Travaglio: uno dei due mente. Questi sono i fatti sul Presidente Grasso
Ho letto un po di carte, fatto delle ricerche. Quanto pensavo stamattina su Marco Travaglio lo confermo: “…che ormai costruisce congetture e dietrologie sulle sue stesse congetture e dietrologie”. Non voglio difendere nessuno ( figurati se Pietro Grasso avesse bisogno di me), ma per chiarezza.
Ieri, durante la telefonata di Grasso, sembravi un ragazzo tredicenne che era stato appena scoperto dalla mamma mentre si masturbava. In ogni caso:
1) Grasso non ha rifiutato di firmare l’atto di appello per Andreotti. Il Codice di procedura Penale prevede che i sostituti possano agire in completa autonomia, rendendo non necessario il permesso del Procuratore. In più Grasso lesse gli atti, e personalmente (e pubblicamente) condivise le motivazioni dei suoi sostituti. In occasione del processo Andreotti d’Appello chiese e ottenne il permesso di far aprire un sito web per inserire i dati del procedimento per tenere informata la gente sull’operato della Procura. E Pietro Grasso sostenne la causa dei promotori del ricorso in appello con la stampa (cfr. Corriere della Sera del 16/07/2000)
2) Pietro Grasso non ha richiesto alcuna legge per “far fuori” Caselli dalla Procura Nazionale Antimafia. La legge a cui Travaglio fa riferimento è il cosiddetto “emendamento Bobbio”, inserito nella riforma dell’ordinamento giudiziario denominata “riforma Castelli”. L’emendamento, ovviamente approvato, era una leggina che stabiliva nuovi limiti d’età. Una legge che sicuramente Berlusconi e soci hanno confezionato per rendere Caselli, già scomodo, totalmente inoffensivo, ma fu una leggina comunque inefficace poiché la candidatura di Caselli era comunque possibile. Secondo la riforma per concorrere servono almeno due anni residui di servizio davanti a sé, e Giancarlo Caselli non ne aveva due, bensì quattro. La scelta ricadde su Grasso ma non certo per colpa sua, né fu lui a richiedere all’AN Bobbio questo emendamento. Fu dichiarato incostituzionale, come praticamente tutta la riforma Castelli, ma successivamente all’elezione di Pietro Grasso, e il CSM non poteva certo ritirare Grasso per una candidatura “illegittima”, perché illegittima non fu mai.
3) Su Schifani la questione è molto semplice: non fu il Procuratore a richiedere la prima archiviazione, ma il G.I.P. (Giudice per le Indagini Preliminari) per insufficienza di elementi probatori a suo carico. Archiviazione che fu confermata anche nel nuovo filone di indagine nato, secondo Travaglio, “dopo la dipartita di Grasso”, per le stesse identiche motivazioni.
Il resto delle affermazioni del giornalista, dalla presa di distanza con Caselli all’allontanamento ingiustificato di magistrati impegnati nei processi “mafia e politica” (vorrei ricordare che il processo più importante, quello contro Cuffaro, non è mai stato chiuso) non trovano riscontri né sulla loro fondatezza, né sul contrario, ma appaiono come semplici “gossip” atti a legittimare le accuse di sopra illustrate e (credo) sufficientemente smontate.
Piuttosto vorrei chiedere a Marco Travaglio una cosa semplicissima:
Avrebbe voglia di spiegare finalmente la sua posizione definitiva sul Capitano Ultimo e sulle vicende legate all’arresto di Salvatore Riina nel 1993? Dire (come sempre senza contraddittorio) in diversi articoli, libri e spettacoli che il CRIMOR non perquisì l’abitazione del Riina per chissà quali patti sottobanco tra magistratura e mafia, quando un processo ha stabilito l’infondatezza di una tale accusa (dando la responsabilità del fatto ad altre figure), è quanto meno sinistro. Il Capitano Ultimo fu pienamente assolto, e con lui risultò monda la reputazione di tutta la sua squadra, tanto fondamentale quanto maltrattata e, successivamente, distrutta da queste accuse.
Per cortesia, nessun circo o cittadella dei comici. Informazione.
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