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    Certezza del Papa e dei Sacramenti, o Dubbio Metodico?



    CERTEZZA DEL PAPA E DEI SACRAMENTI O DUBBIO METODICO?

    *

    INTRODUZIONE

    ●La Chiesa (con San Pio X, Pio XI e Pio XII ed il “Codice di Diritto Canonico”) vuole che la certezza e la validità dell’elezione del Papa debba essere fuori di ogni discussione e dubbio.

    La catena della successione apostolica, senza alcuna interruzione, deve essere certamente evidente[1] ai fedeli, poiché l’Apostolicità è una delle quattro note essenziali della Chiesa di Cristo (Una, Santa, Cattolica ed Apostolica) e non può essere soggetta a dubbi né specialmente ed assolutamente ad interruzioni.

    Il criterio di valutazione dell’elezione del Papa è il suo “Accipio; Accetto” ed il seguente riconoscimento del Papa canonicamente eletto da parte della Chiesa docente o gerarchica (Cardinali elettori e Vescovi) e discente (sacerdoti e fedeli).

    Ora è un fatto che Francesco I ha accettato l’elezione canonica, la quale non è stata contestata da nessun Cardinale, Vescovo residenziale, né dai sacerdoti e fedeli, tranne lo sparuto gruppo dei sedevacantisti. Ma “una rondine non fa primavera”.

    ●Gesù ha voluto anche che la certezza e la validità dei Sacramenti, i quali sono il principale canale ordinario della Grazia senza la quale nessuno può salvarsi, debba essere fuori di ogni discussione.

    Perciò il criterio per valutare se vi sia mutazione sostanziale o accidentale nella forma e materia dei Sacramenti ricorre alla maniera comune di pensare dell’uomo, ossia alla retta ragione non elevata a scienza teologica.

    Infatti i Sacramenti sono per tutti (“i Sacramenti sono per gli uomini e non gli uomini per i Sacramenti”), perché la Chiesa apostolica e petrina è una Società universale e non una setta iniziatica. Quindi anche la valutazione della materia, forma ed intenzione dei Sacramenti deve essere fatta in base ad un criterio accessibile a tutti e non riservato ad una élite di gnostici.

    La Chiesa non è una società esoterica per soli iniziati, ma l’unica arca necessaria di salvezza universale, che si serve dei Sacramenti come strumento principale per la trasmissione della Grazia e della salvezza eterna.

    Purtroppo, oggi, alcuni (Sedevacantismo), nella crisi che travaglia l’ambiente cattolico ed ecclesiale a partire dal Concilio Vaticano II e dall’introduzione del Novus Ordo Missae, reputano

    a) che i Papi da Giovanni XXIII/Paolo VI sino all’attuale papa Francesco I siano invalidi e mettono così, oggettivamente, in dubbio la continuità della successione apostolica e petrina, che deve essere formale[2];

    b) che i Sacramenti scaturiti dalla Riforma liturgica di Paolo VI siano totalmente invalidi e, così, costoro privano i fedeli del canale principale della Grazia santificante.

    Ma questo non è lo spirito della Chiesa né di Gesù Cristo. Cerchiamo di vedere meglio il perché.

    *

    PRIMA PARTE

    CERTEZZA DELL’ELEZIONE DEL PAPA

    San Pio X ha voluto, molto saggiamente, che la certezza e la validità dell’elezione del Papa dovesse essere fuori di ogni discussione per mantenere – mai interrotta e sempre visibile – la catena dei Vescovi e soprattutto dei Pontefici Romani collegata ai Dodici Apostoli con a capo San Pietro.

    a)Il simoniaco eletto Papa

    Quindi san Pio X ha eliminato (v. Costituzione Apostolica Vacante Sede Apostolica, 25 dicembre 1904[3]) qualsiasi sanzione invalidante l’elezione del Pontefice apportata, de jure ecclesiastico, da alcuni Papi precedentemente regnanti. Per esempio, papa Giulio II nel 1505 aveva sanzionato la Simonia come invalidante l’elezione pontificia[4].

    Ora la Simonia è equiparata da San Tommaso all’Irreligione, all’Incredulità ossia all’Ateismo (S. Th., II-II, q. 100, a. 1). Secondo la Teologia Morale essa è un peccato grave contro il 1° Comandamento o la Virtù di Fede. Eppure, per S. Pio X, Pio XI, Pio XII ed il Diritto Canonico (can. 219), il simoniaco – ciò nonostante – è egualmente Papa e assicura la certezza ininterrotta della catena successoria apostolica, la quale è essenziale alla Chiesa.

    Infatti, essendo la Chiesa una Società divina, ma composta da membri umani santi ed anche peccatori (ed alcuni di questi ultimi sono ascesi al Papato comprando simoniacamente l’elezione), la Chiesa ritiene che un battezzato incredulo, irreligioso, non curante del bene della Chiesa, se viene eletto canonicamente è egualmente e certamente Papa. Altrimenti la catena successoria apostolica della Chiesa potrebbe essersi interrotta numerose volte nel corso della storia e non vi sarebbe più la certezza riguardo all’Apostolicità della Chiesa: il che è impossibile essendo la Chiesa apostolica per sua natura[5].

    b)L’eretico eletto Papa

    Lo stesso paragone vale, a maggior ragione, per un eretico eventualmente eletto Papa. Se l’ateo è eletto validamente, a fortiori lo è l’eretico, che non nega tutta la Religione come l’ateo, ma solo alcuni suoi Dogmi.

    c)La ‘Bolla’ di papa Paolo IV

    Per cui la Bolla di Paolo IV (Cum ex Apostolatus officio, 15 febbraio 1559, in Bullarium Romanum, Torino, 1862, vol. VI, pp. 551-556, tr. it., in S. Z. Ehler – J. B. Morrall, Chiesa e Stato attraverso i secoli, Milano, Vita & Pensiero, 1958, pp. 207-213), decade ipso facto, come è stata abrogata la Sanzione di Giulio II, del 1505 invalidante l’elezione pontificia a causa della Simonia.

    Inoltre la Bolla di Paolo IV «è un atto disciplinare della Chiesa, che riassume tutte le precedenti scomuniche e deposizioni dalle funzioni della Chiesa di tutti i dignitari. […]. Durante il pontificato di Paolo IV, Gian Pietro Carafa, (1555-1559) lo scisma protestante raggiunse proporzioni molto vaste. […]. Contro questa minacciosa marea insorse fortemente il papa Gian Pietro Carafa. […]. L’atmosfera era talmente arroventata che Paolo IV giunse persino a temere defezioni nello stesso Collegio Cardinalizio. I suoi dubbi riguardavano particolarmente l’influente cardinale Morone, la cui possibile elezione alla Santa Sede era causa di grandissima apprensione per Paolo IV. […]. La Bolla Cum ex Apostolatus officio […] prevede la possibile elezione di un Papa di dubbia ortodossia […]. La Bolla dichiara invalida l’elezione al Trono pontificio di qualsiasi candidato, che in precedenza si sia dimostrato connivente con gli scismatici Luterani» (S. Z. Ehler – J. B. Morrall, Chiesa e Stato attraverso i secoli, cit., “Bolla Cum ex Apostolatus officio”, Commento, p. 206).

    Non essendo stata ripresa dal CIC del 1917 ed essendo un atto disciplinare, la Bolla di Paolo IV è decaduta ipso facto anche se non abrogata esplicitamente come la Bolla di Giulio II del 1505 sulla Simonia.

    *

    SECONDA PARTE

    CERTEZZA DELLA VALIDITÀ DEI SACRAMENTI

    Analogamente Gesù ha voluto che la certezza e la validità dei Sacramenti dovessero essere fuori di ogni discussione.

    a)Materia e Forma

    Per cui “il criterio per valutare se vi sia mutazione sostanziale o accidentale [nella forma e materia dei Sacramenti, ndr] non ricorre al linguaggio scientifico teologico, ma alla maniera comune di pensare dell’uomo, ossia alla retta ragione non elevata a scienza teologica. Infatti i Sacramenti sono per tutti [come la Chiesa, ndr]. Quindi anche la valutazione dei loro elementi [materia, forma, intenzione, ndr] deve essere fatta in base ad un criterio accessibile a tutti e non riservato ad una élite di persone” (P. Palazzini, voce “Sacramenti”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1953, vol. X, col. 1579).

    La Chiesa non è una società esoterica per soli gnostici, ma è il Corpo Mistico di Cristo per la Salvezza eterna di tutte le anime che vogliono salvarsi.

    b)Intenzione del Ministro

    Per quanto riguarda l’Intenzione del Ministro, basta la volontà di amministrare un Sacramento o un Rito sacro o di “fare ciò che fa la Chiesa” (Concilio di Trento, DB 854). Tale volontà di fare ciò che fa la Chiesa può essere anche solo implicita, come nell’infedele che s’induce ad amministrare il Battesimo, dietro richiesta, ignorando la Chiesa e i suoi Sacramenti, ma volendo soddisfare la richiesta di colui che glielo domanda (“ad intentionem petentis”)[6].

    c)Il problema della ‘Messa di Paolo VI’

    Quanto al problema della validità della consacrazione nel Novus Ordo Missae, esso è ben distinto dalla bontà o liceità del Rito della nuova Messa[7]. La validità del Sacramento è diversa da bontà o liceità del Rito liturgico.

    Nel Rito del Novus Ordo la sostanza della forma del Sacramento è rimasta pur avendo subìto quanto alla forma della Consacrazione una mutazione integrante[8], ma non essenziale. Infatti è rimasta intatta la sostanza della forma del Sacramento: “Questo è il Mio Corpo” e “Questo è il Mio Sangue”.

    Tuttavia, per il rimenente, il Rito della Nuova Messa di Paolo VI “si allontana in maniera impressionante dalla Teologia cattolica sul Sacrificio della Messa definita infallibilmente dal Concilio di Trento” (card. A. Ottaviani – A. Bacci) ed è in rottura radicale ed oggettiva con la Messa di Tradizione apostolica, resa obbligatoria da S. Pio V per la Chiesa latina nel 1570 (mons. K. Gamber).

    Perciò, anche se vi è la Presenza reale nelle ostie consacrate durante il “Novus Ordo Missae”, questo è equiparabile ad un Rito acattolico, pur non essendovi ancora una dichiarazione giuridica e formale dell’Autorità sulla nocività di esso[9].

    Quindi il nuovo Rito della Messa – oggettivamente - favorisce l’errore e l’eresia, ma non invalida in sé la Presenza reale di Gesù nell’Ostia consacrata (cfr. S. TOMMASO D’AQUINO, S. Th., III, q. 78, a. 3)[10]. Come la “Messa Nera” (solo per fare l’esempio limite che sia comprensibile a tutti, vedi nota n.° 7) non invalida la consacrazione, ma è oltraggiosa contro Dio e profanatrice della Presenza reale, la quale anzi si vuole assicurata (finis operis o fine oggettivo del Rito) proprio per profanarla (finis operantis o fine soggettivo di chi lo celebra).

    *

    CONCLUSIONE

    Prima di emettere sentenze definitive ed obbliganti sulla validità dell’elezione del Papa e dei Sacramenti con conseguenze devastanti per le anime dei fedeli e per l’Istituzione divina della stessa Chiesa gerarchica, si rifletta che la “suprema lex Ecclesiae” è la “salus animarum” e non la nostra opinione, la nostra tesi o il nostro interesse.

    È disumano togliere agli uomini la suprema possibilità di salvarsi l’anima privandoli della Chiesa gerarchica (in successione continua con quella fondata da Cristo su Pietro, senza alcuna interruzione) e dei Sacramenti moralmente necessari per salvarsi l’anima; perciò non emettiamo “leggi”, o meglio “corruzioni di Legge, poiché contrarie al bene comune” (Atti, V, 29; S. Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II, q. 98-108; Leone XIII, Enciclica Libertas, 1888), ma aiutiamo le anime a salvarsi.

    Il fatto (“quia”) certo è che il neomodernismo ha occupato l’ambiente ecclesiale. Ognuno cerca, in questo Tsunami che è penetrato dappertutto, di reagire a questa invasione restando legati alla Tradizione apostolica col fare “ciò che la Chiesa ha sempre, dovunque e universalmente fatto[11]” e facendosi un’idea del perché (“propter quid”) questo sia successo e del come si possa superarlo e sconfiggerlo.

    L’importante è che, in questi tempi così difficili ed apocalittici, i fedeli abbiano ancora la Fede nella Chiesa visibile e gerarchica risalente formalmente, in atto ed ininterrottamente ai Dodici Apostoli, la Messa di Tradizione apostolica, i sette Sacramenti, l’insegnamento della Dottrina cattolica comune ed ufficiale contenuta nel Catechismo tradizionale (senza dover scendere in questioni teologiche ardue, soprattutto se ancora liberamente disputate) e si accostino regolarmente ai Sacramenti (specialmente alla Confessione e alla Comunione) per vivere in Grazia di Dio e salvarsi l’anima.

    Il Diritto Romano insegna: “summum jus, summa injuria”; “il diritto applicato troppo strettamente può divenire la massima ingiustizia”; in breve: “il troppo storpia, ogni eccesso è un difetto”. “Chi vuol far l’angelo finisce per diventare una bestia”.

    Se si toglie ai fedeli l’Apostolicità formale della Gerarchia ecclesiastica ed i Sacramenti li si mette in uno stato che non è quello in cui Gesù li ha posti. Egli ha fondato la sua Chiesa sui Dodici ed in primis su Pietro; inoltre ha voluto che mai venisse meno l’evidenza della continuità formale della catena, che lega i Pastori attuali (anche se fossero Simoniaci o Irreligiosi) agli Apostoli e che tutti i fedeli potessero distinguere la sostanza dei Sacramenti, i quali sono il canale principale della Grazia, senza dover essere preda di uno scrupolo metodico sulla validità dell’elezione del Papa e dei Sacramenti.

    Cerchiamo di non voler conoscere la Chiesa meglio di Gesù Cristo che l’ha fondata, di San Pio X che l’ha governata e del Diritto Canonico che la regge e di non renderla una società di iniziati in filosofia e teologia o una chiesa “pneumatica” dei soli eletti (come Wycleff, Huss e i Protestanti), togliendo la certezza e la visibilità della continuità apostolica e della validità dei Sacramenti che Gesù ha voluto fossero evidenti a tutti i fedeli e fuori di ogni discussione e dubbio, mentre in questo caso si discute e dubita proprio di ciò che è fuori discussione e dubbio, ossia si cade in una “contraddizione nei termini” e si snatura l’essenza della Chiesa come Cristo l’ha voluta e fondata.

    La verità non è ciò che ci piace, ma ciò che è realmente esistente (“adaequatio rei et intellectus”). Non ragioniamo secondo i nostri gusti, ripugnanze, antipatie, con il sentimento, con l’appetito irascibile, ma sforziamoci di conformare il nostro intelletto alla realtà, anche se sgradevole. Se i Papi da Giovanni XXIII sino a Francesco I non ci piacciono, non significa che non esistano come Papi. Se la malattia, la morte, la sconfitta non ci piacciono anzi ci ripugnano, esse esistono egualmente, dobbiamo prenderne atto e non annullarle come cerca di fare la filosofia orientale (buddista e induista).

    Secondo San Tommaso (S. Th., I, q. 16, a. 1; De Veritate, q. 1, a. 9; II Sent., dist., 39, q. 3, a. 2, ad 5) le cause principali dell’errore risiedono nelle nostre passioni, che ci inducono a giudizi interessati, passionali, capricciosi e non razionali. Infatti le passioni sensibili offuscano la ragione ed impediscono di vedere la verità serenamente ed oggettivamente per quello che è. Allora non ragioniamo sulla Chiesa in preda alle emozioni spiacevoli che gli uomini di Chiesa possono produrre in noi. Fu l’errore che commisero gli Apostoli davanti alla Passione di Cristo, vedendo in lui solo l’uomo umiliato e sfigurato. Quindi fuggirono e lo rinnegarono. Ora si ripete la Passione della Chiesa, che è Cristo continuato nella storia. Si può dire oggi di Essa ciò che disse allora Pilato di Gesù: “Ecce homo”/ “Ecce Ecclesia”. Non ripetiamo l’errore dal quale gli stessi Apostoli ed Evangelisti ci hanno messo in guardia

    d. Curzio Nitoglia

    Certezza del Papa e dei Sacramenti, o Dubbio Metodico? | don Curzio Nitoglia
    ~

    [1] Evidenza da “ex-videre”, ciò che si vede, si mostra e non si dimostra (San Tommaso d’Aquino, S. Th., II-II, q. 94, a. 2; I Sent., dist. 3, q. 1, a. 2, ob. 1).

    [2] La distinzione tra Papa formale o in atto e Papa materiale o in potenza non risolve la questione della successione ininterrotta dei Papi a partire da San Pietro. Per fare un esempio comprensibile a tutti, se ho una Ferrari cui manca il motore, non può muoversi. Ora l’essenza di un’automobile è muoversi e correre. Quindi un Papa solo in potenza e non in atto, non è Papa ed è simile alla Ferrari senza motore, che potrebbe muoversi qualora le fosse montato un motore, ma non si sposta di un centimetro se il motore non passa dalla potenza all’atto, ossia dal materialiter al formaliter. Siccome il Papa materiale Paolo VI è defunto nel 1978 è impossibile che egli divenga Papa in atto, così come se la Ferrari senza motore in atto viene rottamata è impossibile che riceva il motore, perché essa non esiste più, è un rottame non atto a ricevere un motore e muoversi, proprio come Paolo VI è un cadavere, che non può essere soggetto di Ordine né di Giurisdizione.

    [3] Pio XI ha riconfermato la “Costituzione Apostolica” di San Pio X del 1904 nel suo “Motu Proprio” Cum proxime del 1° marzo 1922 e Pio XII l’ha ribadita nella sua “Costituzione Apostolica” Vacantis Apostolicae Sedis dell’8 dicembre 1945. Questi testi sono riuniti in Appendice nel Codice di Diritto Canonico.

    [4] Cfr. Vittorio Bartoccetti, voce “Conclave”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, coll. 176-183.

    [5] Per esempio, Alessandro VI pur essendo stato un simoniaco, che ha considerato la Chiesa come un affare personale o di famiglia è stato ritenuto egualmente Papa dalla Chiesa.

    [6] Cfr. San Tommaso d’Aquino, S. Th., III, q. 64, aa. 8-10.

    [7] Per esempio la “Messa Nera o Diabolica” è una Messa valida in cui avviene la consacrazione e vi è la Presenza reale di Gesù Cristo, per poterla profanare. Ora la validità della “Messa Nera” non implica la sua bontà come Rito, che è perverso. La “Nuova Messa” (senza volerla identificare con la “Messa Nera”, ma solo per fare un esempio comprensibile al lettore e per non venire accusato di essere a favore della nuova Messa, come qualcuno scorrettamente ha voluto farmi dire) favorisce l’errore luterano sul Sacrificio della Messa, però mantiene la sostanza della forma del Sacramento dell’Eucarestia (“Questo è il Mio Corpo”; “Questo è il Mio Sangue”) ed è valida, ciò non significa che sia buona (cfr. Arnaldo Xavier Vidigal da Silveira, La Nuova Messa di Paolo VI. Cosa pensarne? unavoce.it).

    [8] Mutazione gravemente colpevole da parte di chi l’ha apportata, poiché in rottura con la Tradizione divino-apostolica. Infatti la forma della consacrazione del pane e del vino che si trova nel Messale Romano restaurato da San Pio V è stata data da Gesù agli Apostoli (cfr. papa Innocenzo III, Epistola Cum Martha circa, 29 novembre 1202, DB 414-415: “Noi crediamo che le parole della forma consacratoria, quale si trova nel Canone della Messa, sono state consegnate da Gesù agli Apostoli e da questi ai loro successori”; Concilio di Firenze, DB 715; Catechismo di Trento, n.° 216). Il mutarla è stato un atto gravemente illecito di rottura con la Tradizione, poiché il Papa ha ricevuto il Mandato petrino per conservare il “Depositum Fidei” e non per cambiarlo. Tuttavia tale mutazione non ha cancellato la sostanza della forma consacratoria, ma solo le sue parti integranti. Quindi essa è valida, anche se gravemente illecita.

    [9] Qualcuno ha capito male (in buona fede) e qualcun altro ha voluto farmi dire (in mala fede) ciò che non ho mai detto né pensato, ossia che la Nuova Messa è buona in sé. No! Un conto è la “validità della consacrazione” ed un altro conto è “l’ortodossia del Rito nuovo”, il quale è in rottura con la Messa di Tradizione apostolica e quindi non è ortodosso e non è buono.

    [10] Cfr. i migliori Commentatori della Summa Theologiae (III, qq. 73-83) di SAN TOMMASO D’AQUINO: CAJETANUS; GIOVANNI DA SAN TOMMASO; BILLUART; inoltre J. B. FRANZELIN, De SS. Eucharestiae Sacramento, Roma, 1868; G. MATTIUSSI, De SS. Eucherestia, Roma, 1925; L. BILLOT, De Ecclesiae Sacramentis, Roma, VII ed., 1931; R. GARRIGOU-LAGRANGE, De Eucharestia, Torino-Roma, 1943; A. PIOLANTI, De Sacramentis, Torino-Roma, II ed., 1947; A. PIOLANTI, voce Eucarestia, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. V, col. 772.

    [11] San Vincenzo da Lerino, Commonitorium, I.

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    Certezza del Papa e dei Sacramenti, o Dubbio Metodico? | don Curzio Nitoglia
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: Certezza del Papa e dei Sacramenti, o Dubbio Metodico?

    Caro don Curzio Nitoglia,



    ho letto il suo nuovo scritto contro il sedevacantismo, pubblicato sul sito doncurzionitoglia.net il 27 marzo scorso e intitolato “Certezza del Papa e dei Sacramenti, o Dubbio Metodico?” . Ci tenevo ad informarla di qualche svista presente in tale scritto, precisando senz’altro che anch’io mi trovo in disaccordo con il così detto sedevacantismo simpliciter (anche se in generale lo trovo di gran lunga più ragionevole del lefebvrismo e di ogni sedeplenismo) e che l’analisi teologica dell’attuale crisi della Chiesa che ritengo essere più aderente alla realtà è quella elaborata da Mons. Guérard Des Lauriers o.p. .

    Brevemente.

    Lei afferma che: “La Chiesa (con San Pio X, Pio XI e Pio XII ed il “Codice di Diritto Canonico”) vuole che la certezza e la validità dell’elezione del Papa debba essere fuori di ogni discussione e dubbio”. Tuttavia, poco oltre, asserisce che: “Il criterio di valutazione dell’elezione del Papa è il suo “Accipio; Accetto” ed il seguente riconoscimento del Papa canonicamente eletto da parte della Chiesa docente o gerarchica (Cardinali elettori e Vescovi) e discente (sacerdoti e fedeli)”.

    In questo modo, mi pare che lei faccia un po’ di confusione tra criterio per valutare se un determinato soggetto è divenuto Papa e criterio per valutare la validità dell’elezione al Papato.

    L’accettazione dell’eletto, infatti, non ha nulla a che fare con la validità dell’elezione.

    E i suoi richiami al simoniaco eletto Papa o all’eretico eletto Papa, alla Bolla di Paolo IV e in generale alla legislazione canonica sono poi tutti fuori luogo se con essi intende imbastire, implicitamente almeno, una confutazione della Tesi detta di Cassiciacum.

    La Chiesa è intervenuta sulla disciplina dell’elezione al Papato, non sugli scenari che si aprirebbero nell’eventualità in cui un Papa deviasse dalla Fede. La vigente legislazione canonica in materia di elezione pontificia permette di allontanare ogni dubbio sulla validità dell’elezione al Papato, ma non tocca la questione dell’eletto al Papato che devia dalla Fede o del Papa che devia dalla Fede. Si tratta di due cose diverse. E – noti bene questo punto – coloro che per spiegare l’attuale crisi della Chiesa ricorrono alla Tesi di Cassiciacum, quindi quella parte di sedevacantismo che lei prende più volentieri di mira nel muovere qui ed in altri suoi articoli le sue deboli obiezioni, non critica affatto la validità delle ultime elezioni papali. Al contrario, la validità di tali elezioni costituisce proprio una delle basi su cui si sviluppa la Tesi di padre Guérard.

    La validità dell’elezione al Papato di Paolo VI e dei suoi successori è dunque una certezza, fino a prova contraria, per chi reputa la Sede Apostolica formalmente vacante. Se non vi fosse questa certezza sarebbe assurdo parlare di papi materialiter.

    Inoltre, non corrisponde affatto al vero che, come lei lascia intendere, per il diritto canonico l’eretico o l’ateo eletto al Papato è certamente Papa. Il diritto canonico non si pronuncia su questo. Da esso si può solo desumere che un tale soggetto, purché battezzato, è effettivamente eletto al Papato, ma non che è certamente Papa.

    La certezza del Papa, dunque, è una cosa, la certezza della validità dell’elezione al Papato è un’altra cosa.

    È opportuno poi aggiungere che se per la Tesi di Cassiciacum non sussistono dubbi, fino a prova del contrario, sulla validità dell’elezione dei così detti “papi conciliari”, per la stessa Tesi è altresì certo che questi ultimi non sono veri Papi. Il perché è presto detto e non ha nulla a che fare né con la validità dell’elezione, né con l’eresia personale di questi uomini, ma con l’insegnamento della vera dottrina apostolica. Dice infatti il Concilio Vaticano I che “questa Sede di San Pietro si mantiene sempre immune da ogni errore” . E poiché non ho certo bisogno di spiegare a lei che, invece, da Paolo VI in poi di errori in punto di fede e di morale ne sono stati insegnati tanti da parte degli eletti al Papato è naturale concludere che da diverso tempo ormai la Sede Apostolica sia formalmente vacante.

    Questi errori nell’insegnamento della vera dottrina, mi danno l’occasione, in fine, di farle osservare come lei trascuri, in perfetta serenità, il senso più profondo della nota dell’Apostolicità della Chiesa. Lei, infatti, accusa i sedevacantisti di credere in una chiesa di soli eletti e di togliere ai fedeli la certezza e la visibilità della continuità apostolica. Continuità apostolica che da parte sua continua a scorgere nella “gerarchia” in comunione con Bergoglio. Sorge quindi spontaneo chiedersi a quale sorta di continuità apostolica lei faccia riferimento. Perché è apostolica quella gerarchia e dunque quella Chiesa, la quale non solo garantisce l’apostolicità della successione, ma anche – ed eminentemente – l’apostolicità della dottrina insegnata! È apostolica la gerarchia che professa integralmente la vera dottrina degli apostoli, non dottrine incompatibili con essa! E lei conviene, mi sembra, sul fatto che la “gerarchia conciliare” dia del veleno ai fedeli di Cristo, non solo sotto il profilo dottrinale, ma anche sotto quello liturgico dal momento che va affermando che la “Nuova Messa” non è buona in sè e che “il nuovo Rito della Messa ... favorisce l’errore e l’eresia”.

    A questo punto, scusi, non capisco: quale Apostolicità si vanta di salvaguardare riconoscendo come veri Papi Montini, Wojtyla, Ratzinger, Bergoglio e l’episcopato a loro unito? Quale gerarchia visibile pretende di mostrare all’animo dei fedeli che la leggono indicando loro appunto come gerarchia visibile l’”episcopato” in comunione con Francesco I? Sinceramente, non capisco.

    Ecco le sue certezze, don Nitoglia: la Chiesa Cattolica diffonde errori e favorisce l’eresia. Altro che dubbio metodico (il quale, come le ho mostrato, non c’entra nulla con il sedevacantismo di p. Guérard). Qui siamo al completo travisamento delle cose e al totale abbandono di ogni buonsenso.



    Augurando a lei e ai suoi cari una santa Pasqua, le porgo i più cordiali saluti.



    Antonio Polazzo
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: Certezza del Papa e dei Sacramenti, o Dubbio Metodico?

    Bolla «Cum ex Apostolatus Officio» e sedevacantismo

    A seguito di un articolo di don Curzio Nitoglia, relativo, a suo dire, alla cessazione della vigenza giuridica, in Diritto Canonico, della Bolla di Paolo IV, si è avuta in risposta una dissertazione di segno contrario in merito all’attuale validità, secondo alcuni articolisti di convinzione sedevacantista.

    La questione, se affrontata nell’ottica del sedevacantismo totale (come quello degli estensori del citato commento), porta ad escludere un qualunque margine di sopravvivenza alla tesi di Verrua (sedevacantismo formale), una volta appoggiata dallo stesso don Curzio.

    Andiamo per gradi.

    L’argomento di don Curzio, a favore dell’abrogazione della suddetta Bolla, si basa sulla mancata ricezione nel testo del Codice di Diritto Canonico del 1917 (ora sostituito da quello del 1983) della prevista sanzione di decadenza dal soglio Pontificio, automaticamente applicabile nei confronti dell’eventuale designato al Papato, qualora lo stesso si fosse reso in precedenza colpevole di eresia.

    L’obiezione mossa dai sedevancantisti è di duplice segno: da un lato si riconosce alla Bolla valore di Diritto Divino, vista l’Autorità palesemente impegnata da parte del Pontefice autore del documento (cosa che salverebbe, pertanto, la Bolla da un qualunque successivo intervento abrogativo tacito o espresso che sia) e, dall’altro, si individuano alcune disposizioni del medesimo menzionato Codice (secondo quanto sostenuto qui):

    «Esso, al contrario, la riproduce integralmente al can. 188 § 4, che testualmente recita: “Ogni ufficio rimane vacante per tacita rinuncia “ipso facto” e senza alcuna dichiarazione se: § 4 il chierico pubblicamente si sia allontanato dalla fede cattolica”. Ora, è indubitabile che anche il Papa ricada nella categoria dei chierici perché il can. 108 § 3, definendo tale categoria, espressamente lo ricomprende. Questo richiamo è già sufficiente a stabilire la piena e totale validità e attualità della Bolla, anche perché il precedente can. 6, a sproposito invocato per sostenere la tesi contraria, al par. 4 espressamente stabilisce: “in dubio num aliquod canonum praescriptum cum veteri jure discrepet, a veteri jure non est recedendum”». (Nel caso sorga un dubbio su qualche canone qui prescritto con il preesistente diritto, non si discosti dal precedente diritto); la Bolla di Paolo IV faceva parte del “Corpus Juris Canonici”, che avallerebbe una sopravvivenza della sanzione prevista da Paolo IV.

    Chi scrive si sente di condividere la sopravvivenza della Bolla di Paolo IV, per gli argomenti surriportati e soprattutto per il tenore letterale del documento pontificio, che sembrerebbe voler impegnare appieno l’infallibilità.

    Tuttavia!

    Le conclusioni alle quali giungono i sedevancatisti non sono diretta conseguenza delle premesse; pretendono infatti di provare troppo, fino a perdersi nell’incongruenza. Esse, pertanto, sono da rifiutare, perché non logicamente discendenti dai presupposti dai quali pretendono di derivare.

    Esaminiamo il testo della Bolla.

    In essa, due sono i passaggi salienti ai nostri fini: il primo concerne la nomina a Papa di un soggetto, precedentemente reo di eresia; leggiamo:

    «lo stesso Romano Pontefice, che prima della sua promozione a cardinale od alla sua elevazione a Romano Pontefice, avesse deviato dalla fede cattolica o fosse caduto in qualche eresia (o fosse incorso in uno scisma o abbia questo suscitato), sia nulla, non valida e senza alcun valore, la sua promozione od elevazione, anche se avvenuta con la concordanza e l’unanime consenso di tutti i cardinali».

    L’altro «momento» di interesse è quello del Papa «eretico», ossia che possa incappare in una eresia. Vi è scritto: «che lo stesso Romano Pontefice, il quale agisce in terra quale Vicario di Dio e di Nostro Signore Gesù Cristo ed ha avuto piena potestà su tutti i popoli ed i regni, e tutti giudica senza che da nessuno possa essere giudicato, qualora sia riconosciuto deviato dalla fede possa essere redarguito».

    Cosa provano questi due passi?

    In primo luogo, affinché il Pontefice possa decadere dalla nomina, o meglio, affinché la stessa possa ritenersi «nulla», è necessario che egli sia stato, prima della elezione, tacciato come eretico (cioè formalmente incriminato e giudicato come tale). Ora, a tal fine, per la certezza del diritto e della sua applicabilità, è necessario che vi sia una pronuncia solenne da parte degli organi competenti: l’ex Sant’Uffizio (o l’attuale Congregazione per la Fede), e non basta una semplice indagine sul merito dell’ortodossia di alcuni testi (la messa all’indice) ritenuti nocivi e/o pericolosi, fino a quando questo provvedimento non comporti l’immediata ed incontestabile accusa di eresia.

    È indubbio che nessuno dei Papi nominati successivamente al Concilio Vaticano II sia stato de iure accusato formalmente di eresia. Dal che se ne deduce l’assoluta inapplicabilità della sanzione sopra menzionata, a meno che non si voglia pretendere di arrogarsi l’autorità canonica di dichiarare eretica una persona, senza averne ufficiale «mandato» da Dio. I «sedevacantisti totali» sembrano voler ignorare questo «piccolo» particolare, che però inficia tutto il loro costrutto. Reputano che sia sufficiente la oggettiva devianza dalla Fede, senza soffermarsi sul fatto che tale oggettività, per essere tale, necessiti di essere formalmente riconosciuta da chi di dovere.

    Questo, unito al fatto che il secondo passaggio riportato preveda espressamente l’ipotesi di una eresia Papale depone a favore della validità canonica delle elezioni post CVII, al contrario di quanto sarebbe lecito supporre.

    Posto infatti che nessuno dei Papi eletti dal Concilio in poi si stato, prima della elezione, ritenuto formalmente eretico, rimane da vedere se abbia potuto incappare in una eresia.

    Possibile. Anzi, in alcuni argomenti, direi anche certo! Cosa possiamo dedurne? Che egli, lo stesso Papa, possa essere redarguito! E comunque il fedele possa resistere al vento di novità, aggrappandosi alla Tradizione.

    Questo è elemento importate per capire i nostri tempi. Se infatti leggiamo la Bolla di Paolo IV insieme al Concilio Vaticano I, ci accorgiamo di quello che è il vero ruolo del Pontefice, il quale, pur essendo non giudicabile da alcuno, trova il limite del rispetto del sacro Deposito, che egli è chiamato a custodire e difendere e non a novare.

    Questo suppone che il Papa, lungi da quel che pensano i sedevacantisti, possa comunque incorrere in eresia, quando non si pronunci con i crismi dell’infallibilità e quando pretenda di cambiare ciò che non può essere cambiato (perché neppure uno iota passerà), senza che questo comporti la nullità o la decadenza dell’elezione. Ricordo infatti che il Magistero non è fonte di verità; le sorgenti di Essa sono la Sacra Scrittura e la Divina Tradizione; il Magistero deve esserne interprete e, per il potere di Cristo, può esserlo in maniera infallibile, quando tuttavia usi di tale potere secondo il volere divino (secondo le regole e le condizioni della Chiesa stessa).

    Che conseguenza se ne trae? Che il Papa possa essere, in linea teorica, addirittura un potenziale corruttore della Fede e non un suo difensore: ma Dio lascerà sempre abbastanza luce ai singoli fedeli per comprendere bene quali siano i capisaldi della verità immutabile e, nello stesso tempo, assicurerà la sopravvivenza del Papato e quindi della Chiesa Cattolica.

    Nel caso infatti di sedevacantismo totale e perfino nell’ipotesi di sedevacantismo formale, ciò che viene meno è proprio il Papato e questo perché, non riconoscendo la validità canonica delle riforme liturgiche dei sacramenti, il conferimento dello stesso ordine sacerdotale ed episcopale sarebbe inficiato di nullità, da cui deriverebbe inevitabilmente l’interruzione della successione apostolica e quindi la cessazione della Chiesa in quanto tale; cosa che è palesemente contro l’insegnamento e la promessa di Gesù.

    Invito, pertanto, ogni tipo di sedevacantista a ritornare sui suoi passi, per evitare inutili sprechi di energie all’attacco di tradizionalismi vari. Concentriamoci sulla sequela a Cristo, sulla fedeltà alla Chiesa e al suo Magistero perenne.

    Stefano Maria Chiari
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  4. #4
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    Predefinito Re: Certezza del Papa e dei Sacramenti, o Dubbio Metodico?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio

    Nel caso infatti di sedevacantismo totale e perfino nell’ipotesi di sedevacantismo formale, ciò che viene meno è proprio il Papato e questo perché, non riconoscendo la validità canonica delle riforme liturgiche dei sacramenti, il conferimento dello stesso ordine sacerdotale ed episcopale sarebbe inficiato di nullità, da cui deriverebbe inevitabilmente l’interruzione della successione apostolica e quindi la cessazione della Chiesa in quanto tale; cosa che è palesemente contro l’insegnamento e la promessa di Gesù.
    Una possibile obiezione è che la successione apostolica e l'ordinazione episcopale sussistono ininterrottamente nelle Chiese orientali in comunione con Roma, che hanno mantenuto intatti i loro libri liturgici e in alcuni casi hanno leggi canoniche proprie, quindi il venir meno del papato non implica automaticamente il venir meno della Chiesa in sè, a meno di non assolutizzare la Pastor Aeternus.
    Grandi buchi vengono scavati in segreto, dove i pori della terra dovrebbero bastare, e cose che dovrebbero strisciare hanno appreso a camminare.

  5. #5
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    Predefinito Re: Certezza del Papa e dei Sacramenti, o Dubbio Metodico?

    Quindi tutti a celebrare con gli Armeni!



    (io ci andrei di corsa. cantano pure il Christus Vincit alla fine!)
    Grandi buchi vengono scavati in segreto, dove i pori della terra dovrebbero bastare, e cose che dovrebbero strisciare hanno appreso a camminare.

  6. #6
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    Predefinito Re: Certezza del Papa e dei Sacramenti, o Dubbio Metodico?

    Citazione Originariamente Scritto da Cale Yarborough Visualizza Messaggio
    Una possibile obiezione è che la successione apostolica e l'ordinazione episcopale sussistono ininterrottamente nelle Chiese orientali in comunione con Roma, che hanno mantenuto intatti i loro libri liturgici e in alcuni casi hanno leggi canoniche proprie, quindi il venir meno del papato non implica automaticamente il venir meno della Chiesa in sè, a meno di non assolutizzare la Pastor Aeternus.

    " dove è Pietro li è Chiesa"

    ed a ogni modo ( Giò correggimi se sbaglio) le teorie dei sedevacantisti riguardano anche gli stessi vescovi
    (Gv 3, 20-21)
    Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio

  7. #7
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    Predefinito Re: Certezza del Papa e dei Sacramenti, o Dubbio Metodico?

    Citazione Originariamente Scritto da Haxel Visualizza Messaggio
    " dove è Pietro li è Chiesa"

    ed a ogni modo ( Giò correggimi se sbaglio) le teorie dei sedevacantisti riguardano anche gli stessi vescovi

    Ma la Chiesa non è finita quando sotto l'arianesimo il papa stesso aderì all'eresia. O sotto Giovanni VIII. I sedevacantisti in genere glissano quando il discorso scivola sui vescovi di rito orientale. O sui vescovi ortodossi, che avendo ordinazioni valide, "sopravviverebbero" all'estinzione dei vescovi residenziali. Il problema è che il sedevacantismo è un'ipotesi affascinante, ma convoluta e alla fine minata dal legalismo portato alle estreme conseguenze.
    Grandi buchi vengono scavati in segreto, dove i pori della terra dovrebbero bastare, e cose che dovrebbero strisciare hanno appreso a camminare.

  8. #8
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    Predefinito Re: Certezza del Papa e dei Sacramenti, o Dubbio Metodico?

    Citazione Originariamente Scritto da Cale Yarborough Visualizza Messaggio
    Ma la Chiesa non è finita quando sotto l'arianesimo il papa stesso aderì all'eresia. O sotto Giovanni VIII. I sedevacantisti in genere glissano quando il discorso scivola sui vescovi di rito orientale. O sui vescovi ortodossi, che avendo ordinazioni valide, "sopravviverebbero" all'estinzione dei vescovi residenziali. Il problema è che il sedevacantismo è un'ipotesi affascinante, ma convoluta e alla fine minata dal legalismo portato alle estreme conseguenze.
    parliamo di eresie durate poco, per il resto hai ragione
    (Gv 3, 20-21)
    Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio

 

 

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