User Tag List

Pagina 17 di 17 PrimaPrima ... 71617
Risultati da 161 a 163 di 163
Like Tree37Likes

Discussione: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

  1. #161
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma - Sicilia
    Messaggi
    12,124
    Mentioned
    30 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    Rivoluzionari e riformisti (1956)


    “La Voce Repubblicana”, a. XXXVI, n. 300 del 20 dicembre 1956.


    Perché Giolitti, Gullo e altri critici della linea ufficiale del partito, furono, direttamente o indirettamente, accusati al Congresso comunista, di ispirarsi all’ideologia socialdemocratica, al peggiore riformismo? Non certamente per le loro enunciazioni economiche e sociali: né Giolitti, né Gullo si intrattennero sulla nazionalizzazione, sui rapporti fra piccola proprietà contadina e aziende agricole statizzate, sulla persistenza, in economia collettivista, di piccole o medie imprese individuali. Giolitti affermò, come ben riferisce l’ “Avanti!”, che “anche la più solenne nostra dichiarazione in favore delle libertà democratiche è parola vana se continuiamo a scrivere nel nostro programma e nelle nostre tesi che gli errori e i delitti denunciati dal XX Congresso non hanno intaccato la permanente sostanza democratica del potere socialista” e Gullo aggiunse che il rispetto continuo e incondizionato nelle libertà democratiche non è questione di statuti, è questione di convinzioni precise, di costume.
    E del resto sul problema della libertà, e non su concezioni economiche e sociali, polemizzò aspramente Togliatti nella sua risposta. E polemizzò con rilevanti artifici sofistici, com’è divenuto ormai suo costume. Per Togliatti, infatti, Giolitti aveva torto, perché aveva valorizzato dei feticci, “quella famosa divisione dei poteri che non c’è mai stata, o gli altri aspetti delle libertà democratiche come l’esistenza (che aberrazione!) di diversi partiti e così via”. Negli stessi regimi borghesi – ha avuto cura d’aggiungere, il nostro – si è passati dall’epoca del liberalismo a quella della democrazia, e Croce ha sempre respinto questo passaggio, che invece si è realizzato “come una necessità della storia”. Togliatti si è dimenticato di spiegare, e Giolitti ha avuto la generosità di non ricordargli, che si può costruire una teoria del passaggio dal liberalismo alla democrazia come negazione di libertà (il fascismo e il nazismo, con la loro esaltazione della nazione e delle masse, ce ne hanno dato un esempio) o come affermazione di maggiori libertà, che presuppongono e non annullano le libertà precedenti: il liberalismo non è, in questo secondo caso, il depositario esclusivo dei valori di libertà, ma una particolare dottrina politico-economica, che l’ulteriore svolgimento del processo storico integra e corregge. Al quesito di Giolitti bisognava, quindi, rispondere più pertinentemente, non chiamando gli istituti di libertà feticci, ma accettandoli o non accettandoli. E Togliatti non li ha accettati.
    La polemica, quindi, sul riformismo o sull’ideale socialdemocratico di Giolitti e degli altri, si è svolta su questo punto politico, e non su questioni economiche-sociali. Ma superato questo punto con la negazione dei valori di libertà, quanto riformismo! Proprio la parte più conformista del Congresso si è sbracciata ad avanzare ogni sorta di tesi possibiliste (Miceli ecc.) sul terreno economico e sociale; e l’orgia si è conclusa con una dichiarazione finale che farebbe invidia ai centoni programmatici del partito più riformista, della stessa democrazia del lavoro di buona memoria.
    Così abbiamo assistito al disperato sforzo del comunismo di apparire riformista sul terreno economico e sociale (cioè nel solo campo in cui non dovrebbe esserlo), salvo a fare intravedere la rivoluzione totalitaria sul terreno politico (nel solo campo in cui si sarebbero dovute dare garanzie, per avallare, in qualche modo, la via italiana al socialismo). In altri termini, si è fatto ricorso a un riformismo strumentale (acquisizione di nuovi ceti alla causa comunista) rispetto al fine della conquista del potere: salvo a promettere una conversione all’antiriformismo dopo, a teorizzare cioè un inganno, una volta conquistato il potere.
    Ora credere che, con simile impostazione, politicamente inconsistente e tatticamente puerile, un partito si possa continuare a chiamare rivoluzionario, è veramente un assurdo. Il Partito comunista poteva considerarsi rivoluzionario nella lotta clandestina contro il fascismo, nei primi anni della Liberazione; non lo è più da quando, sotto la pressione degli avvenimenti e per l’ispirazione di Togliatti, è divenuto la quintessenza del riformismo economico e sociale, in un’aspirazione di carattere totalitario. Secchia, tempo fa, ha intuito i punti deboli del togliattismo da una parte, come Giolitti e Gullo li hanno intuiti dall’altra. Ma Secchia ha avuto il torto, al Congresso, di convertirsi alle idee della maggioranza, e niente è apparso più patetico e ridicolo insieme dell’appello di questo vecchio rivoluzionario affinché il partito allargasse le sue alleanze ad altri ceti e ad altre classi sociali, che non fossero gli operai. Come se dopo l’esperienza del 1948-1955 (che Nenni da parte sua ha ben valutato) dopo la destalinizzazione, dopo i fatti di Polonia e di Ungheria, giochetti del genere fossero ancora possibili e utilizzabili.
    Naturalmente questo riformismo strumentale, nell’attesa di un momento rivoluzionario che non viene, e non si ha possibilità di creare, è il peggiore riformismo che un partito possa praticare: poiché si presta a qualunque speculazione degli interessi costituiti. Mi pare di avere dimostrato che il possibilismo strumentale di Togliatti è stato il principale alleato della monarchia dopo la guerra di liberazione, e della Chiesa nella discussione costituzionale sul Concordato; mentre quelli che il Congresso comunista bolla come cosiddetti riformisti o democratici puri hanno avuto, in quelle contingenze, ben altro comportamento e ben altro stile di azione politica. Giolitti ha avuto il torto di subire il ricatto spirituale che si accompagna alla parola riformista, e di non ricordare che una coscienza è rivoluzionaria quando opera nel quadro delle necessità e delle possibilità di un Paese trasformandone le strutture, e non aspettando una rivoluzione che mai non viene, e credendo di facilitarla adottando ogni sorta di tattici e inutili opportunismi.
    Questo, dico, perché l’ “Avanti!” di ieri si preoccupava del problema e mostrava di temere (vorrei sbagliarmi al riguardo) il ricatto implicito alla qualifica di riformista. Tale qualifica non può entrare in gioco sul fatto dell’accettazione o meno degli istituti della libertà: in questo senso, e dopo le dichiarazioni ripetute del Psi, tutti i socialisti sono riformisti, come lo sono gli onorevoli Giolitti o Gullo; mentre non lo sarebbe l’onorevole Togliatti a cui si deve la politica di Salerno. I socialisti del Psi e gli onorevoli Giolitti e Gullo, sappiano che col rivoluzionarismo dell’onorevole Togliatti avremmo conservato la monarchia, come abbiamo conservato il Concordato dell’epoca fascista, senza nemmeno tentare di modificarlo in alcune parti. Col riformismo degli altri abbiamo creato la Repubblica e avremmo potuto avere un concordato più confacente agli interessi e agli ideali della democrazia.
    La polemica sul riformismo e sul costume riformista non può riguardare – ripeto – gli istituti della libertà, che si accettano o non si accettano. Deve riguardare il tipo di azione politica, economica e sociale che, nel quadro degli istituti di libertà si intende condurre: l’inflessibilità e l’intransigenza con cui si vuol condurre, nel quadro della libertà, l’azione politica. In questo senso il gramscismo gobettiano di Giolitti, o il rigore meridionale di Gullo, valgono più del tatticismo di Togliatti e di certe accortezze, più o meno pesanti o eleganti, di Amendola, Pajetta e Alicata.
    Ed è ciò che conta.


    Ugo La Malfa


    https://www.facebook.com/notes/ugo-l...2685050887152/
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #162
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma - Sicilia
    Messaggi
    12,124
    Mentioned
    30 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    [Giovanni Conti] – Due momenti di una visione unitaria (1968)


    In AA. VV., “La democrazia repubblicana di Giovanni Conti”, Edizioni della Voce, Roma 1968, pp. 19-22.


    Ho conosciuto Giovanni Conti, per la prima volta, nel 1943, quando il Partito d’Azione era già stato fondato e lanciato nella battaglia politica italiana. Mi accompagnava, nella visita, Oronzo Reale ed il colloquio non fu dei più facili. Giovanni Conti mi si rivelò immediatamente come una forte tempra di combattente democratico, legato, di amore assoluto ed intransigente, al patrimonio, alle tradizioni, alle battaglie della scuola repubblicana e del Partito che la esprime. Io manifestavo, allora, tutta l’ansia, che fu propria del Partito d’Azione, di un rinnovamento delle forze politiche, e di una nuova e più moderna impostazione dei problemi della società democratica. Oronzo Reale, che aveva già aderito al Partito d’Azione, doveva costituire il legame tra le due posizioni.
    Il colloquio, tuttavia, non ebbe successo, e non ebbero neanche fortuna i successivi ripetuti tentativi, fatti sempre da me e Reale, di legare e unificare le due esperienze, la tradizionale e la innovatrice, e soprattutto la grande presa politica che, attraverso la Resistenza, il Partito d’Azione si era conquistata soprattutto nell’Italia settentrionale, e la grande presa politica che il Partito repubblicano italiano manteneva nelle zone tradizionali dell’Italia centrale-meridionale, oltre che nella Romagna. Vi furono, al riguardo, irrigidimenti in quella parte del Partito d’Azione che guardava al socialismo e irrigidimenti anche da parte di repubblicani (anche da parte di Conti) che diffidavano del nuovo partito e si ritenevano fermamente legati alla tradizione. E fu un gran male, poiché della creazione di un grande e forte partito democratico che non fosse ideologicamente né socialista né liberale, furono allora perdute le possibilità, ed è ora assai faticoso recuperarle, senza un prolungato, vasto e robusto sforzo.
    Dissoltosi il Partito d’Azione, la confluenza di una parte degli azionisti, fra cui me e Reale, nel Partito repubblicano fu più che naturale, ed il problema di saldare le due esperienze si pose all’interno del Partito stesso. Debbo sinceramente ammettere che, nonostante il grande e forse decisivo apporto dato dal Partito d’Azione alla battaglia istituzionale, uno stato di quasi gelosa preoccupazione continuò a perdurare in Giovanni Conti, fin quasi alla soglia degli ultimi due anni della sua vita. E si sciolse soltanto quando egli comprese che non era il problema del potere o del governo, quello che più impegnava le energie provenienti dall’azionismo, ma il problema dello sviluppo della vita democratica del nostro Paese, fondato sulla doppia esperienza vissuta ed elaborata dalla corrente democratica del Risorgimento e dai suoi continuatori, l’esperienza appresa dalle grandi civiltà democratiche più avanzate dell’Occidente, dal corso storico delle quali il fascismo ci aveva isolato.
    Mi si lasci dire che il punto di saldatura fra la grande coscienza democratica, fondata sulle dottrine della scuola repubblicana, di Giovanni Conti e una coscienza democratica, profondamente presa da quella tradizione, ma anche dalle indicazioni che le società democratiche moderne erano andate fornendo, fu raggiunto proprio in quel momento. Ed è stato un irreparabile danno per la democrazia, e per il Partito repubblicano italiano, che Giovanni Conti avesse abbandonato la vita proprio in quegli anni. Una piena e intensa collaborazione, per lungo tempo ancora, sulla base dell’integrazione delle due diverse esperienze di vita, avrebbe dato alla democrazia e al Partito frutti ben più vasti e copiosi di quelli che, in diversa e più difficile condizione, si sono potuti raccogliere.
    In che consisteva, di fatto, l’esigenza di saldatura fra le due esperienze? Nessun uomo, più di Giovanni Conti, è riuscito a vivere le strutture dello Stato democratico, la vita stessa di una società democratica, quale il pensiero repubblicano era andato elaborando, come lui li viveva. Lo Stato, il Comune, la Regione, erano da Giovanni Conti concepiti, non come centri di potere e di comando, ma come organizzazioni di vita collettiva, al servizio dei cittadini, come amministrazione stessa operata dai cittadini, e da questa concezione fondamentale discendevano le configurazioni concrete degli istituti, quali egli, con Zuccarini, fece valere alla Costituente. Ma quando a questi istituti bisognava dare un compito, che fosse anche economico e sociale, nel significato più proprio di questa espressione, istintivamente il suo interesse si rivolgeva al liberalismo economico, come a quella concezione che gli pareva garantirlo contro le degenerazioni parassitarie dell’esercizio della funzione pubblica.
    L’altra esperienza diceva che la società moderna non può risolvere i problemi di una democrazia economica attraverso il puro liberismo economico. Bisognava che gli istituti democratici non evadessero il problema di un indirizzo da dare alla vita economica e sociale, ma si arricchissero di nuovi compiti, non per opprimere i cittadini, o per ampliare zone di potere discrezionale, ma per assicurar loro una maggiore ricchezza di vita economica, sociale, culturale. Il passaggio da una semplice concezione autonomistica dell’organizzazione dello Stato e della società a una concezione autonomistica nel quadro di una visione globale dei problemi (dei quali è espressione moderna la programmazione), ha rappresentato grosso modo, il passaggio che Giovanni Conti non poteva ovviamente compiere ai suoi tempi e con la sua esperienza, ma della cui necessità egli cominciava ad essere convinto. Naturalmente si tratta di un passaggio fra i più difficili, nel quale si rischia o di rimanere nel vecchio principio autonomistico, senza comprendere il valore innovativo di una visione globale dei problemi, o di saltare a piè pari ad una visione globale dei problemi di carattere autoritario, dimenticando il principio autonomistico e di espressione di volontà alla radice, che costituisce la base stessa del vivere democratico.
    Quei molti anni, nei quali la presenza viva di Giovanni Conti poteva servire a legare sempre più intimamente e con forte apporto critico le due esperienze, oggi fondamentali per il Partito, ci sono sfortunatamente venuti a mancare. Ma per chi deve vivere nel mondo attuale, con i problemi estremamente complessi e talvolta contraddittori che esso ci mette dinanzi, la presenza di Giovanni Conti, col patrimonio di idee della scuola repubblicana, quasi contenuto in un denso e concentrato breviario, è lì ad ammonirci. Ad ammonirci di non fare salti nella storia, e di legare la gloriosa esperienza del passato alle ferree necessità del presente, nella coscienza del divenire stesso del pensiero democratico.


    Ugo La Malfa


    https://www.facebook.com/notes/ugo-l...1796282309362/
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  3. #163
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma - Sicilia
    Messaggi
    12,124
    Mentioned
    30 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    Lettera agli iscritti (1972)


    “La Voce Repubblicana”, 20-21 luglio 1972


    Cari amici,
    nella Direzione del Partito, che si riunì all’indomani delle elezioni politiche, ebbi a dichiarare che la fase politica che aveva portato il PRI dai quattro parlamentari del 1964 ai quindici deputati e cinque senatori del 1972, si poteva considerare esaurita. In questo periodo, che ha coinciso col periodo nel quale sono stato chiamato dalla volontà dei repubblicani a reggere la segreteria politica, l’espansione del Partito avrebbe potuto essere maggiore, se alcune circostanze come l’unificazione socialista (e non la seconda scissione) fossero perdurate. Comunque, un risultato quantitativamente e anche qualitativamente era stato raggiunto, e ciò rappresentava il consuntivo dell’azione svolta, e quindi il consuntivo della mia azione personale come segretario politico del Partito. Ho aggiunto, in occasione della stessa Direzione (ciò che ho ripetuto più o meno al Consiglio Nazionale) che il periodo in certo senso più facile e meno controverso della politica del Partito si poteva considerare chiuso e che, dalle elezioni in poi il Partito sarebbe entrato in una condizione assai più difficile e travagliata.
    Vale la pena che accenni alle condizioni che avevano reso meno travagliata la politica del Partito dal 1964 in poi. In sostanza, in tutto questo periodo, il Partito ha offerto agli altri partiti, e all’opinione pubblica, un modello di politica di centro-sinistra, di politica di sviluppo, di programmazione e di riforme, completamente alternativo a quel non modello che le altre forze di centro-sinistra andavano, giorno per giorno, concretando. E questo modello alternativo, oltre ad essere compreso dalla parte dell’opinione pubblica più illuminata, si andava rivelando il solo capace di evitare la crisi economica, finanziaria, sociale e anche istituzionale che si andava profilando all’orizzonte della nostra vita nazionale. Chi considera quello che i repubblicani hanno detto o scritto, sugli errori del centro-sinistra, dal 1964 in poi, e considera la drammaticità e l’acutezza della crisi che oggi si manifesta nel Paese, può stabilire come la politica di centro-sinistra avrebbe avuto ben diversa sorte e quanto la condizione del Paese sarebbe stata diversa e incomparabilmente migliore, se le indicazioni repubblicane fossero state seguite. Disgraziatamente i nostri suggerimenti e le nostre proposte sono state troppo spesso ignorate, e le conseguenze non potevano non essere quelle che sono state.
    In sostanza, dal punto di vista politico, abbiamo assistito alla crescente incapacità delle due maggiori forze che dovevano sorreggere la politica di centro-sinistra, la DC da una parte, il Partito socialista unificato dall’altra, di avere una strategia adeguata agli impegni assunti. Le lotte di potere, ammantate da contrasti ideologici del tutto epidermici, le questioni di puro schieramento, l’annebbiamento che ogni lotta di potere ed ogni questione astratta produce, rispetto alla necessità di vedere chiaro nella situazione del Paese, hanno accelerato una crisi che poteva esser evitata. Ed il PRI, non solo ne ha registrato puntualmente i momenti, come ha avuto modo di dimostrare nel discorso sulla fiducia al governo Andreotti, ma sempre ha cercato, con proposte concrete, di evitare che si andasse verso il peggio. Gli ammonimenti al gruppo dirigente della DC, alla sinistra democristiana sono ben noti. E sono noti anche gli avvertimenti al PSI. Quando questo partito si è scisso, il PRI, antivedendo le conseguenze di tale scissione, ha offerto un patto federativo al PSI e al PSDI, patto federativo che fu rifiutato allora e sembra essere quasi rimpianto oggi, se l’accostamento fra Saragat e De Martino ha un senso. De Martino è passato dalla teoria degli equilibri più avanzati alla rivendicazione dell’autonomia del suo partito e Saragat, dopo avere voluto la scissione, sembra oggi volere il contrario. Infine l’anziano senatore Nenni, respinto ieri dalle due parti, sembra rappresentare, sia per De Martino che per Saragat, una posizione di possibile riferimento.

    L’INCONCEPIBILE ostinazione, più sopra sommariamente descritta, nel perseguire una strada sbagliata, non solo ha prodotto la grave crisi nella quale il Paese è immerso, ma ha avuto conseguenze politiche assai gravi: ha rimesso in gioco forze che si consideravano ormai relegate all’opposizione, come il Partito liberale e ha fatto rinascere una presenza politica e una minaccia fascista, che erano del tutto sparite nella coscienza dell’opinione pubblica nazionale. Se gli avvertimenti del PRI fossero stati compresi in tempo, ciò non sarebbe avvenuto. Non compresi in tempo, la politica di centro-sinistra ha aperto la strada ad altre soluzioni politiche e soprattutto a minacce pericolose come quella del Movimento sociale italiano. È toccato ancora al PRI prendersi carico di questa nuova e pericolosa situazione, nella assoluta cecità e inconsapevolezza delle altre forze di centro-sinistra. La crisi del governo Colombo e l’ottenimento delle elezioni anticipate, costituirono l’atto politico responsabile del PRI per far fronte alla minaccia missina, ma furono anche l’occasione per la DC di una ripresa, che la sua condizione interna non le avrebbe consentito senza l’iniziativa repubblicana. I repubblicani per molti anni hanno cercato di salvare il centro-sinistra e non vi sono riusciti. Hanno cercato di salvare almeno le ragioni della democrazia contro la minaccia fascista e vi sono, almeno temporaneamente, riusciti.
    Quando il PRI giudica se stesso deve avere consapevolezza piena di quello che ha fatto, e di come ha operato in questi anni. Altrimenti si rischia di commettere gli errori di errata valutazione e di improvvisazione di cui altri partiti sono gravemente responsabili.

    È COMPRENSIBILE che, nel momento in cui gli errori della politica di centro-sinistra creano la possibilità di nuovi schieramenti, i repubblicani si trovino in difficoltà. Ma essi devono avere consapevolezza che hanno fatto di tutto per evitare quello che sta avvenendo. Sono certe correnti della DC ed è il PSI a portare la responsabilità di avere aperto la strada a nuovi schieramenti. Non è certo il PRI, che ha fatto di tutto per evitare ogni alternativa e per rendere “credibile” e seria la politica di centro-sinistra.
    Quando alcuni repubblicani, perciò, dopo le elezioni, hanno affermato che rivolevano la politica di centro-sinistra, non hanno considerato che riproponevano una formula che socialisti e certe correnti della DC avevano reso del tutto ostica a larga parte dell’opinione pubblica del Paese. Prima delle elezioni anticipate, si poteva correggere la politica di centro-sinistra e l’opinione pubblica avrebbe seguito con fiducia la revisione. Dopo le elezioni, il riprodurre la formula di centro-sinistra, avrebbe significato, per molti italiani, tornare alla vecchia politica, quindi ai vecchi errori, facendo ritenere inevitabile il collasso definitivo della società italiana. Lo sforzo fatto dai repubblicani, con la loro polemica sul piano Giolitti, era stato quello di presentare questo piano come garanzia di politica nuova. Avere detto, da parte socialista, che i repubblicani ne alteravano il contenuto, e ne facevano una interpretazione di comodo, è stata l’ultima occasione mancata dai socialisti per evitare quello che ineluttabilmente sarebbe avvenuto. La DC, consapevole di essersi salvata in corner dalla minaccia fascista, non sarebbe tornata facilmente alla stessa formula, e l’insistenza dei socialisti per tutta la campagna elettorale sulla assurda teoria degli equilibri più avanzati, teoria priva di ogni seria motivazione, ha facilitato il compito della DC. Agli errori passati si sono aggiunti questi ultimi errori, così da accelerare la svolta verso nuove situazioni.
    IL PRI, DOPO le elezioni, si è trovato di fronte a gravi problemi. Esso aveva acquistato voti e credibilità sulla base della presentazione all’opinione pubblica di una politica di centro-sinistra diversa da quella che era stata condotta in tutti gli anni passati. Esso non aveva nessuna carta per dire che avrebbe potuto ottenere, dagli altri partiti di centro-sinistra, una politica diversa da quella che è stata effettivamente condotta. I repubblicani che si riferiscono all’ultimo Comitato centrale del PSI per dire che qualcosa è mutato, non valutano evidentemente qual è la condizione attuale dell’opinione pubblica e qual è la condizione delicata del Partito. Dal 1953 in poi, il Partito si batté per una politica di centro-sinistra e quindi porta gravi responsabilità per quello che è avvenuto nel Paese. Esso ha suggerito tempestivamente una politica meno occasionale di quella concretamente svolta; ma non può tornare a dichiarare di volere un centro-sinistra, senza garanzie certe da offrire all’opinione pubblica. Legarsi per la seconda volta ad una formula, dopo aver detto che la prima formula era fallita, significa non comprendere nulla della funzione che il PRI ha avuto presso l’opinione pubblica. Significa giocare con leggerezza ed in un giorno la “credibilità” del Partito, costruita con anni di duro lavoro. In ogni modo il Segretario politico non può assumersi la responsabilità di una seconda indicazione senza le dovute garanzie. Il Paese è sull’orlo dell’abisso: minaccia di uscire dall’Europa, come suo ordinamento di fondo, senza sapere dove esattamente, come struttura politica economica e sociale, possa andare a collocarsi. Non si può chiedere, a uomini che hanno voluto portare il proprio Paese ad una democrazia avanzata di tipo occidentale, che essi assumano la responsabilità di proporre una formula che ha fatto regredire, e non progredire il Paese.

    NELLA SUA responsabilità, valutando tutte le circostanze, il Segretario politico, dopo le elezioni, ha proposto alla Direzione un governo di salute pubblica, in cui fossero presenti tutte le forze democratiche, e che rispondessero allo stato di emergenza del Paese. Questa formula, poi accettata dalla DC, avrebbe impedito ogni scelta tra centrismo e centro-sinistra, formule ormai superate, e avrebbe dato la possibilità ai socialisti di uscire dalla situazione in cui si erano cacciati. Unita all’altra formula, della presenza dei segretari politici al governo, avrebbe consentito il rinvio dei congressi, in cui altre gravi lacerazioni si produrranno e altre impossibilità di definire ed attuare chiare linee politiche.
    Se si guarda ai possibili svolgimenti del futuro, al rapporto nuovo e probabilmente non più scindibile creatosi fra DC e PLI, può apparire evidente che ancora una volta i repubblicani hanno visto chiaro nel futuro, e hanno saputo trovare tempestivamente la formula che avrebbe potuto salvare la politica di centro-sinistra dal suo insuccesso. Nella lettera a Mancini, prima del Comitato centrale del PSI, è stato chiarito che, tenendo fuori dalla maggioranza i liberali, si sarebbe costretto l’on.le Malagodi a definire il centro-sinistra come il vecchio centro-sinistra, e ciò avrebbe dato ulteriore spazio politico al MSI, facendo avallare la sua propaganda da una forza moderata, ma democratica, come il PLI, mentre occorreva isolare il MSI nella sua opposizione di destra. Comunque la scelta dei liberali è stata fatta, già prima delle elezioni, dai democristiani, non da noi e non avevamo alcun mezzo per impedirla. Si tratta di vedere se la DC ha fatto una scelta definitiva o no. Se è scelta definitiva, e noi abbiamo il sospetto che sia tale, il problema di come disimpegnarsi dai comunisti, pur non trovando più base d’accordo con la DC, diventa un grosso problema del PSI.

    IN RELAZIONE ad una situazione così difficile, percependo un certo stato d’animo del Partito, ma anche un’attesa dell’opinione pubblica verso il PRI, l’attesa di una sua diretta assunzione di responsabilità per il superamento della crisi (abbiamo detto durante le elezioni che saremmo andati al governo), dopo che si è respinto il governo di emergenza, ho proposto al Consiglio nazionale la formula che poi è stata approvata: partecipazione alla maggioranza in sostegno del governo Andreotti, senza partecipazione al governo, e formula aperta verso il PSI. È il massimo che si poteva fare, per tenere conto delle perplessità del Partito senza trascurare le attese dell’opinione pubblica. Faremo di tutto per far maturare in senso positivo la condizione di attesa in cui ci siamo posti, senza peraltro mancare di lealtà verso il governo Andreotti, di cui pur vediamo tutti i punti deboli. Ma non ci daremo a improvvisazioni o a speranze cervellotiche.
    Ho il dovere, infatti, di dire che, con la soluzione scelta, si sono salvate alcune ragioni essenziali del Partito, ma si è già perduta credibilità in parte dell’opinione pubblica. Se si facessero le elezioni politiche nei prossimi mesi, non prenderemmo certamente più i voti che abbiamo preso nel maggio 1972. Comunque, si è lasciata la via aperta verso il futuro. Ma questo futuro, il PRI deve sapere far maturare e valutare con grande senso di responsabilità. Se il terreno su cui il Partito intende muoversi non si dimostra un terreno solido, esso rischia di perdere in un giorno tutto quello che faticosamente ha guadagnato in questi anni. Il PSI – a mio giudizio – è in una situazione grave, dalla quale non gli sarà facile uscire. Il PRI può avere la stessa sorte, mentre più sicuro, dal suo punto di vista e per la politica che lo contraddistingue, appare il PSDI, che prende atteggiamenti ben concreti e lascia al solo senatore Saragat il compito dell’avanscoperta.

    LE SOMMARIE considerazioni che ho esposto hanno inteso dimostrare che quello che oggi non ci piace, non è stato determinato da noi, ma dai gravi errori altrui, di cui paghiamo le conseguenze. Si tratta di non pagare a troppo caro prezzo tali conseguenze. La via agevole di raccolta di consensi è finita per sempre. Il Partito – ripeto – può perdere, per i suoi errori, quello che faticosamente ha guadagnato in questi anni. Alcuni repubblicani, inconsapevoli di quello che ha voluto dire essere rappresentati da quattro deputati in Parlamento, intendono giocarsi la posizione attuale del Partito, con atteggiamenti e decisioni che sanno di improvvisazione e di poco meditata valutazione. Se il Partito dovesse avere un secondo grave declino elettorale, occorrerebbero molti e molti anni per riprendere l’ascesa. E non è facile trovare gli uomini e le energie per un secondo duro sforzo.
    Il Partito, da oggi in poi, come ho detto all’inizio, avrà una vita difficile. Dovrà avere una politica accorta e lungimirante, per rendere meno difficili i suoi giorni. Chiedo, quindi, che questa circolare interna sia valutata da tutti gli iscritti e da tutte le organizzazioni. Chiedo che ad essa ciascuno risponda con le argomentazioni di consenso o di dissenso che intende adottare. Alle argomentazioni di dissenso o di dubbio, intendo rispondere con un secondo documento. Ma per ciò fare, occorre che la discussione su questo primo documento sia chiara ed esauriente.


    Ugo La Malfa – Roma, 20 luglio 1972



    https://www.facebook.com/notes/ugo-l...0123498476640/
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 
Pagina 17 di 17 PrimaPrima ... 71617
Correlati:

Discussioni Simili

  1. Roma-Palermo
    Di Eric Draven nel forum AS Roma
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 29-01-09, 11:49
  2. Palermo-Roma 3-1
    Di w la trinacria nel forum Squadre Siciliane
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 17-09-08, 14:03
  3. Roma-Palermo
    Di Eric Draven nel forum AS Roma
    Risposte: 29
    Ultimo Messaggio: 30-01-08, 01:21
  4. Palermo-Roma 0-2
    Di Federico III nel forum Squadre Siciliane
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 28-08-07, 02:02
  5. La Malfa: a Roma ci saranno scontri!
    Di Totila nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 22
    Ultimo Messaggio: 02-06-04, 23:55

Tag per Questa Discussione

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225