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    Predefinito Chip e sensori negli uffici. Così veniamo tracciati.

    Tessere con chip e sensori ovunque Gli uffici dei dipendenti «tracciabili» - Corriere.it
    Sempre più aziende negli Stati Uniti studiano i movimenti degli impiegati

    Tessere con chip e sensori ovunque
    Gli uffici dei dipendenti «tracciabili»

    Chi parla con i colleghi produce più di chi sta solo al computer


    NEW YORK - Non solo controllo delle email, dell'uso del computer aziendale, della messaggistica e dei «tweet»: in molte imprese americane è sempre più diffusa l'abitudine di analizzare anche il comportamento fisico dei dipendenti. Compresi gli spostamenti dentro e fuori l'azienda, quando sono in servizio. Gli strumenti, con lo sviluppo delle tecnologie digitali, sono, ormai, i più disparati. Se, fino a qualche anno fa, ci si limitava a controllare l'attività sul web e gli spostamenti di chi aveva un cellulare col gps in tasca, adesso con sensori e telecamere sempre più minuscoli e di costo irrisorio si può fare di tutto: dagli Rfid, sentinelle in miniatura, sparpagliati su scrivanie e scaffali che registrano anche i movimenti in una stanza, ai badge con microchip incorporato che misurano perfino la durata delle soste in bagno.

    Uso il termine analizzare e non sorvegliare perché, almeno nelle intenzioni annunciate, queste tecnologie dovrebbero essere utilizzate dai datori di lavoro non per controllare i singoli, ma per studiare i comportamenti collettivi dei dipendenti. Cercando, poi, i modi di incentivare quelli che migliorano la produttività del lavoro. E se vieni licenziato perché i tuoi dati personali sono mediocri? Probabilmente non lo scoprirai mai.

    Alla fine del 2012 ha suscitato grande interesse tra i manager americani un articolo della Harvard Business Review che annunciava l'avvento di «Big Data: the Management Revolution» e un convegno organizzato negli stessi giorni dal Massachusetts Institute of Technology nel quale alcuni docenti di computer science hanno sostenuto che i nuovi strumenti della tecnologia digitale e i software sempre più evoluti sono destinati a cambiare il modo in cui l'attività degli uomini e il funzionamento delle macchine vengono misurati dalle imprese. Aprendo la strada a un vero cambio di paradigma nelle tecniche di gestione aziendale: manager sempre più focalizzati sul pensiero analitico, sulla valutazione di dati di qualunque tipo, rispetto a quello deduttivo, basato sull'intuizione. Dirigenti che usano numeri e sensori non solo per decidere cosa far fare ai loro dipendenti, ma anche per guidare i loro comportamenti e i loro spostamenti in azienda.

    Giorni fa, ad esempio, il Wall Street Journal ha raccontato di alcune società che stanno usando in via sperimentale sensori e nuovi software di controllo. Una volta compreso che i dipendenti più produttivi sono quelli che interagiscono maggiormente con gli altri e verificato che negli intervalli del pranzo molti restavano in ufficio a consultare le email o consumavano il pasto conversando con un solo collega, queste aziende si sono sforzate di rendere più attraenti le mense e anche di favorire i contatti interpersonali. Come? Ad esempio sostituendo i tavoli da quattro con altri, più grandi, ai quali possono sedersi anche 16 persone. O riducendo volutamente i punti di rifornimento delle bibite per creare, con le file, altre occasioni d'incontro. E anche il «coffee break» supplementare delle 3 del pomeriggio è stato introdotto con lo stesso obiettivo.

    Ovviamente tutto questo rende piuttosto esile il confine tra «Big Data» e «Big Brother», il «grande fratello». E la fissazione maniacale per i dati analitici, la diffusione di sensori ovunque, l'occhio fisso sul dipendente ogni momento del giorno, possono sfociare facilmente nell'inquietante o nel grottesco: una specie di «Tempi moderni» di Charlie Chaplin in versione XXI secolo. Ma, almeno negli Usa, questo tipo di sorveglianza è legale se esercitata sugli strumenti e nel perimetro aziendale. E questo spiega meglio anche perché Marissa Mayer, il capo di Yahoo!, ha deciso di far tornare in azienda i dipendenti che lavorano da casa. Da madre, spiegano in azienda, comprende i problemi della gente, ma da manager si è accorta che chi è lontano interagisce poco col suo ufficio. Era stata creata anche un'apposita rete Vpn, ma Marissa si è accorta che è poco usata. E ha cancellato il telelavoro con un tratto di penna.

    Difficile distinguere tra aspetti utili e agghiaccianti di questa ubiquità dei controlli: in molti luoghi di lavoro i dipendenti già hanno cambiato il modo di muoversi e di esprimersi, sentendosi spiati. Ma la tendenza è destinata a diffondersi comunque, per almeno due ordini di ragioni: la necessità delle aziende di ristrutturarsi recuperando efficienza e l'enorme disponibilità di dati a costi irrisori. Per sorvegliare non c'è più bisogno di assumere un investigatore privato: basta affondare le mani in Big Data e disseminare gli uffici di sensori e telecamere che costano qualche spicciolo. Al resto pensa il software.


    Massimo Gaggi13 marzo 2013 | 11:13
    Ultima modifica di Avanguardia; 13-03-13 alle 13:08

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  2. #2
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    Predefinito Re: Chip e sensori negli uffici. Così veniamo tracciati.

    Ci sono ancora stolti che credono di vivere nel mondo libero, che siamo più liberi che nelle epoche passate? Giorni fa si diede addosso quasi fosse uno strampalato visionario a quel deputato M5S reo di aver denunciato la legge dell' amministrazione Obama obbligante i pazienti degli ospedali a farsi inserire il microchip.
    Proprio oggi, una fonte giornalistica del mainstream riporta questa notizia che in una umanità normale dovrebbe innescare un moto ribellistico nichilista fino alla morte.
    Di fronte a queste cose, c'è da sperare nell' arrivo di meteore o che il "2012" sia solo rimandato!

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    Predefinito Re: Chip e sensori negli uffici. Così veniamo tracciati.

    Si un mondo liberissimo..
    coi sistemi che hanno oggi(internet in primis) delle teste d'uovo
    che conoscono la rete ti schedano in meno di un ora..

  4. #4
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    Predefinito Re: Chip e sensori negli uffici. Così veniamo tracciati.

    Indirizzi, numeri di telefono, email, opinioni politiche, gusti in fatto di sesso, scarpe o vestiti, idee su aborto e gun control, fedi sportive, commenti su Facebook, tweet. Centinaia di milioni di dati, raccolti su internet o consegnati dagli elettori agli attivisti che hanno bussato alle loro porte, e confluiti nell’immenso database centrale del Democratic National Party e in quelli dei Partiti Democratici dei singoli Stati. Un gigantesco patrimonio di informazioni, specchio fedelissimo dell’elettorato liberal, raccolto soprattutto negli ultimi 4 anni dal partito di Barack Obama che ora, scrive ProPublica.com, potrebbe essere messo in vendita per fini commerciali: le corporation vorrebbero acquistarli per conoscere ancor meglio chi compra i loro prodotti o servizi ed escogitare campagne pubblicitarie sempre più mirate ed efficaci.

    La National Voter File Co-op è nata nel 2011 – si legge sul sito di TargetSmart Communications, società che si occupa della vendita dei dati del DNP – “creata dai Partiti Democratici dei singoli Stati” per vendere i dati raccolti a “consulenti, alleati e organizzazioni indipendenti”. L’obiettivo: recuperare parte dei fondi elettorali spesi dal partito proprio per raccogliere quei dati. Ora però i compratori starebbero per cambiare. “Per i prossimi sei mesi – ha spiegato a ProPublica Drew Brighton, manager di TargetSmart, – il piano è vendere anche alle corporation”. Colossi della distribuzione, credit card company come American Express e commercianti di ogni categoria e livello sarebbero pronti a investire milioni: “I proprietari vogliono sapere chi fa shopping nei loro negozi”. “Tutto può accadere – racconta Ken Martin, presidente del Minnesota’s Democratic-Farmer-Labor Party e membro del board della Co-op – abbiamo varie corporation interessate”.

    “Anche se la vendita a scopo commerciale è teoricamente possibile – precisa Ray Buckley, presidente della National Voter File Co-op, per sedare le polemiche – non è la strada che percorreremo”. Ma che il cammino sia quasi segnato lo fa pensare l’uso che dei dati dichiara di voler fare la stessa Organizing for Action di Barack Obama. Con il presidente impegnato a convincere il Congresso a votare la sua legge sull’immigrazione, il gruppo no-profit utilizzato per promuovere nell’opinione pubblica le riforme contenute nel programma ha lanciato sul suo sito un appello agli immigrati: “Tell your story”, racconta la tua storia, con lo scopo di raccogliere e pubblicare i loro racconti di vita. Nella pagina dei submission terms, le condizioni che si accettano al momento in cui si invia lo scritto, si legge: l’organizzazione si riserva il diritto di usare i dati forniti “per qualsiasi scopo a sua discrezione, compresi gli usi politici, di advertising o commerciali di ogni tipo e senza limitazioni”.

    I democratici sono maghi nel data mining. Il Narwhal Project è un immenso cetaceo bianco creato da Obama che inghiotte miliardi di dati raccolti da registri pubblici, Facebook, Twitter, cookies e li organizza in migliaia di categorie pensate per essere combinate e calcolare “l’indice di convincibilità” di ogni cittadino: “Leggiamo la tua scheda e capiamo per chi voterai – racconta ancora Martin – fa paura, è il Grande Fratello”. Nessuno sa con esattezza quali dati i partiti conservino, né tutti gli usi che ne fanno. Ma uno scopo è chiaro: confezionare messaggi elettorali più mirati possibile. Una scienza quasi esatta: lo scorso anno – racconta Slate Magazine – Stephanie Cutter, deputy campaign manager di Obama in Ohio, ha inviato decine di email in cui si elencavano i piani del presidente sulla contraccezione gratuita ad un target di giovani donne sensibili al tema e profilate con precisione: 25 anni, residente nel Buckeye State, single, liberal, attenta ai costi dei servizi medici. Obiettivo centrato.

    Negli Usa le opinioni politiche degli elettori valgono oro per il mercato. Experian Marketing Services vende ai colossi della distribuzione liste piene di nomi schedati per orientamento politico. A novembre la società ha pubblicato una ricerca che dimostrava non solo che Democratici e Repubblicani sono divisi persino sul tipo di vestiti che indossano, ma anche che questo tipo di informazioni sono fondamentali per i retailer: se FootLocker è amato da chi vota Obama, American Eagle è appannaggio degli orfani di Romney. Anche il candidato del Gop alla Casa Bianca è stato accusato di giocare sporco con i dati degli elettori per identificare possibili donatori in campagna elettorale: i suoi analisti hanno scandagliato migliaia di database perfettamente legali ma venduti nell’ombra dalle corporation e pieni di informazioni su conti correnti, stati di famiglia, e proprietà. Il Grande Fratello, come i soldi, non ha colore politico.

    Usa, il ?grande fratello? dei dati degli elettori di Obama a rischio vendita - Il Fatto Quotidiano

    nell'ideo(zia)logia liberista l'uomo è solo merce per fare profitti e i politici non sono altro che braccia armate delle corporation, è sempre facile poi rifugiarsi in un "è colpa della politica, dello stato" non accorgendosi che quello è liberismo politico.
    Ultima modifica di Lawrence d'Arabia; 13-03-13 alle 15:06
    "Non abbiamo l'unione sociale ma solo quella economica e finanziaria. Finchè non capiamo questo, non capiremo perché i populisti hanno tanto successo!". Gabriele Zimmer
    Gratteri: "L'Ue è una prateria per le mafie"

 

 

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