di Mario Grossi - 06/08/2009

Fonte: mirorenzaglia [scheda fonte]

Mi trovo sulla soglia di un altro mondo tremolante.
Che il Signore abbia pietà della mia anima

Bobby Sands, patriota irlandese, 1° marzo 1981,
il primo giorno del suo sciopero della fame




Modena City Rumblers, Canto di Natale





Fu con curiosità che acquistai, ormai sono passati moti anni, Riportando tutto a casa opera prima dei Modena City Rumblers. Mi incuriosiva l’idea, anche se non del tutto originale, di quello che fu poi chiamato “Combat Folk” un patchwerk di suoni che attingevano alla tradizione popolare italiana, ai suoni d’Irlanda e al suo infinito serbatoio sonoro. Che cosa c’entrasse The foggy dew, con tutta quella partigianeria proprio non riuscivo a capirlo. Poi, ascoltando il CD, la curiosità si trasformò in stupore. I ragazzotti di Novellara, o giù di lì, non sembravano affatto degli emiliani che scimmiottavano i Chieftains (o i Pogues), erano degli irlandesi per caso nati nella Bassa. Degli innamorati travolti dalla sua bellezza che, pur non dimenticando le proprie origini, abbandonavano ogni difesa per concedersi completamente. Alla lama d’Irlanda si offre indifesi la gola se la si ama. Era stato così anche per tutti quelli che, negli anni settanta, in uno dei periodi, anche per l’Irlanda, più turbolenti, se ne innamorarono e da lontano cominciarono a parteggiare per la sua indipendenza, cominciando a discettare su IRA e Sinn Féin.

Quegli anni travagliati sono stati fissati nella memoria popolare da una infinità di libri, film, canzoni, poesie. Il ricordo di quegli anni si è strutturato in un’epopea popolare e spontanea, che ci ha portato Sunday bloody Sunday, Michael Collins, Nel nome del Padre, Una stella di nome Henry e molto altro.

Anche gli eventi sportivi, in terra d’Irlanda, hanno seguito la scia costante di sangue che ha segnato quegli avvenimenti. Il Croke Park, lo stadio di Dublino tempio del calcio gaelico, dove Il 21 novembre 1920, una Divisione Ausiliaria, La Polizia Ausiliaria del Regno Unito, entrò sul terreno sparando indiscriminatamente sulla folla uccidendo tredici persone come rappresaglia per l’omicidio di 13 ufficiali dipolizia, per mano del gruppo di Michael Collins, il giorno prima, fu chiuso per sempre a tutti gli eventi sportivi ospitando solo i giochi gaelici. Bisognerà aspettare il 2007 per rivedere la nazionale verde di rugby (un gioco di origine inglese) calpestare nuovamente il suo prato smeraldo.

È dunque difficile, dopo una tale messe di opere che hanno come argomento la lotta di liberazione per un’Irlanda affrancata dagli Inglesi, scrivere qualcosa ancora sull’argomento senza risultare stucchevoli, patetici, oleografici, noiosi, ripetitivi, nostalgici. Che cosa si può dire ancora sull’Ira, sui martiri irlandesi, su Belfast, su Falls Road, sulle marce lealiste, sulla povertà dei ghetti cattolici di Derry, sugli attacchi dinamitardi dell’Ira, sulle camionette blindate dell’esercito inglese, sui murales che cantano le gesta degli eroi caduti? Ci è riuscito magistralmente Sorj Chalandon che pubblica per Mondadori Il mio traditore

La storia si snoda tra il 1972 e la morte, nel carcere di Long Kesh, di Bobby Sands e dei suoi nove compagni che si lasciarono morire di fame in uno sciopero ad oltranza drammatico che non piegò la Lady di Ferro, Margareth Thatcher, il Minotauro inglese che chiedeva sangue giovane per placare la sua ingordigia veteroimperiale. Con un epilogo finale che si protrae fino al 2006.

Antoine un giovane liutaio parigino, protagonista di questo romanzo, tutto bottega, legni, vernici e violini, in un viaggio, scopre l’Irlanda e se ne fa stregare. Da quel momento i suoi soggiorni nell’isola si faranno sempre più intensi. In quel primo viaggio, Antoine, un po’ spaesato, conosce Jim, che lo aiuta a orientarsi, lo ospita e lo introduce alla moglie e ai suoi amici di Belfast. Jim è un membro dell’IRA, la moglie, una sua fiancheggiatrice. Il loro figlio unico è morto alcuni anni prima centrato da una di quelle pallottole di gomma dura usate dall’esercito inglese perché ritenute non mortali. Lo stesso Jim salterà in aria mentre maneggia dell’esplosivo col quale stava confezionando un ordigno. Jim, fino alla sua morte, sarà il tramite per introdurre Antoine nella comunità di Belfast e sarà lui che gli presenterà Tyrone Meehan uno dei leggendari capi dell’IRA, del quale diventerà amico fedele. Lentamente Antoine viene accettato dalla comunità e comincia a condividere la lotta del popolo irlandese. Si ritroverà anche lui a collaborare, offrendo il suo alloggio a giovani militanti espatriati a Parigi. L’amicizia con Tyrone diventa sempre più intima, ne conosce la moglie, lo segue nelle manifestazioni, si inorgoglisce quando sfila al suo fianco nei funerali dei caduti. Insomma l’Irlanda compie il suo ennesimo miracolo. Antoine, il parigino, diventa irlandese d’elezione «E là, in mezzo a tutti, in piedi tra tutti, con lo stesso sguardo ferito, lo stesso viso di gesso, gli stessi capelli di pioggia, lo stesso fragile respiro, io ero come un irlandese». Arriva al punto di farsi piacere le famigerate Stout, quelle birre scure, dense, spesse come il pane, trangugiate tiepide nei pub di Belfast, sempre al fianco di Tyrone. Scorrono nelle pagine i fatti che hanno segnato quella stagione. Gli attentati, le rappresaglie inglesi, la “protesta delle coperte”, la “protesta dello sporco”, lo sciopero della fame che pose fine alla vita di Bobby Sands e a seguire dei suoi nove compagni: Francis Hughes, Raymond McCreesh, Patsy O’Hara, Joe McDonnell, Martin Hurson, Kieran Doherty, Kevin Linch, Thomas McElwee e Mickey Devine. Le successive vicende portarono l’IRA a deporre le armi per dar vita al processo di pacificazione di quella terra stanca forse di tanto sangue. Fino al 2005 in cui Tyrone Meehan dichiarò che già dagli inizi degli anni 80 era stato una spia al soldo dei servizi segreti inglesi. Il romanzo si conclude nel 2006 quando Meehan, rifugiatosi in un cottage nel Donegal, viene freddato da mano ignota che mette fine al suo percorso terreno.

Antoine, nell’ultimo incontro con il suo traditore non gli chiede neanche conto di questo infinito tradimento. In fin dei conti «tradiva da quasi venti anni. L’Irlanda che amava tantissimo, la sua lotta, i suoi familiari, i suoi ragazzi, i suoi compagni, me. Ci ha traditi tutti. Ogni mattina e ogni sera». Non riuscirà a fare quella semplice domanda che avrebbe potuto sondare il pozzo dì tanto maleficio. Quella domanda, semplice, schietta, diretta, da vero irlandese. Gli rimarrà nella strozza quella domanda. Un semplice “Perché?” che come tutti i suoni semplici, soprattutto se sussurrati, in certe circostanze diventano un urlo lacerante che straccia ogni timpano, che riempie tutto con solo una parola. Quella domanda non verrà mai posta. Non verrà mai posta perché a quella domanda non c’è risposta.

Tutto il romanzo narra fatti reali. Antoine è lo stesso autore, giornalista all’epoca inviato di Liberation a Belfast e Tyrone Meehan è quel Denis Donaldson che fu realmente uno dei più rispettati capi dell’IRA e questo rende il romanzo ancora più drammatico e al tempo stesso struggente.

Che non ci sia lotta o guerra che non si porti dentro anche un carico d’infamie è banale dirlo, ma di fronte allo sgomento di Chalandon non si resta indifferenti. Un libro imperdibile che racconta dell’Irlanda di quegli anni terribili, dell’amicizia, così fragile da preservare, della solidarietà tra combattenti e dello stupore doloroso di scoprirsi traditi. Un romanzo affascinante che non tenta nemmeno di capire, ma che descrive soltanto, con triste orrore, l’insondabile abisso che alberga sconosciuto in ognuno di noi e che nessuna risposta può veramente illuminare.

Un romanzo vertiginoso che vi invito a leggere in memoria di Bobby Sands, per l’amore per l’Irlanda (se ne avete) e ancora una volta contro l’Inghilterra che nel mio immaginario si conferma una volta di più “perfida Albione”.