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Discussione: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

  1. #151
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    I repubblicani in prima linea nell’opera per la costruzione dello Stato democratico (1950)


    Sintesi del discorso pronunciato a Roma nel teatro Quirino il 30 aprile 1950 e pubblicato sulla “Voce Repubblicana” del 3 maggio 1950 con questo titolo. Il discorso di La Malfa era stato preceduto da quello di Giulio Andrea Belloni. La manifestazione era stata organizzata dalla sezione “Centro” del PRI di Roma. Il 27 gennaio si era costituito il nuovo governo presieduto da Alcide De Gasperi, con la partecipazione dei rappresentanti della DC, del PRI e del PSLI e con l’esclusione del PLI. La Malfa era entrato nel governo come ministro senza portafoglio.



    Sarebbe facile parlare soltanto di unità di questa Italia che ha combattuto contro il fascismo ed il nazismo, che ha combattuto per la sua libertà e per lo spirito del suo risorgimento.
    Sarebbe facile parlare retoricamente di unità ma sarebbe altrettanto facile dimenticare completamente questa unità.
    In verità il 25 aprile ha visto l’unità del popolo italiano di tutti i partiti politici contro il fascismo; la grande unità del popolo libero contro l’avventura ventennale è stata realizzata ed è su questa unità, su questa posizione di battaglia che è nata la repubblica italiana, le sue radici sono nella resistenza e nella lotta contro il fascismo. E questo spiega perché tutti i partiti antifascisti al governo si trovano su una posizione sola: il fascismo non deve più ritornare. Nella storia del nostro paese il fascismo deve essere decisamente cancellato.
    Proprio recentemente questa posizione è stata riaffermata, proprio in occasione della commemorazione del 25 aprile; è stato chiaro che per qualsiasi governo democratico esiste nella costituzione, esiste nella Legge della Repubblica italiana una condizione assoluta di difesa e di estromissione di qualsiasi ritorno nostalgico: la posizione per cui il fascismo è un precedente storico nella nostra vita nazionale, che è una esperienza vissuta che non si può ripetere nella nostra vita politica.
    Questo è stato affermato di recente nella “Voce Repubblicana” riaffermato dal governo, questa posizione è stata solennemente dichiarata dal ministro Scelba alla Camera anche se non ha avuto il necessario rilievo.
    Nessuno dei deputati del Partito comunista o socialista fusionista e purtroppo neanche l’onorevole Calamandrei, che parlava spesso di un’opposizione costituzionale socialista ed a cui, in quell’occasione, ho mandato un biglietto, nessuno, neanche l’oppositore costituzionale onorevole Calamandrei, ha sentito il dovere di rilevare che era stato preso un impegno che – all’infuori dei conflitti politici – era un atto importante della vita parlamentare. Questo dice come, molte volte, le passioni politiche e le lotte politiche sono governate da altri elementi che non quelli che si portano alla ribalta!
    Io mi domando se proprio tutti i partiti che conducono la lotta democratica, vogliano veramente che il fascismo sparisca dalla vita politica, o non considerino che il risorgere di una situazione fascista faccia precipitare le forze politiche da una parte, portando a una rottura come nel 1922, e alla dittatura!
    Mi domando se veramente i partiti politici che oggi lottano nella vita politica italiana sono sempre governati dal vero e perenne interesse democratico del popolo italiano! Ma se il fascismo è un antecedente storico della nostra vita politica, è pure un’esperienza vissuta e condannata dal popolo italiano. Questo bisogna tenere presente perché la nostra lotta sia ferma e seria.
    Nella lotta politica italiana, che cosa è stata l’unità del 25 aprile nella lotta di resistenza? Che cosa è stata questa unità delle forze antifasciste?
    Qui è l’origine della crisi attuale o della lotta politica attuale. Non è vero che, essendo uniti nella lotta antifascista, noi fossimo uniti in una missione costruttrice della democrazia in Italia; se fossimo stati uniti in questa missione, non saremmo stati dei partiti politici, ma degli elementi di un nuovo partito totalitario.
    Ricordo la lotta degli elementi repubblicani in seno al Comitato di liberazione nazionale e la dialettica delle varie forze politiche, che si orientavano perché l’Italia, costituzionalmente, assumesse un determinato volto.
    Alcuni scrittori liberali del “Mondo” accusano il Partito repubblicano di sacrificare le sue idealità con la partecipazione al governo. Ma io ricordo che quegli scrittori erano i più tenaci difensori della monarchia nel Comitato di liberazione.
    Ed ancora mi voglio riferire a una recente polemica dell’onorevole Togliatti: egli era stato uno dei difensori della luogotenenza nel Comitato di liberazione nazionale. L’onorevole Togliatti è troppo intelligente perché gli si possa muovere l’accusa di essere filo-monarchico! Ma, se non avessimo noi combattuto per la repubblica, oggi avremmo in Italia uno schieramento politico tale che il nostro Paese sarebbe già condannato. Perché, se oggi ci fosse la monarchia, i repubblicani avrebbero potuto oggi prendere responsabilità di governo in difesa della democrazia nel nostro Paese? Si sarebbe visto invece un forte schieramento repubblicano, comandato dall’onorevole Togliatti, ed un forte schieramento monarchico comandato dalle forze reazionarie italiane. E le forze dell’onorevole Togliatti sarebbero state più estese di quanto non siano attualmente.
    Il consolidamento delle istituzioni democratiche repubblicane è possibile soltanto con la collaborazione di democristiani, socialisti e repubblicani. A questo proposito ricordo una polemica del 1945 con Pietro Nenni: sosteneva allora che i socialisti non si potevano disinteressare delle sorti della repubblica, e se oggi la vita della repubblica è più grave e faticosa di quanto noi pensassimo, questo non è torto del Partito repubblicano, non è un errore di Saragat, ma è un errore del Partito socialista di Pietro Nenni.
    Quanto sono artificiose le costruzioni politiche che si vogliono basare sulla così detta unità della classe operaia; la verità è che i ceti non si determinano secondo le classi cui appartengono, ma secondo i partiti.
    Il fatto è, che Togliatti pensava di dare un ordinamento all’Italia che non è il nostro e pensava di inserire il nostro paese in un ordine costituzionale, in un gruppo di paesi che noi chiamano del sistema orientale.
    Noi avevamo il dovere di lottare per il nostro ideale e di sconfiggere, politicamente – perché noi non abbiamo odii personali – coloro che volevano un tipo di Stato che non risponde alla nostra concezione.
    Se voi considerate l’attuale situazione dell’Italia dal punto di vista interno ed internazionale troverete che noi abbiamo risolto i problemi interni ed internazionali insieme con le nostre concezioni occidentali di vita. Voi non potete pensare che Mazzini, se oggi fosse materialmente in vita, come in vita è nello spirito, o Cattaneo, se dovessero essi combattere oggi preferirebbero alla repubblica democratica svizzera, o francese la repubblica cecoslovacca attuale. Quando sui giornali del fronte popolare si dice, quando l’onorevole Togliatti a me ha detto alla Camera che Mazzini non sarebbe stato nella lotta politica nell’atteggiamento dei repubblicani si dice il falso, perché Mazzini avrebbe scelto l’occidente.
    La democrazia sul terreno interno ed internazionale ha una vita difficile e dico che ancora non è consolidata nel nostro paese: e perciò quelle nazioni con le quali abbiamo affinità di civiltà e con le quali ci siamo allineati non ci possono chiedere ulteriori sacrifici. Noi non rivendichiamo Trieste perché è italiana né Gorizia perché è italiana: noi rivendichiamo il territorio libero di Trieste. Noi lo rivendichiamo in nome della democrazia, in nome delle norme del Trattato di pace, delle responsabilità che abbiamo assunto.
    Siamo contro posizioni di estremismo nazionalista, noi abbiamo preso impegni e li manterremo, ma sappiamo che se gli Stati Uniti, la Francia, l’Inghilterra per andare dietro ad un dittatore che gioca una avventura sacrificano la democrazia, avranno frutti amari da questa politica. L’Italia avrà una grave crisi e la crisi italiana, come almeno due volte nella storia, non sarà una crisi che i popoli liberi potranno facilmente sopportare.
    L’Italia ha bisogno di un socialismo democratico, e, per parte nostra, abbiamo offerto a questo socialismo una collaborazione nel raggiungimento di particolari scopi della democrazia. Siamo troppo fieri della nostra autonomia e del nostro passato e pensiamo che ogni partito deve mantenere il rispetto delle sue tradizioni; ma vi possono essere cambiamenti di politica interna ed economica che possono volere un accostamento fra repubblicani e socialisti. Si faccia, si dia l’impressione al paese che accanto alla Democrazia cristiana si costituisce una forza democratica laica! Ed allora, molti dei problemi che ci angustiano, molte difficoltà che ci tormentano, molte di queste crisi spirituali, che sono al di là dei problemi politici concreti, che sono qualcosa che è nel nostro sentimento, molti travagli di oggi sarebbero superati.
    Noi chiediamo a tutti coloro che vivono nello spirito democratico, che sentono la democrazia come esigenza profonda, di prendere le loro responsabilità e di prenderle in comune; perché, di fronte a questo grande partito che governa la vita italiana, di fronte alle forze dell’onorevole Togliatti, noi abbiamo il dovere di presentare un fronte unico. Non possiamo dilettarci, amico Silone, amici Romita e Saragat, in piccole questioni; mettiamoci intorno ad un tavolo e consideriamo questo momento decisivo del nostro paese. Sappiamo dove andare. Noi sentimmo che la formula del 18 aprile era caduta; noi sentimmo che qualche cosa doveva essere mutato. Nelle nostre conversazioni con De Gasperi, noi abbiamo presentato una alternativa governativa e democratica: o possibilità di unire Democrazia cristiana e liberali, o di unire la DC coi repubblicani e i socialisti.
    Noi non aprimmo questa alternativa perché avevamo fame di posti al governo ma perché si ponevano in quel momento dei problemi di ordine sociale e costituzionale molto difficili e complessi, perché noi dovevamo scegliere fra l’altro se fare una politica per il Mezzogiorno e una politica economica che non aumentasse il numero dei disoccupati, una politica economica più viva, meno contabile. Noi avevamo il problema del decentramento regionale e vedevamo che tutti questi problemi dovevano essere affrontati nella loro interezza.
    La crisi di gennaio fu risolta nel senso di un impegno preciso del governo per la riforma agraria, regionale e per la politica del Mezzogiorno; in pochissimo tempo il governo ha precisato i suoi punti di vista definendo un vasto e concreto programma di lavoro.
    Il progetto Segni di riforma agraria è un impegno del governo rispondente all’accordo tra i partiti della coalizione e non possono essere ammesse quindi manipolazioni, come si vorrebbe fare con il progetto di Martino. Progetto per la Cassa del Mezzogiorno: cento miliardi l’anno non sono molti, ma si è creato uno strumento nuovo, efficace, che per la prima volta affronta il problema del Mezzogiorno e quello della riforma agraria ponendoli su un piano di interesse nazionale.
    Soltanto in una situazione anormale è possibile mobilitare la campagna propagandistica in atto contro la riforma agraria, in difesa degli ottomila proprietari colpiti dal progetto Segni.
    In Italia ogni cosa nuova è un salto nel buio, tutto secondo alcuni dovrebbe restare fermo; o dovrebbe precipitare in soluzioni estreme: qui o vi è reazione o si è sovversivo. Noi siamo contro questo spirito massimalista: qui sta il significato della nostra lotta.
    La costituzione di un paese democratico è una grande battaglia, e non basta avere scritto una costituzione ed avere un presidente della repubblica, per dire che le istituzioni sono consolidate, che l’avvenire è assicurato! Questi sono tempi di ferro e di battaglia e, in ogni momento, quello che avete costruito può cadere come un castello di carta! Se noi repubblicani, e siamo i più degni, vogliamo essere fedeli allo spirito del nostro Risorgimento, se vogliamo rispettare lo spirito dei nostri padri, noi, che abbiamo avuto in consegna dal sacrificio italiano questa repubblica – vogliamo essere al governo o all’opposizione – abbiamo il dovere di difendere la repubblica e gli ideali democratici contro qualsiasi dittatura, qualsiasi totalitarismo di destra o di sinistra.


    Ugo La Malfa
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  2. #152
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    Una nuova politica non semplici frasi (1952)


    “La Voce Repubblicana” del 2 aprile 1952. La Malfa risponde all’articolo di Pietro Nenni, “Una nuova politica ecco ciò che occorre” [https://www.facebook.com/notes/pietr...2803894502782/ pubblicato sull’ “Avanti!” del 30 marzo 1952.


    La risposta che Nenni mi dà nel numero domenicale dell’ “Avanti!” non solo sfugge alle questioni di fondo da me poste, ma ricaccia il problema in alto mare e spezza un dialogo che poteva essere molto utile, oltreché chiarificatore, ai fini degli interessi essenziali della democrazia.
    Avevo chiesto a Nenni quale mai diverso comportamento politico avesse prodotto, non nel Partito comunista (ciò non lo pretendiamo, né lo scontiamo), ma nel Partito socialista italiano, un De Gasperi considerato addirittura “troppo liberale”, una riforma agraria che solleva resistenze, il pericolo di sfruttamento pseudo patriottardo e fascista della questione di Trieste, la politica di prudenza e responsabilità da noi condotta nell’ambito atlantico.
    Nenni risponde che non si possono far progredire né difendere le istituzioni repubblicane, se si amputa la maggior parte delle forze che ad esse dettero vita. Ma abbiamo noi mai tentato di amputare il Partito socialista italiano? Nenni cita i quattro milioni e mezzo di voti socialisti per la repubblica. Ma abbiamo mai mostrato di voler fare a meno di tali voti? Nenni domanda se ha giocato al peggio nel 1945-46. In quegli anni no, ma a partire del 1947, e con ritmo più accelerato, sì!
    Come fa Nenni a dire che nel 1948, promuovendo il fronte popolare, ha seguito la tradizione bloccarda da Cavallotti a Chiesa, a Turati, la esperienza spagnola del 1931 e ’36 e francese del 1934 e ’36?
    O i governi democratici di questi anni sono stati i governi che Cavallotti, Chiesa e Turati hanno combattuto, i governi reazionari della Spagna e della destra francese, o sono stati i governi (secondo le stesse ammissioni di Nenni) di un De Gasperi “troppo liberale”, della riforma agraria e della Cassa del Mezzogiorno, della riforma tributaria, della liberalizzazione degli scambi, della legge contro il fascismo e del federalismo europeo. E allora perché combatterli con uno schieramento che essi non meritano e perché scomodare personaggi come Cavallotti, Chiesa e Turati, che, tra parentesi, oggi starebbero con noi? E perché Nenni, che oggi vuole la proporzionale per presentarsi autonomo, non se ne è servito allora? Forse perché allora egli puntava su altre carte?
    Nenni dichiara di non aver giocato al peggio nella battaglia contro il Patto atlantico e di non aver creduto al pericolo immediato di guerra, e rivendica il merito di aver condotto la lotta contro l’alleanza atlantica, senza fanatica intransigenza, ma consigliandone una interpretazione italiana. Ma i democratici hanno fatto di più e di meglio, e rifiutandosi di perseguire una piccola e angusta politica di “scaltrezza italiana”, hanno cercato di contribuire con tutte le loro forze alla soluzione di un grande problema storico. Essi hanno interpretato il Patto atlantico come strumentale rispetto al fine della federazione europea, e per questo fine hanno duramente combattuto e combattono. Nell’ “Avanti!” del 20 gennaio, la politica dei federalisti era da Nenni giudicata “una mistificazione”, ed abbiamo dovuto vedere un Partito socialista respingere questa “mistificazione” per la “grande politica” delineata dal suo capo.
    Nenni dice che io vedo nero. Vedo soltanto come egli ha visto, e visto bene una volta tanto, replicando a Gonella. I governi democratici hanno fatto in questi anni una “politica democratica”, hanno affrontato situazioni di battaglia contro la destra, e si sono alienati appoggi elettorali di cui avevano goduto. Naturalmente un problema del genere non riguarda direttamente il Partito repubblicano o il Partito socialdemocratico, ma la Democrazia cristiana. Ora non basta riconoscere che De Gasperi è stato “troppo liberale” per sbarazzarsi subito dopo del problema, ma bisogna trarre tutte le necessarie conseguenze da questa affermazione e assumere le responsabilità che ne derivano. Lo fa forse Pietro Nenni, lo fanno forse i socialisti del suo partito? Per essi, De Gasperi o Pelloux sono la stessa cosa, e il passaggio da De Gasperi a Pelloux li lascia indifferenti. E se questa non è politica del tanto peggio tanto meglio, cosa sarà mai una tale politica?
    Secondo Nenni, per rimediare ad una situazione indubbiamente grave io proporrei una mistificazione elettorale. Io non ho proposto ancora nulla (e questo valga anche per l’amico Zuccarini che interviene nella polemica); ho soltanto controbattuto la falsa, interamente falsa, affermazione di Nenni che l’abolizione della proporzionale giovi alle forze di destra e contribuisca allo spostamento a destra. In realtà – ripeto – poiché nessuna forza democratica vorrà apparentarsi, in sede di elezioni politiche, con forze di destra (e con ciò rispondo alla preoccupazione sostanziale di Zuccarini),[1] il mantenimento della proporzionale gioverà alle forze di estrema destra e di estrema sinistra che, facendo una lotta di regime e non un apprezzamento nell’ambito costituzionale, della politica di governo, e sfruttando il fatto che ogni politica di governo logora, vanno all’assalto dello Stato e della costituzione repubblicana e democratica senza scrupoli e preoccupazioni di sorta.
    E, d’altra parte, se l’abolizione della proporzionale è una “mistificazione” che cosa offre Nenni qualora non si ricorra a questa “mistificazione”? Ecco: “Ci sono delle intransigenze che possono attenuarsi, delle agitazioni che possono assumere forme più calme, degli scioperi che possono essere evitati”.
    Caro Nenni! Io ho molto rispetto per il pensiero socialista, e per la persona che oggi lo esprime. Ma leggendo quelle righe, pensando “alle agitazioni che possono assumere forme più calme, agli scioperi che possono essere evitati”, mi domando se il dramma della vita mondiale ed europea non si sia ridotto, nel pensiero dei socialisti nenniani, ad una simpatica commedia.
    Il dialogo può continuare, ma deve toccare il fondo dei problemi politici e non costituire un passeggero diletto. È necessario o no dare un indirizzo ed una responsabilità politica ben definita ai milioni di voti di cui Nenni si dice depositario? E se è necessario, in che consisterà tale indirizzo e tale responsabilità politica?


    Ugo La Malfa


    [1] Oliviero Zuccarini aveva inviato alla “Voce Repubblicana” una lettera, pubblicata il 1° aprile 1952 con il titolo A proposito della proporzionale, nella quale si esprimeva a favore della proporzionale pura e contro le ipotesi avanzate da La Malfa.
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    La repubblica conciliare (1968)


    “La Voce Repubblicana”, 14 febbraio 1968 – L’on. La Malfa ha inviato ieri al “Corriere della Sera”, che la pubblica stamane, la seguente lettera.


    Caro Direttore,

    mi consenta di avvalermi dell’articolo su “Il dialogo” [https://www.facebook.com/notes/giova...3219599436312/ , ndr], che ha inaugurato la sua direzione al giornale, e dell’accento che Ella ha fatto alla cosiddetta “Repubblica conciliare”, immagine con la quale ha voluto caratterizzare il risultato concreto che avrebbe avuto, così come è stato da taluno presentato, il dialogo fra cattolici, comunisti e certa sinistra laica e socialista, per chiarire, secondo il mio giudizio, qual è uno dei fondamentali errori di tale impostazione.
    È una vecchia abitudine nazionale quella di ridurre i maggiori problemi politici del nostro paese a problemi di puro e semplice schieramento, senza mai pensare di giustificare questo o quello schieramento sul metro della capacità che essi possano avere di risolvere i problemi che la società ci prospetta. Si può quasi dire che in un paese, nel quale il polipartitismo è una costante storica rispetto al più classico bipartitismo, il maggiore impegno politico si esplica nel combinare le forze, e non nello studiare i problemi che renderebbero utile questa o quella combinazione di forze.
    Ora, se questa maniera di vedere i problemi poteva avere una certa giustificazione nel susseguirsi storico di formule centriste, essa ha mostrato tutta la sua debolezza con l’avvento del centro-sinistra. Il centro-sinistra si è presentato, infatti, con una forte carica riformatrice, da esercitare nei più diversi campi dell’attività pubblica. E una azione riformatrice, se presuppone, certo, una associazione di forze politiche capace di esercitarla, vuole altresì che il problema sia studiato in sé, a prescindere dall’esistenza o meno delle forze capaci di volerla. Non si può, infatti, volere una azione riformatrice, e della complessità e ampiezza di quella originariamente indicata dal centro-sinistra, senza conoscere esattamente la struttura, la maniera d’essere, la composizione, le possibili reazioni della società nella quale l’azione riformatrice deve operare. Soprattutto quando tale società si fonda, come da noi si fonda, su una libera e democratica manifestazione delle sue scelte politiche e quando su di essa può essere solo applicata un’attività riformatrice, e non un mero processo rivoluzionario.
    La diffusa delusione provocata dalla svolta di centro-sinistra, le difficoltà che incontrano le forze politiche che l’hanno realizzata, il senso di amaro che danno le ultime vicende della presente legislatura, tutti fenomeni negativi che Ella ha rilevato nel suo articolo, sono la conseguenza, non delle mancate riforme, ma della scarsa elaborazione, in una visione coordinata e coerente, dei problemi relativi all’azione riformatrice, rispetto alla speranza che il nuovo schieramento di forze aveva determinato.
    In altri termini, l’errore che commettono da qualche tempo, nel nostro paese, talune forze e correnti politiche è quello di evitare una discussione di fondo sui problemi che la società ci pone, rifugiandosi in una semplice e pretestuosa fuga in avanti, che poi costituisce un alibi o una evasione dalle responsabilità.
    Sarebbe veramente una ennesima illusione, e gravida di incalcolabili conseguenze, quella che ci facesse credere che l’accordo fra democristiani e comunisti servisse a farci superare le delusioni dell’accordo fra democristiani e socialisti, cui i repubblicani partecipano. Non si farebbe, con quest’ultima illusione, che sostituire una scatola che, a molti frettolosi, appare già completamente vuota, con una scatola altrettanto vuota di contenuto e certamente assai più pericolosa di effetti.
    In verità, se vogliamo stare alla realtà, le forze di centro-sinistra hanno il dovere in vista della prossima legislatura, di guardare a fondo gli aspetti e i problemi che la società italiana, questa nuova società italiana, va ponendo: di guardarvi dentro, non con il bagaglio di idee che esse hanno ereditato da una tradizione ottocentesca, ma con le idee proprie di una società, sia pure in parte ancora depressa della seconda metà del secolo XX.
    Ma se questa necessità esiste per le forze di centro-sinistra, ed è questo il senso del richiamo che i repubblicani fanno da qualche tempo a questa parte, figuriamoci se essa non esiste per il partito comunista italiano. Pensare che il PCI, con le sue attuali idee, con la concezione che esso tradizionalmente si è fatta delle condizioni in cui vive ed opera la società italiana, con lo sguardo distratto che esso continua a dare alla nostra esperienza storica, e con lo sguardo, invece, sempre attento alla esperienza di paesi tanto diversi dal nostro, possa contribuire a risolvere i problemi della società italiana, è un pensare che neanche i comunisti meno accorti e intellettualmente meno vivi oggi fanno. L’incontro a scatola pressoché chiusa è stato deludente per le forze di centro sinistra; sarebbe più che deludente, drammatico, nell’incontro tra queste forze ed il partito comunista italiano.
    La verità è che è venuto il momento di abbandonare i discorsi sugli schieramenti e sulle cosiddette alternative, per venire ai problemi di sostanza e di fondo, per stabilire che cosa bisogna fare, come condursi per incidere profondamente sulla società quale essa è, e non sulla società quale si crede o si finge di credere essa sia. E questo compito, se spetta a tutte le forze politiche, spetta soprattutto alle forze di sinistra. Se la sinistra vuole applicare alla nostra società la sua carica riformatrice, deve sapere, appunto, come tale società è fatta, qual è il suo meccanismo di sviluppo, e come su di essa si deve operare per raggiungere il risultato riformatore cui si mira.
    Senza questo lavoro preliminare, non si fa che continuare sulla via delle facili soluzioni e di tali improvvisazioni.

    Con cordialità vivissima.


    Ugo La Malfa
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    Il discorso di Mosca e le condizioni italiane (1977)


    “La Voce Repubblicana”, 4 novembre 1977.


    Da alcuni anni a questa parte, siamo stati quasi soli a seguire con estrema attenzione e con grande obiettività, il processo di revisione ideologica e politica che ci pareva svolgersi in seno al PCI e a considerare tale processo uno dei pochi fatti positivi in una condizione di crisi delle più profonde e acute che il Paese avesse vissuto dalla liberazione in poi.
    Questo atteggiamento, che rispondeva all’esigenza di essere intellettualmente onesti nelle valutazioni politiche, senza lasciarsi fuorviare, date le condizioni del Paese, da preconcetti o da meschine preoccupazioni concorrenziali, ci ha procurato critiche, diffidenze, sospetti ed anche attacchi ed insulti di ogni genere. Sembrava che parlando di processo di revisione in atto nel PCI, e non associandoci al facile giudizio di politica da cavallo di Troia, tradissimo, non si sa per quali bassi calcoli politici o personali, la nostra vecchia fede democratica e ci arrendessimo alla legge del più forte o del più astuto.
    Le coraggiose dichiarazioni dell’on. Berlinguer a Mosca, che hanno rivendicato, proprio nella capitale dello Stato che si considera tuttora Stato guida, i valori universali della democrazia, il carattere non ideologico dello Stato, l’autonomia politica dei singoli partiti comunisti, pensiamo che abbiano tagliato la testa al toro. Chi dubitava dell’opportunità del viaggio dell’on. Berlinguer a Mosca, e anche noi dobbiamo riconoscere di averne dubitato, può ben concludere che l’on. Berlinguer ha compiuto un atto le cui ripercussioni si possono considerare di portata internazionale. Molti problemi certamente restano, ma le ostinate, caparbie affermazioni dell’ex segretario di Stato Kissinger, secondo cui non esiste l’eurocomunismo, ma solo il comunismo, si mostrano alla prova dei fatti piuttosto affrettate e sommarie, dovendosi pur riconoscere che Berlinguer, nel suo linguaggio sommesso, ha dato alla dogmatica sovietica un colpo che finora nessuno si era azzardato a prevedere.
    Ma noi non dobbiamo tanto pensare alla situazione internazionale quanto alla situazione nazionale, che continua ad essere caratterizzata da una crisi di ordine economico e sociale sempre più profonda ed acuta, nonostante il frastuono delle valutazioni ufficiali. Ora che portata avranno le dichiarazioni di Mosca nei rapporti quali finora si sono svolti fra il Partito comunista italiano e gli altri partiti? Vi saranno valutazioni diverse da quelle che molti partiti hanno fatto nel recente passato? E un ulteriore approfondimento della discussione politica fra i partiti potrà costituire la base per un approfondimento programmatico che valga a fasci uscire dallo stato di crisi in cui tuttora versiamo?
    Quando fu raggiunto l’accordo fra i sei partiti, noi lo considerammo non un rilevante fatto programmatico, ma un rilevante fatto politico, a differenza di altre forze politiche che lo considerarono fatto programmatico ma non rilevante fatto politico. E lo firmammo per questo suo valore, facendo espressa riserva sulla parte economica di esso, che doveva invece costituire la struttura portante dell’intero impegno programmatico. La insufficienza palese della parte economica dell’accordo era da porsi in relazione, a nostro giudizio, alla estrema complessità dei problemi da affrontare, con riferimento ai rapporti che ciascun partito ha con gli altri partiti e col proprio elettorato. Il risultato di questa carenza è stata la persistente mancanza di una politica economica coerente ed organica, e ciò con riguardo sia al governo, sia ai partiti medesimi. Le dichiarazioni di Mosca sono considerate dagli altri partiti un presupposto per una discussione programmatica più franca, senza sottintesi e senza riserve palesi o nascoste? Ecco un problema dal cui esame non si può sfuggire e sul quale attendiamo, come dicevamo più sopra, delucidazioni e risposte.


    Ugo La Malfa
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    “Tanti morti per troppa debolezza e ci accusano d’essere prussiani” (1978)


    Intervista a La Malfa. Se il governo cede ai terroristi il Pri uscirà dalla maggioranza


    di Giampaolo Pansa – “la Repubblica”, 5 maggio 1978.


    ROMA – “Non posso sapere come si concluderà questa storia terribile – dice La Malfa – Credo, però, di poter dire che il paese sta superando bene la prova. Adesso tocca a noi, tocca alla classe politica dimostrare di avere l’energia sufficiente per utilizzare la forze che i cittadini certamente hanno. Io non sono di quelli che dicono: ogni paese ha la classe politica che si merita. Il nostro paese è migliore della sua classe politica. E quello che stiamo vivendo può essere il momento di coincidenza fra i cittadini e il sistema dei partiti. Può essere il punto morale che, in una società come la nostra al limite del collasso, segna la possibilità di una ripresa. Ma bisogna saper realizzare questa coincidenza. O si tiene, oppure tutto si affloscia, tutto è perduto. Io, però, ho fiducia.



    Moro è scomparso in un lontanissimo giorno di marzo, le Br tacciono e sparano, noi ci sentiamo sospesi in un limbo che può condurci ad una crisi ancora più grave ma anche ad un orizzonte non privo di speranze. Un uomo che spesso ha visto buio, oggi queste speranze le ha. E può parlarne proprio partendo da vecchie esperienze amare.
    “Ho avuto uno strano destino in questa mia travagliata vita politica – dice La Malfa – Prima ho visto quasi la demolizione del nostro sistema economico. Poi la crisi delle finanze pubbliche e della struttura amministrativa. Adesso mi trovo imbarcato con il mio partito nella difesa estrema delle stesse ragioni di vita di uno Stato democratico. E, come vede, non è una vicenda che non abbia lasciato tracce in me…”.

    “Riflettano i socialisti”

    Anche per La Malfa questa difesa è difficile, perché mancano troppe armi necessarie alla battaglia. Tanto per cominciare, manca una conoscenza dell’universo terroristico nel quale Moro è scomparso. “Le mie informazioni derivano da colloqui con gli altri esponenti politici e anche con membri del governo. Ma non ho potuto apprendere molto di più di quello che risulta a voi”.
    Di fronte a questo buio, La Malfa ha fatto l’unica scelta possibile, e l’ha fatto d’istinto. Non credere a nulla che venisse dal mattatoio segreto nel quale Moro è rinchiuso. Non piegarsi ad alcun ricatto. Non cedere alla debolezza di trattare. “Questa nostra posizione di fermezza, di assoluta fermezza, è stata molto apprezzata dalla Dc. Il nostro rigore, anche nei momenti più difficili, è apparso alla Dc un sostegno importante rispetto alla posizione terribile di quel partito”.
    È nata, così, l’immagine di un La Malfa di ghiaccio, di un La Malfa prussiano e capo dei “falchi”. “È un’immagine che, francamente, non meritavo, e che mi ha procurato altra angoscia”. C’è stata l’angoscia politica: “Nessuno può mettere in dubbio il legame che io avevo con Moro. Era un filo invisibile, ma fortissimo, che ci aveva uniti ancora una volta nei mesi di lavoro precedenti alla formazione della maggioranza di governo”.
    E poi l’angoscia umana, per le accuse d’insensibilità al dramma dell’ostaggio e della sua famiglia. La Malfa mormora: “Sono venuti a parlarmi di umanitarismo, a me! Che giudizio superficiale…”.
    A ferirlo sono state, soprattutto, le accuse socialiste. La Malfa ha ribattuto in modo aspro. E anche oggi non si sottrae ad un giudizio. “Quella del Psi è un’impostazione pericolosa, e i socialisti ci debbono riflettere con attenzione. Non mi va questa trattativa tacita, in cui lo Stato paga e poi aspetta senza sapere che cosa accadrà. Non possiamo barattare nessuna vita, né quelle passate né quelle future. Ricordiamoci in ogni istante di tutti i cittadini che hanno sofferto”.
    “Non lo dico soltanto da oggi – continua il leader del Pri. – Sin dal mio primo discorso alla Camera dopo la strage del 16 marzo, ho dichiarato che i dirigenti politici hanno il dovere di tutelare non la loro vita, ma la vita dei cittadini. E mi ha sempre guidato la memoria di quei cinque uomini della scorta morti in via Fani, dei magistrati assassinati, dei giornalisti uccisi…”.

    “Se fosse libero parlerebbe così”

    “Rispetto a quelle vittime di un dovere compiuto, gli esponenti politici devono dare prova di responsabilità. Siamo noi che abbiamo permesso la degradazione di un sistema politico, economico, sociale. Questo pesa anche sulla mia coscienza. E di fronte alla situazione del paese, io mi ritengo più responsabile di un carabiniere che ha fatto il suo dovere o di un giudice ucciso soltanto perché assolveva al suo compito”.
    La Malfa dice: “Io credo che questo sia anche il vero sentimento di Moro. Penso che anche lui parlerebbe così, se fosse libero di parlare. E arrivo a dire che quando qualcuno muore per attentati di terroristi o anche per la violenza di sequestratori comuni, come quella povera donna uccisa a bastonate a Firenze, quelle vite stroncate pesano sulla nostra coscienza di uomini politici per non aver saputo impedire quei fatti di violenza”.
    “Credo che stia qui la differenza fra noi e il partito socialista” mormora La Malfa. Su Craxi non vuol dire nulla. Fa un gesto con la mano, poi aggiunge: “No, no. Quella polemica è chiusa”. La Malfa è convinto che il governo respingerà il piano del Psi per una trattativa “tacita”, per l’atto di clemenza “autonomo”. “Se il governo dovesse cedere – aggiunge – noi usciremo dalla maggioranza. O almeno, sarà questa la proposta che io farò al mio partito. Non sono possibili compromessi. In questo momento si gioca la possibilità della Repubblica di uscire indenne da una prova estrema”.
    Dico a La Malfa: fra le ragioni che hanno indotto il Psi a quel passo, c’è anche il timore che l’assassinio di Moro serva da innesco ad un processo politico di segno reazionario. In altre parole, il dopo-Moro, con il peso di una grande delitto politico, fa paura. E forze qualche ragione per aver paura c’è.
    La Malfa riflette, poi risponde: “Io non ho mai pensato all’eventualità di un contraccolpo del genere. Spero che Moro ritorni vivo. Ma se Moro venisse sacrificato dai terroristi per un disegno politico di quel segno, credo che sia possibile reagire. E io reagisco tenendo fede a quello in cui abbiamo creduto e che abbiamo costruito: la nuova maggioranza di governo, come estrema risorsa per il paese”.
    “Quella maggioranza – dice La Malfa – era lo strumento che rispondeva alle necessità di un paese in crisi profonda. Questo, oggi, è ancora più vero. Se ci fosse una minaccia del genere di quella che i socialisti temono, siamo nelle migliori condizioni per reagire. Se il Psi ha davvero quella paura, io dico che è del tutto infondata”.

    “Ho fiducia nei cittadini”

    “C’è una prova di questo. Il partito che abbiamo chiamato a collaborare nel tentativo di salvare il paese, il Pci, ha risposto all’appello di difendere lo Stato con la nostra stessa fermezza. Questo dà forza a tutti. È il partito socialista, piuttosto, che si è messo nelle condizioni in cui si poteva temere si mettesse il Pci…”.
    Dunque, lei ha fiducia? “Sì, perché ho fiducia nei miei concittadini. Ma la classe politica non deve al paese uno spettacolo d’incertezza, di tatticismi, di giochi, di pavido opportunismo. Come sempre, la responsabilità maggiore tocca a noi, toccherà a noi”.




    https://www.facebook.com/notes/ugo-l...4105038078488/
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  6. #156
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    Le ragioni dei partiti e quelle del Paese (1977)


    “La Voce Repubblicana”, 13 novembre 1977.


    Dopo l’articolo pubblicato giorni fa sulla Stampa mi ero proposto di non entrare più nella polemica intorno alla cosiddetta mia sortita. Le distorsioni, le alterazioni rispetto al motivo ispiratore delle mie dichiarazioni rendevano inutile ogni continuazione della discussione. Avevo fatto il mio dovere nel denunciare la situazione di crisi sempre più minacciosa in cui versa il Paese e la necessità che i partiti, compreso il Pci, facessero un ulteriore sforzo di collaborazione per affrontarla. Mi pareva che la posizione assunta da Berlinguer a Mosca rendesse più facile il raggiungimento di un tale migliore accordo nell’interesse supremo del Paese. Detto ciò, non avevo più nulla da aggiungere, se non portare tali ragioni alla Direzione e al Consiglio nazionale del Pri.
    Ma quanto ha scritto ieri Il Popolo, mi induce a rompere il silenzio che mi ero proposto. Dopo alcune complicate e piuttosto contradditorie argomentazioni sulla diversità dei regimi comunisti (come si fa a citare il regime cinese e albanese come contrari al regime sovietico, rimanendo autoritari, quasi ad intendere che le affermazioni di Berlinguer a Mosca non presupponessero un regime non autoritario e quindi diverso da quello dei due paesi citati?), Il Popolo finisce col concordare con me nel considerare coraggiose le dichiarazioni di Berlinguer a Mosca, sulla via della revisione ideologica, ma aggiunge che ciò non basta a determinare la modificazione del quadro politico esistente, poiché vi sono ragioni di ordine interno che non consentono tale modifica.
    Con questa affermazione del Popolo la mia tesi è completamente rovesciata: io ho sempre ritenuto che ragioni di ordine internazionale, concernenti la sicurezza del Paese, fossero di tale importanza da non poter essere sacrificate agli interessi interni, alla necessità cioè che il Paese uscisse il più rapidamente possibile dalla crisi che lo devasta. Il Popolo invece è di avviso contrario e dà prevalenza alle ragioni di politica interna rispetto al progresso che concordemente si ammette sul terreno internazionale. “Il problema del governo – scrive esattamente Il Popolo – si pone in una dimensione diversa e dipende evidentemente da fattori che non coincidono né si identificano in un discorso più o meno coraggioso e brillante, ma si risolvono nel gioco e nel rapporto elettorale, che resta la vera fonte del potere e delle sue alternanze”.
    Dirò a questo punto al Popolo che ho sempre sospettato che di ciò si trattasse. Anzi, ho addirittura sospettato che i due maggiori partiti, Dc e Pci avessero, ciascuno per proprie ragioni di ordine interno, la volontà di non spingere l’accordo a sei oltre il limite realizzato, in verità assai inadeguato per quanto riguarda l’aspetto economico e sociale dei problemi. Il Popolo accenna a ragioni di ordine elettorale, il che, preso in sé, rispetto alla situazione del Paese, appare motivazione ben modesta. Per quanto riguarda il Pci, poiché il superamento della crisi richiede misure rigorose e severe, vi può essere un qualche interesse elettorale a non assumersene responsabilità. È questo forse il terreno comune che rende così prudenti e guardinghi i due maggiori partiti? Ma non sarà tale prudenza che creerà condizioni sempre più minacciose per il Paese? E quando i due partiti riterranno che la condizione del Paese meriti qualche sacrificio di ordine più particolare?
    Ecco i problemi a cui i due partiti debbono più chiaramente ed esplicitamente rispondere. In quanto alle posizioni degli altri partiti, sono state e restano così malcerte e contraddittorie, che non è data possibilità di occuparsene.


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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    Il Pci e il problema reale (1978)


    “La Voce Repubblicana”, 24 gennaio 1978.


    Ha scritto Alberto Ronchey sul Corriere della Sera di domenica che “nuove questioni affiorano poi riguardo alla stessa composizione del Partito comunista e ai rapporti con i sindacati: su dodicimila sezioni comuniste solo ottocento sono di fabbrica o di azienda; ci si domanda come sia possibile, con una struttura di questo genere, affrontare i problemi aperti con i sindacati e le chiusure corporative che la crisi economica può suscitare anche fra gli operai. Fra gli stessi comunisti c’è dunque il dubbio che la loro influenza nelle fabbriche sia sufficiente a garantire l’efficacia di un qualsiasi patto sociale, se il Pci va al governo. Ecco un dato preoccupante per chi, come La Malfa, spera che il Pci possa contenere le rivendicazioni dentro limiti compatibili con il superamento del dissesto nazionale”.
    Ammettiamo che i dubbi di Alberto Ronchey siano fondati e che io stesso li condivida, vediamo quali problemi sorgono in proposito, partendo dall’idea che solo un patto sociale degno di questo nome possa salvarci dalla crisi, esperienza positiva che ha fatto un grande Paese come l’Inghilterra e un grande e moderno partito come il partito laburista.
    La prima questione che ci dobbiamo porre è se la Dc abbia mai chiesto, o si accinga a chiedere, il concorso del Pci alla realizzazione di un severo e rigoroso patto sociale. La Dc non lo ha mai chiesto; lo chiedono e da anni i repubblicani soltanto. Ciò significa o che la Dc spera di superare la crisi senza passare per questa strada, o che la richiesta del Pci di una collaborazione alla realizzazione di un patto sociale, abbia un prezzo politico che la Dc non è disposta o non può pagare.
    La speranza di poter uscire dalla crisi senza imboccare la via del patto sociale è stata nutrita in tutti questi anni dalla Dc e ha caratterizzato gli stessi mesi del governo Andreotti, con un partecipazione a metà del Pci. Ma l’aggravamento costante della crisi indica come speranze del genere non abbiano alcun fondamento e portino costantemente al peggio. In quanto all’altra ipotesi, che la Dc non voglia o non possa pagare un prezzo politico al Pci in corrispettivo di un patto sociale, questo sarà vero, ma sarà altrettanto vero che la crisi peggiorerà e la Dc sarà in sempre più difficili condizioni per dominarla. Vi è una terza posizione da tenere presente, che è quella di coloro i quali, combattendo politicamente l’eventualità di una collaborazione fra Dc e Pci, devono togliere ogni carattere risolutivo della crisi al patto sociale. È la via seguita dal Manifesto a sinistra e dal Giornale nuovo a destra. L’obiettivo politico legato alla negazione di ogni validità risolutiva al patto sociale, è talmente evidente, in queste due opposte posizioni, che è superfluo insistervi.
    Ma torniamo pure alla considerazione di Alberto Ronchey e vediamo se c’è mai stata una prova dei fatti. La Dc non ha mai chiesto al Pci se gli è possibile oppure no collaborare alla realizzazione di un patto sociale. Anzi non si è addirittura mai posto il problema, forse perché una risposta positiva l’avrebbe politicamente posta in imbarazzo. Quindi abbiamo avuto, per quel che concerne i rapporti fra Dc e Pci, quei documenti anodini, sfuggenti, incapaci di incidere sulla crisi, che sono stati il programma del governo Andreotti, l’accordo a sei del luglio scorso e, anche se notevolmente migliorato, il recentissimo accordo fra gli esperti dei sei partiti.
    Invece di seguire queste vie tortuose ed evanescenti, si provi la Dc di sottoporre al Pci e agli altri partiti, un programma rigoroso e severo e lo schema di un patto sociale degno di questo nome, come il Partito laburista inglese ha saputo elaborare, si provi cioè a mettere nero su bianco e a dire che cosa bisogna fare per uscire dalla crisi, senza anteporre a questo suo programma pregiudiziali politiche. Il Pci sarà costretto a rispondere con altrettanta chiarezza o a tergiversare, il che darebbe ragione a Ronchey. Ma se la Dc non chiede niente, se non di continuare a gingillarsi con la crisi, il Pci risponde niente, e tutto continuerà come prima, senza che gli italiani sappiano perché non si possa mai uscire dalla crisi e chi, fra i due partiti, abbia una propria responsabilità.
    D’altra parte, se neanche la collaborazione del Pci riesce a darci una politica capace di farci uscire dalla crisi, a che conclusione dobbiamo arrivare se non a quella assai amara che l’Italia non ha struttura politiche capaci di governarla; non vi riesce da sola la Dc, non vi riesce il Pci, non vi riesce la loro collaborazione, non vi è riuscita la collaborazione fra Dc e Psi: le grandi forze politiche sembrano destinate a rimanere prigioniere del loro passato e dei loro errori e, comunque si atteggino l’una rispetto all’altra, non possono assicurare un qualsiasi avvenire, se non di progressiva degradazione, al Paese.
    L’appello a mettere alla prova il Pci può essere un appello disperato. Ma è l’ultimo che si possa fare per sperare di potere rovesciare la sorte che incombe.


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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    Un’area laica aperta al confronto (1977)


    di Ugo La Malfa – “Il Contemporaneo”, in “Rinascita”, a. XXXIV, n. 28, 15 luglio 1977.


    Per rispondere al quesito su quale posto abbiano occupato le forze laiche nel trentennio 1947-1977, bisogna anzitutto stabilire che cosa si intende per forze laiche e a quale complesso di concezioni essi di ispirino. È evidente che, il partito liberale è stato in tutta la sua lunga storia, dal Risorgimento in poi, anche quando non si poteva considerare un vero e proprio partito, una forza laica, ma essa è stata quasi sempre una forza moderata, con una funzione dialettica ben distinta rispetto alle altre forze della sinistra. È altrettanto evidente che il partito repubblicano è stato dal Risorgimento in poi, anche quando non era costituito come partito, una forza laica, ma di concezioni quasi sempre opposte a quelle del Pli a partire dalla concezione istituzionale fino alle più specifiche articolazioni, economiche e sociali.
    Ora cercare di individuare una posizione delle forze laiche nel trentennio senza tener conto di questa contrapposizione di fondo tra Pli e Pri, significa avviare una ricerca cui sarebbe difficile dare una risposta soddisfacente. Nel trentennio, i due partiti si sono schierati quasi sempre in campi opposti. Anche quando facevano parte dello stesso governo del paese, come ad esempio nel periodo dei governi centristi di De Gasperi, essi operavano all’interno del governo e della maggioranza, in posizione dialettica l’uno rispetto all’altro. Fu indicativa ad esempio la crisi che in seno ad un governo De Gasperi, si ebbe alla fine del 1949. Si trattava di avviarsi all’approvazione di uno schema di riforma agraria. Ora, in seno al governo il Pli era contro la riforma, il Pri era favorevole. Quando la delegazione repubblicana pose a De Gasperi, in quell’epoca, la scelta chiara tra l’una e l’altra impostazione quindi fra la collaborazione con i liberali o la collaborazione con i repubblicani, fu accolta con qualche sorpresa la scelta che De Gasperi fece dei repubblicani, costringendo i liberali all’opposizione. Ma chi seguì tutta l’azione che De Gasperi condusse dalla fine del 1949 in poi poté rendersi conto della scelta dell’uomo di Stato trentino.
    Chiarito quindi che di “posto” delle forze laiche non si può così genericamente e indiscriminatamente parlare, si tratta di precisare quale tipo di azione politica il Pri, come forza laica, ha condotto nel trentennio. Fino al 1953, cioè fino al momento nel quale Pietro Nenni lanciò l’idea dell’alternativa socialista, il Pri si mantenne fedele alla concezione centrista, e ne condivise, e talvolta ne promosse, le realizzazioni, sia di politica interna che di politica internazionale. Ma il centrismo si svolse in tale maniera, che esso rimase solo al governo con la Dc, nel periodo più positivo che va dalla fine del 1949 alle elezioni del 1953. Si approvavano allora molte leggi di carattere sociale ivi compresa la riforma agraria e il Pri collaborò attivamente a tale politica.
    Dopo il 1953, essendosi esaurita la fase centrista e avendo il Psi posto il problema della alternativa socialista, il Pri dedicò quasi 10 anni, ed affrontò una grave crisi interna, per determinare la svolta di centro-sinistra. Esso sostenne che con la politica del 1949-53 il centrismo aveva dato tutto quello che poteva dare e che, per impostare il problema della programmazione delle riforme, occorresse chiamare alla direzione dello Stato una forza democratica e popolare come il Psi. Le speranza legate alla svolta di centro-sinistra furono espresse dai repubblicani in un documento, la cosiddetta Nota aggiuntiva, presentata al Parlamento dal loro rappresentante al governo nel 1962.
    Sono note le vicende della politica di centro-sinistra e la funzione di “coscienza critica” esercitata nel suo seno, come nei confronti dell’opposizione di sinistra, nel lungo periodo intercorrente dal 1962 alla data odierna. Dopo la Nota aggiuntiva, il Pri, attraverso i suoi congressi, i suoi interventi in Parlamento, la sua campagna di stampa, elaborò un progetto di politica programmatica a medio termine, che forse rimane la sola elaborazione coerente di politica economica, sociale, istituzionale, che si è avuta fino ai nostri giorni, fino all’annuncio di un progetto analogo dato dall’on. Berlinguer in alcune solenni riunioni del suo partito.
    Ma parallelamente a questo esercizio della difficile funzione di coscienza critica e a questo impegno di collaborazione di un piano a medio termine, il Pri conduceva un’altra azione, quella di un confronto continuo fra le sue tesi e quelle del Pci. Vale la pena forse di ricordare che il primo confronto fra esponenti del Pri e del Pci ebbe luogo ben 13 anni fa, nel 1964, a Ravenna, con un confronto Ingrao-La Malfa e a Roma con un confronto Amendola-La Malfa. Ma nel Parlamento e fuori, su ogni tema che interessasse la vita politica, dalle istituzioni all’economia e alle riforme, il confronto è stato continuo ed aperto. Al congresso di Genova degli inizi del ’75 – ero allora segretario del Pri -, credetti di intravedere l’avanzata del Pci dopo il vuoto politico creato dal fallimento della politica di centro-sinistra e dopo le elezioni del 20 giugno divenuto presidente scrissi della ineluttabilità dell’incontro tra Dc e Pci determinando irose reazioni, sconfessate dalla firma che tutti i partiti (ad eccezione forse dei liberali) hanno dato all’accordo programmatico testé raggiunto.
    Questo, per sommi capi, il posto del Pri nel trentennio e questa, del controllo del confronto programmatico e dell’accordo fra Dc e Pci, la sua funzione attuale. Funzione che il Pri può esercitare con tanta maggiore concretezza in quanto qualcosa di saldo, dal punto di vista di un modello di società da proporre, esso ha elaborato nel corso degli ultimi 15 anni.
    Naturalmente si è parlato del Pri e non delle altre forze laiche, poiché la distinzione del Pli rimane ed è stata riconfermata in questi ultimi giorni. E in quanto al Psi, esso si richiama al socialismo, come il Psdi all’area socialista, il che non consente di assimilare i due partiti a forze cosiddette laiche. Se esiste oggi un’area socialista che abbia una funzione diversa ed autonoma da quella del Pci, questo spetta ai socialisti di dimostrare. I repubblicani sanno di avere un’area non socialista, ma di democrazia avanzata moderna nella quale operare e con concezioni da mettere a confronto con quelle della Dc e del Pci. Ed è questo il posto che essi hanno occupato nel passato e intendono continuare ad occupare nel futuro.


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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    La Repubblica al traguardo di un ventennio (1966)



    “La Voce Repubblicana”, 1-2 giugno 1966


    A vent’anni dalla proclamazione della Repubblica, i problemi che si pongono al Paese, i problemi che noi stessi ci andiamo ponendo, sono molti ed assai complessi. Che si tratti di problemi istituzionali, riguardanti lo Stato e il suo ordinamento, il governo, il Parlamento, gli Enti locali, la classe politica e le strutture burocratiche, che si tratti della società civile in sé considerata, per quel che concerne il suo ulteriore sviluppo economico e sociale, il miglioramento e il progresso nei diversi campi, materiale, morale, culturale, della sua attività, vi è materia per non essere affatto soddisfatti e per essere sospinti a cercare soluzioni nuove e più moderne, adeguate ai tempi e alle loro necessità, adeguate soprattutto alla posizione che l’Italia, grande e popolosa nazione dell’Occidente, occupa nel mondo di oggi, e al contributo che essa può dare ad un ulteriore progresso e ad una maggiore civilizzazione generali.
    Quasi tutte le forze politiche, avvertono, in maggiore o minore grado, o con maggiore o minore attaccamento ad idee e a concezioni tradizionali, che il Paese intende rapidamente maturare nuove e più moderne condizioni della vita individuale e collettiva, che esso non intende rimanere imprigionato in strutture politiche, economiche e sociali, che appaiono troppo invecchiate rispetto all’urgere delle nuove necessità, in forme di vita e di organizzazione, che una volta all’altezza dei tempi, non lo sono più oggi, con l’immenso sviluppo delle tecniche e della scienza, dei mezzi di informazione e di comunicazione, degli scambi di esperienza fra popoli e nazioni di civiltà storica diversa.
    Ma se tutto questo si avverte, se il ritmo delle innovazioni e delle revisioni appare lento e faticoso rispetto all’urgere dei tempi e delle necessità, se la stessa politica di centro-sinistra, che doveva avere una sua forte carica innovatrice, scontenta e disillude per il suo troppo faticoso procedere, non bisogna dimenticare quello che, nei venti anni della Repubblica, è stato fatto e che deve costituire titolo di orgoglio, per chi alla Repubblica ha creduto, come prima grande svolta, nell’organizzazione democratica moderna della vita nazionale.
    Lasciamo stare il merito, abbastanza rilevante e qualificante, di una Repubblica che ha ereditato un Paese materialmente e moralmente distrutto dalla guerra e da una assurda e odiosa avventura di regime, e l’ha saputo rapidamente ricostruire. Trascuriamo pure il fatto che questa rapida ripresa è stata ottenuta nonostante la gravità della catastrofe politica, economica e sociale, dalla quale vantate istituzioni moderatrici di carattere tradizionale si erano lasciate travolgere. Resta il fatto che il Paese era sempre stato economicamente fragile, di scarso ed ineguale sviluppo industriale, con vaste aree di territorio e di popolazione fortemente depresse. Oggi, dopo vent’anni di Repubblica, se la depressione, se gli squilibri, se la arretratezza non sono completamente spariti, se i lavoratori, se i ceti popolari, non hanno ancora tutti certezza di occupazione e sufficienza di reddito, il cammino è stato, tuttavia, immenso. L’Italia ha raggiunto, in questi venti anni, uno stadio di sviluppo economico e una apertura lungo le grandi direttrici politiche, economiche, culturali della vita moderna, che il fascismo, con il suo nazionalismo e la sua autarchia, non si era sognata nemmeno di sfiorare, che l’Italia del pre-fascismo, onesta, corretta, patriottica e liberale, ma povera e schiva, non riusciva nemmeno a porsi come obiettivo lontano.
    L’azione democratica, innovatrice e riformatrice, deve ancora toccare molti involucri e molte strutture tradizionali, per adeguarli al nuovo più ampio respiro del Paese. Gli stessi partiti, i sindacati, le amministrazioni centrali e periferiche, tutti gli organismi della vita collettiva, devono profondamente rinnovarsi per interpretare i nuovi bisogni. E i repubblicani come forza politica e democratica di avanguardia, non capirebbero nulla del Paese e dei suoi problemi, se si attardassero su superate esperienze. Ma il cammino fatto è troppo importante, perché ci si soffermi soltanto sulle necessità dell’avvenire e non si guardi al passato, come questo nutrito e ricco numero de “La Voce Repubblicana”, frutto di uno sforzo intenso, e di un civile impegno, ha cercato di fare.
    La Repubblica, con la sua Costituzione, con le sue leggi, con il suo sistema di economia rapidamente sviluppata, con i suoi legami internazionali, con i problemi risolti e quelli che attendono ancora di essere risolti, è là ad ammonirci che si deve e si può andare avanti, ma non si tornerà più indietro, che il sistema della democrazia repubblicana, può essere migliorato, modernizzato e reso più giusto ed efficiente, ma non può essere in nessun caso rovesciato, che si può essere ansiosi di un miglior avvenire, ma si deve essere orgogliosi di un grande passato.


    Ugo La Malfa
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    Un programma in comune (1952)


    “Il Mondo” del 22 marzo 1952. La Malfa interviene nel dibattito aperto dal settimanale diretto da Mario Pannunzio sul tema Socialisti, Liberali e C. e che vedrà gli interventi di Zagari, Paggi, Leone, Cattani, Salvemini ecc. Il riferimento iniziale di La Malfa è all’articolo di Tristano Codignola, Una strategia attiva, pubblicato sul numero del 1° marzo.


    Estremamente interessante e vivo il dibattito sviluppatosi su queste colonne tra liberali e socialisti a proposito di quelli che appaiono essere i problemi politici dell’ora presente, i problemi che occorre impostare e risolvere alla vigilia della battaglia politica per l’elezione della seconda legislatura repubblicana.
    Mi è parso, tuttavia, che in questo dibattito le preoccupazioni di ordine elettorale abbiano avuto in qualche modo il sopravvento su quelle più propriamente politiche. Mi è parso cioè che, malgrado ogni migliore volontà di uscire dal generico e di determinare le posizioni della lotta ricercando nell’individuazione dei combattenti di parte democratica le linee di un programma in comune, il tema della difesa della democrazia si stato inteso alla maniera del 18 aprile ed abbia quindi riportato tutta la discussione su di un terreno nel quale oggi essa rischia di divenire polemica sterile.
    È ciò che accade, ad esempio, a Tristano Codignola, allorché si richiama alla bella immagine della cittadella assediata per propugnare una strategia attiva di attacco e per respingere la strategia passiva o di apparentamento. Oppure quando, nella ricerca di forze “genuinamente” democratiche, non solo egli addita nemici pericolosi alle due estremità dello schieramento politico, ma anche ne scorge all’interno stesso della cittadella. Ne consegue per Codignola che Democrazia cristiana e Partito socialista nenniano vengano posti sul piano medesimo e coperti di egual sospetto e diffidenza. Come se si potesse sostenere che le complicazioni alle quali è andata incontro la Democrazia cristiana, nel paese e nel suo stesso interno, non siano dipese, oltre che dal parziale successo conseguito dai comunisti nella loro campagna di isolamento, anche e soprattutto dalla politica democratica di riforme e di attacco dei governi De Gasperi, proprio quella politica di attacco che desidera Codignola, e nel corso della quale la Democrazia cristiana, piantata in asso dai partiti minori in crisi, ha incontrato la ostilità degli interessi organizzati ed il sorriso compiaciuto di compatimento di quelli che dovevano essere i suoi alleati.
    Per uscire dunque da questo terreno sul quale è molto più facile polemizzare che intendersi, non dobbiamo far suonare l’allarme senza conoscere quali siano le nostre posizioni di battaglia e senza domandarci se per caso non sia possibile trovare delle posizioni comuni, ma dobbiamo sforzarci di richiamare le forze vive della democrazia, e prima di tutto quelle dei partiti laici, su di un programma comune che sia un impegno verso il paese ed una base di feconda trattativa con la Democrazia cristiana.
    Per questo non mi sento di condividere senza riserve l’impostazione data dal Partito liberale alle recenti trattative intercorse tra i partiti. Se si ricerca un accordo politico che abbia un serio fondamento, non si può prescindere dalla necessità di un pieno chiarimento programmatico da parte dei partiti che a quell’accordo intendono pervenire. Non si può e non conviene confondere lo studio, la determinazione e forse anche il compromesso per l’approntamento della nuova legge elettorale politica, con lo studio, la determinazione ed il sicuro onorevole accordo che dovranno concludere e sanzionare la parziale concordia programmatica, parziale perché limitata nel tempo, tra i partiti laici di democrazia prima, e tra questi uniti ed il Partito democratico cristiano subito dopo.
    Perché, nella nostra attuale situazione politica, il problema pregiudiziale e fondamentale che occorre affrontare è quello di sapere e di dire ben chiaro se si ha la volontà di superare la situazione di equilibrio che passerà alla storia delle nostre vicende con il nome di 18 aprile, e si vuole cioè un progresso, per quanto limitato, un passo avanti, o se si vuole invece subire un brusco colpo d’arresto, una stasi che lasciandoci sulle vecchie posizioni può valere quanto una pericolosa involuzione.
    Oggi, conviene ripetere, non vale più richiamarsi alla generica necessità di una difesa della democrazia che noi vogliamo difendere. Questa specificazione di contenuto va fatta sul terreno dell’azione economica e sociale perché è su questo terreno che le forze democratiche si sono pericolosamente disperse dopo lo sforzo condotto in comune per la difesa della moneta, ed è su questo terreno che il paese attende una guida ed una direttiva sicura per i cinque anni della nuova legislatura.
    Occorre dunque sapere senza equivoci su quali programmi e su quali affinità si sia in grado di contare per predisporre ed organizzare un nuovo schieramento politico: perché nessuno può farsi ancora l’illusione che le cose possano cambiare nel nostro paese, e cambiare in meglio, senza che alla base del mutamento non ponga un nuovo, o almeno rinnovato, schieramento di forze politiche.
    Il Partito repubblicano ha le carte in regola per partecipare, quale attivo protagonista, in questa battaglia per il progresso della democrazia e per una saggia impostazione dei suoi problemi politici, sociali, economici e finanziari. I repubblicani hanno dato, sul concreto piano programmatico, e nel convegno di studi di Milano e nel congresso nazionale di Bari, le loro indicazioni precise ed esaurienti. Dall’esame di esse, in quanto effettive proposte per una efficace azione di governo, dall’analisi critica dello spirito che le anima, da ciò che è stato detto e da ciò che non è stato detto, si deve ritenere con fondatezza ed anche con ottimismo che esse non rendono difficile l’accordo con i socialisti democratici. Vi sono elementi sicuri di convergenza con un partito che sempre più apertamente dichiara di muoversi nel senso indicato dal laburismo inglese.
    Resta il problema dei liberali. Ciò che ho detto al congresso di Bari lo ripeto oggi. Occorre che in seno al Partito liberale siano chiariti i problemi politici connessi con la necessità di una netta definizione programmatica sul piano economico e sociale. Non importa se molti tra noi hanno piena coscienza delle insufficienze dimostrate dalla classe politica liberale in ottant’anni di vita unitaria italiana. Oggi una corrente di sinistra è rientrata con rinnovata lena nel Partito liberale: gli uomini che si raggruppano intorno a questa rivista non hanno mai mancato di dimostrare la loro aperta propensione per una politica che, con quella approssimazione che è necessariamente connessa alle profonde diversità storiche e ambientali fra il nostro paese e l’Inghilterra, si potrebbe definire laburista, benché io sappia che essi non accettano la mia definizione.
    Ed allora, se queste sono le prospettive noi tutti ed io per primo fondiamo molte speranze sul prossimo congresso dei liberali i quali, nel fissare la linea del loro autonomo programma di azione politica, economica e sociale, segneranno anche i limiti e la portata delle loro affinità e quindi delle loro possibilità di accordo e di consonanza con i repubblicani ed i socialisti democratici.
    Se nel congresso dovesse prevalere un indirizzo di moderna interpretazione dei classici principi economici liberali su di un piano di coraggioso riformismo, di piena accettazione degli strumenti che la moderna tecnica finanziaria ed economica pone a disposizione dello Stato per un saggio intervento correttivo degli errori, delle insufficienze e degli sbandamenti della privata iniziativa, per una più equa ripartizione della ricchezza, per la instaurazione di una più vera ed effettiva libertà di mercato; l’accordo con i repubblicani e socialisti democratici sarebbe un fatto compiuto. I tre partiti laici potrebbero trattare unitamente ed unitariamente con il partito di maggioranza le modalità ed i termini della loro lotta comune ed il contenuto concreto di una loro azione solidale per tutto il corso della seconda legislatura repubblicana. Se, al contrario, dovessero prevalere in seno al congresso liberale le tendenze e le forze che vorrebbero fare del partito, così come senza infingimenti è stato autorevolmente dichiarato al convegno di unificazione di Torino, uno strumento di onesta conservazione, di moderazione e di rappresentanza di legittimi interessi, allora, per la logica stessa delle cose l’accordo preliminare con repubblicani e socialisti democratici non sarebbe realizzabile. In questo caso la Democrazia cristiana non si troverebbe più di fronte al compatto raggruppamento dei partiti laici di democrazia, e dovrebbe assumere la veste del mediatore per ricercare i punti di incontro tra le posizioni dei repubblicani e dei socialisti democratici da una parte e quelle dei liberali dall’altra.
    L’eventualità di una simile variazione nell’assegnazione dei ruoli e nel gioco politico delle parti non potrà, a mio avviso, non apparire deprecabile ad ogni sincero democratico, tuttavia credo che anche in tal caso non si debbano perdere le speranze di una soluzione che faccia avanzare risolutamente il paese sulla strada di una più larga e stabile democrazia e di una comune presa di posizione tra i partiti che si dimostrino senza possibilità di equivoco repubblicani e occidentalisti.


    Ugo La Malfa



    https://www.facebook.com/notes/ugo-l...1698072652517/
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 
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