Bacci
    https://www.sodalitiumshop.it/WebRoo.../BrevEsame.jpg






    Don Anthony Cekada, Non si prega piú come prima! Le preghiere della nuova Messa. I problemi che pongono ai cattolici, Sodalitium, Verrua Savoia (To) 1994.
    https://www.sodalitiumshop.it/WebRoo...1/Copcekad.jpg






    Don Anthony Cekada, Non si prega più come prima!
    http://www.unavox.it/Segnalazioni/CedakaNonSiPrega.htm

    «Don ANTHONY CEKADA, Non si prega piú come prima!
    Don Anthony Cekada, con paziente lavoro di ricerca, ha effettuato una sorta di lettura sinottica delle preghiere della Santa Messa, mettendo a confronto il testo del Missale Romanum promulgato da (...) Giovanni XXIII, nel 1962, e quello del nuovo Messale promulgato da (...) Paolo VI, nel 1969. Il confronto, condotto sui due testi latini, ha dato modo a don Cekada di riscontrare tutta una serie di incongruenze, come per esempio quella che delle 1182 orazioni contenute nel Missale Romanum «Circa 760 sono state totalmente abolite. Del rimanente 36% circa, i revisori ne alterarono piú della metà…», tanto che l'Autore è costretto a concludere che «…anche solo in termini di numeri e statistiche, il contenuto del Messale di Paolo VI rappresenta una frattura radicale con la tradizione liturgica della Chiesa». (...)
    Don Cedaka ha distribuito le sue osservazioni in sei capitoli, ove, in linea di massima, vengono esaminate le differenze fra l'antico e il nuovo testo sulla base di grandi temi a forte contenuto dottrinario: dalla "Teologia negativa" (perché tale la considerano i "moderni"), al "Distacco dal mondo", all'"Ecumenismo". I riferimenti riportati sono numerosissimi, e parecchio significativi sono gli esempi, tutti in lingua volgare. (...)
    Il libretto in questione, di facilissima lettura, costituisce un valido strumento di ricerca per tutti coloro che sono realmente interessati ad una seria comprensione delle problematiche sollevate dalla nuova liturgia.
    Don ANTHONY CEKADA, Non si prega piú come prima! Le preghiere della nuova Messa. I problemi che pongono ai cattolici, ed. Cooperativa Editrice Sodalitium, loc. Carbignano, 36, 10020 Verrua Savoia (To), 1994, formato 15 x 21, pp. 50. (9/95)»



    http://www.fathercekada.com/





    https://www.radiospada.org/2019/01/a...ristina-campo/
    «(...) Vi proponiamo oggi la poesia “Missa Romana” della poetessa cattolica bolognese Cristina Campo – nom de plume di Vittoria Guerrini – (28 aprile 1923 – 10 gennaio 1977), difenditrice della vera Liturgia Cattolica dalle pseudo-riforme moderniste e coautrice del Breve esame critico del Novus Ordo Missae che i Cardinali Ottaviani e Bacci presentarono a Paolo VI per chiedergli l’abrogazione del nuovo rito, evidentemente lontano dalla verità cattolica della Messa. Buona lettura!»



    C R I S T I N A C A M P O
    http://www.cristinacampo.it/


    Cristina Campo - Centro Studi Giuseppe Federici
    http://www.centrostudifederici.org/cristina-campo-4/
    «Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza 10 gennaio 2019
    Cristina Campo
    Nell’anniversario della morte di Cristina Campo (Bologna, 28 aprile 1923 – Roma, 10 gennaio 1977) segnaliamo la presentazione del libro: “Cristina Campo, o l’ambiguità della Tradizione” tenuta dall’Autore, don Francesco Ricossa, al Palazzo dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia Romagna di Bologna il 2/12/2005.
    https://www.youtube.com/watch?time_c...&v=QOQi3Lr47tg
    Per l’acquisto del libro: https://www.sodalitiumshop.it/epages...4/Products/031
    don Francesco Ricossa, Cristina Campo, o l'ambiguità della Tradizione, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia, 2005.»




    Cristina Campo - Centro Studi Giuseppe Federici
    http://www.centrostudifederici.org/cristina-campo-3/
    «Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
    Cristina Campo

    Il 10 gennaio 1977 moriva Cristina Campo, scrittrice e poetessa. La ricordiamo con la pubblicazione di una sua poesia, Missa Romana, e con la quarta di copertina del libro “Cristina Campo, o l’ambiguità della Tradizione”, testo che permette di conoscere meglio questa figura controversa. RIP»



    Cristina Campo - Centro Studi Giuseppe Federici
    http://www.centrostudifederici.org/cristina-campo-2/
    «Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
    Il 10 gennaio 1977 moriva Cristina Campo. RIP

    Cristina Campo (1923-1977), scrittrice e poetessa, ha conosciuto dopo la morte un grande successo di pubblico e di critica. Sembrano averla dimenticata solo i cattolici “tradizionalisti”, dei quali pure essa fu una personalità di primo piano. Tra i fondatori di “Una voce-Italia”, ha dato un contributo decisivo alla redazione del “Breve esame critico” del nuovo messale, presentato a Paolo VI dai Cardinali Ottaviani e Bacci. Attorno a Cristina Campo, in quegli anni, troviamo Mons. Lefebvre e Padre Guérard des Lauriers, e molti altri ancora. (...) Don Ricossa ha potuto avvalersi dell’archivio di uno dei protagonisti della nostra storia – Padre M.L. Guérard des Lauriers – e delle testimonianze dell’ultimo suo confessore, il cardinale Augustin Mayer…
    Nella seconda parte di questo libro viene ripubblicato un testo ormai introvabile (edito da Borla nel 1970) ma fondamentale: la Risposta alla “Lettera ad un religioso” di Simone Weil scritta da Padre Guérard des Lauriers, che fu molto importante nel cammino spirituale di Cristina Campo.
    Don Francesco Ricossa – Padre M.-L. Guérard des Laurieres o.p.
    Cristina Campo, o l’ambiguità della Tradizione. Risposta alla «Lettera ad un religioso» di Simone Weil, CLS, pagg. 172, euro 9,50.»








    https://www.agerecontra.it/2019/01/l...o-di-paolo-vi/
    «Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 3/19 del 9 gennaio 2019, San Giuliano
    La fedeltà alla Messa, il rifiuto del rito di Paolo VI
    Pubblichiamo le schede del calendario Sodalitium, dedicato ai cinquant’anni di resistenza alla nuova messa (1969-2019), riguardanti i coraggiosi sacerdoti che rifiutarono il nuovo rito di Paolo VI e per questo motivo furono perseguitati dai modernisti. Una bella differenza con i ratzingeriani che considerano la “messa nuova” di Paolo VI il “rito ordinario” della Chiesa e declassano la Messa Romana detta di San Pio V a “rito straordinario”, passando con disinvoltura dal tavolo di Montini agli “altari maestosi”.
    Mons. Michel Guérard des Lauriers.
    Nato nel 1898 vicino a Parigi, entrato nell’Ordine dei Predicatori nel 1925, vi fa la professione nel 1930 col nome religioso di Luigi Bertrando, ed è ordinato sacerdote nel 1931. Professore all’Università domenicana del Saulchoir dal 1933, insegna ugualmente all’Università pontificia del Laterano a partire dal 1961. Questo soggiorno romano è l’occasione, per Padre Guérard des Lauriers, di elaborare la parte dottrinale e di collaborare alla redazione originale [dovuta a Cristina Guerrini] della lettera intitolata: “Breve esame critico del Novus ordo Missæ”, lettera indirizzata a Paolo VI il 5 giugno 1969 [festa del Corpus Christi], dai Cardinali Ottaviani e Bacci. Questo passo gli valse il congedo dal Laterano nel giugno del 1970, nello stesso tempo del Rettore Mons. Piolanti ed una quindicina di professori, tutti giudicati indesiderabili. Da allora Padre Guérard des Lauriers visse extra conventum, cum permissu superiorum. Il 7 maggio 1981 Padre Guérard ricevette la Consacrazione episcopale, da Mons. Pierre Martin Ngô-dinh-Thuc, già Arcivescovo di Hué perché continuasse l’offerta immacolata della S. Messa, l’oblatio munda. Il 24 settembre 1986 benedisse il nostro Istituto che sostenne fino alla morte avvenuta il 27 febbraio 1988.
    Don Louis Coache. Nato nel 1920 a Ressons-sur-Matz, diocesi di Beauvais, in Francia, studiò nel seminario francese di Roma e il diritto canonico all’Institut Catholique di Parigi; fu ordinato sacerdote nel 1943. Nel 1958 fu nominato parroco di Montjavoult. Fu uno dei primi ad opporsi al Concilio fin dagli anni sessanta, scrivendo articoli contro la “nuova religione” e restaurando nel suo villaggio le antiche processioni del Corpus Domini, alle quali partecipavano migliaia di fedeli, ma che il suo vescovo vietava e condannò arrivando a sospenderlo ab Officio nel 1969. Don Coache restò nel suo villaggio fino al 1975 continuando a celebrare la Messa di s. Pio V finché si ritirò alla Maison Lacordaire, a Flavigny, che aveva acquistato nel 1971 per fondarvi un seminario minore. Nel 1968 fondò la rivista Le Combat de la foi, e diffuse il Vademecum del cattolico fedele che raccolse la sottoscrizione prima di 150 sacerdoti, poi del Cardinal Bacci, di due Vescovi e 400 sacerdoti. Insieme a Padre Barbara organizzò i “pellegrinaggi romani” nei primi anni ’70 per la difesa della Liturgia tradizionale della Chiesa; nel 1977 fu tra gli organizzatori dell’occupazione della chiesa di St Nicolas du Chardonnet a Parigi. Pur celebrando “non una cum”, scelse purtroppo di seguire Mons. Lefebvre: tutte le sue iniziative furono così assorbite e spente dalla FSSPX. Morì il 21 agosto 1994.
    Padre Noël Barbara. Di origine pied-noir, nacque il 25 dicembre 1910. Fu ordinato sacerdote il 26 giugno 1938 in Algeria per la diocesi di Constantine. Di carattere combattivo e franco, dopo la guerra entrò nei padri CPCR a Chabeuil (i Cooperatori Parrocchiali di Cristo-Re fondati da Padre Vallet) per dedicarsi interamente alla predicazione degli Esercizi di s. Ignazio. Dopo il Concilio Vaticano II fondò l’associazione Forts dans la foi che pubblicava l’omonima rivista di catechesi. Nel 1971, pubblicò un articolo: Assister à la Messe di Padre Guérard des Lauriers nel quale si dichiarava pubblicamente che non era lecito assistere alla “nuova messa”. Organizzò con don Coache, Padre Saenz e l’associazione Civiltà Cristiana i « pellegrinaggi romani » di Pentecoste nel 1970, 1971 et 1973, durante i quali fece fare ai pellegrini un giuramento di fedeltà alla Messa di s. Pio V. In quelle stesse occasioni organizzò, sempre con don Coache, delle veglie di preghiera in Piazza San Pietro. Nel 1980 si consumò la rottura con la Fraternità S. Pio X di Mons. Lefebvre, a causa delle sue posizioni sedevacantiste, che davano fastidio all’ala liberale della Fraternità, e la sua rivista fu vietata a Ecône. Dopo averla a lungo osteggiata nel 1991 aderì alla Tesi di Cassiciacum di Padre Guérard des Lauriers e cominciò una stretta collaborazione con l’Istituto Mater Boni Consilii, che portò anche la presenza di nostri sacerdoti a Tours dal 1996 al 2001. P. Barbarà morì a Tours il 10 ottobre 2002.
    Padre Georges Vinson. Nato nel 1915 entrò in seminario nel 1931. Conobbe Padre Vallet, e nel 1938 entrò nei CPCR; durante la guerra fu prigioniero dei Tedeschi come seminarista insieme a Padre Barbara. Fu ordinato a Pasqua del 1946. Fu nominato superiore in Uruguay, poi nel 1954 fu in Argentina dove fondò la casa “Nostra Signora di Fatima” a Rosario per la predicazione degli Esercizi spirituali. Ritornò in Europa nel ‘59. A causa del clima difficile e dell’opposizione dei vescovi francesi ai CPCR, nel 1963 lasciò la congregazione. Nel 1969 fu tra i primi ad opporsi al Novus Ordo Missæ con gli scritti e con le opere celebrando la Messa dappertutto e collaborando alla fondazione di scuole cattoliche, e prese posizione con l’opuscolo La nouvelle Messe et la conscience catholique (28/11/1971), pubblicato con una prefazione di P. Guérard. Fondò il bimestrale Simple Lettre, la congregazione delle Suore di Cristo-Re e la scuola per le ragazze alla Maison Saint-Joseph. Negli ultimi anni della sua vita, cambiò posizione nei confronti delle Consacrazioni episcopali senza mandato e si avvicino all’Istituto Mater Boni Consilii. Morì l’8 luglio 1999 attorniato dalle sue religiose alla Maison Saint-Joseph.
    In Piemonte: Mons. Attilio Vaudagnotti. Nato nel 1889 e morto nel 1982. Laureato in Teologia nel 1912 insegnò a lungo alla facoltà teologica presso il seminario di Torino, fu Canonico del Capitolo metropolitano e apprezzato pubblicista e polemista scrivendo pregevoli articoli, e anche poesie, su Il nostro tempo e diresse in seguito L’amanuense della ss. Trinità. Dopo il Concilio fu lui che tenne alta la fiamma della Messa di s. Pio V a Torino, celebrando sempre nella chiesa della Confraternita della ss. Trinità in via Garibaldi fino alla sua morte avvenuta dopo oltre sessant’anni di sacerdozio. Il suo ricordo è sempre vivo nel cuore dei cattolici torinesi che grazie a lui sono rimasti fedeli alla s. Messa di sempre. Oltre a Mons. Vaudagnotti, a Torino rimasero fedeli Padre Oddone, oratoriano, e tre salesiani: don Camillo Verri e don Franco Amerio a Valsalice, e don Giuseppe Pace a Valdocco († 2000) che scrisse anche su Vigilia romana, La Quercia, Notizie, Chiesa viva e, nei suoi primi anni, su Sodalitium; a Revigliasco d’Asti, il parroco don Luigi Siccardi; a Pourrieres in diocesi di Pinerolo don Giuseppe Pons, parroco dal 1959 al 1983.
    In Veneto la Messa cattolica fu conservata da due coraggiosi sacerdoti, coadiuvati da un gruppo di laici fedeli di Padre Pio. Don Clemente Bellucco nacque a Palù di Conselve il 2 febbraio 1909, e fu ordinato nel 1931. Fu cooperatore parrocchiale e vicario economo fino al 1951, quando si ritirò a San Pietro di Strà. Fu anche insegnante, latinista, storico dell’arte. Opponendosi al Vaticano II (definito eretico) e al nuovo messale (ritenuto invalido) prese a celebrare pubblicamente la Messa nella chiesa di san Clemente a Padova, fino a che il Vescovo, approfittando di una sua malattia, lo fece internare fino alla morte, avvenuta nel marzo del 1981. Fu così che i suoi fedeli organizzarono la Messa a Venezia, celebrata da don Siro Cisilino. Nato nel 1903 a Pantianicco (Udine), don Siro fu sacerdote cattolico e insigne musicologo. Dopo aver servito come cappellano, vicario e come parroco in diverse località del Friuli, si trasferì a Venezia per lavorare per la Fondazione Cini allo studio e alla trascrizione di manoscritti musicali. Fedele alla sua prima Messa, non volle mai celebrare la Messa in italiano. Don Siro dal 1977 e fino al 1984 celebrò la Messa di s. Pio V a Venezia nella chiesa di S. Simon Piccolo, riaprendola al culto tradizionale. Per questa fedeltà alla liturgia antica dovette subire la persecuzione del card. Albino Luciani (futuro Giovanni Paolo I) che con una lettera del 20/02/1978 proibì “a qualsiasi titolo la celebrazione della messa more antiquo nella chiesa di S. Simeone Piccolo, come in tutto il territorio della diocesi” e lasciava a don Siro “la facoltà di celebrare la santa Messa more antiquo solo in casa propria”. Morì nel 1987 nel suo paese di origine dove si era ritirato.
    Nel resto d’Italia ci furono tanti sacerdoti e religiosi difensori della s. Messa romana; possiamo ricordarne solo alcuni. A Roma furono numerosi i sacerdoti fedeli, tra i quali il teologo francescano Padre Antonio Coccia ofm che celebrava a s. Gerolamo della Carità, i Padri domenicani Domenico Cinelli, Giuseppe Maria Mastrocola e Antonino Silli a Santa Maria Sopra Minerva, Mons. Renato Pozzi, Mons. Domenico Celada che scriveva su Lo Specchio, Mons. Alfonso Tejada a Sant’Eustachio, Mons. D’Amato, Mons. Francesco Spadafora, Don Francesco Putti fondatore della rivista Sì Sì No No. In Toscana, Padre Berni, francescano, che celebrava in Santa Croce, e il parroco di Strada di Vinci, don Primo Lenzini. In Lombardia Padre Pietro Locati missionario del PIME a Lecco deceduto nel 2009 e don Giacomo Falconi parroco di Gaverina, in Sicilia, a Caltanisetta, don Gaetano Cimino. In Sudtirolo ricordiamo don Josef von Zieglauer (1925-2018) parroco di Spinga vicino a Bressanone che mantenne sempre la Messa della sua ordinazione, e che la celebrava “non una cum”, ed il suo predecessore don Engelbert Pedevilla (1912-2001). E quanti altri che abbiamo dimenticato… Nel laicato fedele ricordiamo a noi vicinissime Liliana Balotta di Una Voce Firenze, e Adriana Senni Buratti di Una Voce Modena, e poi altri, seppur alcuni con luci e ombre, come lo scrittore toscano Tito Casini, a Roma Cristina Campo, Elisabeth Gerstner, Gabriella di Momtemayor e Franco Antico, a Padova Giuseppe Pagnossin.
    In Francia. Padre Gustave Delmasure. Originario del nord della Francia, tuttavia, esercitò per molti anni il ministero sacerdotale in Algeria. Ritornato in Francia, divenne pastore di Théoule-sur-Mer, conservando, dopo il Concilio Vaticano II, la Messa della sua ordinazione e fedeltà alla dottrina della Chiesa. Dal 1982, dopo aver lasciato la sua parrocchia, fu a capo della cappella di Notre-Dame-des-Victoires a Cannes e, con grande zelo apostolico, celebrò la Messa anche in altri luoghi della Francia, e aiutò Padre Barbara nel suo ministero a Tours, nell’Unione per la fedeltà, che riuniva diversi sacerdoti “sedevacantisti”. Anche quando era parroco, ha sempre testimoniato apertamente la fede cattolica, respingendo le eresie neo-moderniste rifiutando di essere in comunione con Paolo VI e Giovanni Paolo II. Negli ultimi anni della sua vita, si è avvicinato all’Istituto Mater Boni Consilii, affidando ai suoi sacerdoti la continuazione del suo ministero nella cappella di Cannes. Morì a Cannes l’11 settembre 1996. Tra gli altri sacerdoti francesi fedeli alla Messa di San Pio V, ricordiamo Padre Jean Siegel, sacerdote di Thal-Drulingen in Alsazia, morto il 20/03/2018. Padre Raymond Hubert Petit, nato nel 1909 in Lorena, divenne un fratello dei Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani), frequentò la facoltà di Lille dove conobbe Padre Guerard des Lauriers, che insegnava. Dopo il Concilio, avvertì la crisi anche nel suo ordine religioso ed fu ordinato sacerdote dal vescovo Guérard nel 1984 e celebrò la Santa Messa in Commercy e Bar-le-Duc fino al 1999, anno della sua morte. Anche Padre Jean Saffré fu tra i primi a difendere la Santa Messa e la buona dottrina, restituì al culto la chiesa di St-Maurice a Montauban in Bretagna, fu amico del nostro Istituto e morì il 18 marzo 2001. Sempre in Bretagna, padre Joseph Vérité (1919-2010). A Faverney, padre Pierre Verrier (13 ottobre 1922-7 giugno 2011), fondatore della comunità benedettina N.-D. da Betlemme. In Argentina, tutti ricordano il Padre Hervé Le Lay, nato a Concarneau, in Bretagna, il 25 ottobre 1913, ordinato negli Spiritani nel 1946 e morto il 18 aprile 1982 in Argentina, dove è stato parroco di Tala, diocesi di Salta , dal 1957 al 1974, quando fu espulso dai modernisti e iniziò la celebrazione della Messa a Cordoba e a Alta Gracia. In Belgio, ricordiamo padre Valery Stuy ver (1916-1995), parroco di Vlassenbroek fino al 1983 e zio del vescovo Stuy ver che lo ha diretto verso la vocazione sacerdotale. Nella seconda metà degli anni ’70, spaccò il tavolo nella chiesa per celebrare la messa di San Pio V all’altare. Pubblicò studi sul “N.O.M.” che chiamò “De breukmis”, che significa “il N.O.M è in rottura con la Messa”. Dopo le sue dimissioni, ha celebrato ad Anversa, Dendermonde e Zele. Sempre in Belgio ricordiamo padre Paul Schoonbroodt, parroco di Steffeshausen, che rifiutò il nuovo rito e costruì nel suo paese con l’aiuto dei suoi fedeli, una chiesa dove celebrò il rito tridentino “non una cum”. Partigiano del sedevacantismo, su consiglio di padre Barbara, predicò più volte gli Esercizi ai sacerdoti di Verrua. Morì nel 2012 per un incidente d’auto.»
    Calendario 2019: 50 anni di resistenza alla nuova messa - Sodalitium
    fonte – La fedeltà alla Messa, il rifiuto del rito di Paolo VI - Centro Studi Giuseppe Federici
    http://www.centrostudifederici.org/w...20_o-copia.jpg








    Calendario 2019: 50 anni di resistenza alla nuova messa - Sodalitium
    http://www.sodalitium.biz/calendario...a-nuova-messa/
    «Calendario 2019: 50 anni di resistenza alla nuova messa
    Il 30 novembre 1969 fu la data fatale in cui il modernismo osò rinnegare il Santo Sacrificio della Messa. L’omaggio del calendario di Sodalitium va a tutti quei sacerdoti e quei fedeli che si batterono per la Messa Romana: a noi, adesso, di continuare e portare a compimento la loro battaglia, senza stancarci mai.


    Editoriale

    “Cattolici,
    Domenica 30 novembre 1969 è un giorno di lutto per ogni cattolico fedele alle tradizioni che hanno fatto grande e gloriosa la Chiesa, dandole splendore di tesori spirituali e di cultura che restano, ad onta del tempo e degli uomini, monumenti immortali. Quasi ad epilogo di una serie di sconvolgimenti sicuramente dannosi, ora si tocca, si muta e si inquina la stessa cristallina purezza della Santa Messa (…).
    Cattolici, sappiate mantenere integra la vostra Fede e la Dottrina tramandata dai Padri, unica garanzia nell’ora presente così incerta, crepuscolare ed equivoca, frequentando solo sacerdoti dottrinalmente sicuri ed assistendo esclusivamente a Sante Messe celebrate secondo l’antico Messale di San Pio V”.

    Così iniziava e terminava un volantino, che ho sotto gli occhi, diffuso a Roma cinquant’anni fa – in occasione dell’introduzione del nuovo messale ecumenico – da un gruppo di cattolici che – non senza senso dell’umorismo – si firmava col nome di “Gaudium et spes”.
    Pochi giorni prima di quella data fatale, il 1 ottobre, Padre Guérard des Lauriers, domenicano, allora docente alla Pontificia Università Lateranense, scriveva a Dom Gérard, facendo allusione al “Breve Esame critico del Novus Ordo Missæ”: “La ‘nuova messa’ – che non è più la Messa – resta per me – e per altri – uno scandalo violento. Stiamo per agire, portando a termine l’azione già iniziata da sei mesi. Umanamente, la credo inutile, ma lo faccio al contempo per amore e per dovere. Non si può non fare tutto il possibile per impedire un così gran male (…) Il rinnegamento del sacrificio ci deve mettere in stato di sacrificio”.
    Lutero e Calvino erano riusciti a sopprimere il Sacrificio della Messa e a distruggere gli altari, in gran parte della Cristianità. A Gorcum, in Olanda, 19 religiosi cattolici furono impiccati dai calvinisti nel fienile di un monastero diroccato perché rifiutavano di rinnegare la fede cattolica nel primato del Papa, nella Presenza reale di Cristo nell’Eucarestia e nel Sacrificio della Messa; uno di essi era così vecchio e malandato da fare pietà, ma i carnefici dissero che aveva ancora abbastanza testa per dire la Messa, e questo bastò perché subisse il destino degli altri. Ma la Messa che non venne più celebrata in tante contrade di Europa, fu offerta ancora, e con quanto amore, in tante altre, e persino nelle lontane terre del Nuovo Mondo: in ogni luogo sarà offerta al mio nome un’oblazione pura (cf Malachia 1, 11).
    I modernisti sono riusciti a fare quello che non riuscì ai protestanti, loro padri nell’eresia, spegnendo la Fede, il Sacrificio, il Sacerdozio, e la divina Presenza eucaristica quasi ovunque; e a 50 anni dall’imposizione della ‘nuova messa’, rito programmaticamente ecumenico, se ne vedono gli effetti in tante chiese vuote e desolate, messe in vendita o abbattute.
    Dio non ci ha però abbandonati. Chi non ha vissuto quei tempi, forse non si rende conto di quello che fu, ed ancora deve essere, l’amore di tanti cattolici per la Messa proprio nel momento in cui ne venivano privati. La reazione al ‘nuovo messale’ sorse spontanea in tutto il mondo, fenomeno veramente cattolico ovvero universale; il nostro calendario privilegia quanti difesero la Messa Romana in Italia ed in Francia, ma ovunque si levarono sacerdoti e fedeli disposti a ogni sacrificio perché la Messa potesse continuare. Non dimentichiamo quei sacerdoti che furono disposti a rinunciare alla loro parrocchia, quelle famiglie che ogni domenica percorrevano centinaia e centinaia di chilometri per avere la Messa, quelli che ogni domenica dovevano trasformare un locale profano in una chiesa per permettere la celebrazione della Messa, e poi rimettere ogni cosa come prima, a volte senza sapere il sabato se ci sarebbe stato un sacerdote il giorno dopo, quelli che aprivano le loro case ai sacerdoti e ai fedeli per la celebrazione del Sacrificio. Ancor oggi, spesso, è ancora così, per chi non vuole, perché non può, nominare al canone della Messa il nome di colui che occupa la Sede di Pietro senza esserne il vero Successore. Ma dopo 50 anni possiamo dire che no, il demonio non è riuscito neppure questa volta a far cessare del tutto quello che più teme: la celebrazione del Sacrificio della Messa, rinnovamento incruento di quello del Calvario.
    Oggi come allora, e giorno dopo giorno, dobbiamo essere in ‘stato di sacrificio’, uniti al Sacrificio di Cristo: perché sia offerto a Dio quell’atto supremo di adorazione che gli è dovuto, e perché i troppi peccati degli uomini siano espiati, e Dio ci sia nuovamente propizio, ed esaudisca le nostre preghiere. L’omaggio del calendario di Sodalitium va a tutti quei sacerdoti e quei fedeli, quelli che abbiamo ricordato e quelli che abbiamo dimenticato, che 50 anni fa si batterono per la Messa Romana: a noi, adesso, di continuare e portare a compimento la loro battaglia, senza stancarci mai.»


    http://www.sodalitium.biz/wp-content...MBC2018cop.jpg








    https://forum.termometropolitico.it/...ml#post9310279
    http://www.cristinacampo.it/public/v...no%201974).pdf
    «Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 116/07 del 16 dicembre 2006, Sant’Eusebio
    Per la Messa Romana contro il rito di Paolo VI
    Pubblichiamo un articolo apparso nel 1974 sulla rivista Vigilia Romana contro il rito di Paolo VI. L’articolo, firmato con lo pseudonimo di Michäel, è attribuito a Cristina Campo.
    Sulla controversa figura della scrittrice rimandiamo al libro di don Francesco Ricossa: Cristina Campo o l’ambiguità della Tradizione (Centro Librario Sodalitium, Verrua 2005, Sodalitium - Sito ufficiale dell'Istituto Mater Boni Consilii)

    Il vaso di Pandora, di Michäel
    “Primavera pentecostale” e riforma liturgica
    In una certa nazione, già di intensa vita cattolica, in questi ultimi cinque anni i cattolici praticanti, clero e religiosi compresi, si sono ridotti del 70%. I vescovi si radunarono per cercare le cause di detta epidemia, e non riuscirono a trovarle; ma suggerirono ai parroci ed ai superiori religiosi di farsi, ciascuno per conto proprio, un programma di emergenza; e poi sciolsero l’adunanza: il loro dovere, loro lo avevano fatto; anzi ci fu tra loro qualcuno che non vide nulla di male in tutto ciò, ma solo l’esito di un soffio pentecostale postconciliare dello Spirito Santo, che purifica la sua aia, spirando ora in un senso ed ora in un altro.
    Quanto avviene in quella nazione, sta avvenendo in tutte le nazioni cattoliche, ove con minore, ove con maggiore virulenza: nessuna ne è immune. Quello che avviene nelle diocesi, sta avvenendo anche negli istituti religiosi, fatta eccezione solo per quelli che non si aggiornarono; che soddisfatti delle loro antiche regole, e persuasi che per conservare lo spirito delle origini, bisognava non buttar via le pratiche delle origini, non cedettero alle pressioni di conversione radicale, esercitate su di loro anche dalle più autorevoli autorità della Chiesa postconciliare. Tutti gli altri istituti religiosi sono come torrenti che, più o meno tumultuosamente, più o meno clamorosamente, precipitano verso il mare, lasciandosi a monte l’alveo secco.
    Tuttavia anche sugli istituti religiosi, restati immuni da quella mania suicida, chiamata aggiornamento, è calato il fendente della riforma liturgica; così che se detta riforma non verrà a sua volta, e quanto prima, riformata, anche detti istituti religiosi morranno dissanguati irremissibilmente.
    Detta riforma liturgica è infatti la causa agente principale dell’ “autodemolizione della Chiesa”, cioè, per dirla con frasi sinonimiche postconciliari, di questa “primavera pentecostale”, o “irruzione di satana nella Chiesa di Dio”; riforma liturgica imposta in nome del Concilio; mentre di fatto i Padri conciliari non furono chiamati a esaminarla, e i Padri sinodali bocciarono, bocciando la neo-mini-Messa, presentata loro sotto forma di Missa normativa. Ma la causa agente non viene messa all’opera se non in vista di un fine. A che fine fu costruita pezzo per pezzo la macchina della riforma liturgica, e fu poi messa in movimento?
    Fine non confessato della riforma liturgica
    “Altre pecorelle, a Me affidate, non sono ancora nel Mio ovile. Anche queste vanno ricondotte a Me, affinché ascoltino la Mia voce. Allora ci sarà un solo ovile sotto un solo Pastore.” Bisognava quindi fare un solo ovile, sotto un solo pastore, di tutti gli uomini, innanzi tutto dei cristiani, e in un primo tempo dei cattolici con i protestanti, e in un secondo tempo dei protestanti con gli ortodossi.
    Veramente il Signore aveva indicato la via arcta, e la porta angusta, unica vera per arrivare a detta unità di tutto il gregge: quella della conversione di tutti i non-cattolici alla Chiesa cattolica, apostolica e romana mediante il ripudio di ogni errore, e l’accettazione di tutti i dogmi teologici e morali di detta unica vera Chiesa del Signore. Visto e considerato però che erano pochini quelli che si mettevano per la via indicata dal Signore, si vollero accelerare i tempi, per realizzare trionfalisticamente un’unione di tutti i cristiani nel giro magari di un solo pontificato, bruciando le tappe lungo la via spatiosa e verso la porta lata dell’Ecumenismo; proprio come se il Signore, invece di dire: “Ite et docete...”, avesse detto: “Andate pure, ma non insegnate nulla. Rispettate tutte le fedi, ché in tutte c’è del buono; e riunite tutti nell’attività sociale e nella liturgia ecumenica.”
    Invece di esigere la conversione degli erranti con la predicazione della dottrina cattolica, unica vera, completa, perfetta, e l’abiura dei loro errori, si cominciò a blandirli, a elogiarli, e a dirli in possesso di verità mancanti alla Chiesa cattolica; si affidò ai loro esperti il compito di epurare la liturgia cattolica; di quanto offendeva le loro eresie, al fine di renderla loro accettabile, cioè ecumenica. Fatta così l’union pratica, mistica, nella liturgia comune, confortata dall’unione, il più stretta possibile, anche nelle attività ordinate al progresso, terra-terra, dei popoli, tutti si sarebbero dimenticati delle proprie differenti fedi, del tutto superflue e solo fonte di divisioni, ed ecco fatto in pieno l’unico ovile sotto un unico Pastore, di genti ormai senza più Credo alcuno, e senza nostalgia di non averne.
    Ecco perché si insinuarono nei documenti ecclesiologici e liturgici del concilio Vaticano II quegli incisi, dall’apparenza studiatamente anodina, grazie ai quali si sarebbe messa in cantiere la nave ecumenica, da sostituire alla troppo lenta e incomoda barchetta di San Pietro; e poi vararla, per mezzo della liturgia ecumenica, sostituita a quella costruita lungo i secoli, grazie all’assistenza dello Spirito Santo, da tutti i Pontefici precedenti l’attuale.
    L’illusione ecumenica, miraggio romantico, alimentato da una dogmatica gnostico-modernistica, fu tanto abbacinante da impedire di vedere che la liturgia ecumenizzata di quanto si sarebbe avvicinata alle posizioni dei Protestanti, di altrettanto si sarebbe allontanata dalle posizioni degli ortodossi. Che forse gli ortodossi non considerano protestanti i cattolici postconciliari e ed ecumenizzati dalla riforma liturgica?
    Fine ad usum Delphini della riforma liturgica
    Varando la riforma liturgica si ammise che la medesima avrebbe fatto piazza pulita di tanti tesori tradizionali, di valore inestimabile, e via dicendo; ma non si aggiunse: “difesi con la più estrema decisione da tutti i Pontefici fino a Giovanni XXIII compreso”; si disse invece che di fronte al fine cui mirava la riforma liturgica, a conti fatti, era d’uopo sacrificarle detti tesori. Qual’era detto fine? Venne dichiarato e proclamato: affinché il popolo capisse! Finalmente grazie alla riforma liturgica il popolo avrebbe capito la liturgia; poiché fino allora la liturgia era rimasta incomprensibile, dietro a un diaframma impenetrabile, e la Santa Chiesa di Dio fino allora era rimasta una maestra incapace di farsi capire, e incapace di capire che non riusciva a farsi capire. Sembrò addirittura che detta liturgia, prereformation, per dirla all’anglicana, celebrata al di là di quel diaframma, fosse stata fino allora per lo meno inutile, se non proprio dannosa. Finalmente, con la riforma, si cominciava a capire, recedevano le tenebre, e sorgeva la luce: non era illuminismo romantico, ma storia ecclesiastica! Posto il dialogo postconciliare con il Popolo di Dio; posto il principio che l’autorità è servizio, e si deve porre in ascolto del Popolo di Dio, per imparare dal medesimo quanto lo Spirito ispira ai fedeli, per intuirne i desideri, per assecondarli; ebbene, posto tutto ciò, si fece la riforma senza interpellare il Popolo di Dio, contro ogni sua aspettativa, e gli si volle far intendere che era stata fatta affinché capisse: mentre era stata fatta ad uso e consumo dei protestanti, con il concorso dei medesimi, sottoposta al nihil obstat degli stessi.
    L’aria per l’anima del cattolico è la sua liturgia. Toglietegli quest’aria, e morirà asfissiato. Ci si poteva attendere una rifioritura del Cattolicesimo, annaffiando le diocesi, le parrocchie, le missioni, gli istituti religiosi anche contemplativi, con i rivoli di una liturgia riformata in senso protestantico?
    Prese “il” calice o prese “questo” calice?
    Nel Canon Missae la formula della consacrazione del vino è preceduta dalla frase “accipiens et hunc (questo) praeclarum calicem”; nella formula corrispondente della neo-mini-Messa si dice semplicemente: “prese il calice”. Perché si è eliminato quell’hunc?
    Quell’hunc identifica il calice, che viene consacrato dal sacerdote, con quello che fu consacrato da Gesù; identifica la Messa con il sacrificio della passione e morte del Signore; ma tutto ciò è negato dai protestanti; quindi quell’hunc andava radiato, e venne radiato. Questa si chiama logica conciliare. Per raccontare quanto compì olim il Signore, per raccontarlo semplicemente, escludendo che si ripeta hic et nunc, nella Messa, basta dire “prese il calice, prese quel calice, prese un calice”; purché non si dica “prese questo calice!”
    Grazie a tanto “lieve” ritocco, la Messa cattolica ha cessato di presentarsi esplicitamente per quel che è, e per quel che deve esplicitamente apparire, Sacrificio numericamente identico a quello della Croce, hic et nunc rinnovantesi sacramentalmente, per ridursi a una commemorazione di un fatto del passato remoto, proprio secondo quello che per i protestanti è dogma, e per cattolici è eresia formalmente anatemizzata.
    Non fu forse codificato nell’introduzione al Neomessale Romano, all’articolo VII, il carattere commemorativo della Messa, e taciuto il suo carattere sacrificale? Poi detto articolo venne rabberciato alla meglio; ma l’edificio costruito in base al progetto primitivo, ed esplicitamente anatemizzato, perché eretico, è rimasto; come è rimasta la primitiva formulazione nella stampa liturgica diffusa tra il Popolo di Dio. Nel Nuovo Messale dei Fedeli francesi, anno 1973, pagine 382-383, si dice fra l’altro che alla Messa “il s’agit simplement, de faire memoire de l’unique sacrifice déjà accompli”. Nel mettere così bellamente sotto i piedi i più solenni atti conciliari e pontifici, si volle impartire ai cattolici una lezione sul rispetto dovuto agli atti dei Concili, ultimo compreso, e dei Pontefici, compreso l’attuale?
    Certo non si volle impartire ai medesimi una lezione di diplomazia machiavellica illuminata dalla psicologia della folla, applicata alla liturgia. Si pensò piuttosto che nessuno se ne sarebbe accorto? Bastava procedere sensim sine sensu, e in mancanza di ragioni logiche e confessabili, fare il dovuto ricorso alla Pressione psicologica, ed anche fisica, mettendo innanzi tutto i sacerdoti, presumibilmente renitenti nell’impossibilità di fare diversamente da quanto imponeva la riforma.
    Si provino, per esempio, a seguire il neo-calendario liturgico cercando di attenersi al Messale Romano cattolico di prima della riforma! Si provino a celebrare Messa, non protestantizzata per qualche fedele, disposto a fare quattro ore di automobile, pur di potervi assistere almeno ogni tanto! Si trovino un altare che non imponga di volgere le terga a quel Dio, al quale si deve offrire il Santo Sacrificio della Messa! Eppure si parla di pluralismo anche nel campo liturgico, pluralismo in forza del quale si fanno danzare gli aborigeni dell’Australia, liturgicamente nudi, davanti al delegato pontificio, e si fanno partecipare pare alla Messa, detta nella loro bella lingua, secondo i riti che servirono loro fino a poco prima per onorare il demonio: pluralismo in forza del quale non si permette però a un sacerdote cattolico di celebrare la Messa della sua ordinazione sacerdotale, quella di sempre, quella di tutti i Santi finora canonizzati né al cattolico di assistervi, se non nelle Catacombe. Evviva gli iconoclasti, che per lo meno, distruggendo le immagini sacre, non dicevano: “Le stiamo restaurando!” e tagliando la testa agli iconoduli, non dicevano: “Pensate come volete, siamo in tempi di pluralismo.”
    Quanti sacerdoti, sia pure deprecanti, per non dire imprecanti, hanno chinato la fronte. Si, hanno chinato la fronte: ma poi nel giro di qualche tempo, si sono sentiti inaridire il cuore; perché la neo-Messa olet Luterum in modo tanto stomachevole, da estinguere ogni forma di adorazione eucaristica, di pietà, di fede nella Santissima Eucarestia. Perché tanti preti se ne vanno? Perché non si sentono più sacerdoti del Sacrificio: pastori, archisinagoghi, presidenti, ma non più sacerdoti! Perché i giovani non chiedono di diventare sacerdoti? Perché per fare i presidenti di un rito ecumenico basta essere pastori o pastoresse, o anche semplici fedeli; e poi non ci tengono: non dice loro niente, nonostante si compia con chitarre, e danze e nacchere e suon di man con elle.
    L’epurazione del Messale
    Perché si è abolito l’Offertorio? Perché aveva un carattere esplicitamente inequivocabile di preconsacrazione sacrificale. Perché dopo la Consacrazione si dichiara che si aspetta la venuta del Signore? Perché se lo si sta aspettando, vuol dire che non è venuto, nonostante la consacrazione; proprio come pensano i protestanti Perché alla doppia recitazione del Confiteor, prima del sacerdote, poi dei fedeli, si è sostituita un’unica recitazione collettiva del neo-mini-Confiteor? Perché fa naufragare il sacerdote nell’assemblea dei fedeli, riducendolo a uno di loro, alla pari con gli altri: tutti sacerdoti allo stesso modo. Non negano forse i protestanti il sacerdozio ministeriale? Poiché Lutero rinnegò il proprio sacerdozio, e fondò una religione prettamente laicale.
    Perché il sempre, semper, che soleva accompagnare la qualifica di vergine, data alla Madonna, si è quasi del tutto volatilizzato? Perché certi protestanti insegnano che Gesù ebbe dei fratelli naturali, e certi altri protestanti insegnano che Gesù fu figlio naturale di Giuseppe: e gli uni e gli altri negano quel semper senza del quale l’appellativo di vergine si può applicare a qualunque donna, e non dice più nulla. Anche per questo gli ortodossi dicono Protestanti i cattolici postconciliari.
    E perché si è fatta sparire la festa della Cattedra di San Pietro a Roma? Perché dispiaceva ai protestanti. Perché fu sconquassato il culto dei Santi, ridotte le feste loro, spostate di data, ridimensionati gli Oremus, ridotte o mistificate le feste della Madonna? Per i protestanti, e per quanti non credono più a tante quisquilie preconciliari, quali: miracoli, digiuni, lunghe preghiere, disprezzo dei beni di quaggiù, vita eterna, famiglie religiose e famiglie di sacre vergini, unità nella vera fede, lotta contro le eresie, erranti da richiamare alla vera fede, chiavi del Regno dei Cieli affidate a san Pietro, meriti di Santi, intercessione dei Santi, anime da salvare, giogo del peccato, difesa delle sacre immagini, richiamo della morte, e via dicendo. Si confrontino le Messe del Missale Romanum con quello del neo-Messale Romano, e se non furono abolite, perché inepurabili si vedrà come sono state epurate inesorabilmente in senso protestantico e modernistico-teilhardiano, il che è ancor peggio.
    Si veda nel neo-Messale le Messe di Cristo Re e quella dell’Evangelizzazione dei Popoli. Questa ricalca l’antica Missa pro fidei propagatione, ma con la colletta epurata della frase et omnes cognoscant te solum Deum verum, et quem misisti, Jesum Christum Dominum Nostrum. Ora ai popoli si deve evangelizzare il progresso! E’ giusto che la nuova lex orandi si adegui alla nuova lex credendi. L’altra, la Messa di Cristo Re, elimina dalla colletta la frase ut cunctae familiae gentium, “peccati vulnere disgregatae”, eius suavissimo subdantur imperio; sostituendola con la frase ut tota creatura, a servitute liberata, tuae maiestati deserviat, ac te sine fine collaudet: prima c’era un peccato da redimere, ora c’è da donare la liberté ai proletari.
    Devastazione nel culto mariano
    Che dire poi della devastazione operata nella liturgia della Madonna? Chi affermò che “la soppressione o diminuzione delle feste di devozione della Madonna farà sì che il popolo cristiano stimi di più e celebri con maggiore onore le feste del Signore nelle quali Gesù è intimamente unito alla Madre sua”? Ah, si? Anche detta soppressione o diminuzione sarebbe stata fatta per incrementare la devozione dei fedeli, affinché il popolo cristiano, venerando di meno la Madonna, onorasse di più Nostro Signore Gesù Cristo? Falso! Fu fatto per i protestanti!
    Ben a ragione si è detto che la devastazione operata nel culto mariano “ha disorientato e continua a disorientare la pietà e mette in questione l’efficacia pastorale della stessa riforma”. Ma bisognava favorire l’unione ecumenica, con i protestanti: questo è il motivo di fondo, spiegazione di tante cose, che diversamente resterebbero inspiegabili.
    Si riscopre satana
    Non fu varato di recente un nuovo rituale del Battesimo, epurato di tanti esorcismi? Non fu abolito di recente l’ordine dell’Esorcista? Le supreme autorità competenti non approvano tutto ciò? Come mai tutto a un tratto reintroducono in scena il demonio, e riaffiora in loro la preoccupazione nei riguardi del demonio, e dichiarano che quanto sta avvenendo nella Chiesa non si spiega se non come opera del demonio? Non si è ancora asciugato l’inchiostro della firma al decreto che abolisce esorcismi ed esorcisti, poiché si ritiene il demonio un fantasma apparso alla mente di Leone XIII, “ingravescentis aetate” ed ecco che d’un tratto si grida l’allarme contro il demonio! Come spiegare questo cambiamento a vista? La ragione c’è, ed è ancora quella: tolto il demonismo, cosa resterebbe di Lutero? Chi ci dimostrerà che non insorse qualche luterano a protestare contro la messa in ombra del demonio, e che per carità ecumenica sia stato in tutta fretta riabilitato?
    Contraddizioni, menzogne e vergogna
    Si presentò la riforma liturgica come una rivoluzione imposta dal Concilio, e inconciliabile con i principi liturgici preconciliari. Poi gli stessi apologeti e fabbricatori della riforma, la presentarono più moderatamente come opera di restauro, cominciata timidamente, su di un qualche particolare, senza sapere bene che cosa si sarebbe trovato sotto le prime incrostazioni; e poi via via, togliendo un’incrostazione dopo l’altra, ha avuto il risultato che tutti sanno. Tutto ciò è menzogna e contraddizione!
    La neo-mini-Messa, non più specificamente cattolica, ma ecumenica, più esattamente semiecumenica, poiché tollerabile per i protestanti, ma scandalosa per gli ortodossi, venne concepita in partenza, e si fissarono i tempi di marcia per farla avanzare totalmente in tutto l’orbe cattolico, sia pure senza avere esaminato in partenza tutte le implicanze di detta operazione, trasportati da un ça ira romanticamente ottimistico; predisponendo tuttavia tutti i mezzi possibili di pressione psicologica e di lavatura del cervello, ben noti agli esperti in umanità, e così raffinati dall’esperienza marxista.
    Si, la neo-Messa ecumenico-luterana, era già virtualmente contenuta in quel primo spostamento di virgola nel Praefatio, nella sostituzione di quella e alla prima i della parola Genitrix, bisognava persuadere che la Messa, ritenuta intangibile, era invece tangibile, per arrivare a sostituirla. Non ci fu chi si rallegrò dell’introduzione del nome di San Giuseppe nel Canone, non intangibile? Perché esisteva già il piano, prima di ritoccarlo, e poi di sostituirlo.
    Si ebbe però vergogna di dire che la riforma della Messa, con annessi e connessi, aveva come scopo di toglierle quel carattere specificamente cattolico, che la rendeva tanto detestabile agli occhi di Lutero; e si disse che la si voleva semplicemente rendere comprensibile al popolo d’oggi giorno, rendendola quale era compresa dal popolo di tanti secoli fa; e tutto ciò fu chiamato ritorno alle origini e aggiornamento: proprio la stessa cosa! Non la si capiva? Bastava spiegarla, bastava tradurla! No, non poteva bastare tradurla, perché la si voleva tradire.
    Si dice che il meglio del Concilio Vaticano II sia la sua dottrina sulla Chiesa e la riforma liturgica. Effettivamente e l’una e l’altra sono strettamente connesse: quella indica la meta, l’Ecumenismo; questa ne determina il mezzo principale, la neoliturgia, non più specificamente cattolica. (…) Bisogna opporsi ad esse, come fecero quei venti e quel torrente straripante di cui parla Nostro Signore Gesù Cristo nella conclusione del discorso della Montagna.
    (Da Vigilia Romana, Anno VI, n. 6, giugno 1974)»





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    Lightbulb Re: Intervista a don Ricossa

    Lezioni, conferenze ed omelie degli ultimi anni di don Francesco Ricossa:



    https://www.agerecontra.it/tag/don-francesco-ricossa/



    Lezioni delle giornate per la regalità sociale di Cristo - Centro Studi Giuseppe Federici
    http://www.centrostudifederici.org/l...ociale-cristo/
    «Lezioni delle giornate per la regalità sociale di Cristo 7 settembre 2018 Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

    Lezioni delle giornate per la regalità sociale di Cristo
    A questo link è possibile ascoltare le lezioni tenute nei seminari di studi delle giornate per la regalità sociale di Cristo svolte a Modena a partire dal 2006:
    https://www.youtube.com/playlist?lis...UnZhb37buxjfq6

    Modena, 14/10/2006, I giornata per la regalità sociale di Cristo:
    “La dottrina di Cristo Re: dalla Cristianità medioevale allo Stato moderno”.

    Modena, 6/10/ 2007, II giornata per la regalità sociale di Cristo:
    “Il movimento cattolico: dal Papa Re alla Balena bianca”.

    Modena, 11/10/2008, III giornata per la regalità sociale di Cristo:

    “L’ecumenismo: nella Chiesa, contro la Chiesa. A 80 anni dall’enciclica Mortalium Animos di Pio XI (1928)”.

    Modena, 10/10/2009, IV giornata per la regalità sociale di Cristo:
    “Lutero non vincerà. 1969-2009: la battaglia per la Messa romana 40 anni dopo l’introduzione del Novus Ordo”.

    Modena, 9/10/2010, V giornata per la regalità sociale di Cristo:
    «Quando la Chiesa condannò’ la “Democrazia Cristiana”. 100 anni dopo la Lettera “Notre Charge Apostolique” di S. Pio X».

    Modena, 8/10/2011, VI giornata per la regalità sociale di Cristo:
    “Risorgimento: Massoneria e Protestantesimo all’assalto dell’Italia cattolica”.

    Modena, 8/10/2012, VII giornata per la regalità sociale di Cristo:
    “Noi vogliam Dio! 1962 – 2012: il Concilio contro la fede, i cattolici contro il Concilio”.

    Modena, 5/10/2013, IX giornata per la regalità sociale di Cristo:
    “Il Regno di Cristo, l’Impero della Chiesa. 313 – 2013: considerazioni sull’anniversario costantiniano”.

    Modena, 11/10/2014, IX giornata per la regalità sociale di Cristo:
    “Il divorzio, un’arma di distruzione di massa. 40 anni dopo il referendum sul divorzio”.

    Modena, 17/10/2015, X giornata per la regalità sociale di Cristo:
    “Santa Inquisizione ed eretica pravità. A 50° anni dalla dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa”.

    Modena, 15/10/2016, XI giornata per la regalità sociale di Cristo:
    “Le guerre di religione. L’eresia contro la pace di Cristo e il regno di Cristo”.

    Modena, 14/10/2017, XII giornata per la regalità sociale di Cristo:
    “Della setta massonica 1717-2017: i tre secoli della massoneria moderna”.

    La prossima giornata è in programma sabato 20 ottobre 2018, dal tema: “Non serviam: il ’68 contro il principio dell’autorità”
    http://www.centrostudifederici.org/n...-dellautorita/ »




    Modena 2018: le lezioni di don Ricossa - Sodalitium
    http://www.sodalitium.biz/modena-201...i-don-ricossa/
    «Modena 2018: le lezioni di don Ricossa
    Sono in rete i video delle tre lezioni tenute da don Francesco Ricossa al seminario di studi: “Non serviam: il ’68 contro il principio d’autorità”, nel corso della XIII giornata per la regalità sociale di Cristo svoltasi a Modena il 20 ottobre 2018.»


    Video e Foto del XVII Convegno di Studi Albertariani - Sodalitium
    http://www.sodalitium.biz/video-foto...-albertariani/
    «Video e Foto del XVII Convegno di Studi Albertariani
    Tutti Santi… Da “san” Giovanni XXIII a “san” Paolo VI, ovvero la canonizzazione del Concilio Vaticano II. Milano, il Sabato 17 novembre 2018»
    http://www.sodalitium.biz/wp-content...1-1024x768.jpg







    “Sodalitium - IMBC.”
    https://www.youtube.com/user/sodalitium

    “Omelie dell'I.M.B.C. a Ferrara.”
    https://www.facebook.com/OmelieIMBCFerrara/





    Interviste varie degli ultimi anni a don Francesco Ricossa:


    Intervista di Don Francesco Ricossa, IMBC, Rilasciata al settimanale francese Rivarol il 18 novembre 2016
    «Intervista di Don Francesco Ricossa, IMBC Rilasciata al settimanale francese Rivarol 18 novembre 2016 pubblicata sul n° 3259 del 24 novembre 2016»

    "Se Lutero tornasse sulla terra, troverebbe che Bergoglio va troppo in là col progressismo!" - Sodalitium
    http://www.sodalitium.biz/lutero-tor...-progressismo/


    Intervista di don Francesco Ricossa a "Rivarol" - Sodalitium
    http://www.sodalitium.biz/intervista...cossa-rivarol/
    «Intervista di Don Francesco Ricossa, rilasciata al settimanale francese Rivarol, pubblicata sul n° 3305 del 15 novembre 2017, condotta da Jérôme Bourbon.»

    Intervista di Don Francesco Ricossa, IMBC, Rilasciata al settimanale francese Rivarol il 15 novembre 2017



    intervista a Don Ricossa
    https://gloria.tv/video/pLGPSUUtAVqJ1UAmjdcQ1U8
    «intervista a Don Ricossa - don Floriano Abrahamowicz
    In occasione della giornata per la Regalità di Cristo don Floriano Abrahamowicz ha intervistato il superiore dell'istituto Mater Boni Consilii don Francesco Ricossa. Gli sono state poste le stesse domande alle quali hanno risposto Mgr Geert Stu er, Mgr Sanborn, Mgr Dolan, Mgr Pivarunas e Mc Kenna. Saranno pubblicate fra breve anche le ingerviste con Mgr Morello ed altri sacerdoti cattolici.»



    Intervista a don Francesco Ricossa sul libro "La vergogna della tradizione" - Sodalitium
    «“La vergogna della tradizione”: intervista a don Ricossa. Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
    Intervista di Elia Menta a don Francesco Ricossa sul libro: "La vergogna della tradizione”:
    https://youtu.be/d6TBgT3XC6c
    Per richiedere il libro: https://www.sodalitiumshop.it/epages...FProducts%2F06
    Un'interessante recensione al libro:Un'importante recensione - Sodalitium
    "La vergogna della tradizione?: intervista a don Ricossa - Centro Studi Giuseppe Federici »



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