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    Predefinito 31 marzo 2013: Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo

    1 marzo 2013: VENERDÌ DELLA SECONDA SETTIMANA DI QUARESIMA



    Oggi la Stazione è alla chiesa di S. Vitale Martire, consacra*ta da Innocenzo I (401-417).



    lezione (Gen 37, 6-22). - In quei giorni: Giuseppe disse ai suoi fratelli: Udite il sogno che ho fatto. Mi pareva che noi legassimo i covoni nel campo, e che il mio covóne, quasi alzandosi, stesse ritto, e che i vostri covoni, stando all'intorno, adorassero il mio covone. Allora i fratelli gli dissero: Che forse tu sarai nostro re e noi dovremo stare a te soggetti? Cosi questi sogni e questi discorsi accrebbero l'invidia e l'odio. Egli ebbe ancora un altro sogno, e, raccontandolo ai fratelli, disse: Mi sembrava, in sogno, che il sole, la luna e undici stelle mi adorassero. Avendolo raccontato al padre e ai fratelli, suo padre lo sgridò dicendo: Che vuoi dire questo sogno che hai avuto? forse che io, tua madre, e i tuoi fratelli, prostrati per terra, ti dovremo adorare? Mentre per questo i fratelli gli portavano invidia, il padre considerava dentro di sé la cosa. Or mentre i suoi fratelli stavano a pascere i greggi del padre in Sichem, Israele disse a Giuseppe: I tuoi fratelli pascolano le pecore in Sichem; vieni, che ti manderò da loro. Ed avendo egli risposto: Eccomi, Giacobbe gli disse: Va' a vedere se tutto va bene relativamente ai tuoi fratelli e al bestiame, e portami le notizie di quanto si fa. Mandato dalla valle di Ebron, arrivò a Sichem. Mentre andava errando pei campi, incontrò un uomo il quale gli domandò che cercasse. Egli rispose: Cerco i miei fratelli: insegnami dove siano a pascere i greggi. E l'uomo gli rispose: Sono partiti di qui, e li ho sentiti dire: Andiamo a Dotain. Allora Giuseppe andò a cercare i suoi fratelli e li trovò a Dotain. Essi lo scorsero da lontano, e, avanti che s'avvicinasse, designarono ucciderlo, e dicevansi l'uno all'altro: Ecco, viene il sognatore! Su via, ammazziamolo e gettiamolo in una vecchia cisterna, e poi diremo: Una fiera crudele lo ha divorato, e allora si vedrà a che gli giovino i suoi sogni. Ma Ruben, udito questo, si sforzava di liberarlo dalle loro mani, e diceva: Non lo ammazzate, non versate il suo sangue; ma gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, non vogliate macchiare le vostre mani. E diceva questo, perché voleva liberarlo dalle loro mani e restituirlo a suo padre.



    Giuseppe, figura del Messia.

    La santa Chiesa porta oggi la nostra attenzione sulla prevaricazione dei Giudei, e per conseguenza sulla vocazione dei Gentili. In questa istruzione destinata ai Catecumeni attingiamo la nostra edificazione. Anzitutto cogliamo in una figura dell'Antico Testamento, la nozione del fatto che vedremo compiersi nel Vangelo. Giuseppe è l'oggetto delle compiacenze del padre Giacobbe, il quale vede in lui il figlio di Rachele, sua diletta sposa, e l'ama per la sua innocenza. Sogni profetici ne avevano annunciato la futura grandezza; ma egli ha dei fratelli, e questi fratelli, mossi da nera invidia, hanno deciso di farlo morire. Tale disegno non è mandato ad effetto in tutta la sua estensione, ma in parte viene adempiuto, perché Giuseppe non rivedrà più la terra che lo vide nascere. È venduto a mercanti stranieri, ed un'oscura prigione diviene quindi la sua dimora; ma ne esce per venire a dettar leggi, e non nella terra di Canaan che l'ha cacciato, ma in seno all'Egitto pagano. Per lui, questa regione della Gentilità che versava nella più spaventosa carestia, ritrova l'abbondanza e la pace ; e per non morire nel paese dal quale lo allontanarono, gli stessi fratelli di Giuseppe sono costretti a scendere in Egitto per venire ad implorare la clemenza di colui che fu la loro vittima. Chi non riconosce in questa storia meravigliosa il tipo del nostro Redentore, vittima della gelosia della propria nazione, nonostante i segni profetici che si realizzarono in lui fino all'ultimo momento ? Decisa la sua morte come quella di Giuseppe, come lui venduto, passa attraverso le ombre di morte, per riapparire poi pieno di gloria e di potenza. Ma non prodiga più ad Israele le manifestazioni della sua predilezione: si rivolge ai Gentili, e d'ora in poi starà con loro. È là che i superstiti Israeliti lo verranno a cercare, quando, bramosi finalmente di saziare la fame che li strugge, si decideranno a riconoscere per il vero Messia quel Gesù Nazareno, loro re, che hanno crocifisso.



    vangelo (Mt 21,33-46). - In quel tempo: Gesù disse alle turbe dei Giudei e ai principi dei sacerdoti questa parabola : C'era un padrone, il quale piantò una vigna, la cinse di siepe, vi scavò un frantoio, vi edificò una torre, la die a lavorare ai coloni e se ne andò via lontano. Or quando s'avvicinò il tempo dei frutti, mandò i suoi servi dai coloni per ricevere i frutti di essa. Ma i coloni, presi quei servitori, chi bastonarono, chi ammazzarono, e chi lapidarono. Mandò ancora altri servi in maggior numero dei primi, e coloro li trattarono allo stesso modo. Finalmente mandò loro il suo figliuolo, dicendo: Avran riguardo a mio figlio. Ma i coloni, visto il figliolo, dissero tra di loro: Questo è l'erede, venite, ammazziamolo ed avremo la sua eredità. E presolo lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero. Or quando verrà il padrone della vigna, che farà a quei coloni? Rispondono : Farà malamente perire gli scellerati ed allogherà la vigna ad altri coloni che gliene rendano il frutto a suo tempo. Dice loro Gesù: Non avete mai letto nelle Scritture: la pietra che gli edificatori hanno riprovata, essa è divenuta pietra angolare? Ciò è stato fatto dal Signore ed è meraviglioso agli occhi nostri. Per questo vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a gente che ne produca i frutti. E chiunque cadrà sopra questa pietra, si sfracellerà; e quello sul quale essa cadrà, sarà stritolato. E i principi dei sacerdoti e i Farisei, udite le sue parabole, compresero che parlava di loro; e cercarono di catturarlo; ma ebbero paura delle turbe che lo ritenevano quale profeta.



    Riprovazione della Sinagoga.

    Ora qui non ci troviamo più davanti alle figure dell'antica alleanza, che ci mostravano il nostro Redentore da lontano e con caratteristiche prese da altri personaggi: qui ci troviamo di fronte alla stessa realtà. Ancora poco tempo, e la vittima tre volte santa soccomberà sotto i colpi dei suoi invidiosi. Com'è terribile e solenne la parola di Gesù in queste ultime ore! I suoi nemici ne sentono tutto il peso; ma, accecati dalla superbia, vogliono lottare fino alla fine contro colui ch'è la Sapienza del Padre, e si ostinano a non riconoscere in lui quella formidabile Pietra che sfracella chi la urta e stritola quello su cui cade. La Vigna è la Verità rivelata, la regola della fede e dei costumi, l'attesa del Messia Redentore, tutto l'insieme dei mezzi di salute; è la famiglia dei figli di Dio, la sua eredità, la sua Chiesa. Dio aveva eletto la Sinagoga ad essere depositarla d'un tale tesoro; ma voleva che la sua vigna fosse custodita fedelmente, che fruttificasse in mano ai coloni e la riconoscessero sempre sua per il loro proprio bene, l'oggetto delle sue compiacenze. Ma nel suo cuore sterile ed avaro, la Sinagoga volle appropriarsi della Vigna del Signore. Invano egli mandò a diverse riprese i suoi Profeti per rivendicarne i diritti: i coloni infedeli li mandarono a morte. Infine venne in persona l'erede, il Figlio di Dio: accoglieranno almeno lui con onore e e rispetto? renderanno omaggio al suo carattere divino? Tutt'altro! essi hanno macchinato d'ucciderlo e, dopo averlo cacciato via come uno straniero sacrilego, lo manderanno a morte.



    Il nuovo popolo eletto.

    Accorrete dunque, o Gentili ! venite ad eseguire il castigo del Padre; non lasciate pietra su pietra di questa rea città che gridò: "Cada il suo sangue sopra di noi e sopra i nostri figli"! E non sarete solo i ministri della giustizia celeste: voi diventerete l'oggetto della predilezione del Signore. La riprovazione di questo popolo ingrato apre a voi le porte della salvezza. Siate d'ora in poi i custodi della vigna fino alla fine dei secoli e cibatevi dei suoi frutti, che sono vostri. Dall'Oriente all'Occidente, dall'Aquilone a Mezzogiorno, venite alla grande Pasqua che si sta preparando: c'è posto per tutti voi. Scendi nella piscina della salute, popolo nuovo, formato da tutti i popoli che stanno sotto il cielo, e sii la gioia della Chiesa tua Madre, che non cessa di partorire altri figli, fino a quando, raggiunto il numero degli eletti, non verrà di lassù il suo Sposo a condannare come giudice "coloro che non hanno conosciuto il tempo in cui sono stati visitati" (Lc 19,44).



    PREGHIAMO
    O Signore, concedi al tuo popolo la salute dell'anima e del corpo, affinché, intento alle opere buone, meriti d'essere sempre difeso dalla tua potente protezione.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 550-553

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    Predefinito re: 31 marzo 2013: Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo

    2 marzo 2013: SABATO DELLA SECONDA SETTIMANA DI QUARESIMA



    La Stazione è alla chiesa dei Santi Pietro e Marcellino, Martiri illustri di Roma sotto la persecuzione di Diocleziano, i nomi dei quali hanno l'onore d'essere iscritti nel Canone della Messa.



    LEZIONE (Gen 27,6-40). - In quei giorni: Rebecca disse a Giacobbe suo figliolo: Ho sentito tuo padre parlare con Esaù tuo fratello e dirgli: Portami della tua cacciagione, e fammi una pietanza, affinché io la mangi, e ti benedica dinanzi al Signore, prima di morire. Or dunque, figlio mio, attienti ai miei consigli: va' alla greggia e portami i due migliori capretti, affinché io ne faccia pel tuo padre quelle pietanze di cui si ciba con piacere; e poi, quando tu gliele avrai portate ed egli le avrà mangiate, ti benedica prima di morire. E Giacobbe rispose: Tu sai che Esaù mio fratello è peloso, ed io senza peli: se per caso mio padre mi tasta e mi riconosce, temo che pensi ch'io abbia voluto burlarlo, e cosi mi tiri addosso la maledizione, invece della benedizione. E la madre a lui: Ricada pure su di me questa maledizione, figlio mio, tu però ascolta la mia voce; va' e porta quanto ti ho detto. Egli dunque li andò a prendere, li portò e li diede alla madre, la quale ne preparò le pietanze che sapeva gradite al padre di lui. Poi fece indossare a Giacobbe il migliore vestito di Esaù, che teneva presso di sé in casa, e con le pelli dei capretti gli ravvolse le mani e gli coprì la parte nuda del collo; finalmente gli diede le pietanze e i pani che essa aveva fatto cuocere. Giacobbe, avendo portato ogni cosa ad Isacco, gli disse; Padre mio: Ed egli rispose: Ascolto. Chi sei tu, figliolo mio? E Giacobbe disse: Io sono il tuo primogenito Esaù: ho fatto quanto mi hai comandato: alzati, siedi e mangia della mia caccia, affinché l'anima tua mi benedica. E Isacco replicò al figliolo: Come, figlio! mio, hai potuto trovare così presto? L'altro rispose: Fu volere di Dio che m'imbattessi subito in ciò che bramavo. E Isacco disse: Accostati, che ti tasti, o figlio mio, e riconosca se tu sei o no il mio figlio Esaù. Allora egli s'accostò al padre, il quale tastato che l'ebbe, disse: La voce veramente sarebbe la voce di Giacobbe; ma le mani son quelle d'Esaù. Cosi non lo riconobbe, perché le mani di lui erano pelose come quelle del fratello maggiore. Benedicendolo disse: Sei tu proprio il mio figliolo Esaù? L'altro rispose: Sì. E il padre: Dammi le pietanze della tua caccia, o figlio mio, affinché l'anima mia ti benedica. Giacobbe lo servì, e, quando il padre ebbe mangiato, gli portò anche il vino. Bevuto che ebbe il vino, Isacco gli disse; Accostati a me e dammi un bacio, figlio mio. Giacobbe s'accostò e lo baciò. E Isacco appena sentita la fragranza del vestito di lui, benedì Giacobbe e disse: Ecco l'odore del mio figlio è come l'odore di un fiorito campo benedetto da Dio! Dio ti doni della rugiada del cielo e della pinguedine della terra, e abbondanza di frumento e di vino. A te servano i popoli, a te s'inchinino le genti. Sii il padrone dei tuoi fratelli. E s'inchinino davanti a te i figli di tua madre. Maledetto sia chiunque ti maledice e benedetto chiunque ti benedice. Appena Isacco aveva finite queste parole, e Giacobbe se n'era andato, tornò Esaù, e, preparate le pietanze della sua caccia, le portò al padre, dicendo: Alzati, padre mio, e mangia della caccia del tuo figliolo, affinché l'anima tua mi benedica. E Isacco gli disse: Ma chi sei tu? Egli rispose: Sono Esaù, il tuo figlio primogenito. Isacco inorridì, oppresso da grande stupore, e fuori di sé dalla meraviglia disse: E allora chi è colui che mi ha già portato la caccia fatta? Io ho mangiato di tutto prima che tu venissi; e l'ho benedetto, e sarà benedetto. Udite le parole del padre, Esaù diede in un grido spaventoso, e costernato disse: Benedici anche me, o padre mio ! Isacco rispose: Il tuo fratello è venuto con ingannò, e si è presa la tua benedizione. Ed Esaù: Con ragione gli fu posto il nome di Giacobbe, infatti mi ha soppiantato per la seconda volta: mi tolse già la mia primogenitura, ed ora mi ha tolta la mia benedizione. Poi disse: Non hai servato una benedizione anche per me? Isacco rispose: Io l'ho costituito tuo padrone, ed ho assoggettati al suo servizio tutti i suoi fratelli, l'ho provvisto di frumento e di vino; ed ora che potrei fare per te, o mio figliolo? Esaù gli disse; Non hai che una benedizione sola, o padre? Benedici anche me; te ne scongiuro! E siccome Esaù piangeva ad alte grida, Isacco, mosso a compassione, gli disse: La tua benedizione sarà nella pinguedine della terra e nella rugiada che scende dal cielo.



    Esaù e Giacobbe...

    I due figli di Isacco ci manifestano a loro volta l'effetto dei giudizi di Dio nei riguardi d'Israele e della gentilità; e così l'iniziazione dei Catecumeni prosegue il suo corso. Ecco due fratelli: uno maggiore, l'altro minore; Esaù, il tipo del popolo giudaico, che possiede il diritto della primogenitura e perciò gli compete il destino più alto; e Giacobbe, nato dopo di lui, che, sebbene suo gemello, non ha diritto di fare assegnamento sulla benedizione riservata al fratello maggiore, figura la gentilità. Ma le parti s'invertono: Giacobbe riceve la benedizione e suo fratello ne rimane senza. Che è dunque avvenuto? Ce lo spiega il racconto di Mosè. Esaù è un uomo carnale, dominato dai suoi appetiti ; il piacere che trova in una banale vivanda gli fa perdere di vista i beni spirituali legati alla benedizione del padre, e nella sua golosità, cede a Giacobbe, per un piatto di lenticchie, i diritti che gli derivavano dalla sua primogenitura. Abbiamo visto come l'industria della madre serve gli interessi di Giacobbe, e come il vecchio padre, inconscio strumento di Dio, conferma e benedice inconsapevolmente la sostituzione avvenuta. Quando Esaù tornò da Isacco, comprese la gravita della perdita subita; ma ormai era tardi; e così divenne il nemico di suo fratello.



    ... figure dei Giudei e dei Gentili.

    Allo stesso modo il popolo giudaico, dominato da pensieri carnali, perdette il diritto di primogenitura sui Gentili. Non volle seguire un Messia povero e perseguitato, sognava trionfi di grandezze mondane, mentre Gesù non prometteva che un regno spirituale. Il Messia, dunque, che fu rigettato da Israele, fu invece accolto dai Gentili, e questi divennero i primogeniti. E siccome il popolo giudaico s'ostina a non riconoscere tale sostituzione, alla quale fu pure consenziente quando gridò: "Non vogliamo che costui regni su noi" (Lc 19,14), ora vede con dispetto che tutti i favori del Padre celeste sono per il popolo cristiano. I figli d'Abramo secondo la carne sono diseredati al cospetto di tutte le nazioni; mentre i figli di Abramo nella fede sono manifestamente i figli della promessa, secondo la parola del Signore a quell'insigne Patriarca : "Io ti benedirò e moltiplicherò la tua stirpe come le stelle del cielo, e come l'arena che è sul lido del mare..., e nella tua progenie saran benedette tutte le nazioni della terra" (Gen 22,17-18).



    VANGELO (Lc 15,11-32). - In quel tempo: Gesù disse ai Farisei e agli Scribi questa parabola: Un uomo aveva due figlioli, e il minore disse al padre: Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta. E divise tra loro il patrimonio. Dopo alcuni giorni, messa insieme ogni cosa, il figlio minore se ne andò in un lontano paese, e là scialacquò il suo, vivendo dissolutamente. E come ebbe dato fondo ad ogni cosa, infierì in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a sentir la miseria. E andò a mettersi con uno degli abitanti di quel paese, che lo mandò nei suoi campi a badare ai suoi porci. E bramava d'empire il ventre con le ghiande che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava. Allora, rientrato in sé, disse: Quanti garzoni in casa di mio padre han pane in abbondanza, mentre io qui muoio di fame! M'alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non son più degno d'essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi garzoni. E, alzatesi, andò da suo padre. E, mentre egli era ancora lontano, suo padre lo scorse e, mosso a pietà, gli corse incontro e gli si gettò al collo e lo baciò. E il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non son più degno d'esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai suoi servi: Presto, portate qua la veste più bella, rivestitelo, e mettetegli al dito l'anello ed ai piedi i calzari; menate il vitello grasso e ammazzatelo; e si mangi e si banchetti, perché questo mio figlio era morto ed è risuscitato; era perduto ed è stato ritrovato. Così cominciarono a far grande festa. Or il figlio maggiore era in campagna e nel ritorno, avvicinandosi a casa, sentì musiche e danze, e chiamò uno dei servi e gli domandò che volessero dire quelle cose. Ed egli rispose: È tornato tuo fratello; e tuo padre ha ammazzato il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano. Allora costui montò in collera e non voleva entrare. Onde suo padre uscì fuori e si mise a pregarlo. Ma rispose al padre suo: Ecco, da tanti anni io ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando, eppure non mi hai dato neppure un capretto da godermelo con gli amici; ma appena è arrivato questo tuo figlio, che ha divorato tutto il suo con le meretrici, hai per lui ammazzato il vitello grasso. E il padre a lui: Figlio, tu stai sempre con me e tutto il mio è tuo; ma era giusto banchettare e far festa, perché questo tuo fratello era morto ed è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato.



    Il ritorno del figliol prodigo.

    È ancora il mistero che abbiamo rilevato poc'anzi del racconto del Genesi. Sono di fronte due fratelli, di cui il maggiore si lamenta del trattamento che la bontà del padre ha fatto al più giovane. Questi se n'era andato via dal tetto paterno ed era fuggito in lontano paese, per abbandonarsi più liberamente ai suoi disordini; ma vistosi ridotto all'estrema miseria, si ricorda di suo padre e torna a chiedergli umilmente l'ultimo posto nella casa che un giorno avrebbe dovuto essere sua. Il padre accoglie il prodigo con la più viva tenerezza: e non solo lo perdona ma gli restituisce anche tutti i diritti di figlio anzi fa di più: gli offre un banchetto per celebrare il suo felice ritorno. Ora questo modo di fare del padre irrita la gelosia del fratello. Ma invano Israele si ribella alla misericordia del Signore: è giunta l'ora in cui tutte le nazioni della terra sono chiamate ad entrare nell'ovile universale. Per quanto siano stati dai loro errori e dalle passioni trascinati lontano, i Gentili udranno la voce degli Apostoli: Greci e Romani, Sciti e barbari, tutti, percuotendosi il petto, s'affolleranno a domandare d'essere ammessi a godere dei favori di Israele. E non saranno date loro solamente le briciole che cadranno dalla mensa, come supplicava la Cananea; ma saranno trattati alla stessa maniera dei figli legittimi ed onorati. Le invidiose lagnanze d'Israele non saranno accolte e se esso rifiuta di prender parte al banchetto, la festa si celebrerà ugualmente. Ora tale festa è la Pasqua; i figli che ritornano ignudi ed estenuati alla casa paterna sono i Catecumeni, ai quali il Signore sta per estendere la grazia dell'adozione.



    L'infinita misericordia del Padre.

    Questi figli prodighi che si arrendono e si raccomandano alla pietà del padre che hanno offeso sono anche i pubblici Penitenti, ai quali la Chiesa in questi giorni offre la riconciliazione. Pur avendo mitigata la sua severa disciplina, la Chiesa presenta oggi questa parabola a tutti i peccatori che si dispongono a rappacificarsi con Dio. Essi prima non conoscevano l'infinita bontà del Signore che avevano abbandonato: comprendano dunque oggi, quanto la misericordia prevalga sulla giustizia, nel cuore di colui che "ha amato il mondo fino a dare il suo Figlio Unigenito" (Gv 3,16). Per quanto lontano siano fuggiti da lui, per quanto profonda sia stata la loro ingratitudine, tutto è pronto nella casa paterna, per festeggiare il loro ritorno. Il padre ch'essi abbandonarono li aspetta sulla porta, pronto a correre incontro a loro per abbracciarli; sarà loro restituita la prima veste, la veste dell'innocenza; l'anello che portano soltanto i figli della "sua casa sarà dato ad ornare di nuovo la loro mano purificata. La mensa del festino è imbandita per loro, e gli Angeli faranno sentire le loro melodie celesti. Gridino dunque dal fondo dei loro cuori: "O padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non son più degno d'esser chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi". Il dispiacere sincero dei traviamenti passati, l'umiltà della confessione e la ferma risoluzione d'essergli d'ora innanzi fedeli, sono le uniche, facili condizioni, che il padre dei figli prodighi esige, per farne dei figli di predilezione.



    PREGHIAMO
    Custodisci, o Signore, con incessante misericordia la tua famiglia, affinché, appoggiandosi solo nella speranza della grazia celeste, sia sostenuto dalla celeste protezione.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 553-557

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    Predefinito re: 31 marzo 2013: Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo

    3 marzo 2013: TERZA DOMENICA DI QUARESIMA



    La Quaresima: tempo di riflessione.

    La santa Chiesa che nella prima Domenica di Quaresima, ci propose la tentazione di Gesù a soggetto delle nostre meditazioni, per illuminarci sulla natura delle nostre tentazioni ed insegnarci la maniera per trionfarne, oggi ci fa leggere un passo del Vangelo di san Luca, la cui dottrina viene a completare la nostra istruzione circa la potenza e le manovre dei nostri invisibili nemici. Durante la Quaresima il cristiano deve riparare il passato e garantirsi l'avvenire, poiché non potrebbe fare assegnamento sul primo né difendere efficacemente il secondo, senza avere delle sane idee sull'entità dei pericoli che lo fecero soccombere e su quelli che ancora lo minacciano. Ben a ragione quindi gli antichi liturgisti riconobbero un tratto di materna saggezza nel discernimento con cui oggi la Chiesa presenta ai suoi figli questa nuova lettura, la quale costituisce il fulcro degli odierni insegnamenti.



    L'esistenza del demonio.

    Noi certo saremmo gli uomini più ciechi e più infelici, se, circondati come siamo da nemici così accaniti della nostra perdizione e molto superiori a noi in forza e in destrezza, non pensassimo di frequente alla loro esistenza, o non ci riflettessimo mai. Purtroppo è la condizione in cui vive un numero stragrande di cristiani dei giorni nostri: talmente "le verità son venute meno tra i figli degli uomini" (Sal 11,2). È talmente diffuso questo stato d'apatia e di smemoratezza sopra una verità che le sante Scritture ci ricordano ad ogni pagina, che non è raro incontrare persone, agli occhi delle quali l'incessante attività dei demoni che ci circondano non è altro che una medievale e popolana credenza, la quale non ha nulla a che vedere coi dogmi della religione; di modo che, secondo loro, tutto ciò che si narra nella storia della Chiesa e nella vita dei santi è come non esistesse; secondo loro, Satana non è che una pura astrazione che personifica il male.

    Quando si vuol spiegare il peccato in essi o negli altri, mettono avanti la tendenza che abbiamo al male ed il cattivo uso che facciamo della libertà, senza voler osservare che l'insegnamento cristiano, nella nostra prevaricazione, ci rivela oltre a questo, l'intervento d'un agente malefico, la cui potenza è pari all'odio che ci porta. Eppure sanno che fu il diavolo a trascinare i nostri progenitori al peccato; credono ch'egli tentò il Figlio di Dio incarnato e lo trasportò in aria fin sul pinnacolo del tempio, e di là sopra un'alta montagna. Leggono anche nel Vangelo, e credono che uno degl'infelici indemoniati liberato da Gesù era assediato da un'intera legione di spiriti infernali, i quali, avutone il permesso. furono visti assalire una mandria di porci e precipitarli nel lago di Genezaret. Questi e mille altri fatti sono pure l'oggetto della loro fede; tuttavia, ciò che sentono dire dell'esistenza delle operazioni e della scaltrezza dei demoni a sedurre le anime, tutto loro sembra una favola. Sono cristiani, o hanno perduto il senno? Veramente non sappiamo che dire, specialmente quando si vedono persone che ai nostri giorni si dedicano a sacrileghe consultazioni del demonio, ricorrendo a mezzi mutuati dai secoli pagani, senza dar segno di ricordarsi, e nemmeno di sapere che così facendo commettono un reato che nell'antica legge Dio castigava con la morte, e la legislazione di tutti i popoli cristiani di moltissimi secoli soleva colpire col massimo dei supplizi.



    L'ossessione diabolica.

    Ma se c'è un periodo dell'anno in cui i fedeli devono meditare ciò che la fede e l'esperienza insegna intorno all'esistenza ed alle operazioni degli spiriti delle tenebre, questo è certamente il tempo in cui siamo, nel quale dobbiamo riflettere sulle cause dei nostri peccati, sui pericoli dell'anima e sui mezzi per premunirla contro nuove cadute e nuovi assalti. Ascoltiamo dunque il santo Vangelo. Esso anzi tutto c'informa che il demonio si era impossessato d'un uomo, che a causa di questa ossessione era diventato muto. Gesù lo libera, e subito l'infelice riprende l'uso della parola, toltagli dal nemico. Apprendiamo da ciò, che l'ossessione diabolica non è soltanto un segno eloquente dell'impenetrabile giustizia di Dio, ma può anche produrre effetti fisici in coloro che ne sono le vittime. L'espulsione dello spirito maligno restituisce l'uso della lingua a chi gemeva nella rete dei suoi lacci. Non intendiamo qui insistere sulla malignità dei nemici di Gesù, i quali volevano attribuire il suo potere sui demoni all'intervento di un principe della milizia infernale: vogliamo solamente costatare il potere degli spiriti delle tenebre sui corpi, e confondere col sacro testo il razionalismo di certi cristiani. Ch'essi dunque imparino a conoscere la potenza dei nostri avversari ed a guardarsi dal divenire loro esca per la superbia della ragione.

    Dopo la promulgazione del Vangelo, il potere di Satana sui corpi, per virtù della Croce, è stato molto ridotto nei paesi cristiani; ma ciò non toglie che si possa di nuovo estendere, se verranno a diminuire la fede e le opere della pietà cristiana. Per questo, tutti quei diabolici orrori che si commettono, specie nell'ombra, sotto diversi nomi più o meno scientifici, sono accettati in qualche maniera da gente onesta, e porterebbero al capovolgimento della società, se Dio e la sua Chiesa non vi mettessero un argine. Ricordatevi, o cristiani dei nostri giorni, che rinunciaste a Satana: attenti dunque, che la vostra colpevole ignoranza non vi trascini all'apostasia. Non rinunciaste, al fonte battesimale ad un essere astratto; ma ad un essere reale e formidabile, del quale Gesù Cristo affermò che fu omicida fin da principio (Gv 8,44).



    La lotta contro Satana.

    Ma se dobbiamo spaventarci del terribile potere che può esercitare sui corpi, ed evitare ogni rapporto col demonio, mediante pratiche alle quali egli presiede, e che sono il culto al quale aspira, dobbiamo anche temere il suo influsso sulle nostre anime. Considerate la lotta che ha dovuto sostenere la grazia di Dio per strappargli la vostra anima ! In questi giorni la Chiesa ci offre tutti i mezzi a sua disposizione per trionfare di lui: il digiuno unito alla preghiera ed all'elemosina. Arriverete alla pace; i vostri cuori, i vostri petti purificati torneranno ad essere il tempio di Dio; ma non crediate che il vostro nemico sia annientato: egli è irritato, perché la penitenza lo ha cacciato dal suo dominio, ed ha giurato che farà di tutto per rientrarvi. Quindi, temete di ricadere nel peccato mortale; e per rafforzare in voi questo salutare timore, meditate le parole che seguono nel Vangelo.

    Il Salvatore ci dice che, quando lo spirito immondo è cacciato da un'anima, va errando per luoghi aridi e deserti, dove divora la sua umiliazione e più risente le torture dell'inferno che ovunque porta con sé; se lo potesse, vorrebbe affogarle nell'uccisione delle anime che Gesù Cristo ha riscattate. Fin nell'Antico Testamento vediamo i demoni sconfitti e costretti a fuggire in lontane solitudini; è così che l'Arcangelo san Raffaele relegò nei deserti dell'Egitto superiore lo spirito infernale che aveva fatto morire i sette mariti di Sara (Tb 8,3). Ma il nemico dell'uomo non si può rassegnare a restare sempre così lontano dalla preda che brama fare sua. Spinto dall'odio che ci porta fin dal principio del mondo, egli dice a se stesso: "Bisogna che ritorni a casa mia da cui sono uscito". Ma non tornerà solo; vuole trionfare e perciò condurrà seco, se sarà necessario, altri sette demoni più perversi di lui. Quale conflitto si prepara allora per la povera anima, se non la troverà vigilante ed agguerrita, e se le pace che Dio le ha ridata non sarà una pace armata! Il nemico ne saggia il terreno; nella sua perspicacia, esamina i mutamenti che si sono operati durante la sua assenza: e che cosa scorge nell'anima dove fino a poco fa si era assuefatto ad abitare? Nostro Signore ce lo dice: il demonio la trova indifesa e a disposta riceverlo ancora senz'armi spianate; pare quasi che l'anima stia di nuovo ad aspettarlo. Allora il nemico, per essere più sicuro della sua conquista, va a cercare rinforzi. Movendo all'assalto, non incontra resistenza alcuna; e la povera anima, invece d'ospitare un solo abitatore infernale, ben presto ne albergherà un esercito: "E, aggiunge Gesù, l'ultima condizione di quell'uomo è peggiore della prima".

    Cerchiamo di ben comprendere l'avvertimento che oggi ci dà la santa Chiesa, facendoci leggere questo brano evangelico. Dappertutto si preparano ritorni a Dio; in molte coscienze si va operando la riconciliazione; e il Signore è sempre disposto a perdonare: ma persevereranno tutti? Quando fra un anno la Quaresima tornerà a chiamare i cristiani alla penitenza, tutti quelli che in questi giorni saranno strappati alla potenza di Satana, avranno custodita la loro anima libera dal suo giogo? Una triste esperienza non permette alla Chiesa di sperarlo. Molti ricadranno nei lacci del peccato, anche poco tempo dopo la loro liberazione: oh, se in questa condizione fossero colpiti dalla giustizia di Dio! Tuttavia, questa sarà la sorte di molti, e forse di moltissimi. Temiamo quindi ogni ricaduta, e, per garantirci la perseveranza, senza la quale ci sarebbe valso poco rientrare solo per qualche giorno nella grazia di Dio, vegliamo, preghiamo e difendiamo sempre le trincee dell'anima nostra, resistendo nel combattimento; e così il nemico, sconcertato dalla nostra risolutezza, se ne andrà altrove a sfogare la sua vergogna e la sua rabbia.



    La Domenica degli Scrutini.

    La terza Domenica di Quaresima è chiamata Oculi, dalla prima parola dell'Introito della Messa; ma la Chiesa dei primi tempi la chiamava Domenica degli scrutini, perché in questo giorno si cominciava l'esame dei Catecumeni, che dovevano essere ammessi al santo Battesimo la notte di Pasqua. Tutti i fedeli erano invitati a presentarsi in chiesa per testimoniare della vita e dei costumi di coloro che aspiravano alla milizia cristiana. A Roma tali esami, cui si dava il nome di Scrutini, si svolgevano in sette sessioni, a causa della moltitudine degli aspiranti al Battesimo; ma lo scrutinio più importante avveniva il Mercoledì della quarta settimana. Ne riparleremo più avanti.

    Il Sacramentario Romano di san Gelasio riporta la formula della convocazione dei fedeli per tali assemblee, concepita in questi termini: "Fratelli carissimi, voi sapete che s'avvicina il giorno dello Scrutinio, nel quale i nostri eletti dovranno ricevere la divina istruzione; vogliate perciò riunirvi con zelo in quel giorno della settimana, all'ora di Sesta, affinché siamo in grado, con l'aiuto di Dio, d'adempire rettamente il mistero celeste che apre la porta del regno dei cieli ed annienta il diavolo con tutte le sue pompe". Tale invito era ripetuto, all'occorrenza, anche nelle Domeniche seguenti. In quella che oggi celebriamo, se lo Scrutinio aveva già fatta l'ammissione d'un certo numero di candidati, i loro nomi s'inserivano nei dittici dell'altare, insieme a quelli dei padrini e delle madrine, e si recitavano nel Canone della Messa.



    MESSA

    La Stazione aveva luogo, come anche adesso, nella Basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, volendosi con ciò risvegliare il ricordo del più celebre Martire di Roma, e far presente ai Catecumeni quali sacrifici potrebbe richiedere da loro la fede che stavano per abbracciare.

    Nella Chiesa greca questa Domenica è famosa per la solenne adorazione della Croce che precede la settimana chiamata Mesonestima, cioè metà del digiuno.



    EPISTOLA (Ef 5,1-9). - Fratelli: Siate imitatori di Dio come figlioli eletti, e vivete nell'amore, come Cristo che ci ha amati e ha dato per noi se stesso a Dio in olocausto come ostia di soave odore. La fornicazione, l'impurità di qualsiasi sorta, l'avarizia non si senta neppur nominare tra voi, come a santi si conviene. Non oscenità, non discorsi sciocchi, non buffonerie, tutte cose indecenti; ma piuttosto il rendimento di grazie. Perché, sappiatelo bene, nessuno che sia fornicatore, o impudico, o avaro (che è un idolatra) ha l'eredità nel regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi seduca con vani discorsi, perché a causa di questi viene l'ira di Dio sugl'increduli. Dunque non vi associate con loro. Una volta eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore. Vivete come figli della luce. Or frutto della luce è tutto ciò ch'è buono, giusto e vero.



    Imitare Dio.

    Indirizzandosi ai fedeli di Efeso, l'Apostolo ricorda che una volta erano tenebre, ed ora sono divenuti luce nel Signore. Che gioia, saper che la medesima sorte è riservata ai nostri Catecumeni! Fino a questo momento essi sono vissuti nella depravazione del paganesimo, ma ora con l'ammissione al Battesimo hanno nelle loro mani la caparra della santità. Fino a poco fa erano asserviti ai falsi dèi, che ne alimentavano il culto del vizio; oggi sentono dalla Chiesa esortare i suoi figli ad imitare la santità del Dio dei cristiani; e la grazia che li renderà capaci d'aspirare a riprodurre in sé le perfezioni divine sta per essere loro comunicata. Ma dovranno combattere per mantenersi in questa elevazione. Due nemici, soprattutto, cercheranno di rivalersi: l'impurità e l'avarizia. Il primo di questi vizi, l'Apostolo non vuole che neppure più si nomini; il secondo lo bolla paragonandolo al culto degl'idoli che gli eletti stanno per rinnegare. Questi gl'insegnamenti che prodiga la Chiesa ai suoi futuri figli. E noi, santificati fin dall'entrata in questo mondo, siamo rimasti fedeli al nostro Battesimo? Eravamo luce: perché ora siamo tenebre? dove sono i segni della rassomiglianza divina ch'era stata impressa in noi? Premuriamoci di farli rivivere, tornando a rinunziare a Satana ed ai suoi idoli, e facendo in modo che la penitenza ci riporti nello stato di luce, il cui frutto consiste in ogni sorta di bontà, di giustizia e di verità.



    VANGELO (Lc 11,14-28). - In quel tempo: Gesù stava scacciando un demonio ch'era muto. E, cacciato il demonio, il muto parlò, e ne stupirono le turbe. Ma alcuni dissero: Egli scaccia i demoni in nome di Beelzebub, principe dei demoni. Ed altri, per metterlo alla prova, gli chiedevano un segno dal cielo. Ma egli, conosciuti i loro pensieri, disse loro: Ogni regno in se stesso diviso andrà in rovina e una casa cadrà sull'altra. Or, siccome dite che scaccio i demoni in nome di Beelzebub, se anche Satana è discorde in se stesso, come reggerà il suo regno? E se io scaccio i demoni per Beelzebub, in nome di chi li scacciano i vostri figli? Per questo i medesimi saranno i vostri giudici. Ma se col dito di Dio io scaccio i demoni, certo il regno di Dio è giunto fino a voi. Quando il forte guarda in armi l'atrio, è in sicuro tutto quanto possiede. Ma se viene uno più forte di lui e lo vince, gli toglie tutte le armi nelle quali confidava e ne divide le spoglie. Chi non è con me è contro di me e chi non raccoglie meco disperde. Quando lo spirito immondo, è uscito da un uomo, va per luoghi aridi cercando riposo, e, non trovandolo, dice: Ritornerò a casa mia da cui sono uscito. Quando vi giunge, la trova spazzata e adorna. Allora va e prende seco altri sette spiriti peggiori di lui, ed entrati, ci si stabiliscono. E l'ultima condizione di quell'uomo è peggiore della prima. Or avvenne che, mentre egli diceva queste cose, una donna, alzando la voce, in mezzo alla folla, gli disse: Beato il seno che t'ha portato e il petto che hai succhiato. Ed egli aggiunse: Beati piuttosto quelli che ascoltano e mettono in pratica la parola di Dio.



    Demoni muti.

    Il demonio dal quale Gesù liberò l'ossesso del Vangelo rendeva quest'uomo muto; ma appena ne uscì lo spirito delle tenebre, che lo vessava, la lingua di quel poveretto si sciolse. È un fatto che ci dà l'immagine del peccatore divenuto schiavo del terribile vincitore che lo rese muto. Se questo peccatore parlasse per confessare le sue colpe e domandare la grazia, sarebbe salvo. Quanti demoni muti, sparsi ovunque, impediscono gli uomini di fare questa salutare confessione che li salverebbe ! La santa Quarantena procede e i giorni della grazia passano: approfittiamo del tempo favorevole, e, se siamo nell'amicizia di Dio, preghiamo insistentemente per i peccatori, affinché muovano la lingua, si accusino e siano perdonati.



    Potenza dei demoni.

    Ascoltiamo ora ciò che il Salvatore ci dice sui nostri invisibili nemici. Con la loro potenza e scaltrezza, coi loro mezzi di nuocerci, chi potrebbe resistere loro, se Dio non ci sostenesse e non avesse incaricato i suoi Angeli a vegliare su di noi e a combattere a nostro fianco? Ma intanto col peccato, noi c'eravamo consegnati nelle mani di quest'immondi e odiosi spinti, ed avevamo preferito il loro tirannico dominio al giogo tanto soave e leggero del nostro compassionevole Redentore. Ora che ce ne siamo liberati, o stiamo per farlo, ringraziamo il nostro liberatore, e stiamo ben attenti a non ricadere mai più in mano a questi abitatori infernali. Gesù ci avverte del pericolo che incombe. Essi torneranno a forzare la dimora dell'anima nostra santificata dall'Agnello della Pasqua: se saremo vigilanti e fedeli, si ritireranno confusi; ma se saremo tiepidi e fiacchi, e perderemo di vista il dono della grazia e gli obblighi che ci legano a colui che ci ha salvati, la nostra rovina sarà certa; e, secondo la terribile parola di Gesù, "l'ultima condizione sarà peggiore della prima".



    Essere con Cristo.

    Vogliamo evitare una sì grande disgrazia? meditiamo quell'altra parola di Gesù nel Vangelo: "Chi non è con me è contro di me". Ciò che ci fa ricadere nei lacci del demonio, facendoci dimenticare tutto ciò che dobbiamo al nostro liberatore, è che non ci schieriamo sinceramente da parte di Gesù Cristo, di fronte alle occasioni nelle quali il cristiano deve saper pronunciarsi con fermezza. Si nicchia, si temporeggia: e intanto l'energia dell'anima s'affievolisce; Dio non elargisce più con l'abbondanza di prima le sue grazie, e la ricaduta è imminente. Camminiamo dunque con passo fermo e sicuro, e ricordiamoci che il soldato di Gesù Cristo deve sempre onorarsi del suo Capo.



    PREGHIAMO

    Accogli, te ne preghiamo, o Dio onnipotente, i voti degli umili e stendi a potenza della tua maestà a nostra difesa.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 557-565

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    4 MARZO 2013

    SAN CASIMIRO, CONFESSORE



    Innocenza e disprezzo del mondo.

    È dal seno stesso d'una corte mondana che oggi ci viene l'esempio delle più eroiche virtù, san Casimiro è principe di sangue reale; lo circondano tutte le seduzioni della gioventù e del lusso; ciò nonostante, trionfa delle insidie del mondo con la stessa facilità che lo faceva un Angelo esiliato sulla terra. Traiamo profitto da questo spettacolo; e se, in una condizione molto inferiore a quella in cui lo aveva posto la divina Provvidenza, noi abbiamo sacrificato agl'idoli del secolo, infrangiamo ciò che abbiamo adorato e torniamo a servire il solo Padrone che ha diritto ai nostri omaggi.

    Una grande forza d'animo, nelle più basse condizioni della società, pare talvolta avere la sua spiegazione nell'assenza delle tentazioni e nel bisogno di trovare in cielo un appoggio contro la sorte inesorabile; come se, in ogni stato, l'uomo non avesse in sé quegli istinti che, non combattuti, lo trascinerebbero alla depravazione.

    In san Casimiro la forza cristiana appare con tale vigore, da farci persuadere che la sua sorgente non è sulla terra, ma in Dio. È là che dobbiamo attingerla, in questo tempo di rigenerazione. Un giorno, egli preferì la morte al peccato. Fece forse altra cosa, in tale circostanza, di ciò che s'impone al cristiano in ogni ora della sua vita? Ma è tale l'attrattiva del presente, che incessantemente si vedono gli uomini abbandonarsi al peccato, morte dell'anima, non per salvare la vita in pericolo ma per la più futile soddisfazione, a volte contro l'interesse dello stesso mondo, al quale sacrificano tutto il resto; frutto dell'accecamento che la degradazione originale produsse in noi.

    Gli esempi dei Santi ci vengono dati come una fiaccola per illuminarci: serviamoci di questa luce salutare, e, per rialzarci, appoggiamoci ai meriti e all'intercessione degli amici di Dio, che dall'alto del cielo si preoccupano del nostro pericoloso stato con sì tenera compassione.



    VITA. - San Casimiro, figlio del re di Polonia, nacque nel 1458. Fin dalla prima giovinezza si segnalò per la pietà, l'austerità, lo zelo per la propagazione della fede cattolica, la carità verso i poveri e la castità che sempre custodì. Dopo aver predetto il giorno in cui doveva morire, s'addormentò nella pace di Dio a Vilna, all'età di venticinque anni. Sulla sua tomba si molti-plicarono numerosi miracoli. Quindi Leone X iscrisse il giovane principe nel catalogo dei Santi.



    Elogio e preghiera.

    Riposa ora in seno all'eterna felicità, tu che le grandezze della terra e le delizie di tutte le corti non distolsero mai dal grande oggetto che aveva rapito il tuo cuore. Avesti una vita breve nella durata, ma feconda di meriti. Tutto dedito al ricordo d'una patria migliore, quella di quaggiù mai attirò i tuoi sguardi; e non vedevi l'ora di rivolare a Dio, come se egli ti avesse solo prestato alla terra. Non fu esente la tua vita innocente dai rigori della penitenza: tanto era vivo in te il timore di soccombere alle attrattive dei sensi! Fa' che comprendiamo il bisogno che abbiamo d'espiare i peccati che ci hanno allontanati da Dio. Tu preferisti morire piuttosto che offendere Dio; distaccaci dal peccato, il più gran male dell'uomo, perché esso è anche il male di Dio. Assicura i frutti di questo santo tempo, che ci è accordato perché facciamo una buona volta penitenza.

    Dalla gloria ove regni, benedici la cristianità che ti onora; ma sopra tutto ricordati della tua patria terrena. Un tempo, essa ebbe l'onore di costituire una diga sicura per la Chiesa contro lo scisma, l'eresia e l'infedeltà; allevia i suoi mali, liberala dal giogo e, riaccendendo in essa l'antico zelo della fede, preservala dalle seduzioni da cui è minacciata.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 829-831

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    4 MARZO 2013

    SAN LUCIO, PAPA E MARTIRE



    San Lucio apparteneva al clero romano sotto i Papi Fabiano e Cornelio. Morto quest'ultimo il 14 settembre 252, fu eletto a succedergli nella Sede di san Pietro, il 25 giugno 253.

    Non appena l'imperatore Gallo ricominciò la persecuzione, Lucio fu esiliato; ma presto poté rientrare in Roma, con grande giubilo dei cristiani. San Cipriano gli scrisse diverse volte, per felicitarsi della sua elezione al Sommo Pontificato e per la fortuna che aveva avuto di soffrire per Gesù Cristo.

    Il suo Pontificato fu di brevissima durata. Morì il 5 marzo 254, e le sue reliquie riposano nella Chiesa di S. Cecilia, in Trastevere. L'esilio coraggiosamente sopportato per Gesù Cristo gli meritò l'onore di Martire.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 831

  6. #6
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    Predefinito re: 31 marzo 2013: Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo

    4 marzo 2013: LUNEDÌ DELLA TERZA SETTIMANA DI QUARESIMA



    La Stazione è alla chiesa edificata nel secolo IV dal Papa san Damaso in onore dell'Evangelista san Marco, il cui corpo è ivi custodito.



    lezione (4Re 5,1-15). - In quei giorni: Naaman, capo dell'esercito del re di Siria, era un uomo grande presso il suo signore, e onorato, perché per mezzo di lui il Signore aveva salvata la Siria; ma quest'uomo valoroso e ricco era lebbroso. Or avendo dei predoni, usciti dalla Siria, condotta prigioniera dalla terra d'Israele una piccola fanciulla che fu addetta al servizio della moglie di Naaman, questa disse alla sua signora: Oh ! se il mio signore fosse stato dal profeta che è in Samaria, certamente egli l'avrebbe guarito dalla lebbra ! Naaman andò a riferire la cosa al suo signore, dicendogli : Così e così ha parlato una figlia della terra d'Israele. Il re di Siria gli disse: Va' pure, che io manderò una lettera al re d'Israele. Naaman partì, prendendo seco dieci talenti d'argento, sei mila sicli d'oro, e dieci mute di abiti, e portò al re d'Israele la lettera ov'era detto: Quando riceverai questa lettera, sappi che ho mandato a te Naaman mio servo, affinché tu lo guarisca dalla sua lebbra. Il re d'Israele, letta questa lettera, stracciò le sue vesti e disse: Sono forse Dio, io, da poter far morire e vivere, ch'egli mi manda un uomo, affinché io lo guarisca dalla sua lebbra? Considerate la cosa, e vedete ch'egli cerca pretesti contro di me. Quando Eliseo, uomo di Dio, venne a sapere che il re aveva stracciate le sue vesti, mandò a dirgli: Perché tu hai stracciate le tue vesti? Venga egli da me, e saprà che v'è un profeta in Israele. Naaman allora andò coi suoi cavalli e coi suoi carri, e si fermò alla casa di Eliseo. Ma Eliseo mandò un messo a dirgli: Va' a lavarti per sette volte nel Giordano; la tua carne tornerà sana, e tu sarai mondato. Naaman se ne partiva sdegnato, dicendo: Io credevo ch'egli uscisse verso di me, e, stando in piedi, invocasse il nome del Signore suo Dio, e con la mano toccasse il luogo della mia lebbra e mi guarisse! I fiumi di Damasco, l'Abana e il Farfar, non sono migliori di tutte le acque d'Israele, per lavarmi in esse ed essere mondato? Or mentre egli, voltatesi, se ne andava sdegnato, i suoi servi gli si accostarono e gli dissero: Padre, se il Profeta avesse chiesto una gran cosa, certamente avresti dovuta farla; e quanto più ora che ti ha detto: Lavati e sarai mondato? Egli discese e si lavò sette volte nel Giordano, secondo la parola dell'uomo di Dio, e la sua carne tornò come quella d'un piccolo fanciullo, e fu mondato. Allora tornò con tutto il seguito all'uomo di Dio, e giunto che fu, gli si fermò dinanzi e disse: Or so la verità, che non v'è altro Dio in tutta la terra ma soltanto quello che è in Israele.



    Il Battesimo.

    Ieri la santa Chiesa annunciava l'approssimarsi del Battesimo per i nostri Catecumeni; oggi ci presenta una storia dell'Antico Testamento che contiene un simbolo di questo bagno salutare, che ha loro preparato la divina misericordia. La lebbra di Naaman è figura del peccato; non c'è, per l'ufficiale siriano, che un solo rimedio per liberarsi da questa schifosa malattia: bagnarsi sette volte nelle acque del Giordano, e sarà guarito. Il Gentile, l'infedele, il bambino che nasce con la macchia originale, tutti possono diventar giusti e santi, ma solo con l'acqua e con l'invocazione della gloriosa Trinità. Naaman trova questo rimedio un po' troppo volgare, dubita, esita; nella sua sapienza umana vorrebbe un mezzo più degno di lui, un prodigio sensibile che facesse onore a lui ed al Profeta. Più di un Gentile ragionò alla stessa maniera, al tempo della predicazione apostolica; ma coloro che credettero con semplicità alla virtù dell'acqua santificata da Gesù Cristo, furono rigenerati, ed il fonte battesimale generò un nuovo popolo formato da tutti i popoli che stanno sotto il cielo. Naaman, figura della Gentilità, si decise infine a credere e la sua fede fu premiata dalla completa guarigione: le sue carni imputridite divennero fresche come quelle d'un bambino alle sorgenti della vita che non le hanno ancora alterate. Glorifichiamo Dio, che ha infuso una tale virtù alle acque, e che, per la sua grazia, produce nelle anime docili quella fede cui è riservata una sì preziosa ricompensa.



    vangelo (Lc 4,23-30). - In quel tempo: Gesù disse ai Farisei: Certamente mi direte quel proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto udimmo essere avvenuto in Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria. E soggiunse In verità vi dico: Nessun profeta è ben accetto nella sua patria. E ancor vi dico in verità che molte eran le vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo stette chiuso per tre anni e sei mesi, e vi fu gran carestia per tutta la terra; eppure a nessuna di esse fu mandato Elia, ma ad una vedova in Sarepta di Sidone; e che c'eran in Israele molti lebbrosi al tempo d'Eliseo profeta; eppure non fu mondato che Naaman, un siro. Nell'udir queste cose, tutti i presenti nella sinagoga si sentirono pieni di sdegno e, levatisi, lo cacciarono fuori della città, per gettarlo di sotto. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.



    Gesù si sottrae alla morte.

    Ancora una volta sentiamo proclamare dal Salvatore il mistero della vocazione dei Gentili chiamati in luogo degl'increduli Giudei: Naaman è qui citato come l'esempio di tale misericordiosa sostituzione. Gesù ricorda anche la vedova di Sarepta che ospitò Elia, la cui storia leggemmo qualche giorno fa. La risoluzione del Signore di passare da questo ad un altro popolo la sua luce, indispettisce i Farisei di Nazaret contro il Messia. Essi sanno che Gesù sebbene in questo momento sia ancora all'inizio della sua predicazione, ha operato grandi meraviglie a Cafarnao, e vorrebbero che rendesse famosa anche la loro cittadina con qualche cosa di simile; ma Gesù sa che non si convertiranno. Solo adesso lo conoscono? Ha vissuto in mezzo a loro per trent'anni, mentre "cresceva in sapienza, in età e in grazia dinanzi a Dio e agli uomini" (Lc 2,52) ; e questi potenti del secolo neppure si curavano del povero operaio, figlio d'un falegname. Dimenticano che se Gesù ha abitato lungo tempo a Nazaret, non in questo paese, ma a Betlemme, è nato? Davanti a loro, nella sinagoga di Nazaret, (ivi 4,16-22) aveva spiegato il profeta Isaia con un'eloquenza ed una grazia meravigliosa, annunciando ch'era arrivato il tempo della misericordia; ma il suo discorso, pur avendo stupito ed incantato l'uditorio, impressionò i sapienti della cittadina meno della meraviglia prodotta dai prodigi da lui operati in un paese vicino. Essi gli volevano far compiere un miracolo sotto i loro occhi, come se questo dovesse essere uno spettacolo; ma non l'ebbero. Si ricordino piuttosto del discorso che fece Gesù nella sinagoga, e soprattutto tremino a sentirlo annunciare la venuta dei Gentili. Ma il divino Profeta non è ascoltato nella sua patria; e se la sua potenza non l'avesse sottratto alla ferocia dei suoi indegni concittadini, fin da quel giorno si sarebbe versato il sangue del Giusto. È la triste gloria dell'ingrata Gerusalemme, perché "non è possibile che un profeta muoia fuori delle sue mura" (ivi 13, 33).



    PREGHIAMO

    Ci soccorra, o Signore, la tua misericordia, affinché dai pericoli che ci sovrastano per i nostri peccati, meritiamo d'essere sottratti dalla tua protezione e salvati dal tuo aiuto.


    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 565-567

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    Predefinito re: 31 marzo 2013: Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo

    5 marzo 2013: MARTEDÌ DELLA TERZA SETTIMANA DI QUARESIMA



    La Stazione è alla chiesa di S. Pudenziana, costruita sopra una casa del II secolo, fra il 384 e il 402 e restaurata da Adriano I e quindi da san Gregorio VII ed Innocenzo III.



    lezione (4Re 4, i-7). - In quei giorni: Una donna si raccomandava al profeta Eliseo, dicendo: Il tuo servo, mio marito, è morto, e tu sai che il tuo servo temeva il Signore. Or ecco è venuto un creditore a prendere i miei due figli per farli suoi servi. Eliseo le disse: Che vuoi che ti faccia? Dimmi, che hai in casa tua? Essa rispose: Io, tua serva, in casa mia non ho niente, eccetto un po' d'olio per ungermi. Egli le disse: Va' a chiedere in prestito dai tuoi vicini dei vasi vuoti, e non pochi; poi, rientrata che sarai chiudi la tua porta, e stando dentro coi tuoi figli, versa quell'olio in tutti quei vasi, e quelli pieni mettili da parte. La donna se ne andò, e chiuse la porta dietro a sé e ai suoi figli: essi presentavano i vasi, ed essa versava. Quando i vasi furono pieni, disse ad uno dei suoi figli: Portami un altro vaso. Ma quello rispose: Non ce n'è più. E l'olio si fermò. Allora essa andò a riferire il fatto all'uomo di Dio, il quale disse: Va' a vendere l'olio e paga il tuo creditore, e tu e i tuoi figli vivete dell'olio che rimarrà ancora.



    Le opere di misericordia.

    È facile cogliere il mistero di questa lettura. Il creditore dell'uomo è Satana, al quale i nostri peccati hanno concesso immensi diritti sopra di noi. Il solo mezzo per liberarsene è la misericordia, simboleggiata dall'olio per la sua soavità: "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia" (Mt 5,7). In questi giorni di salute, prepariamo dunque la nostra riconciliazione, con l'essere premurosi nel sollevare i nostri fratelli, aggiungendo l'elemosina al digiuno e praticando le opere di misericordia. Con tal mezzo inteneriremo il cuore di Dio, salderemo a lui il nostro debito e ritorceremo su Satana il titolo che voleva far valere contro di noi. Seguiamo perciò l'esempio di questa donna della Scrittura, la quale, schiva dagli sguardi umani, riempie i vasi dell'olio misterioso; anche noi, quando vogliamo fare del bene, chiudiamo la porta, e "non sappia la sinistra quel che fa la destra" (Mt 6, 3). Inoltre osserviamo: l'olio non si ferma, finché ci sono vasi da riempire; altrettanto la nostra misericordia verso il prossimo dev'essere proporzionata alla misura dei nostri mezzi d'azione; Dio li conosce, e non vuole che rimaniamo al di qua di quel che possiamo fare. Siamo larghi in questo santo tempo, e proponiamo d'esserlo sempre. Se poi non abbiamo risorse materiali, siamo almeno misericordiosi nei desideri, con le istanze presso gli uomini e le preghiere presso Dio.



    VANGELO (Mt 18,15-32). - In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli: Se tuo fratello ha peccato contro di te, va' e correggilo fra te e lui solo; se t'ascolta, hai guadagnato il tuo fratello. E se non t'ascolta, prendi con te uno o due, affinché per bocca di due o tre testimoni si stabilisca ogni cosa. E se non ne fa caso, fallo sapere alla Chiesa; se poi non ascolta nemmeno la Chiesa, consideralo come un gentile e un pubblicano. In verità vi dico: Qualunque cosa legherete sulla terra, sarà legata anche nel cielo; e qualunque cosa scioglierete sulla terra sarà sciolta anche nel cielo. Ancora vi dico: Se due di voi s'accorderanno sulla terra a domandare qualsiasi cosa, sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli. Perché dove sono due o tre radunati in nome mio ci sono io in mezzo a loro. Allora Pietro, accostatesi a lui, disse: Signore, fino a quante volte, se il mio fratello pecca contro di me, gli dovrò perdonare? Fino a sette? Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.



    Il perdono delle ingiurie.

    La misericordia che il Signore vuole risplenda in noi, non consiste solamente nel profondere l'elemosina corporale e spirituale agli infelici, ma abbraccia anche il perdono e la dimenticanza delle offese. È qui che Dio vuol provare la sincerità della nostra conversione. "Sarà a voi rimisurata con la stessa misura con la quale avrete misurato" (Lc 6,38). Se perdoneremo di cuore ai nostri nemici, anche il Padre celeste ci perdonerà senza restrizione. In questi giorni di riconciliazione, sforziamoci di guadagnare i nostri fratelli, come dice il Signore, e perdoniamo, anche se occorresse farlo settanta volte sette. I nostri litigi d'una volta, lungo il cammino dell'eternità, non devono impedirci di raggiungere la mèta del viaggio. Perdoniamo dunque i torti e le ingiurie, imitando la stessa condotta che Dio usa a nostro riguardo.



    Il Sacramento della Penitenza.

    Inoltre ci devono rimanere impresse le parole del Vangelo, che sono il fondamento della nostra speranza e devono risuonare nell'intimo dei nostri cuori riconoscenti: Qualunque cosa scioglierete sulla terra sarà sciolta anche nel cielo. Quale immenso numero di peccatori sta per fare l'esperienza di questa promessa! Confessando i loro peccati, essi offriranno a Dio l'ossequio d'un cuore contrito ed umiliato; e nell'istante che il Sacerdote li assolverà sulla terra, la mano di Dio, in cielo, li scioglierà dai lacci che li tenevano incatenati agli eterni supplizi.

    Finalmente non dimentichiamo l'altra parola legata alla precedente: Se qualcuno non ascolta la Chiesa, consideralo come un gentile e un pubblicano. Qual è dunque la Chiesa di cui si parla, se non gli uomini ai quali Gesù Cristo disse: Chi ascolta voi ascolta me, e chi disprezza voi disprezza me? Sono uomini dalla cui bocca arriva alle orecchie del Cristiano la verità che sola può salvare. Uomini che soltanto loro hanno il potere sulla terra di riconciliare il peccatore con Dio, chiudergli le porte dell'inferno ed aprirgli quelle del cielo. Dunque ci meraviglieremo se il Salvatore, che li volle costituire mediatori fra lui e gli uomini, minaccia di considerare come un pagano, o uno senza battesimo, chi non riconosce la loro autorità? Non c'è verità rivelata, fuori del loro insegnamento; nessuna salvezza, all'infuori dei Sacramenti ch'essi amministrano ; nessuna speranza in Gesù Cristo, se non nella sottomissione alle leggi spirituali ch'essi prescrivono.



    PREGHIAMO
    Difendici, o Signore, 'con la tua protezione e preservaci sempre da ogni iniquità.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 568-570

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    Predefinito re: 31 marzo 2013: Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo

    6 MARZO 2013: SANTA PERPETUA E FELICITA, MARTIRI



    Gloria di questo giorno.

    La festa di queste due sante eroine della fede cristiana veniva celebrata, nelle chiese loro dedicate, domani 7 marzo, giorno anniversario del loro trionfo; ma la memoria di san Tommaso d'Aquino sembrava eclissare quella delle sue due grandi Martiri africane. Avendo perciò la Santa Sede elevato la loro memoria, per la Chiesa universale, al rito doppio, prescrisse d'anticipare d'un giorno la loro solennità; così la Liturgia presenta fin da oggi all'ammirazione del lettore cristiano lo spettacolo di cui fu testimone la città di Cartagine nell'anno 202 o 203. Niente ci fa meglio comprendere il vero spirito del Vangelo secondo il quale in questi giorni dobbiamo riformare i nostri sentimenti e la nostra vita. Queste due donne, queste due madri affrontarono i più grandi sacrifici; Dio chiese loro non soltanto la vita, ma più che la vita; ed esse vi si assoggettarono con quella semplicità e magnanimità che fece d'Abramo il Padre dei credenti.



    La forza nella debolezza.

    I loro nomi, come osserva sant'Agostino, erano un presagio della sorte che il cielo riservava loro: una perpetua felicità. L'esempio che diedero della forza cristiana è di per se stesso una vittoria che assicura il trionfo della fede di Gesù Cristo in terra d'Africa. Ancora pochi anni, e san Cipriano farà sentire la sua voce eloquente che chiama i cristiani al martirio. Dove trovare accenti più commoventi che nelle pagine scritte dalla mano della giovane donna di ventidue anni, Perpetua, la quale ci narra con una calma celestiale le prove che doveva passare prima d'arrivare a Dio, e che, sul punto d'andare all'anfiteatro, trasmise ad un altro perché completasse la sua sanguinosa tragedia?

    Leggendo queste gesta, di cui i secoli non hanno potuto alterare né fascino, né grandezza, sentiamo quasi la presenza dei nostri antenati nella fede e ammiriamo la potenza della grazia divina, che suscitò un tale coraggio dal seno stesso d'una società idolatra e corrotta; e considerando qual genere di eroi Dio usò per infrangere la formidabile resistenza del mondo pagano, non si può fare a meno di ripetere con san Giovanni Crisostomo: "A me piace tanto leggere gli Atti dei Martiri; ma ho un'attrattiva particolare per quelli che ritraggono le lotte sostenute dalle donne cristiane. Più debole è l'atleta e più gloriosa è la vittoria; infatti il nemico vede l'avvicinarsi della disfatta proprio dal lato dove aveva sempre trionfato. Per la donna egli ci vinse; ora per la donna viene abbattuto. Nelle sue mani ella fu una arma contro di noi; ora ne diviene la spada che lo trapassa. In principio la donna peccò, e quale compenso del suo peccato ebbe in eredità la morte; ora la martire muore, ma muore per non peccare più. Sedotta da promesse menzognere, la donna violò il precetto divino; ora per non violare la fedeltà al divino benefattore, la martire preferisce sacrificare la vita. Quale scusa ora avrà l'uomo per farsi perdonare la sua codardia, quando delle semplici donne mostrano un sì virile coraggio? quando, così deboli e delicate, si sono viste trionfare dell'inferiorità del loro sesso, e, fortificate dalla grazia, riportare sì gloriose vittorie"? (Omelia Su vari passi del N. T.).

    Le Lezioni di queste due Martiri narrano i tratti più salienti del loro combattimento. Vi sono inseriti frammenti del vero racconto scritto da santa Perpetua. Esso ispirerà senza dubbio a più di un lettore il desiderio di leggere per intero negli Atti dei Martiri [1] il resto del magnifico testamento di questa eroina.



    VITA. - Sotto l'imperatore Severo, furono arrestati a Cartagine, in Africa, alcuni giovani catecumeni: Revocato e Felicita, tutti e due schiavi, e con loro Saturnino e Secondolo, e da ultimo, Vibia Perpetua, di famiglia distinta, educata con molta cura e sposata a un uomo di alta condizione. All'età di ventidue anni ella aveva ancora il padre e la madre, due fratelli, uno dei quali era, come lei, catecumeno, e un bambino al quale essa dava ancora il latte. Vibia Perpetua scrisse interamente di suo pugno la storia del suo martirio.

    Eravamo già sotto la pressione dei nostri persecutori, racconta Perpetua, e mio padre, spinto dal grande amore che mi portava, faceva ogni sforzo per scuotermi e farmi cambiare d'avviso. Padre mio, gli dissi, io non posso chiamarmi con altro nome diverso da quel che sono, cioè cristiana.

    A tale parola mio padre si slanciò contro di me e sembrava volesse cavarmi gli occhi, ma finì per dirmi soltanto delle villanie e delle ingiurie, e quindi si ritirò confuso per non aver potuto vincer la mia fermezza con tutti gli artifizi che il demonio gli aveva suggerito. Per qualche giorno non si fece più vedere da me e ne ringraziai il Signore. La sua lontananza mi era un sollievo. Durante questo breve intervallo ricevemmo il battesimo; e lo Spirito Santo, mentre io stavo nell'acqua, m'ispirò di domandare un'unica cosa: la pazienza nelle pene che avrei dovuto soffrire nel corpo.

    Pochi giorni dopo fummo condotti in prigione. All'entrare ebbi uno spavento indicibile, perché io non avevo mai visto tenebre sì orrende. Che giorni tristi! Eravamo così ammucchiati uno contro l'altro che si soffocava; per di più si era costretti a subire ad ogni momento l'insolenzà dei soldati di guardia. Ma l'angoscia più grave mi veniva dal pensiero del mio bambino, che era lontano da me. Terzo e Pomponio, i cari diaconi che avevano cura di noi, riuscirono a ottenere, profondendo del denaro, che per alcune ore lungo la giornata fossimo condotti in luogo aperto, a respirare un poco d'aria. Allora, usciti dal fondo del carcere, ciascuno poteva ristorarsi come meglio gli piaceva. Mia cura era di dare il latte al bambino, già mezzo morto per l'inedia. Con molto affetto parlai a mia madre, confortai mio fratello, e raccomandai a tutti in modo speciale l'assistenza al piccino. Ma ero in pena nel vedere i miei cari afflitti per causa mia.

    Dopo pochi giorni si diffuse la voce che saremmo stati giudicati. A tal notizia mio padre, accasciato dal dolore, corse dalla sua villetta e venne a vedermi, sperando di togliermi dal mio proposito, e mi diceva: "Figlia mia, abbi pietà dei miei capelli bianchi; abbi pietà di tuo padre, se almeno mi credi ancora degno d'essere chiamato tuo padre! Pensa a tua madre, ai tuoi fratelli, al tuo figlioletto, che senza di te non potrà vivere. Non ostinarti a questo modo, perché tu fai morire tutti, e ci mandi in rovina!".

    Così parlava mio padre nel suo amor per me, e nello stesso tempo mi baciava le mani, si gettava ai miei piedi, mi chiamava non "figlia" ma signora e padrona. A simili accenti, io sentivo pietà per lui, perché di tutta la mia famiglia era l'unico che non si sarebbe gloriato del mio martirio; lo rassicurai dicendo: "Accadrà quel che Dio vorrà: poiché non siamo noi i padroni di noi stessi, ma Dio! Ed egli se ne andò molto rattristato".

    Un giorno, durante la refezione, fummo improvvisamente chiamati per un interrogatorio. Andammo al foro. Sparsasi di ciò subito la voce, veniva agglomerandosi nei dintorni del foro una folla immensa. Montammo sul palco del tribunale. I miei compagni furono interrogati e confessarono. Quando venne il mio turno d'essere interrogata, mio padre apparve d'improvviso portando in braccio il mio figlioletto; mi trasse in disparte fuori del mio posto e in atto supplichevole mi disse: "Abbi pietà del bambino". Il procuratore Ilariano insisteva: "Abbi pietà dei capelli bianchi di tuo padre; "abbi compassione della tenera età di tuo figlio. Sacrifica alla salute degl'imperatori ". Non farò mai una cosa simile, risposi, io sono cristiana.

    Allora il giudice pronunziò la sentenza, per la quale eravamo tutti condannati alle belve: noi scendemmo festanti dal palco per andare nelle prigioni. Poiché il mio bambino era abituato a prendere il latte da me ed a restare con me nella prigione, inviai subito a richiederlo a mio padre, ma egli non volle darlo. Piacque a Dio che il bimbo non domandasse più latte, di modo che io non ebbi più alcuna preoccupazione per lui, né venni a soffrire per questo, alcuna dolorosa conseguenza.

    Fino a questo punto ho scritto io stessa il racconto; quello poi che accadrà in seguito, nel combattimento per il mio martirio, scriverà chi vorrà.

    Anche Felicita ottenne da Dio un insigne favore. Ella era otto mesi che attendeva dal Signore un bambino. Man mano che il giorno dei giochi si avvicinava la sua tristezza aumentava, perché temeva che il suo stato di madre facesse rimandare il martirio ad altra epoca: la legge infatti proibiva di giustiziare a questo modo le madri. I suoi compagni di martirio non erano meno rattristati di lei, al pensiero d'abbandonare, sola, sul cammino della speranza e del bene che essi avrebbero posseduto così dolce amica e sorella. Perciò tutti si unirono in una sola preghiera in favore di Felicita. E tre giorni prima dei giochi, ella ebbe la grazia d'una bambina. Ai gemiti di lei nell'oscura prigione un carceriere disse: "Se tu in questo momento non sei capace di sopportare il dolore, che accadrà quando sarai di fronte alle bestie, che tu hai mostrato or ora di disprezzare e di non temere quando hai rifiutato di sacrificare?". Felicita rispose: "Adesso a soffrire sono io sola, ma allora ci sarà un Altro in me, che patirà per me, perché anch'io patirò per lui". La bambina di Felicita fu adottata da una cristiana.

    Spuntò finalmente il giorno del trionfo. Camminavano i martiri dalla prigione all'anfiteatro come andassero al cielo, giulivi in volto, commossi e trepidanti non per il timore ma per la gioia. Veniva ultima Perpetua, placida in viso, il passo grave, calma e maestosa come si conviene a una matrona di Cristo; con la forza superiore e divina dei suoi occhi imponeva rispetto a tutti. Era con lei Felicita, gioiosa per la sua riacquistata liberazione, che le permetteva di combattere quel giorno con le fiere, e desiderosa di purificarsi in un secondo battesimo.

    Per le due donne si era preparato una mucca furiosa (certo fu il demonio a suggerire questo animale generalmente sconosciuto nei giuochi), quasi si volesse recare maggior insulto al loro sesso. Si spogliarono queste sante donne delle loro vesti, si involsero in una rete, e in tale stato furono esposte alle belve. Perpetua fu esposta prima, e fu dalla mucca sollevata in aria con le corna. Ricadde sui lombi, battendo in terra fortemente. Nella caduta la sua tunica si aperse per buon tratto da un fianco; ed ella la ricongiunse subito con la mano e si ricoprì, più attenta al pudore che non al dolore.

    "Richiamata dagli arenai, si accorse che la sua capigliatura era sciolta: e allora raccolse e rannodò la chioma, pensando che una martire non deve avere, morendo, i capelli scarmigliati, affinchè nessuno avesse a credere che si affliggeva nel momento della sua gloria. Così ricomposta, Perpetua si rialzò, e, vedendo Felicita che giaceva al suolo quasi morta (gettata anch'essa a terra dalla vacca), le si accostò, le diede la mano, la sollevò dal suolo. Si fermarono là in piedi ambedue. Il popolo, mosso a compassione, gridò che si facessero uscire dalla porta Sanavivaria. Ivi Perpetua accolta da un catecumeno a lei molto affezionato, di nome Rustico, sembrava una persona che esce da un profondo sonno, ma era in estasi, e, guardandosi intorno chiese con stupore di tutti: "Quando dunque saremo esposte a questa mucca?". E siccome le si rispose che ciò era già stato fatto, essa non se ne convinse, finché non vide sopra le sue vestimenta e sopra il suo stesso corpo le tracce di quanto aveva sofferto. Dopo di che fece chiamare suo fratello e Rustico, e disse loro: "State saldi nella fede, amatevi gli uni e gli altri, e non rendetevi scandalo dei nostri patimenti".

    Quanto a Secondolo, Dio volle chiamarlo a sé mentre stava ancora chiuso nel carcere. Saturnino e Revocato, prima assaliti da un leopardo, furono poi crudelmente trascinati da un orso. Saturo fu prima esposto a un cinghiale, quindi a un orso; ma questa bestia non usci fuori della sua gabbia, così che, due volte rimasto immune, il martire fu chiamato dentro; solo alla fine dello spettacolo venne presentato a un leopadro, che con un sol morso lo immerse in un lago di sangue. "È lavato davvero! è lavato davvero! " gridò il popolo alludendo al battesimo. Poi il martire cadde svenuto e fu trasportato nello spoliario, ove già si trovavano gli altri martiri per essere scannati.

    Ma il popolo reclamava il ritorno dei condannati, poiché voleva darsi al barbaro piacere di mirare le spade quando s'immergono nel corpo d'un uomo. I martiri da loro stessi s'alzarono, condiscendendo al desiderio del popolo; e, giunti nel mezzo dell'anfiteatro, si diedero il bacio per consumare così il martirio in pace; poi, immobili, silenziosi, attesero il ferro. Saturo, che marciava in testa, morì per il primo.

    Perpetua era riserbata a un nuovo dolore. Colpita per sbaglio tra le coste e la gola diede un grido; poi, siccome il suo carnefice era un gladiatore novizio, prese essa stessa la mano tremante di quell'apprendista e si appoggiò la punta della spada sopra la gola. Sembrava che questa donna valorosa non potesse morire che di propria volontà, e che lo spirito immondo, dal quale era temuta, non potesse toccarla senza il suo consenso.

    Nota sulla composizione degli Atti.

    "Nel leggere questo celebre brano - d'un sì ardente e puro entusiasmo e d'una semplicità così bella e commovente, solo qua e là gravata di un tantino di retorica - ci si rende conto della sua intessitura. Il primo capitolo è un prologo da attribuirsi al redattore, che ha messo insieme le diverse parti narrate. Nel secondo capitolo il redattore narra sommariamente la simultanea cattura di Vibia Perpetua, giovane donna di ventidue anni, istruita e di famiglia ragguardevole; di due giovani, Saturnino e Secondolo; da ultimo di due schiavi, Revocato e Felicita, tutti catecumeni. (Un po' più tardi, un certo Saturo, loro istruttore, si sarebbe spontaneamente consegnato: paragrafo iv). Quindi dichiara che cede la parola a Perpetua che ha redatto di proprio pugno il racconto delle sue sofferenze...

    Bisogna perciò immaginarsi che le cose siano andate press'a poco così: Perpetua e Saturo nell'oscura prigione ebbero l'agio di stendere una breve relazione dei patimenti che soffrirono, e prima di tutto dei "carismi" con cui Dio li visitò. Tali annotazioni cadono fra le mani d'un testimone oculare del loro supplizio, il quale indaga su particolari che non ha potuto vedere coi propri occhi, completa la narrazione dei martiri e, dai diversi elementi, ne ricava un insieme che inquadra in un'esortazione morale e religiosa. Bisogna dunque distinguere due parti negli Atti quella del compilatore e quella degli stessi martiri...

    Io credo che, con tutta franchezza, si possa identificare nel redattore Tertulliano... Sono il suo stile, la sua lingua, le sue parole... Il testo poi fu redatto poco dopo il 202-303, data del supplizio dei martiri".

    (Pietro di Labriolle, Histoire de la litterature latine chrétienne, 3a ediz., 1947, p. 156).



    Santa Perpetua.

    Tutta la cristianità s'inchina davanti a te, o Perpetua! Ma c'è di più: ogni giorno, il celebrante pronuncia il tuo nome fra i nomi privilegiati ch'egli ripete al cospetto della vittima divina; così la tua memoria è perpetuamente associata a quella di Cristo, cui il tuo amore rese testimonianza col sangue. Ma quale beneficio egli s'è degnato d'accordarci, permettendoci di penetrare i sentimenti della tua anima generosa nelle pagine vergate dalle tue mani e pervenute fino a noi attraverso i secoli! Là noi apprendiamo il tuo amore "più forte della morte" (Ct 8,6), che ti fece vittoriosa in tutti i combattimenti. L'acqua battesimale non aveva ancora bagnata la tua fronte, che già eri annoverata fra i martiri. Ben presto dovesti sostenere gli assalti di un padre, e superare la tenerezza filiale di quaggiù per preservare quella che dovevi all'altro Padre che sta nei cieli. Non tardò il tuo cuore materno ad essere sottoposto alla più terribile prova, quando il bambino che prendeva vita dal tuo seno ti fu portato via come un novello Isacco, e rimanesti sola nella veglia dell'ultimo combattimento.

    "Dov'eri tu, diremo con sant'Agostino, quando neppure vedevi la bestia furibonda cui ti avevano esposta? Di quali delizie godevi, al punto d'essere divenuta insensibile a sì gravi dolori? Quale amore t'inebriava? Quale bellezza celeste ti cattivava? Quale bevanda ti aveva tolto il senso delle cose di quaggiù, tu, ch'eri ancora, nei vincoli della vita mortale?" (Per il giorno natalizio di santa Perpetua e Felicita).

    Il Signore ti aveva predisposta al sacrificio. E allora comprendiamo come la tua vita sia divenuta affatto celeste, e come la tua anima, dimorante già per l'amore, in Gesù che ti aveva tutto chiesto e al quale nulla negasti, fosse sin d'allora estranea a quel corpo che doveva ben presto abbandonare. Ti tratteneva ancora un legame, quello che la spada doveva troncare; ma affinché la tua immolazione fosse volontaria sino alla fine, fu necessario che con la tua stessa mano vibrassi il colpo che schiudeva all'anima il passaggio al Sommo Bene. Tu fosti donna veramente forte, nemica del serpente infernale! Oggetto di tutto il suo odio, tu lo vincesti! Ed ecco che dopo secoli il tuo nome ha il privilegio di far palpitare ogni cuore cristiano.



    Santa Felicita.

    Ricevi anche tu i nostri omaggi, o Felicita! Tu fosti degna compagna di Perpetua. Nel secolo essa brillò nel novero delle matrone di Cartagine; ma, nonostante la tua condizione servile, il battesimo l'aveva resa tua sorella, e ambedue camminaste di pari passo nell'arena del martirio. Appena si rialzava dalle violente cadute, essa correva a te, e tu le tendevi la mano; la nobile donna e la schiava si confondevano nell'abbraccio del martirio. In tal modo gli spettatori dell'anfiteatro erano già in grado di capire come la nuova religione avesse insita in sé una virtù, destinata a far soccombere la schiavitù.

    O Perpetua! o Felicita! fate che i vostri esempi non vadano perduti, e che il pensiero delle vostre virtù ed immolazioni eroiche ci sostengano nei sacrifici più piccoli che il Signore esige da noi. Pregate anche per le nuove Chiese che sorgono sulle sponde africane; esse si raccomandano a voi; beneditele, e fate che rifioriscano, per la vostra potente intercessione, la fede e i costumi cristiani.



    [1] PG t. 3, c. 13-58 e H. Leclerq. XX: I Martiri, t. I, p. 122-139. Questi Atti costituiscono uno del brani più completi della letteratura cristiana, e la loro autenticità è al di sopra d'ogni sospetto.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 831-837

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    Predefinito re: 31 marzo 2013: Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo

    6 marzo 2013: MERCOLEDÌ DELLA TERZA SETTIMANA DI QUARESIMA



    La Stazione, a Roma, è nella chiesa di S. Sisto, sulla Via Appia, oggi chiamata di S. Sisto Vecchio, per distinguerla da un'altra chiesa consacrata alla memoria del medesimo santo Papa e Martire.



    lezione (Es 20,12-24). - Queste cose dice il Signore Iddio: Onora tuo padre e tua madre, affinché tu viva lungamente sulla terra che ti darà il Signore Dio tuo. Non ammazzare. Non commettere adulterio. Non rubare. Non attestare il falso contro il tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la sua moglie, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né altra cosa che gli appartenga. Or tutto il popolo, sentendo i tuoni e il suono della tromba, e vedendo i lampi e il monte che fumava, atterrito e oppresso dalla paura se ne stette da lungi, dicendo a Mosè: Parlaci tu, e noi ascolteremo; non ci parli il Signore, che non abbiamo a morirne. E Mosè disse al popolo: Non v'impaurite. Dio è venuto per provarvi, affinché il suo timore sia in voi; e non pecchiate. Il popolo dunque se ne stette in lontananza, e Mosè s'avvicinò alla caligine nella quale era Dio. Poi il Signore disse a Mosè: Queste cose dirai ai figli d'Israele: Voi avete veduto come vi ho parlato dal cielo. Non vi farete degli dei ne d'argento né d'oro. Mi farete un altare di terra e sopra di esso offrirete i vostri olocausti, le vostre ostie pacifiche, le vostre pecore e i vostri buoi, in luogo dove vi sarà la memoria del mio nome.



    Doveri verso Dio ed il prossimo.

    Oggi la Chiesa ci richiama alla mente i precetti che riguardano il prossimo, cominciando da quello che impone il rispetto verso i genitori. In questo tempo di riforma e di conversione giova ai fedeli rammentarsi che i nostri doveri verso gli uomini poggiano sull'autorità di Dio; donde risulta che noi offendemmo lo stesso Dio, quando peccammo contro i nostri simili. Anzitutto il Signore reclama i suoi propri diritti, esigendo d'essere adorato e servito e interdicendo il culto grossolano degl'idoli; quindi prescrive l'osservanza del Sabato, i sacrifici e le cerimonie. Ma nello stesso tempo vuole che l'uomo ami il prossimo suo come se stesso, dichiarandosi vendicatore dei nostri fratelli, qualora li offendessimo e non risparmiassimo il torto o l'ingiuria. Nel reclamare i diritti del nostro prossimo, la sua voce suona come quando, sul Sinai, promulgò agli uomini i loro obblighi verso il Creatore. Chiarita così l'origine dei nostri doveri, comprendiamo meglio lo stato delle nostre coscienze, e quanto siamo debitori alla giustizia di Dio. Ma se l'antica legge, scolpita su tavole di pietra, sanziona con tanta autorità il precetto dell'amore del prossimo, quanto più la nuova legge, suggellata dal sangue di Gesù Cristo, morente sulla Croce per i suoi fratelli ingrati, ci rivela l'importanza del precetto della carità fraterna! Queste due leggi stanno davanti a noi come il doppio testo sul quale saremo giudicati. Siamo dunque solleciti a conformarci a ciò ch'esse prescrivono, perché si compia in noi la parola del Signore: "Da questo conosceran tutti che siete miei discepoli, se avrete mutuo amore" (Gy 13,35).



    VANGELO (Mt 15,1-20). - In quel tempo: S'accostarono a Gesù degli Scribi e dei Farisei di Gerusalemme e gli dissero: Perché i tuoi discepoli trasgrediscono le tradizione degli antichi? Infatti non si lavano le mani quando mangiano. Ma egli rispose loro: E anche voi, perché trasgredite i comandamenti di Dio per la vostra tradizione? Dio infatti ha detto: Onora il padre e la madre; e chi maledirà il padre e la madre sia punito di morte; ma voi altri dite: Chiunque abbia detto al padre o alla madre: Quello che dovresti avere da me sia offerto a Dio, e non è più obbligato ad onorare il padre e la madre; e con la vostra tradizione avete annullato il comandamento di Dio. Ipocriti, ben profetò di voi Isaia, quando disse: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me: però mi onorano invano, insegnando dottrine e comandamenti d'uomini. E chiamata a sé la folla, disse loro: Ascoltate e intendete: Non quello che entra dentro la bocca contamina l'uomo; ma quello che esce dalla bocca, quello sì che contamina l'uomo. Allora i suoi discepoli accostatisi gli dissero: Sai che i Farisei, udite le tue parole, ne sono restati scandalizzati! Ed egli rispose loro: Qualunque pianta non piantata dal mio padre celeste sarà sradicata. Lasciateli, son ciechi che guidano dei ciechi: e se un cieco ne guida un altro, tutti e due cadono in una fossa. Pietro allora prese a dirgli: Spiegaci questa parabola. Ed egli disse: Ora siete anche voi senza intelletto? Non capite che quanto entra per la bocca, passa nel ventre e va a finire nel cesso ? Ma quel che esce dalla bocca viene dal cuore, e questo sì che contamina l'uomo. Perché dal cuore vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze e le bestemmie. Queste cose contaminano l'uomo; ma il mangiare senza lavarsi le mani non contamina l'uomo.



    Le pratiche esteriori.

    La legge che diede Dio a Mosè imponeva una quantità di pratiche e di cerimonie esteriori, che i Giudei fedeli osservavano con scrupolo e puntualità. Anche Gesù, ch'era il supremo legislatore, vi si conformò con tutta umiltà. Ma i Farisei avevano aggiunto alle leggi e ordinanze divine delle tradizioni umane e superstiziose, quasi da far consistere la religione in queste invenzioni della loro superbia. Gesù ristabilisce il vero senso delle osservanze esteriori, per venire in aiuto ai deboli ed ai semplici, che potevano essere fuorviati da questo falso insegnamento. Durante il corso della giornata i Farisei praticavano una serie di lozioni, sostenendo che, se non si fossero lavate spesso le mani, ed una volta al giorno anche tutto il corpo, il loro cibo era impuro, per le immondezze contratte nell'incontrare o nel toccare mille cose che non erano affatto segnate nella legge. Gesù, volendo liberare i Giudei da un peso così umiliante ed arbitrario, rimprovera i Farisei d'aver pervertita la legge di Mosè.



    Ciò che contamina l'anima.

    Venendo poi a giudicare l'intimo di tali pratiche, insegna che nessuna creatura è per se stessa impura, e che la coscienza d'un uomo non può essere macchiata dal cibo che entra nello stomaco. "Ciò che fa l'uomo colpevole, dice il Salvatore, sono i pensieri e le opere cattive, che vengono dal cuore". Gli eretici pretendevano trovare in queste parole la condanna della pratiche esteriori imposte dalla Chiesa, specialmente quella dell'astinenza; ma a questo proposito dobbiamo applicare loro ciò che disse Gesù ai Farisei: "Sono come ciechi che guidano dei ciechi". Infatti se i peccati che si fanno con le cose materiali si devono attribuire alla volontà spirituale dell'uomo che li commette, non ne segue che la volontà ne possa usare innocentemente, quando Dio, o la Chiesa che comanda in nome suo, le vietano. Dio proibì ai nostri progenitori, sotto pena di morte, di mangiare del frutto d'una data pianta: ma essi ne mangiarono e si resero colpevoli. Forse perché il frutto era impuro in se stesso? No, perché era una creatura di Dio come gli altri frutti del paradiso; ma il cuore dei nostri progenitori si compiacque dell'idea della disobbedienza, ed essi disobbedirono: ecco come si spiega il loro peccato, che aveva per oggetto un frutto. Con la legge promulgata sul Sinai, Dio aveva proibito agli Ebrei l'uso della carne di alcune specie d'animali: se ne mangiavano, peccavano, non perché erano maledette in se stesse, ma perché disobbedivano al Signore. Ora, i precetti della Chiesa riguardanti il digiuno e l'astinenza sono della stessa natura di quelli cui abbiamo accennato. Per darci occasione d'applicare a noi, e unicamente nel nostro interesse, il principio della penitenza cristiana, la Chiesa ci prescrive, in una certa misura, l'astinenza: se violiamo la sua legge, non è l'uso delle vivande che ci contamina, ma la ribellione contro il sacro potere che Gesù Cristo ieri ci raccomandava con tale energia, da non esitare dall'affermare che chi non ascolta la Chiesa dev'essere considerato come un pagano.



    PREGHIAMO
    A noi, che cerchiamo la grazia della tua protezione, concedi, o Signore onnipotente, di servirti, liberati da ogni male, con animo tranquillo.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 570-573
    Ultima modifica di Guelfo Nero; 06-03-13 alle 01:50

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    Predefinito re: 31 marzo 2013: Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo

    7 marzo 2013: GIOVEDÌ DELLA TERZA SETTIMANA DI QUARESIMA



    Metà-Quaresima.

    Questo giorno segna la metà della santa Quarantena, ed è chiamato Giovedì della metà Quaresima. Oggi infatti si compie il ventesimo giorno dei quaranta, di questo santo tempo, prescritti dalla Chiesa. Presso i Greci è la giornata di ieri che viene computata, propriamente parlando, Mesonéstima, cioè metà digiuno; nome che del resto essi danno all'intera settimana, che, nella loro liturgia, rappresenta la quarta delle sette settimane che formano la loro Quaresima. Il Mercoledì di questa è da loro considerato una festa solenne, un giorno d'allegrezza, nel quale si rianimano di coraggio a proseguire fino al termine. Le nazioni cattoliche d'Occidente, pur tralasciando di considerare un simile giorno come una festa, furono sempre solite passarlo con una certa allegria. Difatti, non è contrario allo spirito del cristianesimo festeggiare il centro della Quaresima, riunendo, alla maniera dei nostri padri, più commensali a tavola, e servendola con una maggiore ricercatezza ed abbondanza, purché sia rispettato il digiuno. Ma ahimé! nei nostri paesi regna il rilassamento, e quanti, che si dicono cattolici, non hanno fatto altro da venti giorni a questa parte, che violare le leggi del digiuno e dell'astinenza, in base alle dispense legittime o estorte! Che senso possono avere per loro le gioie gustate dai cristiani tuttora fedeli alle sante tradizioni? Per provare tali gioie bisogna averle meritate con le privazioni, con qualche incomodo imposto al nostro corpo; ed è proprio quello che non sanno più fare troppi cattolici dei nostri giorni. Preghiamo per loro, affinché Dio faccia loro comprendere una buona volta a che cosa li obbliga la fede che professano.

    A Roma la Stazione è alla chiesa dei SS. Cosma e Damiano, al Foro. Come sappiamo da Durando, nel suo Razionale degli Uffici divini, il Medio Evo ricercava la ragione di tale scelta nella professione medica che i due santi Martiri esercitarono. Si pensava che la Chiesa intendesse implorare non solo per le anime, ma anche per i corpi dei suoi figli già affaticati, la protezione di quei potenti amici di Dio che consacrarono sulla terra le risorse dell'arte medica al sollievo corporale dei loro fratelli. Il dotto liturgista Gavanto si dilunga a commentare questo pensiero, che oltre ad ispirare la scelta di questa chiesa per la Stazione, non è meno idoneo ad edificare i fedeli, esortandoli a ricorrere ai due fratelli medici e a domandare, per loro intercessione, la costanza e le forze necessarie per adempiere degnamente e fedelmente la Quaresima.



    LEZIONE (Ger 7,1-7). - In quei giorni: La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: Sta' sulla porta dell'a casa del Signore, ed ivi predica questa parola e di': Udite la parola del Signore, voi tutti di Giuda, che entrate per questa porta ad adorare il Signore. Queste cose dice il Signore degli eserciti, il Dio d'Israele: Emendate i vostri costumi e i vostri affetti, e allora abiterò con voi in questo luogo. Non vi cullate nelle parole vane da voi ripetute: C'è qui il tempio del Signore, il temolo del Signore, il tempio del Signore! Perché se voi migliorerete i vostri costumi e i vostri affetti, se renderete giustizia tra l'uomo e il suo prossimo, se non opprimerete lo straniero, l'orfano e la vedova; se non spargerete in questo luogo il sangue innocente, se non andrete dietro agli dei stranieri, per vostra sventura, allora io abiterò con voi in questo luogo, nella terra che io diedi ai vostri padri per secoli e secoli, dice il Signore onnipotente.



    Il culto interno ed esterno.

    La santa Chiesa non manca a nessuno dei doveri verso i suoi figli. Sebbene insista per ottenere da loro l'adempimento degli obblighi esteriori della religione, per quanto possano essere penosi alla loro pigrizia, sempre li ammonisce di non credere che le pratiche corporali, esattamente compiute, possano sostituire le virtù intcriori imposte all'uomo ed al Cristiano. È vero che Dio non accetta l'ossequio dello spirito e del cuore di colui che, per superbia o per negligenza, trascura d'offrire insieme il servizio del corpo; ma far consistere la religione nelle opere puramente .materiali, non è più onorare Dio, il quale vuoi essere servito in spirito e verità (Gv 4,24). I Giudei erano fieri di possedere il tempio di Gerusalemme, dove abitava la maestà di Dio; ma questo privilegio, che li collocava al di sopra di tutte le altre nazioni, molto spesso tornava a loro danno, perché s'accontentavano d'uno sterile rispetto verso questa santa casa e non s'elevavano più in alto, non pensando neppure a riconoscere un così grande beneficio col praticare la legge di Dio. Altrettanto si dovrebbe dire di certi nostri cristiani, che, gonfi d'una fedeltà puramente esteriore al digiuno ed all'astinenza, non si prendessero pena d'emendare la propria vita, vivificandola con lo spirito della giustizia, della carità e dell'umiltà; meriterebbero d'essere ripresi dal Signore con le stesse parole che un giorno pronunciò contro Israele: "Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me" (Is 29,13).

    Questo fariseismo cristiano è divenuto abbastanza raro oggigiorno: la vera piaga dei tempi nostri è il rilassamento quasi universale che regna circa le pratiche esteriori; e quelli che sono fedeli alle osservanze della Chiesa, ordinariamente, non rimangono indietro alle altre virtù cristiane. Però talvolta s'incontra questa falsa coscienza, che produce uno scandalo tale da ritardare in molti l'avanzamento del regno di Dio. Aderiamo dunque a tutta quanta la legge, ed offriamo a Dio quel servizio spirituale che consiste nella conformità del cuore a tutti i precetti, unendovi, come necessario complemento, il sacrificio del nostro corpo, e praticando tutto ciò che la Chiesa c'impone, per elevarlo alle altezze dello spirito, di cui un giorno dovrà seguirne i destini.



    VANGELO (Lc 4,38-44). - In quel tempo: Gesù, uscito dalla sinagoga entrò nella casa di Simone. Or la suocera di Simone era stata presa da violenta febbre; e gliela raccomandarono. Ed egli, chinatesi verso di lei, comandò alla febbre e ne fu liberata; e alzatasi sull'istante, si mise a servirli. Tramontato poi il sole, quanti avevano infermi di varie malattie li portavano a lui. Ed egli, imposte a ciascuno le mani, li risanava. E da molti uscivano i demoni gridando e dicendo: Tu sei il Figlio di Dio. Ma egli li sgridava e non lasciava dir loro di sapere che lui era il Cristo. E fattosi giorno, uscì per andare in luogo deserto, ma le turbe, andate a cercarlo, giunsero fino a lui, e lo volevano trattenere perché non si partisse da loro. Ma egli disse: Bisogna che annunzi anche alle altre città il regno di Dio, essendo stato mandato appunto per questo. E andava predicando per le sinagoghe di Galilea.



    Il medico delle anime.

    Ammiriamo la bontà del Salvatore, che si degna adoperare il suo potere nella cura dei corpi, e siamo persuasi ch'è molto più sollecito a soccorrere le infermità delle anime. Siamo tormentati dalla febbre delle passioni? solo lui la può estinguere. Imitiamo anche noi lo zelo col quale gli abitanti della Galilea portano ai piedi di Gesù i loro malati. Guardando con quale bontà accoglie tutti questi infelici, presentiamoci anche noi con loro e supplichiamolo che non si allontani mai da noi, che rimanga sempre con noi; ed egli si degnerà restare. Preghiamo per i peccatori; i giorni del digiuno passano; già entriamo nella seconda metà della Quaresima, e s'avvicina la Pasqua della nostra liberazione. Guardate la moltitudine di coloro che non si scuotono: anime chiuse alla luce e che non si aprono; cuori induriti che non si lasciano commuovere per nulla; turbe di cristiani che aggiungono una nuova probabilità della loro eterna riprovazione! Offriamo per loro la nostra penitenza e domandiamo a Gesù, per i meriti della sua Passione ormai vicina, che voglia degnarsi d'un ultimo tratto di misericordia, strappando al diavolo le anime per le quali spargerà il suo sangue.



    PREGHIAMO

    La tua celeste misericordia, o Signore, accresca il popolo a te soggetto e lo renda sempre docile ai tuoi comandamenti.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 573-576

 

 
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