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Discussione: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

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    Predefinito Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)


    Apro questo 3d con l’intento di raccogliere alcuni scritti, pensieri, discorsi e interviste di Ugo La Malfa…almeno quelli che riuscirò a trascrivere dai volumi che ho “scovato”…e anche da quelli che ho intenzione di acquistare (come, ad esempio, i due volumi dei discorsi parlamentari). In tal senso, poco tempo fa, ho aperto una pagina FB dedicata allo statista siciliano nella quale ho iniziato a raccogliere alcuni passi tratti dal volume “Scritti 1925-1953” e non solo…

    Il tutto tempo permettendo ovviamente…

    …La Malfa è uno degli uomini politici di cui non ho ricordi…a differenza di Craxi, Spadolini, Berlinguer (di quest’ultimo un po’ sbiaditi)…in quanto morì quando io avevo appena 7 mesi…

    …il mio interesse concreto per la figura di Ugo La Malfa risale a non molto tempo fa…inizialmente mi avvicinai a lui spinto da pura curiosità…dovuta probabilmente alle comuni origini…sapevo chi era, ma sentivo il bisogno di approfondire questa conoscenza…da allora ho iniziato a stimarlo e ad apprezzarlo sempre più…indipendentemente dalla sicilianità che ci accomuna…anche se non nascondo, concedetemelo, un pizzico di orgoglio “campanilista”…


    P.S. Credo sia giusto far confluire i due 3d che ho precedentemente aperto sugli scritti di Ugo La Malfa in questo…in tal senso chiedo aiuto ai moderatori…
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    Ricordo (di Giovanni Amendola) *


    di Ugo La Malfa


    * “Il Mondo”, anno XXIV n.1 del 22 novembre 1945





    Ho conosciuto Giovanni Amendola quando avevo poco più di vent’anni, e nel momento più difficile della sua lotta politica. Questa conoscenza e gli avvenimenti hanno lasciato tracce troppo profonde nel mio spirito perché potessi fin qui parlarne.

    Ho ascoltato molti discorsi su Giovanni Amendola e molte rievocazioni. Egli è conteso da liberali e da democratici in ugual misura. Ma si tratta di rivendicazioni esterne ed arbitrarie. Forse nessuno di coloro che, per ragioni di prestigio politico, ne hanno rivendicato la memoria, gli è stato così vicino da interpretarne con passione morale la posizione politica e le esigenze.

    Giovanni Amendola fu in un certo senso l’ultimo dei grandi uomini di Stato dell’Ottocento italiano. Egli discende direttamente da quella razza di uomini che costituì la destra liberale e diede una particolare impronta al nostro Risorgimento. Il suo costume, la stessa figura fisica da pastore protestante, il suo essere nelle cose e lontano e distaccato dalle cose, ne fanno l’erede diretto di una grande tradizione. Il giolittismo si colloca fra lui e questa tradizione senza sfiorarlo, quasi che si sia costituita attraverso Amendola una continuità della storia italiana, al di fuori e al di sopra delle contingenze.

    Ma Giovanni Amendola fu anche un anticipatore. La sua coscienza dello Stato democratico moderno, questo suo vedere le grandi masse umane entrare in un quadro strutturale statale diverso dal tradizionale lo proiettano nel futuro. Amendola fu così l’uomo di Stato dell’Ottocento e l’uomo di Stato del Novecento, di una democrazia che deve ancora nascere. Il suo fascino era in questa coscienza democratica aperta, in questo guardare a nuove forze politiche e sociali, come alle naturali riserve per la costruzione dello Stato democratico futuro.

    La lotta di Giovanni Amendola ebbe carattere tragico. Egli dovette affrontare per primo un’epoca di grandi convulsioni, la precipitazione dell’Europa nel caos. Nonostante che egli si trovasse di fronte a mediocri fatti politici, marcia su Roma e squadrismo, egli ebbe l’impressione di dover affrontare un cataclisma. La sua figura morale è pari alla tragedia che ha sin qui insanguinato l’Europa, non al mediocre e miserabile inizio fascista.

    Giovanni Amendola fallì. Ma appunto perché fallì, appunto perché non poté contrapporre che una enorme forza morale ad avvenimenti terribili, noi non dobbiamo fallire. La lotta è sempre quella. Ma dove Amendola sentì quasi l’ineluttabilità del risultato finale di quella lotta, noi dobbiamo sentire la possibilità di uscire finalmente dalla crisi.

    Lo Stato della democrazia che Amendola, uomo di Stato dell’Ottocento, sognò per il ventesimo secolo è ancora da creare. Se tenacia, passione morale contenuta e nascosta (dopo di lui è impossibile dare personificazione a una passione morale), se abilità politiche e accorgimenti, se intuiti rapidi ed immediati sono necessari bisogna usarne. Poiché l’enorme forza morale che egli ha messo nelle sue convinzioni sarebbe dispersa, se più giovani generazioni non riuscissero dov’egli, da lottatore, non è riuscito.











    Da Ugo La Malfa. Scritti 1925-1953, Mondadori, 1988
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    La politica di Pietro Nenni

    di Ugo La Malfa




    *“La Voce Repubblicana” del 26 ottobre 1947





    Non si possono ormai leggere gli articoli di Pietro Nenni sull’”Avanti!” senza un senso di profondo accoramento. Dimenticandosi dell’immediatezza e del vigore con cui ha condotto la battaglia repubblicana, Pietro Nenni continua a ripetere per quel che concerne la politica delle sinistre frasi e motti che conosciamo da due o tre anni. Ma essi non significano quasi più nulla o significano cose che Pietro Nenni sarebbe l’ultimo a volere. Che cosa infatti può voler dire unità a sinistra nella presente condizione politica dei due grandi paesi dell’Europa occidentale, Francia e Italia? E che cosa vuol mai dire la frase che leggiamo nelle manchettes dell’”Avanti!”: il centro (leggi Ramadier) apre la via alla reazione?

    Pietro Nenni diceva queste cose alcuni anni fa quando la situazione italiana era indubbiamente più controllata dai partiti di sinistra di quanto non lo sia attualmente. Ma pur avendo tanta chiarezza e sicurezza di pensiero, l’amico Pietro Nenni non è riuscito a evitare nessuno dei fatti che hanno portato la situazione italiana al punto in cui essa è oggi. La verità è che la sua polemica contro le forze di centro (che non si possono poi definire esattamente come forze di centro), la sua costante negazione della possibilità di una politica di centro, la sua ripugnanza a far assumere al Partito socialista una posizione politica diversa da quella che per suo impulso ha assunto, sono elementi determinanti, causa della crisi attuale, non effetto. Lo schema concettuale col quale Pietro Nenni ha affrontato la situazione politica e sociale italiana e di tutta l’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale si è appalesato vecchio di almeno venticinque anni, vecchio ed erroneo. Pietro Nenni nulla ha fatto per correggere l’impostazione politica che ha portato le correnti di sinistra e la democrazia alla sconfitta nel primo dopoguerra.

    Nel gennaio 1945, in un articolo intitolato “Nuovi Equilibri”, che suscitò molte polemiche ed ebbe eco, io dissi queste cose, tranquillamente e pacatamente, a Pietro Nenni. Eravamo allora in pieno regime di Comitato di liberazione nazionale e nulla pareva che dovesse ostacolare la marcia delle forze democratiche. Il qualunquismo non era sorto e nemmeno il Movimento sociale italiano, la Democrazia cristiana non amoreggiava con le forze di destra, il partito di De Gaulle non si profilava minaccioso all’orizzonte. Tuttavia gli sviluppi di una situazione del genere erano previsti quasi con precisione matematica ed erano considerati conseguenza dello schieramento e della politica delle forze democratiche di allora in relazione alla composizione e alle esigenze dei vari ceti sociali.

    Pietro Nenni mi rispose come mi avrebbe risposto adesso, ma se egli avesse avuto ragione nel 1945, come insiste nel volere avere ragione oggi, lo schieramento da lui preconizzato, realizzato e perseguito, con tenacia degna di miglior causa, avrebbe dovuto dare un risultato diverso da quello che ha avuto. E invece non è stato così. Quello schieramento, quella politica ci hanno portato esattamente dove nessuno di noi voleva si andasse, hanno confermato la giustezza dell’analisi di allora.

    Che fare in tali circostanze? Emilio Lussu in uno dei più bei discorsi che abbia mai pronunciato ha affermato recentemente che la Democrazia cristiana non sarebbe potuta andare più a destra di com’era andata dopo la crisi di giugno, non avrebbe potuto fare un governo diverso (e più reazionario) di quello che aveva fatto. Ma nell’ascoltare questa considerazione, io dicevo a me stesso, e senza ombra di sarcasmo, che sarebbero bastati tre mesi di politica del passato, per regalarci una situazione anche peggiore di quella che abbiamo finora avuto, per avviare graziosamente l’Italia al fascismo.

    Non basta lamentare una situazione per correggerla, e non basta gridare alla reazione e al fascismo per impedire la reazione e il fascismo. Coloro che hanno responsabilità politiche di ordine democratico non possono soltanto lamentarsi dell’esistenza degli avversari quasi che gli avversari debbano usare la compiacenza di sparire, ma devono impedire politicamente che gli avversari crescano e abbiano successo.

    Ma a questo punto il discorso non concerne più soltanto Pietro Nenni e la sua politica, ma investe altre formazioni politiche, e in primo luogo il Patito comunista. E al Partito comunista e al suo capo vorrò rivolgere, come nel lontano 1945, qualche domanda.





    Da Ugo La Malfa. Scritti 1925-1953, Mondadori, 1988
    Ultima modifica di Frescobaldi; 17-04-16 alle 09:13
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    Domande al Partito comunista


    di Ugo La Malfa



    * “La Voce Repubblicana” del 30 ottobre 1947






    Nell’articolo di domenica ho ripreso la critica che molto tempo fa rivolsi alla politica di Pietro Nenni. Ma debbo soggiungere, che se Pietro Nenni non ha ragione quando parla di unità a sinistra, dei cosiddetti blocchi popolari o di conquista del potere, vi è tuttavia un elemento quasi inespresso del suo pensiero che determina e in certo senso spiega gli errori della sua politica. Ed è la convinzione che non sia possibile una politica costruttiva dei partiti democratici socialisti, la cosiddetta politica di centro come egli la chiama, senza che il Partito comunista, stando al governo o essendone fuori, questo ha poca importanza, l’accetti e non la combatta violentemente.

    La preoccupazione di Pietro Nenni, da questo punto di vista, ha fondamento. In effetti quando nel gennaio 1945 mi rivolsi a lui, intendevo sostanzialmente rivolgermi al Partito comunista, poiché nell’atteggiamento di tale partito sta la chiave del problema. Se i rapporti tra socialisti e comunisti sono governati da un’ideologia classista comune a entrambi, un’interpretazione della situazione politica dei paesi usciti dal fascismo e un’azione tale che consenta la costruttività di una politica dei partiti democratici socialisti, sono non solo obbligo di Pietro Nenni e del Partito socialista, ma di Palmiro Togliatti e del Partito comunista. E’ in certo senso comprensibile, anche se politicamente condannabile, che Pietro Nenni tra il dividere il cosiddetto fronte unico della classe operaia e il seguire una linea politica uguale a quella del Partito comunista, abbia scelto quest’ultima strada. Ma non è comprensibile che il Partito comunista non si sia posto il problema della politica da seguire per fronteggiare la crisi dei paesi usciti o sfiorati dal fascismo.

    Ed ecco la domanda che dal gennaio 1945 rivolgo al Partito comunista. Ritiene necessario il Partito comunista che in paesi come la Francia e l’Italia prevalga una politica democratica, che faccia come da cuscinetto tra i tentativi di ritorno all’autoritarismo e al fascismo e l’ideologia comunista che attrae larghi strati della popolazione operaia e contadina? O invece, esso ha scelto la strada e preferisce venire senz’altro a contatto immediato con i suoi più accaniti avversari? Se sì, esso non ha che da operare come ha operato in Italia e soprattutto in Francia, dove la rigidezza del Partito comunista ha raggiunto aspetti massimalistici ignorati in Italia. Se no, occorre evidentemente cambiar politica, finché naturalmente se ne ha il tempo.

    La scelta consapevole che i partiti comunisti possono aver fatto della prima strada non lascia speranze ai democratici sinceri circa una possibilità seria di edificare la democrazia. Per quanto la politica di Ramadier sia stata un’energia eccezionale, e per quanto il partito socialista francese anche nelle presenti difficili circostanze lotti con una tenacia ammirevole, quella politica non ha dato risultati sperati e non ha impedito la clamorosa affermazione del gaullismo, non perché il centro porta a destra, come dice Pietro Nenni, ma perché Ramadier e il suo partito, combattuti con tutte le armi, compresi gli scioperi e le agitazioni a catena, dal Partito comunista, sono impotenti d arrestare la marcia a destra di molta parte dell’opinione pubblica francese.

    Si ha il dovere di essere estremamente energici e coraggiosi nella difesa delle istituzioni democratiche, e io non dubito che i democratici sinceri d’Italia lo saranno; ma quando il Partito comunista attacca con estrema violenza posizioni di difesa contro il fascismo, l’attacco comunista fa debole una posizione già di per sé difficile. E il comunismo da questo punto di vista assume un gravissima responsabilità. Il Cominform si può divertire a dichiarare traditori Saragat o Ramadier, ma i comunisti si ricordino in tempo che Saragat o Ramadier non sono tanto traditori da sostituire o impersonare Hitler o Mussolini.

    Il pensiero critico comunista più recente ha riconosciuta questa verità e ha dato un giudizio severo sull’atteggiamento del partito comunista tedesco che, attaccando violentemente la socialdemocrazia, che pur aveva commesso i suoi errori, ha aperto la strada l nazismo. La politica di unità nazionale praticata negli anni recenti dai partiti comunisti ebbe come fondamento il riconoscimento di questa verità.

    E’ possibile che la situazione sia talmente cambiata da non rendere più attuale una verità proclamata fino a qualche anno fa?





    Da Ugo La Malfa, Scritti 1925-1953, Mondadori, 1988
    Ultima modifica di Frescobaldi; 17-04-16 alle 09:13
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    Di chi la lebbra? *

    * “La Voce Repubblicana” del 9 novembre 1947. I riferimenti sono all’articolo di Pietro Nenni, “Il cuscinetto La Malfa”, pubblicato sull’ “Avanti!” del 2 novembre e all’articolo di Palmiro Togliatti, “Guarite dalla lebbra signori democratici”, pubblicato sull’ “Unità” dello stesso giorno.




    Pietro Nenni e Palmiro Togliatti hanno voluto ancora una volta sperimentare l’efficacia del patto d’unità d’azione, bombardandomi giornalisticamente. Non avrei difficoltà a dar atto del successo per lo meno propagandistico del loro tiro incrociato, se il mio liberale e amichevole riconoscimento servisse a far fare un passo avanti alla situazione politica. Disgraziatamente non è così.

    Tutti gli argomenti, fusi insieme, di Pietro Nenni e Palmiro Togliatti, le diversioni, le finte e controfinte, non hanno scalfito la mia considerazione fondamentale: che cioè lo schieramento realizzato dai partiti comunista e socialista, e la loro politica, non hanno evitato nessuno dei fatti che hanno determinato la situazione politica attuale. Palmiro Togliatti parla di lebbra, ma egli sa, e i suoi compagni di partito sanno, che io non sono affatto colpito da lebbra: se in questi anni vi sono stati uomini capaci di avere un giudizio freddo, spassionato e obiettivo della situazione italiana, io credo di appartenere a questo gruppo di uomini, e le colonne dell’ “Unità” me ne hanno dato spesso atto. Il capo del Partito comunista parla di settimanali e quotidiani di color nero, ma io riesco appena a leggere i quotidiani seri per aver tempo di leggere la stampa gialla o nera e le cronache tendenziose di sapore fascista o filofascista.

    La verità è una e una sola, ed io non mi stancherò di ripeterla ai capi dei due partiti marxisti e a quanti hanno a cuore le sorti della democrazia in Italia: non ci si allontana dalla struttura tradizionale dei paesi dell’Europa occidentale, non ci si allontana dalla democrazia del sec. XIX se non con una politica accorta, moderata, lenta, ben delimitata nei suoi sviluppi e nei suoi fini. I partiti marxisti si piccano di esaminare i problemi politici secondo il presupposto economico dei paesi nei quali agiscono. Ma io mi chiedo come essi non si siano accorti, dopo anni e anni di azione e di insuccessi politici, che paesi individualistici a struttura complessivamente minuta, a piccole e medie economie, come l’Italia, la Francia e la stessa Inghilterra, possano essere conquistati solo gradualmente, a una democrazia avanzata e moderna.

    Palmiro Togliatti mi accusa di argomentare su considerazioni e rilievi astratti, ma come può essere astratto un ragionamento che fin dal 1945 prevedeva il ritorno dell’Europa occidentale a posizioni di destra, se non di estrema destra, e come può essere astratto un ragionamento che trova conferma nell’esito delle elezioni in Francia, in Inghilterra e nella soluzione che ha avuto la questione, importante dal punto di vista nazionale, della composizione della giunta comunale di Roma?

    Una democrazia stabile e sicura, cioè una democrazia economica moderna, è da realizzare ancora in Italia, in Francia e in Inghilterra, dico una democrazia e non un socialismo. Ed è più attuale come comprensione dei problemi della vita europea il pensiero di un Cattaneo, che il pensiero e soprattutto l’azione politica di molti marxisti che scambiano i miti o le posizioni finalistiche per una realtà attuale.

    La lotta contro il fascismo e il nazismo ha dato una spinta notevole alle forze di sinistra, e se queste fossero state accorte, se avessero prospettato riforme seriamente democratiche, e non vuote e inattuabili formule avveniristiche, strati e ceti legati a una concezione tradizionale o, se si vuole, reazionaria di vita, sarebbero stati conquistati alla democrazia. L’averli urtati con vuoti spauracchi, l’avere condotto una campagna politica incomposta, ha fatto rifluire rapidamente questi ceti nella situazione tradizionale (per molti versi l’Italia odierna è ritornata su posizioni anteriori al 1870), li ha immessi nel vecchio alveo, e ha fatto perdere tutto il vantaggio democratico della guerra di liberazione e della lotta contro il fascismo. Considerando poi che tra la democrazia liberale del sec. XIX e la situazione attuale, si inserisce in molti paesi dell’Europa occidentale come esperienza politica il fascismo, si ha un’idea dei pericoli che la democrazia oggi corre, per una così cattiva impostazione del problema politico.

    Educare e conquistare alla democrazia moderna i ceti minuti dell’Europa occidentale, sganciarli dalla posizione tradizionale, questa è la sola finalità che possono darsi i partiti progressisti d’Europa, e il solo scopo dell’azione politica. Ma questa finalità vuole compiti distinti e articolati non solo tra il Partito socialista e il Partito comunista, ma tra Partito repubblicano e Partito socialista, e tra tutte le forze in genere che debbono contribuire a edificare la democrazia.

    Se questo metodo politico, se una finalità democratica così circoscritta eppure così essenziale, non sono accettati, non vi è che la rivoluzione per rovesciare la situazione tradizionale d’Europa. Ora il Partito comunista può porsi un obiettivo rivoluzionario: esso ha mostrato tempra per farlo. Ma quando il Partito comunista rinuncia,come sembra aver rinunciato, alla rivoluzione e rimane a mezza via tra un tentativo di trasformazione democratica e la rivoluzione, quando si agita senza condurre a fondo la propria azione, quando accetta l’esistenza di un Partito socialista ma non ne gradisce la libertà d’azione e il compito politico distinto, esso si assume tutte le responsabilità di una politica così equivoca.

    Esso si assume soprattutto la responsabilità – me lo lasci dire l’amico Togliatti – di contribuire a spegnere il piccolo barlume oggi esistente di una vita democratica in Europa.









    Da Ugo La Malfa, Scritti 1925-1953, Mondadori, 1988
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    Tra il rosso e i nero i repubblicani innalzano il tricolore *




    * Sintesi dell’intervento di Ugo La Malfa al comizio di chiusura (11 ottobre) a piazza della Cancelleria della campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale di Roma, pubblicato con questo titolo sulla “Voce Repubblicana” del 12 ottobre 1947. Al comizio, presieduto da Ferruccio Parri, prendevano parte il segretario del PRI, Randolfo Pacciardi, Ugo La Malfa e Giovanni Selvaggi, entrambi candidati nella lista nera dell’edera. Il 10 ottobre il MSI aveva organizzato un comizio in piazza Colonna trasformatosi intenzionalmente in una manifestazione violenta di attacco allo Stato Repubblicano. Nello scontro, che aveva coinvolto alcuni parlamentari, era stato colpito lo stesso Pacciardi. La Malfa, presente agli incidenti, era immediatamente intervenuto nell’assemblea costituente per stigmatizzare la provocazione fascista accusando il governo di incapacità nel controllare gli insorgenti fenomeni di sovversivismo nero.



    Sono costretto a non svolgere il tema che mi ero prefisso, cioè la situazione finanziaria del comune di Roma, perché a 24 ore dalle provocazioni fasciste, di cui sono stato attore, è bene “parlare un po’ della faccenda del darle e prenderle” e precisare che cosa ne pensiamo.
    Amici repubblicani, noi intendiamo fare il nostro dovere a Montecitorio, e crediamo di saperlo fare; il PRI sa cosa è amministrazione del paese e amministrazione del comune di Roma. Ma se il governo vuole ripetere l’esperimento Facta noi non faremo discorsi a Montecitorio. Non abbiamo perduto l’abitudine alla lotta, abbiamo lottato nei nove mesi di Roma e continueremo a lottare se ve ne sarà bisogno contro coloro che insidiano la democrazia e la repubblica. Ricordo la mia recente esperienza londinese, dove ho sentito tutti gli stranieri entusiasti del lavoro svolto dagli italiani, che in breve tempo hanno saputo ricostruire il paese.
    Ricordo che subito dopo la liberazione, quando ero ministro dei trasporti, non un tratto di linea era in efficienza; tutto è stato successivamente ricostruito; il porto di Genova ha già superato la punta di traffico del periodo fascista, eppure vi stono state la guerra e la distruzione.
    I mali di oggi sono l’eredità del fascismo e della monarchia; vi sono due milioni di disoccupati; ma nel periodo aureo del fascismo ve n’erano un milione e mezzo e non vi erano stati i disastri della guerra. Questa è la repubblica, è la volontà del popolo italiano di rinascere, di ricostruire la patria. La stanno ricostruendo anche quei minatori italiani che si trovano nel Belgio e che fanno apprezzare e rispettare le qualità del nostro popolo.
    Se oggi la nostra patria può sedere nei consessi internazionali, se è un paese rispettato e ha piena indipendenza e dignità nazionale, ciò è dovuto al sangue versato dai martiri della libertà, dai morti delle Fosse Ardeatine, da coloro che caddero sui monti per il trionfo della libertà e della giustizia. Noi ora vogliamo continuare in pace il nostro lavoro, non vogliamo più guerre, ma vogliamo costruire, far sorgere ospedali, scuole; la nostra meta è di dare il massimo benessere al popolo italiano. Non è opera di un anno ricostruire quanto ha distrutto il fascismo, è lavoro di una generazione, che noi compiremo.
    Grazie all’eroica lotta dell’antifascismo l’Italia oggi può decidere della sua sorte; e i repubblicani fra due blocchi, fra Stati Uniti e Russia, sono per l’Italia.
    Questo noi diciamo ai fascisti e ai monarchici.
    Vi è una crisi in Italia, una crisi politica, perché le elezioni del due giugno se ci diedero la repubblica non crearono però uno schieramento di forze stabile e ben delineato. Per questa crisi i fascisti possono ancora circolare per Roma. Questa crisi politica è creata dalla Democrazia cristiana, che oggi scende nella battaglia elettorale consigliando di non disperdere voti, perché ogni voto non dato alla Democrazia cristiana è un voto dato ai comunisti. Ebbene ogni voto dato alla Democrazia cristiana è un voto dato ai comunisti, perché contribuirà a creare due blocchi nel paese.
    Nel parlamento vi sono 207 democristiani, 170 fra comunisti e socialisti fusionisti e solo 25 repubblicani. Questo sparuto gruppo si è battuto con forza perché, al di fuori del numero, ha dietro di sé una grande tradizione. Ma se il Partito repubblicano avesse avuto 207 deputati le cose sarebbero andate sicuramente meglio. Il miglior modo per dare una stabilità al paese è quello di dare una forte rappresentanza al Partito repubblicano, l’unico che risponda alle esigenze italiane.
    Le elezioni per il consiglio comunale di Roma hanno una grande importanza, perché sono una anticipazione della grande battaglia elettorale per il parlamento, sono una anticipazione, e da Roma partirà il grido di riscossa del Partito repubblicano.


    Da Ugo La Malfa, Scritti 1925-1953, Mondadori, 1988
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    Camera dei Deputati - Seduta di giovedì 16 marzo 1978




    E' iscritto a parlare l’onorevole Ugo La Malfa. Ne ha facoltà.



    Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole Presidente del Consiglio, abbiamo tutti, credo, la consapevolezza di vivere l’ora più drammatica della nostra Repubblica. Dopo aver sacrificato decine di vite di cittadini che compivano il loro dovere (forze dell’ordine, magistrati, avvocati, giornalisti) queste bande di terroristi sono arrivate al vertice della nostra vita politica democratica. Con Aldo Moro essi, questi banditi, non hanno colpito soltanto il presidente della democrazia cristiana, ma hanno colpito anche un uomo che, per le sue elevate qualità morali ed intellettuali, per il suo saper guardare lontano, per saper vedere le luci e le ombre della nostra vita democratica, per aver saputo misurare il passato e prevedere l’avvenire, rappresenta appunto il vertice del nostro impegno democratico, la sostanza stessa della nostra dialettica. D’altra parte, onorevoli colleghi, pensiamoci bene: dove avrebbero potuto mirare con più efficacia le bande terroristiche? Che cosa potevano colpire più in là di quello che hanno colpito? Ci siamo resi conto di ciò? Non c’è un altro traguardo da raggiungere. Il traguardo cui si mirava per colpire lo Stato è stato raggiunto. A me pare di poter dire che c’è quasi l'espressione di un tragico dileggio nei nostri confronti; proprio una sfida sfrontata. Quasi si sconta la nostra impotenza, quasi si prevede il nostro vaniloquio. Credo che a questo occorra reagire. Guai a pronunciare discorsi di circostanza, perché questa non è una circostanza. Si è dichiarata guerra allo Stato, si è proclamata la guerra allo Stato democratico. Ma lo Stato democratico risponde con dichiarazione di guerra. E non parlo così - come è stato detto questa mattina – perché sono stato preso dai nervi, ma perché conosco i rischi e i pericoli della vita politica. Una democrazia cui si rivolge una sfida di guerra non risponde con proclamazioni di pace. Quante volte, onorevoli colleghi, in questi giorni ho pensato a Monaco!

    Ricordate per quanti anni Monaco è stata l’emblema della debolezza e dell’impotenza della democrazia ? Ci si è riscattati da questo giudizio con milioni di morti. Ebbene, onorevoli colleghi, qualche volta ho l’impressione che stiamo vivendo una terribile Monaco interna; quasi non ci accorgiamo più di nulla. Salta l'economia, saltano le finanze, salta l’ordine pubblico, si uccidono magistrati, avvocati, poliziotti, saltano i vertici della vita democratica; e noi siamo qui a discutere della fiducia al Governo. E un po’ poco onorevoli colleghi. La mia vecchia esperienza e la mia vecchia età mi fanno dire che nessuno può proteggere noi, anche se cittadini che fanno il loro dovere pagano la nostra protezione; nessuno può proteggere noi. E forse noi abbiamo bisogno di essere protetti. I reggitori dello Stato non hanno bisogno di essere protetti. Certo è che noi abbiamo troppo rischiato per irridere a questa minaccia. Continueremo a circolare ma se nessuno può proteggere noi, noi con le nostre leggi, possiamo proteggere tutti, e questo è il nostro dovere di legislatori (Applausi) .

    Nessuno, ripeto, può proteggere i reggitori dello Stato, ma l’ultimo dei cittadini ha diritto alla nostra protezione, e questo deve essere il nostro impegno. A situazioni di emergenza debbono corrispondere provvedimenti di emergenza; altrimenti, questa emergenza finisce per diventare nient’altro che un luogo comune, e non serve che a riempirci la bocca.

    Onorevole Presidente del Consiglio, noi voteremo la fiducia al suo Governo, ma nel contempo la preghiamo, in un momento così grave, così difficile e così tormentato della nostra vita democratica, in un momento in cui il mondo intero guarda a noi ed in cui abbiamo vista allontanare da noi una delle più alte figure della nostra vita democratica e - consentitemi di dire - un amico personale, la preghiamo, dicevo, onorevole Presidente del Consiglio, di riunire i segretari dei partiti per trovare il modo di fare quel che è necessario, perché i cittadini hanno diritto alla nostra protezione e devono sentirci presenti. Facciamo alfine il nostro dovere, con fermezza, con autorità, con determinazione



    (Vivi applausi dei deputati del gruppo repubblicano, al centro e a sinistra).
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  10. #10
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    Predefinito Re: Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)

    Caro Frescobaldi , grazie veramente per questa tua iniziativa ti segnalo qui sotto il link ad una serie di documenti sul pensiero di Ugo La Malfa , tra cui il famoso articolo del 1978 sulla rivista "Foreign affair " in cui , l' anno precedente la sua scomparsa giustificava la sua speranza in una evoluzione dell' allora PCI

    UGO LA MALFA E LA SINISTRA | novefebbraio.it

 

 
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