Luca Tentori
Il termine “imperialismo” è un termine che fino a pochi anni fa si trovava chiaramente espresso anche nei titoli dei libri di storia in uso nelle scuole italiane. Oggi è un termine quasi dimenticato dalla stampa ufficiale e dal mondo della politica parlamentare. Al massimo lo si sente nominare in senso dispregiativo in qualche telegiornale come se chi parla dell’esistenza di una o più forme di imperialismo attualmente esistenti fosse un pazzo delirante o un “complottista”. Quindi questa parola è scelta per ridicolizzare chi la usa perché facente parte di un gergo politico ormai considerato “demodé” dall’odierno mondo “politically-correct” e “open-minded” dei media e della politica. Nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa del comandante Hugo Chavez, i media hanno definito il presidente venezuelano un “leader no-global che scade facilmente nella retorica anti-imperialista” e, in tempi più recenti, hanno detto che “la Corea del Nord sembra prepararsi a regolare i conti con l’imperialismo americano” con un’ironia per nulla velata dalla quale si lasciava intendere che l’imperialismo (in questo caso quello atlantico) sia solo uno spauracchio agitato da pochi nostalgici, per lo più comunisti o simpatizzanti tali. Se così fosse, e le politiche imperialiste fossero solo un retaggio di un passato scomparso, cancellato dalla globalizzazione, tenuto forzatamente in vita da questi presunti “nostalgici”, probabilmente vivremmo in un mondo molto migliore. Purtroppo la realtà è molto diversa e ne danno atto i milioni di persone che oggi per colpa dell’imperialismo soffrono: in alcune parti del mondo disoccupazione, degenerazione e precarietà, in altre morte e distruzione.
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Anti-imperialismo: una chiara scelta di campo - Stato & Potenza





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