COMO - Procedeva al ritmo di 800mila euro al giorno, la fuga di capitali all'estero attraverso i valichi tra Como e il Canton Ticino. Lo sostiene la procura comasca che, nei giorni scorsi, ha chiuso una maxi inchiesta che vede coinvolti 59 indagati accusati a vario titolo di associazione a delinquere, riciclaggio e contrabbando.
E' arrivato a superare la cifra di oltre 30 milioni di euro in appena un anno, il fiume di contanti che la Guardia di Finanza ha accertato essere finito nei forzieri di alcune banche svizzere, i cui funzionari sono finiti nei guai con l'accusa di aver aiutato imprenditori del nord Italia a nascondere ingenti quantitativi di denaro al fisco.
Le fiamme gialle, in particolare, hanno puntato i riflettori sull'attività di due banchieri ticinesi. Sotto inchiesta anche numerosi 'spalloni' di valuta, tra i quali ex contrabbandieri utilizzati per trasportare buste piene di contanti che i clienti italiani chiedevano di poter mettere al sicuro dal fisco.
Il sostituto procuratore di Como Mariano Fadda, titolare dell'inchiesta, non punta il dito contro le banche, rimaste estranee all'inchiesta, ma nell'elenco degli indagati compaiono non pochi funzionari di istituti di credito.
L'inchiesta ha permesso anche di alzare il velo su un contrabbando d'oro e di diamanti dalla Svizzera all'Italia. Nel corso delle indagini, che hanno riguardato un periodo compreso tra il 2004 e il 2007, le fiamme gialle hanno infatti sequestrato un'ottantina di chili d'oro e, in una ditta di Padova, pietre preziose per complessivi 100 carati.