Fabio Falchi

Mentre i principali media stranieri intervistano Grillo e Casaleggio per cercare di capire quale sarà la linea politica del Movimento Cinque Stelle, l’Italia continua a precipitare nel baratro della recessione. Il nostro Paese è in caduta libera e, come dicono gli economisti, non si vede come possa agganciarsi alla ripresa: nel primo mese del 2013 i disoccupati erano circa tre milioni – un incremento di 110 mila unità sul mese precedente (+3,8%) e di 554 mila unità su base annua (+22,7%); la disoccupazione giovanile oltre il 38% ( ma al Sud oltre il 50%), in crescita del 6,4% rispetto al mese di gennaio dell’anno scorso; a febbraio, l’indice Pmi manifatturiero mostra una flessione da 47,8 punti di gennaio a 45,8 punti; la ricchezza prodotta lo scorso anno si attesta appena al di sopra di quella del 2000, in termini reali, dato che il Pil nel 2012 è diminuito del 2,4% (un calo addirittura superiore alla stima del -2,2% della Banca d’Italia); la contrazione del Pil comporta pure un maggior “peso” del debito pubblico che passa dal 120,8% del 2011 al 127%; i consumi sono crollati del 3,9%, la spesa delle famiglie del 4,3% e gli investimenti fissi lordi dell’8%. (1)
Sotto questo profilo – e tenendo anche conto di una situazione internazionale indubbiamente non positiva e che vede tutti i Paesi dell’Eurozona (tranne la Germania che registra una crescita dell’indice Pmi manifatturiero a 50,3 punti) in gravi difficoltà – ritenere che nel breve periodo sia possibile una “ripresa” della nostra economia è perfino assurdo. Il tutto peraltro è reso ancor più complicato e drammatico dal fatto che non si inietta più liquidità nella struttura produttiva, in quanto il sistema finanziario “sembra” ormai essere autoreferenziale e tendere unicamente ad “autoalimentarsi”, a danno dell’economia reale e a tutto vantaggio della speculazione internazionale. Ed è proprio questo che si deve tener presente per capire come mai un Paese come il nostro, che fino a pochi anni fa era uno dei Paesi più ricchi del mondo, improvvisamente sia diventato un Paese europeo povero, con una base produttiva debole, inefficiente e incapace di stare al passo con i tempi. Certo lo tsunami del 2008 ha fatto emergere alcuni difetti strutturali del nostro Paese, anche se tali difetti non avevano impedito all’Italia di avere una crescita sia pur modesta negli anni precedenti. Ma la diminuzione del 5% del nostro Pil a causa della crisi finanziaria non solo aveva poco (o nulla) a che fare con tali difetti, ma un impatto così forte sulla nostra economia, mettendo in luce quanto fossero dipendenti gli Stati dai “mercati”, avrebbe dovuto far comprendere che era necessario porre un argine alla prepotenza di una vera e propria organizzazione criminale finanziaria, tanto più pericolosa, in quanto di fatto “supportata” dalla potenza della capitalistica predominante.
Invece, la crisi è stata subito sfruttata proprio dai “mercati” che hanno trovato un terreno fertilissimo nell’assurda architettura politico-economica della Unione Europea che ha reso loro estremamente più facile stringere ancora più forte il cappio intorno al collo del nostro Paese. Infatti, l’euro, che nelle intenzioni dei cosiddetti “tecnocrati europeisti” (ammesso e non concesso che fossero in buonafede) doveva essere lo strumento mediante il quale giungere ad una definitiva e stabile unione europea, non solo ha diviso l’Unione Europea in due (Eurolandia e gli “altri”), ma ha diviso la stessa Eurolandia in una zona “forte” e in una zona “debole”, aprendo la strada ad ogni tipo di speculazione e di attacco ai Paesi europei più deboli e privi della possibilità di reagire, avendo ceduto gran parte della loro sovranità alla Bce, che (lo si è detto più volte, ma repetita iuvant) agisce come la longa manus dei “mercati” in Europa. Non sorprende quindi che la situazione del nostro Paese sia precipitata nel giro di breve tempo. E che la stessa Unione Europea sia a rischio lo hanno capito perfettamente gli americani che si rendono conto delle differenze politiche, economiche, sociali e culturali che caratterizzano i Paesi europei e ovviamente cercano di sfruttarle sul piano politico e su quello economico. Non a caso, adesso propongono una Nato economica, il cui significato politico può sfuggire solo agli europei che, per così dire, non sanno vedere più il bosco, presi come sono a prendersi cura ciascuno del proprio alberello.
In quest’ottica, non è difficile capire che le radici della crisi sono innanzi tutto di carattere (geo)politico, dacché è innegabile che il fatto stesso che uno Stato sia ostaggio dei “mercati” non sia un “fatto” meramente economico, bensì dipenda da precise scelte (geo)politiche. Ed è solo la politica che può porvi rimedio. Il che spiega anche perché gli economisti, che hanno proposto tutto e il contrario di tutto, siano in definitiva (tranne alcune notevoli eccezioni) i meno “adatti” a comprendere le ragioni dell’attuale crisi. Non sono certamente le soluzioni “tecniche” che mancano (diverso ruolo della Bce, ritorno al Serpente Monetario Europeo, introduzione di due euro sulla base di un patto di solidarietà e così via), ma si sa che le scelte di politica economica non sono neutrali e sempre invece in funzione di determinati interessi. D’altra parte è logico che i “mercati” mirino a fare il proprio interesse, anziché quello dell’Italia, e che spingano i singoli Stati ad indebitarsi per poi provocarne una crisi che metta i governi e l’economia nelle loro mani. Le misure di rigidità di bilancio e i tagli ai settori sociali trovano appunto la loro ragione d’essere in questa strategia (geo)politica assai più che nei “ritardi” e nelle “disfunzioni” (che pur nessuno vuole negare) del nostro Paese. Ecco perché chiedere di cedere ulteriore sovranità all’Europa (ovvero alla Bce, che tra l’altro è impegnata “riciclare” i titoli “tossici”, immessi nel circuito bancario, sottraendo così “ossigeno” all’economia reale e in particolare proprio alle Pmi che sono la spina dorsale dell’economia italiana) non può non equivalere a volere che le istituzioni europee siano ancora più autonome dai governi e dai cittadini e non dai quei centri finanziari che occupano quasi tutte le posizioni di potere dell’Unione Europea.
Non si può allora non condividere quanto sostiene Bruno Amoroso (uno dei pochi economisti ancora “pensanti”) secondo cui «la ripresa economica e produttiva da tutti richiesta è possibile solo se si restituisce ai governi ed ai cittadini la sovranità sulle politiche economiche e si riporti il sistema monetario dentro queste scelte. Non si può pensare che ogni Stato esca oggi singolarmente dall’euro ma l’unico modo per evitarlo è che l’Europa ritrovi una sua dimensione confederale a livello istituzionale e monetario». (2) Le differenze presenti in Europa sono il frutto di secoli di storia che solo ottusi e insipienti tecnocrati hanno potuto pensare di cancellare con trattati, regolamenti e altre “alchimie” burocratiche. E che il problema derivante da tali differenze lo abbiano compreso meglio (perlomeno in un certo senso) gli americani degli europei è segno di un declino culturale dell’Europa per certi versi ancora più preoccupante di quello economico. Ma forse anche questo, a ben considerare, dipende dal fatto che i Paesi europei si sono illusi di poter crescere e svilupparsi, lasciando che altri si occupassero delle questioni (geo)politiche (incluse quelle militari).
Nondimeno, anche la crisi che attanaglia milioni di cittadini europei potrebbe essere una buona occasione per rifondare l’Europa su basi eque e “realistiche”, a partire dai singoli Stati e dalle diverse regioni europee (mediterranea, baltica etc.). Vale a dire che bisognerebbe prendere atto che è indispensabile battersi per una maggiore sovranità nazionale e riconquistare lo spazio (geo)politico occupato dai “mercati”, poiché solo agendo in tal modo sarebbe possibile riguadagnare una certa iniziativa strategica e sottrarsi alla morsa dei “mercati”. Si deve però ammettere che non è impresa facile. Vero che l’euroscetticismo e il cosiddetto “nazionalpopulismo” indicano che qualcosa di nuovo nel ventre dell’Europa sta nascendo, ma per quanto concerne l’Italia il quadro politico è sempre più confuso e molti “dubbi” sono ancora da chiarire. Vi è anche il rischio che prevalga il difetto tipico degli italiani di scambiare ciò che è marginale per ciò che è essenziale. Né si dovrebbe dimenticare che, allorché è in gioco “la salute della patria”, ci vogliono “medici” di cui ci si possa fidare ma che abbiano pure il “pelo sullo stomaco”. Comunque sia, di una autentica “inversione di tendenza” per ora non vi è alcun segno, e nella migliore delle ipotesi si è all’inizio di un cammino lungo e difficile. D’altronde, non si può nemmeno escludere che il Movimento Cinque Stelle si disgreghi e/o che qualche “gruppo”, deciso a contrastare la mafia finanziaria atlantista, possa trarre profitto dal “caos” che si sta generando per il successo di Grillo. Tuttavia, si deve anche riconoscere che è ancora troppo presto per sapere se sarà o no possibile per il nostro Paese evitare di “slittare”, più o meno lentamente, verso la disastrosa situazione in cui oggi si trova la Grecia.

1) InvestireOggi
2) Bruno Amoroso, I sicari dell’economia globale.
L?ITALIA NELLA MORSA DI UNA CRISI ECONOMICA E (GEO)POLITICA - Stato & Potenza