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    Predefinito 30 aprile 2013: Santa Caterina da Siena, vergine e patrona d'Italia

    1 aprile 2013: LUNEDÌ DI PASQUA



    Il mistero della Pasqua è così vasto e profondo che non saranno troppi i sette giorni di questa settimana per meditarlo e approfondirlo. Nella giornata di ieri non abbiamo fatto altro che contemplare il nostro Redentore uscito dal sepolcro, manifestandosi per ben sei volte ai suoi cari col suo potere e per sua bontà. Continueremo a rendergli gli omaggi di adorazione, di riconoscenza e di amore ai quali ha diritto per questo trionfo che è suo e nostro nel medesimo tempo; ma dobbiamo anche penetrare rispettosamente l'insieme meraviglioso della dottrina e dei fatti di cui la Risurrezione del nostro divin Liberatore è il centro, affinché la luce celeste ci illumini ancor meglio e la nostra gioia cresca sempre di più.

    Il mistero dell'Agnello.

    Prima di tutto, che cosa è, dunque, il mistero della Pasqua? La Bibbia ci risponde che la Pasqua è l'immolazione dell'Agnello. Per comprendere la Pasqua bisogna aver capito il mistero dell'Agnello.

    Fin dai primi secoli del cristianesimo nei mosaici e nelle pitture murali delle Basiliche si rappresentava l'Agnello come il simbolo che riuniva in sé l'idea del sacrificio di Cristo e quella della sua vittoria. Nella sua posa piena di dolcezza, l'Agnello esprimeva la dedizione che lo ha condotto a dare il suo sangue per la salvezza dell'umanità; ma veniva dipinto in piedi, in cima ad una collinetta verdeggiante, mentre i quattro fiumi del paradiso, al suo comando, scaturivano sotto i suoi piedi, raffigurando i quattro Vangeli che hanno portato la dottrina della sua gloria ai quattro punti cardinali del mondo. Più tardi fu dipinto armato di una croce, dalla quale sventolava una bandieruola trionfale: è la forma simbolica sotto cui lo troviamo anche ai tempi nostri.

    L'Agnello nell'Antico Testamento.

    Dopo il peccato, l'uomo non poteva più fare a meno dell'Agnello; senza di esso si vedeva diseredato per sempre dal cielo ed esposto eternamente al divino cruccio. Nei primi giorni del mondo,

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    il giusto Abele sollecitava la clemenza del Creatore irritato, immolando sopra un altare, formato da una zolla erbosa, il più bell'agnello del suo gregge, fino a che, agnello egli stesso, cadde sotto i colpi del fratricida, divenendo così il tipo vivente del nuovo agnello che, pure, dai suoi fratelli fu messo a morte.

    In seguito, Abramo, sulla montagna, consumò il sacrificio iniziato dalla sua eroica obbedienza, immolando il montone la cui testa era circondata di spine ed il cui sangue si sparse sull'altare eretto per Isacco. Più tardi Dio parlò a Mosè: gli rivelò la Pasqua e questa pasqua consisteva, allora, nell'immolazione di un agnello e nel banchetto che si teneva per mangiarne la carne. La Santa Chiesa, in questi ultimi giorni, ci ha dato a leggere nel libro dell'Esodo il comando del Signore su tale soggetto. L'Agnello pasquale doveva essere senza macchia: si doveva spargere il suo sangue, e nutrirsi della sua carne. Tale era la prima Pasqua.

    Essa è piena di figure, ma vuota di realtà. Nondimeno durante quindici secoli, il popolo di Dio dovette accontentarsene; ma l'ebreo che viveva più spiritualmente sapeva ben riconoscere l'impronta misteriosa di un altro Agnello.

    Il vero Agnello.

    Giunta la pienezza dei tempi, Dio inviò il suo Figliuolo sulla terra. Il Verbo incarnato, che non si era ancora manifestato agli uomini, un giorno camminava sulle rive del Giordano: Giovanni Battista lo indicò ai discepoli dicendo: "Ecco l'Agnello di Dio, che toglie il peccato dal mondo".

    Il santo Precursore in quel momento annunziava la Pasqua, poiché avvertiva gli uomini che, finalmente, la terra possedeva il vero Agnello, l'Agnello di Dio, atteso da tanto tempo. Ecco, era venuto, questo Agnello, più puro di quello di Abele, più misterioso di quello di Abramo, più esente da ogni macchia di quello che gli Israeliti offrivano in Egitto. È veramente l'Agnello implorato, con tanta insistenza da Isaia; un Agnello mandato dallo stesso Dio; in una parola l'Agnello di Dio. Ancora qualche tempo e verrà immolato. Tre giorni fa abbiamo assistito al suo sacrificio; abbiamo visto la sua pazienza, la sua dolcezza sotto il coltello che lo uccideva e noi siamo stati bagnati dal suo sangue che ha lavato tutti i nostri peccati.

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    Virtù del sangue dell'Agnello.

    L'effusione di questo sangue rigeneratore era necessaria alla nostra Pasqua; bisognava che noi ne fossimo segnati, per sfuggire alla spada dell'Agnello; nello stesso tempo, questo sangue ci comunicava la purezza di colui che ce la elargiva con tanta liberalità. I nostri neofiti uscivano dal fonte, nel quale egli immette la sua virtù, più bianchi della neve ; ed anche i peccatori, che avevano avuto la sciagura di perdere la grazia, un tempo in esso acquistata, avevano ritrovato, per mezzo dell'inesauribile forza del sangue divino, la loro integrità primitiva. Tutta la comunità dei fedeli si rivestiva dell'abito nuziale; e questa veste era di uno splendore abbagliante poiché è "nel sangue stesso dell'Agnello che fu lavata" (Apoc. 7, 14).

    Il banchetto pasquale.

    Ora questa veste è stata preparata per presenziare ad un banchetto, nel quale ritroveremo ancora quell'Agnello. È lui stesso che si da ai fortunati convitati quale nutrimento; e il banchetto è la Pasqua. Gli Atti dell'Apostolo sant'Andrea così ne parlano: "La carne dell'Agnello senza macchia serve di nutrimento, il suo sangue serve di bevanda al popolo che crede in Cristo; ed anche immolato, questo Agnello è sempre intero e vivente".

    Ieri questo convito ha avuto luogo su tutta la terra; ma in questi giorni continua ancora e vi realizziamo una stretta unione con l'Agnello che s'incorpora a noi per mezzo di quel cibo divino.

    La regalità dell'Agnello.

    Ma c'è dell'altro: esso non viene solamente per essere immolato, per nutrirci della sua carne divina; viene forse per comandare, per essere Re? Sì, così è, ed una volta ancora, per questo, è la nostra Pasqua. La Pasqua è la proclamazione del regno dell'Agnello: è il grido degli eletti nel cielo: "Ha vinto il leone della tribù di Giuda la radice di Davide!" (Apoc. 5, 5).

    Ma se è il Leone, come può essere l'Agnello? Cerchiamo di comprenderne il mistero. Nel suo amore per l'uomo che aveva bisogno di essere riscattato, di essere fortificato con un nutrimento ce-

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    leste, si è degnato di mostrarsi quale Agnello; ma doveva anche trionfare dei suoi nemici e dei nostri; era necessario che egli regnasse, poiché "a lui fu dato ogni potere in cielo e sulla terra" (Mt. 28, 18). Nel suo trionfo, nella sua forza invincibile, è quale leone, a cui nulla resiste, ed i cui ruggiti di vittoria scuotono oggi l'universo. Ascoltate sant'Efrem: "All'ora duodecima lo staccarono dalla croce come un leone addormentato" [1]. Dormiva, il nostro leone; "Il riposo effettivamente è stato così breve - dice san Leone - che si sarebbe detto piuttosto un sonno che una morte" [2].

    Che cos'era allora se non la realizzazione dell'oracolo di Giacobbe sul suo letto di morte, quando, annunciando duemila anni prima, la dignità del suo nobile rampollo, esclamava con santo entusiasmo: "Giovane leone è Giuda... Si piega, si sdraia come un leone e come una leonessa: chi lo farà alzare?" (Gen. 49, 9).

    Oggi egli si è risvegliato da se stesso: si è alzato in piedi, quale agnello, per noi, leone per i suoi nemici, unendo, d'ora in avanti, la forza e la dolcezza. È il mistero completo della Pasqua: un Agnello trionfatore, ubbidito, adorato. Rendiamogli l'omaggio dovutogli e, aspettando di unire in cielo le nostre voci a quelle di milioni di angeli e dei ventiquattro vegliardi, ripetiamo fin da oggi sulla terra: "È degno l'Agnello che è stato immolato di ricevere la virtù e la divinità, e la sapienza e la fortezza e l'onore e la gloria e la benedizione" (Apoc. 5, 12).

    La grandiosità di questa settimana.

    La Chiesa di altri tempi dedicava tutti i giorni di questa settimana all'astensione del lavoro come se si fosse trattato di un'unica festa; ed i lavori manuali ne restavano interrotti durante il corso. L'editto di Teodosio, nel 389, che sospendeva l'azione dei tribunali durante questo periodo, veniva ad aiutare tale prescrizione liturgica che noi troviamo menzionata nelle prediche di sant'Agostino e nelle omelie di san Giovanni Crisostomo. Quest'ultimo, parlando ai neofiti, così si esprimeva: "Durante questi sette giorni voi godete dell'insegnamento della dottrina divina; l'assemblea dei cristiani si riunisce per voi, noi vi ammettiamo alla sacra mensa; in questo modo vi armiamo e vi esercitiamo alle lotte contro il demonio. Poiché adesso, che si prepara ad attaccarvi con maggior furore, più è gran-

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    de la vostra dignità e più vivo sarà il suo attacco. Mettete dunque a profitto i nostri insegnamenti durante questo intervallo e sappiate imparare a lottare valorosamente. Riconoscete pure in questi sette giorni il cerimoniale delle nozze spirituali che avete avuto l'onore di contrarre. La solennità delle nozze dura sette giorni; noi abbiamo voluto, durante questo stesso periodo, trattenervi nella stanza nuziale" [3].

    Tale era allora lo zelo dei fedeli, la loro attrazione per le solennità della Liturgia, l'interesse che portavano per le nuove reclute della Chiesa, che essi aderivano con premura ed erano assidui a tutto ciò che da loro si esigeva durante questa settimana.

    La gioia della Risurrezione riempiva tutti i cuori e occupava ogni momento. I Concili emanarono dei Canoni che erigevano in legge questa consuetudine. Quello di Macon, nel 585, così formulava il suo decreto: "Noi dobbiamo tutti celebrare e festeggiare con zelo la Pasqua, nella quale il Sommo Sacerdote e Pontefice è stato immolato per i nostri peccati, e dobbiamo onorarlo mediante l'esattezza nell'osservare le prescrizioni che essa impone. Nessuno, dunque, si permetterà alcuna opera servile durante questi sei giorni (che seguono la domenica); ma tutti si riuniranno per cantare gl'inni della Pasqua, assistendo assiduamente al Santo Sacrificio quotidiano e radunandosi per lodare il nostro Creatore e Rigeneratore, la sera, il mattino e a mezzogiorno" [4].

    I Concili di Magonza (813) e di Meaux (845) danno le medesime prescrizioni. Noi le ritroviamo in Spagna nel VII secolo, negli editti dei Re Recesvinthe e Wamba. La Chiesa Greca li rinnovò nel suo concilio in Trullo; Carlo Magno, Luigi il Pio, Carlo il Calvo lo sanzionarono nelle loro costituzioni; i canonisti dei secoli XI e XII, Burkard, sant'Ivo di Chartres e Graziano ce li dimostrano in uso ai loro tempi; finalmente Gregorio IX provò ancora a dar loro forza di legge in una delle sue Decretali del XIII secolo. Ma già in molti luoghi questa osservanza si era indebolita.

    Il concilio tenuto a Costanza nel 1094 riduceva la solennità della Pasqua al lunedì e martedì. I liturgisti Giovanni Beleth, nel XII secolo, e Durando nel XIII, attestano che, ai tempi loro, questa riduzione era già in uso presso i Francesi. Essa non tardò ad estendersi in tutto l'Occidente e costituì il diritto comune per la celebrazione della Pasqua, fino a che, essendosi sempre accresciuto il rilassamento, si ottenne successivamente dalla sede Apostolica la dispen-

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    sa dall'obbligo festivo del martedì e, in Francia, anche del lunedì, dopo il Concordato del 1801.

    Per arrivare alla comprensione della Liturgia fino alla Domenica in Albis, è dunque necessario ricordarsi costantemente dei neofiti, sempre presenti con le loro vesti bianche alle Messe ed agli Offici divini. Le allusioni alla loro recente rigenerazione son continue e tornano senza tregua nei canti e nelle letture durante tutto il corso di questa Ottava solenne.

    La Stazione.

    A Roma la Stazione di oggi è alla Basilica di S. Pietro. Iniziati ai divini misteri sabato scorso nella Basilica del Salvatore, al Laterano, i neofiti ieri celebrarono la Risurrezione del Figlio nello splendido santuario della Madre; è giusto che in questo terzo giorno essi vengano a rendere omaggio a Pietro, sul quale poggia tutto l'edificio della Santa Chiesa. Gesù, Salvatore; Maria, Madre di Dio e degli uomini; Pietro, capo visibile del corpo mistico del Cristo: queste sono le tre manifestazioni per mezzo delle quali noi siamo entrati e restiamo nella Chiesa Cristiana.

    MESSA

    EPISTOLA (Atti 10, 37-43). - In quei giorni Pietro, stando in mezzo al popolo, disse: "Fratelli miei: Voi sapete quel che è avvenuto per tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il Battesimo predicato da Giovanni; come Dio unse di Spirito Santo e di potenza Gesù di Nazaret, il quale andò attorno facendo del bene e sanando tutti gli oppressi dal diavolo, perché Dio era con lui; e noi siamo testimoni di quanto egli fece nel paese dei Giudei e in Gerusalemme; ma l'uccisero appendendolo alla croce. Dio però lo risuscitò il terzo giorno e fece che si rendesse visibile, non a tutto il popolo, ma ai testimoni preordinati da Dio: a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha comandato di predicare al popolo e di attestare come egli da Dio è stato costituito giudice dei vivi e dei morti. A lui rendon testimonianza tutti i profeti, asserendo che chi crede in lui ottiene, per il nome suo, la remissione dei peccati".

    Missione di Cristo e degli Apostoli.

    San Pietro rivolse questo discorso al centurione Cornelio ed ai parenti ed amici di detto pagano; egli li aveva riuniti attorno a sé per ricevere l'Apostolo che Dio gli mandava. Si trattava di preparare

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    tutto questo uditorio a ricevere il Battesimo ed a formare le primizie del Gentilismo, poiché fino allora il Vangelo non era stato annunziato che agli Ebrei. Rimarchiamo che è San Pietro, e non un altro Apostolo, ad aprire oggi a noi Gentili le porte di quella Chiesa che il Figlio di Dio ha fondato su di lui, come su di una roccia incrollabile. Ecco perché questo brano del libro degli Atti degli Apostoli si legge proprio oggi nella Basilica di S. Pietro, presso il luogo della sua crocifissione, e in presenza dei neofiti che sono altrettante conquiste della fede sugli ultimi seguaci dell'idolatria pagana.

    Osserviamo poi il metodo usato dall'Apostolo per inculcare la verità del cristianesimo a Cornelio ed a quelli della sua casa.

    Comincia a parlar di Gesù Cristo; ricorda i prodigi che hanno accompagnato la sua missione; poi, avendo raccontato la sua morte ignominiosa sulla croce, espone il fatto della Risurrezione dell'Uomo-Dio, come la più grande garanzia della verità della sua divina natura. Viene in seguito la missione degli Apostoli che deve essere accettata, allo stesso modo della loro testimonianza così solenne e così disinteressata, visto che essa non ha procurato loro che delle persecuzioni.

    Colui dunque che confessa il Figlio di Dio incarnato, che è passato in questo mondo, facendo il bene, operando ogni sorta di prodigi, morendo sulla croce, risuscitando dalla tomba, e affidando agli uomini che ha scelto la missione di continuare sulla terra quel ministero che egli ha cominciato; colui che confessa tutta questa dottrina è pronto a ricevere, nel Battesimo, la remissione dei suoi peccati.

    Tale fu la sorte fortunata di Cornelio e dei suoi compagni; tale è stata quella dei nostri neofiti.

    VANGELO (Lc. 25, 13-35). - In quel tempo due dei discepoli di Gesù se ne andavano quello stesso giorno ad un villaggio detto Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi. E ragionavano insieme di quanto era accaduto. E avvenne che mentre ragionavano e discutevano tra loro, Gesù stesso, avvicinatosi, si mise a far viaggio con essi. Ma i loro occhi non potevano conoscerlo. Ed egli chiese loro: "Che discorsi son questi che voi fate per la strada e perché siete così tristi?" Ed uno di loro, chiamato Cleofa, rispose: "Tu solo sei così forestiero a Gerusalemme da non sapere quanto in questi giorni vi è accaduto?" Ed egli a loro: "Quali cose?" E gli risposero: "Il fatto di Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere ed in parole dinanzi a Dio e a tutto il popolo; e come i sommi sacerdoti ed i nostri capi l'han fatto condannare a morte e crocifiggere. Or noi speravamo che fosse per redimere Israele; invece, oltre a tutto questo, oggi è il terzo giorno da che tali cose sono avvenute. Ma certe donne di tra noi ci hanno meravigliati, perché, essendo andate la mattina presto al sepolcro e non avendo trovato il corpo di

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    lui, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di Angeli che lo dicono vivo. Ed alcuni dei nostri sono andati al sepolcro ove han riscontrato quanto avevan detto le donne, ma lui non l'han trovato". Allora Gesù disse loro: "O stolti e tardi di cuore a credere a tutte queste cose predette dai profeti ! Non doveva forse il Cristo patire tali cose e così entrare nella sua gloria?" E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegava loro in tutte le Scritture ciò che a lui si riferiva. E come furon vicini al villaggio ove andavano, egli fece vista di andar più oltre. Ma essi lo costrinsero a restare dicendo: "Rimani con noi, che si fa sera ed il giorno è già declinato". Ed entrò con essi. Ed avvenne che messosi con loro a tavola, prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo porse ad essi. Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero: ma egli sparì dai loro sguardi. E quelli dissero tra loro: "Non ci ardeva forse il cuore nel petto, mentre egli per la strada ci parlava e ci interpretava le Scritture?". Ed alzatisi in quell'istante, tornarono a Gerusalemme, e trovarono radunati gli undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: "Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone". Ed essi pure narrarono quanto era loro accaduto e come l'avevano riconosciuto alla frazione del pane.

    Il significato della prova.

    Contempliamo questi tre pellegrini, che conversano sulla strada di Emmaus e seguiamoli col cuore e col pensiero. Due di loro sono dei fragili uomini come noi, che tremano di fronte alla tribolazione, che la croce ha sconvolto e fatto perdere di animo, che hanno bisogno di gloria e di prosperità per continuare a credere. "O stolti e tardi di cuore - dice loro il terzo viandante. - ... Non doveva forse il Cristo patire tali cose e così entrare nella sua gloria?". Fino ad ora noi pure abbiamo troppo assomigliato a quei due uomini, dimostrandoci così ancora più ebrei che cristiani! Ed è per questo che l'amore delle cose terrene ci ha reso insensibili ad essere attratti a quelle celesti, esponendoci, per la stessa ragione, al peccato. Ma d'ora in avanti, non possiamo più pensare in questo modo. Gli splendori della Risurrezione del nostro Maestro ci mostrano abbastanza chiaramente quale è lo scopo della sofferenza, quando Dio ce la manda. Qualunque siano le nostre prove, non arriviamo mai ad essere inchiodati ad un patibolo, né crocifissi tra due scellerati. Il Figlio di Dio ha avuto invece quella sorte; e osservate, oggi, se i supplizi del venerdì hanno impedito lo slancio che doveva prendere la domenica verso la sua immortale regalità. La sua gloria non è tanto più splendente, quanto più profonda fu la sua umiliazione? Non tremiamo, dunque, più tanto alla prospettiva di un sacrificio; pensiamo alla felicità eterna con la quale saremo ripagati. Gesù, che i due discepoli non riconoscono, non ha dovuto che far loro udire la sua voce e descri-

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    vere i piani della sapienza e della bontà divina, e la luce si è fatta nel loro spirito. Anzi, cosa dico? I loro cuori si riscaldavano e bruciavano nel petto, sentendolo parlare di quella croce che conduce alla gloria. E se allora non l'avevano ancora riconosciuto, è che egli stesso chiudeva i loro occhi affinché non lo ravvisassero. La stessa cosa avverrà per noi, se lasceremo parlare Gesù, come fecero loro. Noi comprenderemo allora che "non v'è discepolo da più del Maestro" (Mt. 10, 24) e, vedendo lo splendore di cui oggi egli si riveste, ci sentiremo trasportati a dire a nostra volta: "Le sofferenze del tempo presente non possono avere proporzione alcuna con la gloria che si dovrà manifestare in noi" (Rom. 8,18).

    Effetti dell'Eucarestia.

    In questi giorni in cui gli sforzi spirituali del cristiano per la sua rigenerazione sono ricompensati con l'onore di essere ammessi, portando la veste nuziale, alla mensa di Cristo, non ometteremo di rimarcare che fu al momento della frazione del pane che si aprirono gli occhi dei due discepoli e che riconobbero il loro Maestro. Il nutrimento celeste, la cui virtù procede unicamente dalle parole di Cristo, porta la luce alle anime; e, allora, esse vedono ciò che prima non scorgevano. Così avverrà per noi, per effetto del sacramento della Pasqua; ma consideriamo ciò che, a questo proposito, ci dice l'autore dell'Imitazione: "Questi davvero conoscono il loro Signore nella frazione del pane, poiché il loro cuore arde così forte dentro di loro, mentre Gesù cammina con essi" (Lc. 4, 14).

    Abbandoniamoci, dunque, al nostro Divin Risuscitato; d'ora in avanti, anche più di prima, noi siamo suoi, non più solamente in virtù della sua morte, ma a causa della sua risurrezione, che è anche nostra. Diventiamo simili ai discepoli di Emmaus, fedeli e giocondi, solleciti, secondo il loro esempio, a dimostrare, mediante le nostre opere, quel rinnovamento di vita che ci raccomanda l'Apostolo e che conviene a coloro che Cristo ha amato fino a voler risuscitare insieme con loro.

    La Chiesa ha scelto questo tratto del Vangelo di preferenza ad altri a causa della stazione che oggi si tiene nella Basilica di S. Pietro. Infatti san Luca ci dice che i due discepoli trovarono gli Apostoli già a conoscenza della risurrezione del loro Maestro; poiché essi dicevano: "È apparso a Simone". Abbiamo parlato ieri di questo privilegio fatto al Principe degli Apostoli.

    [1] In Sanctam Parasceven, et in crucem et latronem.

    [2] Prima predica sulla Risurrezione.

    [3] Quinta Omelia sulla Risurrezione.

    [4] Canone II, Labbe t. v.



    da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 50-58.

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    Predefinito re: 30 aprile 2013: Santa Caterina da Siena, vergine e patrona d'Italia

    2 aprile 2013: MARTEDÌ DI PASQUA



    Il passaggio del Signore.

    L'Agnello è la nostra Pasqua: l'abbiamo riconosciuto fin da ieri, ma il mistero della Pasqua è ben lungi da essere esaurito in tutte le sue meraviglie che reclamano la nostra attenzione. Il libro sacro ci dice: "La Pasqua è il passaggio del Signore". Ed il Signore, con le sue stesse parole, aggiunge: "In quella notte passerò per il paese d'Egitto e colpirò ogni primogenito nel paese d'Egitto, sì d'uomini e sì d'animali; e di tutti gli dèi d'Egitto farò giustizia: io, il Signore" (Es. 12, 12).

    La Pasqua è dunque il giorno di giustizia, un giorno terribile per i nemici del Signore; ma nel medesimo tempo e per lo stesso motivo il giorno della libertà per Israele. L'Agnello è stato appena immolato; ma la sua immolazione è il preludio della liberazione del popolo eletto.

    La cattività degli Ebrei.

    Israele è sottomesso alla più orribile cattività sotto il Faraone. Una odiosa schiavitù pesa su di esso; i suoi figli maschi sono destinati alla morte; la razza di Abramo, sulla quale riposano le promesse della salvezza universale, sembra perduta. È ora che il Signore intervenga e che si mostri quale leone della tribù di Giuda, a cui nulla saprà resistere.

    La schiavitù del genere umano.

    Qui Israele rappresenta un popolo più numeroso di se stesso: è tutto il genere umano che geme, perchè schiavo della tirannia di Satana, più crudele dei Faraoni. L'oppressione è arrivata al colmo; piegato sotto le più abominevoli superstizioni, esso prodiga alla materia ignobili atti di adorazione. Dio è cacciato dalla terra, dove tutto è divenuto un dio, eccetto Dio stesso: l'abisso spalancato dell'Inferno inghiotte generazioni, quasi complete. Dio avrebbe dunque operato contro se stesso, creando il genere umano? No certo, ma è ora che il Signore passi e faccia sentire la forza del suo braccio.

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    La cattività di Cristo.

    Il vero Israele, il vero Uomo disceso dal cielo è prigioniero a sua volta. I suoi nemici hanno prevalso contro di lui; e le sue spoglie sanguinanti e inanimate sono state chiuse in una tomba. Gli uccisori del giusto sono arrivati fino a porre i sigilli sulla pietra del sepolcro ed a farlo sorvegliare da guardie. Non e ora che il Signore passi e confonda i suoi nemici con la rapidità vittoriosa del suo passaggio?

    La liberazione degli Ebrei.

    Ma prima, dimorando ancora in seno all'Egitto, ogni famiglia israelita aveva mangiato e immolato l'Agnello pasquale. A metà della notte il Signore, secondo la sua promessa, passò come un vendicatore formidabile attraverso la nazione dal cuore indurito. L'Angelo sterminatore lo seguiva, colpendo con la sua spada tutti i primogeniti del vasto impero "dal primogenito del Faraone che era assiso sul trono, fino al primogenito della prigioniera che era in carcere, ad ai primogeniti di tutti gli animali".

    Un grido di dolore risuonò da ogni parte; ma il Signore è giusto e il suo popolo fu liberato.

    La Risurrezione di Cristo.

    Il medesimo trionfo si è rinnovato in questi giorni, quando, all'ora in cui le tenebre lottavano con i primi raggi del sole, il Signore è passato attraverso la pietra sigillata della tomba, davanti alle guardie, colpendo a morte il popolo primogenito che non aveva voluto riconoscere "il tempo della sua visita" (Lc. 19, 44).

    La Sinagoga aveva ereditato una parte della durezza di cuore del Faraone; essa voleva tener prigioniero colui del quale il profeta aveva detto che sarebbe "libero tra i morti" (Sal. 87, 6).

    A questo colpo, le grida di una rabbia impotente si erano fatte sentire nei consigli tenuti a Gerusalemme; ma il Signore è giusto, e Gesù si è liberato da se medesimo.

    La liberazione del genere umano.

    Il passaggio del Signore è stato oltremodo benefico per il genere umano, che Satana calpestava! Il generoso trionfatore non ha voluto uscir da solo dalla sua prigione: egli ci aveva adottati tutti come

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    fratelli e tutti ci ha ricondotti alla luce assieme con lui. I primogeniti di Satana sono abbattuti di un sol colpo, tutta la forza dell'inferno è spezzata. Ancora qualche tempo e gli altari dei falsi dèi saranno rovesciati in ogni luogo; ancora un po' di tempo e l'uomo, rigenerato dalla predicazione evangelica, riconoscerà il suo Creatore e abiurerà ai suoi idoli; poichè "oggi è Pasqua, ossia il passaggio del Signore".

    Il sangue dell' Agnello.

    Ma osservate il raffronto che riunisce in una medesima Pasqua il mistero dell'Agnello e quello del Passaggio. Il Signore passa e comanda all'Angelo sterminatore di colpire i primogeniti di tutte quelle case le cui soglie non portano il segno del sangue dell' Agnello. È quel sangue protettore che allontana la spada; è per suo merito che la divina giustizia passa vicina a noi senza colpirci. Il Faraone e il suo popolo non sono protetti dal sangue dell'Agnello; nondimeno essi hanno veduto avvenimenti rari e meravigliosi, hanno avuto dei castighi inauditi; hanno potuto costatare che il Dio d'Israele non è senza forza come gli dèi. Ma il loro cuore è più duro della pietra; né le opere compiute da Mosè, né la sua parola sono riuscite a renderlo più sensibile. Allora il Signore li colpisce e libera il suo popolo.

    A sua volta, però, l'ingrato Israele si ostina; e, aderendo fanaticamente a ciò che costituisce una mera ombra grossolana, non vuole altro Agnello che quello materiale. Invano i suoi profeti gli avevano annunziato che un "Agnello, re del mondo, verrà dal deserto, alla montagna di Sion" (Is. 16, 1) [1] . Israele non consente a riconoscere il suo Messia in quell'Agnello; lo immola furiosamente per odio e seguita a mettere tutta la sua fiducia nel sangue di una vittima, ormai impotente a proteggerlo. Come sarà terribile il passaggio del Signore a Gerusalemme, quando la spada romana verrà dopo di lui a sterminare a destra e a sinistra tutto quel popolo!

    E gli spiriti maligni, che avevano voluto prendersi gioco dell'Agnello, che l'avevano disprezzato per la sua dolcezza e la sua umiltà, che avevano ruggito di gioia infernale, vedendolo versare il suo sangue sulla croce sino all'ultima stilla, subiscono ora una tremenda delusione nel loro orgoglio, vedendo quest'Agnello discendere sino

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    all'inferno, con tutta la maestà del Leone, strapparne i prigionieri giusti e poi, sulla terra, chiamare tutte le creature viventi alla "libertà dei figli di Dio!" (Rom. 8, 21).

    O Cristo! quanto il tuo passaggio è duro per i tuoi nemici! Ma quanto è salutare per i tuoi fedeli! L'Israele dei primi tempi non ebbe a temerlo, poiché le porte delle sue dimore erano distinte dal segno di quel sangue che era una figura dell'altro. Ma la nostra sorte è più bella: il nostro Agnello è l'Agnello dello stesso Dio. E non sono le nostre porte ad essere marcate col suo sangue, ma le anime nostre che ne sono completamente impregnate. Il nostro Profeta, spiegando più chiaramente il mistero, annunciò, in seguito, che sarebbero stati risparmiati coloro che, nel giorno della giusta vendetta su Gerusalemme, avrebbero avuto sulla fronte "il segno del Tau" (Ez. 9, 6). Israele non ha voluto capire. Il segno del Tau è quello della tua croce; quello che ci ricopre, che ci protegge e ci riempie di gioia in questa pasqua del tuo passaggio in cui tutti i castighi sono per i nostri nemici e per noi tutte le tue benedizioni.

    La Stazione.

    A Roma, oggi, la Stazione è alla Basilica di San Paolo. La Chiesa si affretta a condurre ai piedi del dottore dei Gentili il suo candido esercito di neofiti. Compagno di lavoro di Pietro, associato al suo martirio, Paolo non è base della Chiesa, ma ne è il predicatore del suo Vangelo a tutte le nazioni. Egli ha sentito i dolori e le gioie della sua nascita, ed i suoi figli sono divenuti innumerevoli. Dal profondo della tomba le sue ossa trasaliscono di allegrezza all'avvicinarsi dei nuovi figli, avidi di ascoltare la sua parola nelle immortali Epistole, per mezzo delle quali egli parla ancora, e parlerà sino alla fine dei secoli.

    MESSA

    EPISTOLA (Atti 13, 26-33). - In quei giorni: Paolo, alzatosi e fatto cenno con la mano, disse: "Fratelli miei, figli della stirpe di Abramo, e voi tutti che temete Dio, questa parola di salvezza è stata mandata a voi. Infatti gli abitanti di Gerusalemme ed i loro capi, non avendo conosciuto Gesù né le parole dei Profeti, che si leggono ogni sabato, condannandolo le adempirono; e sebbene in lui non avessero trovato alcun motivo di morte, chiesero a Pilato di farlo morire. E dopo ch'ebbero compiute tutte le cose che erano scritte di lui, depostolo dalla Croce lo posero nel sepolcro. Ma Dio lo risuscitò

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    dai morti il terzo giorno e fu visto per molti giorni da coloro che erano andati insieme con lui dalla Galilea a Gerusalemme e che ora sono suoi testimoni presso il popolo. E noi vi annunziamo che la promessa fatta ai vostri padri Dio 1'adempì per i nostri figli, risuscitando Gesù Cristo, Nostro Signore".

    La fede nella Risurrezione.

    Questo discorso che il grande Apostolo pronunciò ad Antiochia di Pisidia, nella sinagoga degli Ebrei, ci dimostra che il dottore dei Gentili seguiva lo stesso metodo usato dal Principe degli Apostoli, per il suo insegnamento. Il punto capitale della loro predicazione era la risurrezione di Gesù Cristo: verità fondamentale, avvenimento supremo che garantisce tutta la missione del Figlio di Dio sulla terra. Non basta credere in Gesù Cristo crocifisso, se non si crede in Gesù Cristo Risuscitato; è in quest'ultimo dogma che è contenuta tutta la forza del cristianesimo. Su quest' avvenimento che è il più incontestato, riposa tutta la certezza della nostra fede. Ed in realtà nessun fatto di quaggiù gli è paragonabile per l'impressione che ha prodotto.

    Voi vedete che in questi giorni tutto il mondo ne è scosso: la Pasqua riunisce milioni e milioni di uomini di ogni razza e di ogni clima. Ecco già diciannove secoli da che Paolo riposa sulla via Ostiense: quante cose si sono cancellate dalla memoria degli uomini; cose che, nondimeno, a suo tempo fecero gran chiasso mentre avvenivano, dopo che quella tomba, per la prima volta, racchiuse le spoglie dell'Apostolo. L'ondata di persecuzione sommerse la Roma Cristiana durante un periodo di oltre duecento anni; fu anche necessario, nel III secolo, spostarne le ossa per qualche tempo, nascondendole nelle Catacombe.

    In seguito venne Costantino che innalzò una Basilica erigendovi quell'arco di trionfo presso l'altare sotto il quale riposa il corpo dell'Apostolo.

    Ma, a partire da quell'epoca, quanti cambiamenti, quanti rovesci, dinastie, forme di governo, si sono succedute nel nostro mondo civilizzato ed al di là di esso! Niente è rimasto immobile, salvo la Chiesa eterna. Ogni anno, durante più di mille e novecento, ella è andata a leggere nella Basilica di San Paolo, presso la sua tomba, questo medesimo discorso in cui l'Apostolo annuncia agli Ebrei la Risurrezione di Cristo. Di fronte ad una tale continuità, ad una tale inamovibile fedeltà fino nei dettagli più secondari, diciamo anche noi: Cristo è veramente risuscitato; egli è il Figlio di Dio,

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    poiché nessuno tra gli uomini ha mai lasciato un'orma così profonda della sua mano sulle cose del mondo visibile.

    VANGELO (Le. 24, 36-47). - In quel tempo: Gesù apparve in mezzo ai suoi discepoli e disse loro : "La pace sia con voi: sono io, non temete". Ma essi rimasero turbati e atterriti e credevano di vedere uno spirito. E disse loro: "Perché siete turbati e dei dubbi sorgono nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: san proprio io; palpatemi e guardate, perché uno spirito non ha carne ed ossa come vedete aver io". E detto ciò mostrò loro le mani e i piedi. Ma siccome ancora non credevano ed erano stupiti per la gioia, disse loro: "Avete qui nulla da mangiare?" E gli offrirono un pezzo di pesce arrostito e un favo di miele. E dopo aver mangiato davanti ad essi, prese gli avanzi e li diede loro. Poi disse loro: "Questi sono i ragionamenti che vi ho fatto quando ero ancora con voi; che cioè bisognava fosse adempito quanto sta scritto di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". Allora aprì loro la mente per intendere le Scritture e disse loro: "Così sta scritto: che il Cristo doveva patire e risorgere da morte il terzo giorno; e che doveva predicarsi in nome di lui la penitenza e la remissione dei peccati a tutte le genti".

    La pace.

    Gesù appare ai Discepoli riuniti, nella stessa sera della sua Risurrezione; e per prima cosa augura loro la pace. È lo stesso augurio che rivolge anche a noi per la Pasqua.

    In questi giorni ovunque si ristabilisce la pace; la pace tra l'uomo e Dio; la pace della coscienza per il peccatore riconciliato; la pace fraterna tra gli uomini col perdono e l'oblio delle ingiurie. Riceviamo questo augurio dal nostro divin Risorto e custodiamo gelosamente questa pace che egli stesso si degna di portarci. Al momento della sua nascita a Betlemme, gli Angeli annunziarono la pace agli uomini di buona volontà; oggi, Gesù medesimo, avendo compiuto la sua opera di pacificazione, viene in persona a portarcene la conclusione.

    La Pace: è la prima parola a quegli uomini che rappresentavano tutti noi. Accettiamo con amore questa parola felice e d'ora in avanti dimostriamoci in tutte le cose i figli della pace.

    Imperfezione della fede.

    In questo grande avvenimento la nostra attenzione deve essere anche attirata dal comportamento degli Apostoli. Essi sanno della risurrezione del loro Maestro; si sono affrettati ad annunciarla all'arrivo dei due discepoli di Emmaus; eppure quanto è ancora de-

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    bole la loro fede! La presenza improvvisa di Gesù li turba; se egli si degna di far toccare le sue membra per meglio convincerli, sono emozionati e pieni di gioia; ma resta ancora in loro un certo senso di incredulità. Bisogna che il Salvatore spinga la sua bontà fino a mangiare avanti ad essi per persuaderli che è proprio lui e non un fantasma. Eppure quegli uomini, prima dell'apparizione di Gesù credevano e confessavano già la sua Risurrezione! Quale lezione ci dà questo fatto del Vangelo! Vi sono dunque persone che credono, ma in una maniera così debole che basta un minimo urto per renderle titubanti: che sono persuase di avere una gran fede, mentre l'hanno appena sfiorata. Ma senza di essa, senza quella fede viva e vigorosa, cosa potremo far noi in mezzo alle battaglie che dobbiamo sostenere continuamente contro il demonio, contro il mondo e contro noi stessi? Per lottare, la prima condizione è quella di essere su un terreno resistente: l'atleta, i cui piedi poggiano sulle sabbie mobili, non tarderà ad essere travolto.

    Niente di più comune ai giorni nostri che quella fede vacillante, che crede finché non arriva una prova; di quella fede costantemente minata alla base da un sottile naturalismo, così difficile a non respirare, più o meno, nella malsana atmosfera che ci circonda.

    Domandiamo continuamente la fede; una fede invincibile, soprannaturale, che divenga la grande forza di tutta la nostra vita; che mai ceda, che sempre trionfi nell'intimo di noi stessi, come esteriormente; affinché ci sia possibile di appropriarci con tutta sincerità di questa parola dell'Apostolo san Giovanni: "La vittoria che vince il mondo è la nostra fede" (Gv. 5, 4).

    __________________________

    [1] Le recenti interpretazioni di questo passo sono del tutto diverse dall'applicazione del Guéranger. Cfr. il primo volume sull'Avvento, là ove è riportato l'intero brano di questa lezione (N.d.Tr.).



    da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 59-65.

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    Predefinito re: 30 aprile 2013: Santa Caterina da Siena, vergine e patrona d'Italia

    4 aprile 2013: MERCOLEDÌ DI PASQUA



    Liberazione dall'Egitto e dal peccato.

    La parola Pasqua, in ebraico, significa "passaggio" e noi ieri abbiamo spiegato come in principio questo gran giorno divenne sacro, a causa del Passaggio del Signore; ma nel termine ebraico non se ne esaurisce tutto il significato. Gli antichi Padri, d'accordo con i Dottori Giudei, ci insegnano che la Pasqua è anche per il popolo eletto il Passaggio dall'Egitto alla terra promessa.

    Effettivamente questi tre avvenimenti si riuniscono in una me-

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    desima notte: il banchetto religioso dell'Agnello, lo sterminio dei primogeniti degli Egiziani, e l'uscita dall'Egitto. Oggi riconosciamo una nuova figura della nostra Pasqua in questo terzo fatto che continua lo sviluppo del mistero.

    Il momento in cui Israele esce dall'Egitto per avanzare verso la terra predestinata ad essere la sua patria è il più solenne di tutta la sua storia; ma quella partenza e tutte le circostanze che l'accompagnano formano un insieme di figure che non vengono svelate e non si sviluppano che nella Pasqua Cristiana. Il popolo eletto sfugge a quello idolatra ed oppressore dei deboli; nella nostra Pasqua abbiamo visto i neofiti uscire coraggiosamente dall'impero di Satana che li teneva prigionieri e rinunciare solennemente a quell'orgoglioso Faraone, alle sue opere, alle sue pompe.

    Il Mar Rosso e il Battesimo.

    Sulla strada che conduce alla terra promessa, Israele si è imbattuto con l'acqua ed è stato necessario traversare quell'elemento, sia per sfuggire all'inseguimento dell'esercito di Faraone, sia per poter penetrare nella patria felice, dove colano latte e miele. I nostri neofiti pure, dopo aver rinunziato al tiranno, che li teneva schiavi, si sono trovati di fronte all'acqua; ed anche essi non potevano sfuggire alla rabbia dei loro nemici, che traversando quell'elemento protettore, né potevano penetrare nella regione delle loro speranze, che dopo averlo lasciato dietro di loro, quale un bastione inespugnabile.

    Per mezzo della bontà divina l'acqua, che arresta sempre il percorso dell'uomo, divenne per Israele l'alleata soccorritrice e ricevette l'ordine di sospendere le sue leggi naturali e di servire alla liberazione del popolo di Dio.

    Nello stesso modo il Sacro Fonte, divenuto l'ausiliare della divina grazia, come la Chiesa ci ha insegnato nella solennità dell'Epifania, è stato il rifugio, l'asilo sicuro di coloro che, dopo esservisi bagnati, non hanno più avuto da temere il potere che Satana rivendicava su di essi. Ritto in piedi e tranquillo, il popolo d'Israele contempla dall'altra riva i cadaveri galleggianti del Faraone e dei suoi guerrieri, i carri e gli scudi in balia delle onde. Usciti dal fonte battesimale, i nostri neofiti hanno fissato i loro sguardi in quell'acqua purificatrice e vi hanno scorto, sommersi per sempre, i loro peccati, nemici anche più temibili del Faraone e del suo popolo.

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    In cammino verso la terra promessa.

    Allora Israele ha gioiosamente avanzato verso la terra benedetta che Dio aveva destinato di dargli in possesso. Durante la via udirà la voce del Signore che, egli stesso, gli darà la sua legge; si disseterà con le acque pure e fresche che sgorgheranno dalla roccia attraverso le sabbie del deserto; per nutrirsi mangerà la manna che il cielo gli manderà ogni giorno.

    Nello stesso modo i neofiti ora cammineranno con passo spedito verso la patria celeste che è la loro terra promessa. Il deserto di questo mondo, che dovranno attraversare, sarà per loro senza noie e senza pericoli, poiché il divino legislatore li istruirà sulla sua legge, non più al rombo del tuono, né alla luce dei lampi, come fece per Israele, ma cuore a cuore e con una voce dolce, compassionevole come quella da cui furono rapiti i due discepoli di Emmaus. Le acque zampillanti non mancheranno neppure a loro: qualche settimana fa noi abbiamo ascoltato il Maestro mentre, parlando alla Samaritana, le prometteva di aprire una sorgente viva per coloro che lo adorerebbero in spirito di verità. Finalmente una celeste manna, ben superiore a quella data ad Israele, poiché assicura l'immortalità a quelli che se ne nutrono, sarà il loro alimento delizioso e fortificante.

    È qui dunque, ancora una volta, la nostra Pasqua, il Passaggio, attraverso l'acqua, alla Terra promessa; ma con una realtà ed una verità che l'antico Israele, anche con le sue grandi figure, non ha conosciuto. Festeggiamo dunque il nostro passaggio dalla morte originale alla vita della grazia, per mezzo del Santo Battesimo; e, se l'anniversario della nostra rigenerazione non è oggi stesso, non tralasciamo per questo di celebrare la felice migrazione che abbiamo fatto dall'Egitto del mondo alla Chiesa Cattolica; ratifichiamo con gioia e riconoscenza la nostra rinuncia a Satana, alle sue opere, alle sue pompe, in cambio della quale la bontà di Dio ci ha concesso simili grazie.

    Identità con Cristo per mezzo del Battesimo.

    L'Apostolo dei Gentili ci rivela un altro mistero dell'acqua battesimale, che completa questo e viene ad unirsi ugualmente a quello della Pasqua. Egli c'insegna che noi siamo scomparsi nell'acqua come Cristo nel sepolcro, essendo morti e seppelliti con lui

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    (Rom. 6, 4). Era la nostra vita di peccatori che finiva; per vivere in Dio dovevamo morire al peccato. Contemplando il Sacro Fonte, nel quale siamo stati rigenerati, pensiamo che esso è la tomba dove abbiamo lasciato il vecchio uomo che non dovrà più ritornare. Il Battesimo per immersione, che per lungo tempo fu in uso nei nostri paesi, e che ancora si amministra in tanti luoghi, era l'immagine sensibile di tale seppellimento; il neofita spariva completamente sotto l'acqua, sembrando morto alla sua vita anteriore, come Cristo a quella mortale. Ma, nello stesso modo che il Redentore non è rimasto nella tomba e che è risuscitato a vita nuova, così, secondo la dottrina dell'Apostolo (Col. 2, 12) i battezzati risuscitano con lui nel momento in cui escono dall'acqua avendo la caparra dell'immortalità e della gloria, essendo membra viventi e reali di quel Capo che non ha più niente in comune con la morte. E questa è ancora la Pasqua, ossia il Passaggio dalla morte alla vita.

    La Stazione.

    A Roma la Stazione è nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura. È il principale dei numerosi santuari che la città santa ha consacrato alla memoria del suo martire più illustre, il corpo del quale riposa sotto l'Altare Maggiore.

    I neofiti in questo giorno venivano condotti presso la tomba di questo generoso atleta di Cristo per attingervi uno schietto coraggio nella confessione della fede cd una invincibile fedeltà al loro battesimo. Durante intieri secoli il riceverlo fu come un impegnarsi al martirio: in tutti i tempi è un arruolamento nella milizia di Cristo, che nessuno può disertare senza incorrere nella pena dei traditori.

    MESSA

    EPISTOLA (Atti 3, 12-19). - In quei giorni: Pietro incominciando a parlare disse: "Uomini Israeliti e voi tutti che temete il Signore, ascoltatemi: Il Dio di Abramo, d'Isacco e di Giacobbe, il Dio dei Padri nostri, ha glorificato il suo Figlio Gesù, che voi avete tradito e rinnegato davanti a Pilato, mentre lui aveva deciso di liberarlo. Ma voi rinnegaste il Santo e il Giusto e chiedeste che vi fosse graziato un omicida, voi uccideste l'autore della vita, che Dio però ha risuscitato dai morti, del che noi siamo testimoni. Ora io so o fratelli, che lo faceste per ignoranza, come i vostri capi. Ma Dio ha così adempito quello che aveva predetto per bocca di tutti i profeti: dover patire il suo Cristo. Pentitevi adunque e convertitevi, per cancellare i vostri peccati".

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    Ancora oggi noi sentiamo la voce del Principe degli Apostoli proclamare la Risurrezione dell'Uomo-Dio. Quando pronunciò questo discorso era accompagnato da san Giovanni ed aveva appena compiuto il suo primo miracolo presso una delle porte del tempio di Gerusalemme: la guarigione di uno storpio. Il popolo si era radunato intorno ai due discepoli ed era la seconda volta che Pietro prendeva la parola in pubblico. Il primo discorso aveva portato al Battesimo ben tremila uomini: con questo ne conquistò cinquemila. L'Apostolo, nelle due presenti occasioni, esercitò effettivamente la sua missione di pescatore di uomini, che il Salvatore gli aveva assegnata fin dal principio, quando lo vide per la prima volta.

    Ammiriamo con quanta carità san Pietro invita gli Ebrei a riconoscere in Gesù il Messia che essi attendevano; quegli stessi Ebrei che l'avevano rinnegato. Come cerca di rassicurarli per il perdono, riversando una parte della colpa di quel delitto sulla loro ignoranza! Essi hanno chiesto la morte di Gesù, umiliato e debole: consentano almeno oggi, che è glorificato, a riconoscerlo per quello che è; e il loro peccato sarà perdonato. In una parola che essi si umilino e saranno salvi.

    Dio così chiamava a lui gli uomini retti, gli uomini di buona volontà; e continua a farlo anche ai nostri giorni. Gerusalemme ne fornì un certo numero, ma la maggior parte respinsero l'invito.

    Avviene lo stesso al tempo nostro: preghiamo e chiediamo continuamente che la pesca sia sempre più abbondante ed il banchetto pasquale sempre più numeroso.

    VANGELO (Gv. 21, 1-14). - In quel tempo: Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul lago di Tiberiade, ed ecco come. Erano insieme Simon Pietro e Tommaso, detto Didimo, e Natanaele di Cana in Galilea, i figli di Zebedeo e due altri dei suoi discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Vado a pescare". E gli altri: "Veniamo anche noi con te". E si mossero ed entrarono in barca, ma quella notte non presero nulla. Or fattosi giorno Gesù si presentò sulla riva; ma i discepoli non lo riconobbero per Gesù. E Gesù disse loro: "Figliuoli, avete niente da mangiare?" Gli risposero: "No". Ed egli a loro: "Gettate le reti a destra delta barca e troverete". Le gettarono c non potevano ritirarle per la gran quantità di pesci. Disse allora a Pietro il discepolo da Gesù prediletto: "È il Signore!" E Simon Pietro, sentito che era il Signore, si cinse la veste (era nudo) e si buttò in mare. E gli altri discepoli, tirando la rete piena di pesci, vennero con la barca (non eran lontani da terra che duecento cubiti circa). E quando furono a terra videro dei carboni accesi sui quali era del pesce e del pane. Disse loro Gesù: "Datemi dei pesci che avete presi". Simon Pietro montò sulla barca e tirò a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti la rete non si strappò. Disse loro Gesù: "Su via, mangiate". Ma nessuno dei discepoli osava do-

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    mandargli: "Chi sei?" sapendo ch'era il Signore. E Gesù, avvicinatosi, prese il pane e lo dette loro e così fece del pesce. In questo modo, per la terza volta Gesù si manifestò ai suoi discepoli, risuscitato che fu da morte.

    Il mistero della pesca miracolosa.

    Gesù la sera del giorno di Pasqua era apparso ai suoi discepoli, mentre stavano riuniti insieme; tornò a mostrarsi otto giorni dopo, come diremo tra poco. Il Vangelo di oggi ci racconta una terza apparizione, a sette soltanto dei suoi discepoli, che ebbe luogo sulle sponde del lago di Genczaret, chiamato anche il mare di Tiberiade per le sue vaste proporzioni.

    Nulla di più commovente della gioia rispettosa degli Apostoli alla vista del Maestro, che si degna di servir loro quel pasto. Giovanni, per primo, ha sentito la presenza di Gesù: non ce ne meravigliamo; la sua grande purezza illumina l'occhio dell'animo. Sta scritto: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt. 5, 8). Pietro si getta tra le onde per far più presto per arrivare presso il suo Maestro; si riconosce subito l'Apostolo, impetuoso, ma che ama più degli altri. Quanti misteri si incalzano in questo ammirevole avvenimento!

    I fedeli.

    C'è prima di tutto la pesca: è la missione di apostolato che svolge la Santa Chiesa. Pietro è il grande pescatore ed è lui che deve decidere quando e come si devono gettare le reti. Gli altri Apostoli si uniscono a lui; e Gesù è con tutti: segue con l'occhio la pesca, la dirige, poiché il risultato ne è per lui. I pesci sono i fedeli. Come abbiamo già rimarcato altrove, nel linguaggio dei primi secoli il cristiano è spesso rappresentato da un pesce che esce dall'acqua, dove ha attinto la vita. Abbiamo visto poco fa quanto fu propizia agli Israeliti l'acqua del Mar Rosso. Nel nostro Vangelo troviamo ancora una volta il "Passaggio": passaggio dall'acqua del lago di Genezaret alla mensa del Re del Cielo. La pesca fu abbondante; e qui v'è un mistero che non ci è ancora dato di penetrare. Solamente nel giorno che segnerà la fine del mondo, quando la pesca sarà completa, capiremo cosa simboleggiavano quei centocinquantatré grossi pesci.

    Questo misterioso numero significa, senza dubbio, altrettante frazioni della razza umana, successivamente convertite al Vangelo

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    per mezzo dell'apostolato: ma non essendo ancora giunti alla fine del tempo, il libro rimane suggellato.

    Gesù Cristo.

    Ritornati sulla riva, gli Apostoli si riuniscono al Maestro; ma ecco che trovano il pasto preparato per loro: un pane con un pesce arrostito sui carboni accesi. Qual è questo pesce che essi non hanno pescato, che è sottoposto al calore del fuoco e che dovrà servir loro di nutrimento all'uscire dall'acqua?

    L'antica tradizione cristiana ci spiega quest'altro simbolo: il Pesce è Cristo, che è stato provato dai cocenti dolori della Passione, durante i quali l'amore, simile a fuoco, lo ha divorato. Egli è divenuto il divino alimento di coloro che sono stati purificati attraverso l'acqua. Abbiamo spiegato altrove perché i primi Cristiani avessero tenuto quale segno di riconoscimento la parola pesce scritta in greco: le lettere che la compongono, in quella lingua, riproducono le iniziali dei nomi del Redentore.

    Ma Gesù vuole unire nella stessa mensa se medesimo, il Pesce divino, e gli altri pesci dell'umanità, che la rete di san Pietro ha pescato dalle acque. Il banchetto pasquale ha il potere di fondere in una medesima sostanza, per mezzo dell'amore, il cibo e i convitati, l'Agnello di Dio e gli Agnelli fratelli suoi; il Pesce divino e quegli altri pesci cui egli s'è unito in una indissolubile fraternità.

    Immolati con lui, lo seguono soprattutto nella sofferenza e nella gloria. Testimonio ne è il grande diacono Lorenzo, che oggi vede radunato attorno alla sua tomba il felice stuolo dei fedeli. Imitando il suo Maestro fino sui carboni della graticola infuocata, ora divide in una Pasqua eterna gli splendori della sua vittoria e le gioie infinite della sua felicità.

    La benedizione degli Agnus Dei.

    A Roma il mercoledì di Pasqua è celebre per la benedizione degli Agnus Dei. Questa cerimonia viene compiuta dal Papa nel primo anno del suo pontificato e, dopo, ogni sette.

    Gli Agnus Dei sono dischi di cera sulla quale è impressa da una parte l'immagine dell'Agnello di Dio e dall'altra quella di qualche santo. L'uso di benedirli durante le feste di Pasqua è antichissimo; si crede averne trovate le tracce nei monumenti liturgici, fin dal V secolo; ma i primi documenti autentici rimontano solamente al IX secolo. Il cerimoniale che si usa adesso è del XVI secolo.

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    Si ha avuto dunque torto di dire che tale istituzione avvenne in memoria del battesimo dei neofiti, all'epoca in cui si cessò di amministrare questo Sacramento in occasione della Pasqua. Sembra anche dimostrato che i nuovi battezzati ricevevano ciascuno un Agnus Dei dalle mani del Papa, nel Sabato di Pasqua; d'onde si deve concludere che l'amministrazione solenne del Battesimo e la benedizione degli Agnus Dei sono due riti che sono coesistiti durante un certo tempo.

    La cera che si adopera nella confezione degli Agnus Dei è quella del cero pasquale dell'anno precedente, alla quale se ne aggiunge molta altra; anticamente vi si mischiava anche il Sacro Crisma. Nel Medio Evo l'incombenza di impastare la cera e di stamparvi le sacre impronte era affidata ai suddiaconi ed agli accoliti di palazzo; oggi appartiene ai religiosi dell' ordine dei Cistercensi, che abitano a Roma nel monastero di San Bernardo.

    La cerimonia ha luogo nel palazzo pontificio, in una sala, dove si è preparato un grande bacile riempito di acqua benedetta. Il Papa si appressa e, per prima cosa, recita questa preghiera:

    "Signore Iddio, Padre Onnipotente, Creatore degli elementi, conservatore del genere umano, autore della grazia e della salute eterna, voi che avete ordinato alle acque che uscirono dal Paradiso di bagnare tutta la terra; voi il cui unico Figlio ha camminato a pie' fermo sulle acque e ricevuto il battesimo nel loro seno; ha poi sparso acqua mista a sangue dal suo sacratissimo costato, ed ha comandato ai suoi discepoli di battezzare tutte le nazioni: Voi siateci propizio e spargete la vostra benedizione su noi che celebriamo tutte queste meraviglie, affinché siano benedetti c santificati, per mezzo vostro, questi oggetti che noi immergeremo in queste acque, e che l'onore e la venerazione che porteremo loro meritino a noi, vostri servi tori, la remissione dei peccati, il perdono e la grazia, finalmente la vita eterna con i vostri santi e i vostri eletti".

    Il Pontefice, dopo queste parole, versa il balsamo e il Sacro Crisma sull'acqua del bacino, domandando a Dio di consacrarla per l'uso al quale essa deve servire. Poi, girandosi verso i cesti nei quali sono accumulate le impronte di cera, pronuncia questa preghiera:

    "O Dio, autore di ogni santificazione, la cui bontà ci accompagna sempre; Voi che quando Abramo, il padre della nostra fede, si disponeva ad immolare il suo figliuolo Isacco per ubbidire al vostro ordine, avete voluto che consumasse il sacrificio per mezzo dell'offerta di un montone che un cespuglio aveva trattenuto; Voi che avete comandato, per mezzo di Mosè vostro servitore, il sacrificio annuale degli agnelli senza macchia, degnatevi, per la nostra preghiera, benedire queste forme di cera che portano l'impronta del-

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    l'innocentissimo Agnello, e santificarle mediante invocazione del vostro santo nome; affinché, per mezzo del loro contatto e della loro vista, i fedeli siano invitati alla preghiera, i temporali e le tempeste allontanate, e gli spiriti maligni messi in fuga in virtù della Santa Croce che vi è impressa, davanti alla quale si piega ogni ginocchio, ed ogni lingua confessa che Gesù Cristo, avendo vinto la morte per mezzo del patibolo della croce, regna nella gloria di Dio Padre. È lui che essendo stato condotto alla morte come la pecora al macello, vi ha offerto, a Voi suo Padre, il sacrificio del suo corpo, affinché egli potesse ricondurre la pecora smarrita che era stata sedotta dalla frode del demonio, e riportarla sulle sue spalle per riunirla al gregge della patria celeste. Dio onnipotente ed eterno, istitutore delle cerimonie e dei sacrifici della Legge, che acconsentiste a placare la vostra collera, nella quale era incorso l'uomo prevaricatore quando vi offriva le ostie d'espiazione; Voi che avete gradito i sacrifici di Abele, di Melchisedech, di Abramo, di Mosè e di Aronne; sacrifici che non erano che delle figure, ma che, per vostra benedizione, erano resi santi e salutari per quelli che ve li offrivano umilmente; degnatevi di fare che, nella medesima guisa che l'innocente Agnello, Gesù Cristo vostro Figliuolo, immolato per volontà vostra sull'altare della Croce, ha liberato il nostro primo padre dal potere del demonio, così questi agnelli senza macchia che noi presentiamo alla benedizione della vostra maestà divina ricevano una virtù benefica. Degnatevi di benedirli, di santificarli, di consecrarli, di dar loro la virtù di proteggere quelli che li porteranno devotamente su di loro contro la malizia del demonio, contro le tempeste, la corruzione dell'aria, le malattie, i pericoli del fuoco, e le insidie dei nemici e fare che essi siano efficaci per proteggere la madre ed il suo frutto nei pericoli del parto. Per Gesù Cristo vostro Figliuolo, Signor nostro".

    Dopo queste preghiere, il Papa, cingendosi di un telo, si siede presso il bacino. I suoi assistenti gli portano gli Agnus Dei; egli li immerge nell'acqua, raffigurando così il battesimo dei nostri neofiti. Alcuni prelati ve li ritirano poi e li depongono su tavoli coperti di teli bianchi. Allora il Pontefice si alza e pronuncia quest'altra preghiera:

    "Spirito Divino, che fecondate le acque e le fate servire ai vostri più grandi misteri, voi che loro togliete l'amarezza e le rendete dolci e che, santificandole, col vostro soffio, vi servite di esse per cancellare tutti i peccati per mezzo dell'invocazione della Santa Trinità; degnatevi benedire, santificare e consacrare questi Agnelli che sono stati gettati nell'acqua santa, e imbevuti del balsamo e del Sacro Crisma; che essi ricevano da voi la virtù contro gli sforzi della malizia del diavolo; che tutti quelli che li porteranno su di loro restino al sicuro; che non abbiano a temere alcun pericolo; che la cattiveria degli uomini non sia a loro nociva; e degnate essere la loro forza e la loro consolazione.

    Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio Vivente, che siete l'Agnello innocente, sacerdote e vittima; Voi che i Profeti hanno chiamato la Vigna e la Pietra angolare, voi che ci avete riscattati nel vostro Sangue e che di questo sangue avete marcato i nostri cuori e le nostre fronti, affinché il nemico, passando vicino alle nostre case, non ci colga col suo furore; Voi che siete l'Agnello senza macchia, la cui immolazione è continua; l'Agnello Pasquale divenuto,

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    sotto le specie del Sacramento, il rimedio e la salvezza delle nostre anime; che ci conducete attraverso il male del secolo presente alla risurrezione e alla gloria dell'eternità; degnatevi benedire, santificare e consacrare questi agnelli senza macchia, che in vostro onore noi abbiamo formato di cera vergine e imbevuti dell'acqua santa, del balsamo e del sacro Crisma, onorando in essi la vostra divina concezione che fu l'effetto della Virtù divina. Difendete quelli che li porteranno su di loro dalle fiamme, dalla folgore, dalla tempesta, da ogni avversità; liberate, per mezzo loro le madri che sono nei dolori del parto, come voi avete assistito la vostra, quando vi dette alla luce; e nella stessa guisa che avete salvato Susanna dalla falsa accusa, la beata Vergine e Martire Tecla dal rogo e Pietro dai ceppi della prigionia, degnatevi di liberarci dai pericoli di questo mondo e fate che noi meritiamo di vivere con voi eternamente".

    Gli Agnus Dei sono poi raccolti con rispetto per la distribuzione solenne che dovrà farsene il sabato seguente. È facile scorgere il legame che c'è tra questa cerimonia e la Pasqua: l'Agnello Pasquale vi è continuamente ricordato; allo stesso tempo l'immersione degli agnelli di cera offre una allusione evidente con l'amministrazione del Battesimo, che formò, durante tanti secoli, l'interesse della Chiesa e dei fedeli in questa ottava solenne. Le preghiere che abbiamo dato più sopra, abbreviandole un poco, non sono molto antiche; ma i riti che le accompagnano mostrano sufficientemente l'allusione al Battesimo, anche se non vi si trova espressa direttamente.

    Gli Angus Dei, per il loro significato, per la benedizione del Sommo Pontefice e la natura dei riti impiegati nella loro consacrazione, sono uno degli oggetti più venerati dalla pietà cattolica. Da Roma vengono distribuiti in tutto il mondo; e, molto spesso, la fede di coloro che li conservano con rispetto, è stata ricompensata con dei prodigi.

    Sotto il Pontificato di san Pio V, il Tevere straripò in una maniera spaventosa, minacciando di inondare parecchi quartieri della città un Agnus Dei fu gettato nelle acque che si ritirarono subito.

    Tutta la città fu testimone di questo miracolo; esso, più tardi, venne discusso durante il processo di beatificazione di questo grande Papa.



    da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 65-74.

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    Predefinito re: 30 aprile 2013: Santa Caterina da Siena, vergine e patrona d'Italia

    4 aprile 2013: GIOVEDÌ DI PASQUA



    Dopo aver glorificato l'Agnello di Dio e salutato il passaggio del Signore attraverso l'Egitto, dove ha sterminato i nostri nemici; dopo aver celebrato le meraviglie di quell'acqua che ci libera e ci introduce nella terra promessa; rivolgiamo adesso lo sguardo verso

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    il nostro Capo divino, il cui trionfo era annunciato e preparato da tutti questi prodigi. Noi ci sentiamo abbagliati da tanta gloria! Come il Profeta di Patmos, ci prosterniamo ai piedi dell'Uomo Dio, finché egli dica a noi pure: "Non temete! Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente: e fui morto ed ecco son vivo per i secoli dei secoli, ed ho le chiavi della morte e degli Inferi" (Apoc. 1, 17).

    Il vincitore della morte.

    Effettivamente è ormai il padrone di colei che l'aveva tenuto prigioniero; le chiavi della tomba sono in suo possesso; ciò vuoi dire, secondo il linguaggio della Scrittura, che egli comanda alla morte che ormai gli è sottomessa senza scampo. Ed ora, per prima cosa, si serve della sua vittoria per estenderla a tutto il genere umano. Adoriamo questa bontà infinita e, fedeli ai desideri della Santa Chiesa, meditiamo oggi la Pasqua nei suoi rapporti con ciascuno di noi.

    Il Figlio di Dio disse all' Apostolo prediletto: "Son vivo, io che fui morto"; per virtù della Pasqua verrà un giorno in cui anche noi diremo con trionfale accento: "siamo viventi, noi che fummo morti".

    La morte, retribuzione del peccato.

    La morte ci aspetta; è pronta ad afferrarci, e noi non potremo sfuggire alla sua falce omicida. "La morte è il soldo del peccato" dice il libro sacro (Rom. 6, 23); e con questa spiegazione tutto viene compreso: e la sua necessità e la sua universalità. Non per questo la legge è meno dura; e noi non possiamo impedirci di vedere un turbamento dell'ordine in questa violenta rottura del legame che stringeva assieme, in una vita comune, il corpo e l'anima, uniti da Dio stesso. Se vogliamo comprendere la morte quale essa è, ricordiamoci che Dio creò l'uomo immortale; solo così ci renderemo conto dell'orrore invincibile che ci ispira la sua distruzione, orrore che non può essere sormontato che per mezzo di un sentimento superiore ad ogni egoismo: per mezzo del sentimento del sacrificio.

    V'è nella morte di ogni uomo un vergognoso monumento del peccato, un trofeo per il nemico del genere umano; e vi sarebbe una umiliazione per lo stesso Dio, se non vi apparisse la sua giustizia, ristabilendo così l'equilibrio.

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    La nostra speranza.

    Quale sarà dunque il desiderio dell'uomo sotto la dura necessità che l'opprime? Aspirare a non morire? Sarebbe una follia. La sentenza è formale, e nessuno potrà sfuggirla. Lusingarsi nella speranza che un giorno questo corpo, diventato ormai un cadavere, e distrutto, in seguito, fino a non lasciare più la minima traccia visibile di se stesso, potrebbe rivivere e sentirsi di nuovo riunito all'anima per la quale era stato creato? Ma chi opererà questa riunione, impossibile, di una sostanza che fu unita un giorno e che in seguito sembra essere disciolta negli elementi dai quali era stata tratta? O uomo! Pertanto è proprio così. Tu risusciterai; questo corpo, dimenticato, distrutto, in apparenza annientato, rivivrà e ti sarà reso. Ma che dico? Oggi stesso esce dalla tomba nella persona dell'Uomo-Dio; la nostra risurrezione futura si compie da oggi nella sua; oggi è divenuto altrettanto certo che noi risusciteremo, quanto è sicuro che moriremo; e questa è ancora la Pasqua!

    Dio, nel suo sdegno salutare, da principio nascose all'uomo questa meraviglia del suo potere e della sua bontà. La sua parola fu dura per Adamo: "Con sudore del tuo volto mangerai il pane, finché tu ritorni alla terra, dalla quale fosti tratto; poiché polvere sei tu ed in polvere ritornerai" (Gen. 3, 19). Non una parola, non un'allusione che dia al colpevole la più lieve speranza su ciò che riguarda questa parte di se stesso, ormai così votata alla distruzione e alla vergogna del sepolcro. Era necessario umiliare quell'orgoglio, dimentico di ogni gratitudine, che aveva voluto elevarsi fino a Dio. Più tardi questo gran mistero fu manifestato, sia pure con una grande parsimonia. E già lunghi secoli addietro, un uomo, il cui corpo cadeva a brandelli, divorato da terribili ulceri, poteva dire: "Io lo so: il mio Redentore è pur vivo e nell'ultimo giorno mi ergerà sulla polvere. E dopo che della mia pelle sarà circondata questa spoglia, dalla mia carne vedrò Dio. Questa speranza è riposta entro il mio seno" (Giob. 19, 25-27).

    Ma per realizzare l'attesa di Giobbe bisognava che questo Redentore così desiderato apparisse sulla terra, che venisse a combattere la morte, lottando con essa, corpo a corpo, e, finalmente, abbatterla.

    È venuto nel tempo stabilito; non per impedirci di morire - la sentenza era stata troppo formale - ma per morire egli stesso e togliere così alla morte tutto ciò che essa aveva di duro e di umi-

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    liante. Simile a quei medici generosi che abbiamo visto inoculare su loro medesimi il virus contagioso, egli ha cominciato, secondo l'energica espressione di san Pietro, per "ingoiare la morte" (I Piet. 3, 22).

    Ma la gioia di questa nemica dell'uomo è stata breve, poiché egli è risuscitato per non più morire, e quel giorno ha acquistato, anche per tutti noi, lo stesso diritto. Da tale momento noi dobbiamo considerare la tomba sotto un altro aspetto. La terra ci riceverà, ma per ridarci, poi, come essa rende la spiga, dopo aver ricevuto il seme del grano. Gli elementi, nel giorno prescritto, saranno costretti, dalla stessa potenza che li estrasse dal nulla, a restituire quegli atomi che non avevano ricevuto che in deposito e, al suono della tromba dell'Arcangelo, tutto il genere umano al completo si solleverà dalla terra e proclamerà l'ultima vittoria sulla morte. Per i giusti, sarà la Pasqua: ma una Pasqua che non può essere che il seguito di quella di oggi.

    La gloria del Cielo.

    Con quale ineffabile felicità ritroveremo il vecchio compagno della nostra anima, questa parte essenziale dell'essere umano, dal quale saremo rimasti per tanto tempo separati. Molte anime, forse, avranno già passato diversi secoli rapite nella visione di Dio, ma la nostra natura umana non era completamente rappresentata nella suprema beatitudine; la felicità, che deve essere pure felicità del corpo, mancava del suo complemento. E nel seno di questa gloria, di questa gioia, restava ancora una traccia non cancellata del castigo che colpì la razza umana, fin dalle prime ore del suo soggiorno sulla terra.

    Per ricompensare i giusti con la sua presenza beatifica, Dio si è degnato di non aspettare il momento in cui i corpi gloriosi saranno riuniti alle anime che li animarono e li santificarono; ma tutto il cielo aspira a questa ultima fase del mistero della Redenzione dell'uomo. Il nostro Re, nostro divin Capo, che, dall'alto del suo trono, pronuncia maestosamente queste parole: "Sono vivo, io che fui morto", vuole che le ripetiamo anche noi, a nostra volta, nella eternità.

    Maria che, tre giorni dopo il suo transito, riprese il suo corpo immacolato, desidera vedere intorno a lei, nella loro carne purificata dalla prova del sepolcro, gl'innumerevoli figli che la chiamano Madre.

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    La gioia degli Angeli.

    I Santi Angeli, di cui gli eletti della terra devono rafforzare i ranghi, si rallegrano nell'attesa del magnifico spettacolo che offrirà la corte celeste quando i corpi glorificati degli uomini, come i fiori del mondo materiale, renderanno smagliante la regione degli spiriti con il loro splendore. Una delle loro gioie è di contemplare, intanto, il corpo radioso del divin Redentore che, nella sua umanità, è tanto il loro Capo che il nostro; di fissare i loro sguardi abbagliati sull'incomparabile bellezza di cui risplendono i tratti di Maria, che è anche la loro Regina. Che festa completa sarà, dunque, per essi quel momento nel quale i fratelli della terra, le cui anime beate godono già con loro della stessa felicità, si rivestiranno col manto della carne santificata che non impedirà più l'irraggiar dello spirito e metterà finalmente, gli abitanti del Cielo in possesso di tutte le meraviglie e -di tutte le bellezze della Creazione! Al momento in cui nel sepolcro Gesù liberatosi dai lenzuoli che lo avvolgevano, risorse levandosi in tutta la sua forza e magnificenza, gli Angeli che lo assistevano furono pervasi di muta ammirazione alla vista di quel corpo che, per sua natura, era loro inferiore, ma che gli splendori della sua gloria rendevano maggiormente rilucente, di quanto lo siano gli Spiriti celesti più radiosi. Con quali acclamazioni fraterne essi accoglieranno le membra di questo Capo vittorioso, rivestite nuovamente d'una livrea che sarà per sempre gloriosa perché è quella di un Dio!

    Il rispetto del corpo.

    L'uomo sensuale resta indifferente alla gloria ed alla felicità del corpo nell'eternità: il dogma della risurrezione della Carne non lo interessa. Egli si ostina a non voler vedere che il presente; ed in questa preoccupazione grossolana il suo corpo non è per lui che un balocco del quale bisogna affrettarsi a profittare, visto che dura poco. Il suo amore per la povera carne è senza rispetto: ecco perché egli non ha timore d'insozzarla, nell'attesa che essa vada in pasto ai vermi, senza aver ricevuto altro omaggio che una preferenza egoista ed ignobile.

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    Gli onori resi dalla Chiesa al nostro corpo.

    Nonostante ciò, l'uomo sensuale rimprovera alla Chiesa di essere nemica del corpo, mentre ella non cessa di proclamarne la dignità e l'alto destino. Ciò è veramente troppo audace e troppo ingiusto!

    Il Cristianesimo ci avverte dei rischi che l'anima corre da parte del corpo; ci rivela il pericoloso male che la carne ha contratto con la colpa originale, i mezzi che dobbiamo impiegare per "far servire alla giustizia le nostre membra che potrebbero prestarsi all'iniquità" (Rom. 4, 19); ma, lungi dal cercare di staccarci dall'amore per il corpo, ce lo mostra destinato ad una gloria ed una felicità senza fine.

    Sul nostro letto funebre la Chiesa gli offre l'onore del Sacramento dell'Olio Santo, segnando, per l'immortalità, tutti i suoi sensi; presiede all'addio che l'anima indirizza al compagno delle sue lotte fino alla futura ed eterna riunione; brucia rispettosamente l'incenso intorno a quelle spoglie mortali, divenute sacre dal giorno in cui l'acqua del Battesimo cadde su di esse; ed a coloro che sopravvivono ella, con dolce autorità, indirizza le parole: "Non vi rattristate come gli altri che non hanno speranza" (I Tess. 4, 13). Orbene, qual è la nostra speranza se non la stessa che consolava Giobbe: dalla mia carne vedrò Dio?

    Fede nella Risurrezione della carne.

    È così che la santa fede ci rivela l'avvenire del nostro corpo e favorisce, elevandolo, quell'amore istintivo che l'anima porta a questa parte essenziale dell'essere umano. La fede allaccia indissolubilmente il dogma della Pasqua a quello della risurrezione della carne e l'Apostolo ci dice senza difficoltà che "se Cristo non fosse risuscitato, la nostra fede sarebbe vana: nello stesso modo che se la risurrezione della carne non avesse luogo, quella di Gesù Cristo sarebbe stata superflua" (I Cor. 15); il legame tra queste due verità è così stretto che, per così dire, esse non ne formano che una sola.

    Perciò noi dobbiamo vedere un segno doloroso dell'indebolimento della fede, in questa specie di dimenticanza in cui sembra caduto, per un gran numero di fedeli, il dogma fondamentale della risurrezione della carne. Certo essi vi credono, poiché il Simbolo

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    glielo impone; non hanno su di esso neppur l'ombra di un dubbio; ma la speranza di Giobbe raramente forma l'oggetto dei loro pensieri e delle loro aspirazioni. Ciò che importa, per se stessi e per gli altri, è la sorte dell'anima dopo questa vita, e ne hanno pienamente ragione; ma anche il filosofo predica l'immortalità dell'anima e la ricompensa per i giusti in un mondo migliore. Lasciategli dunque ripetere la lezione che ha imparato da voi, e mostrate che siete cristiani e confessate arditamente la risurrezione della carne, allo stesso modo che fece Paolo nell'Areopago. Forse vi si dirà, come fu detto a lui: "Di questo ti udiremo un'altra volta" (Atti, 17, 32); ma che v'importa? Voi avete reso omaggio a colui che ha vinto la morte, non solamente in se stesso, ma in voi; e non siete a questo mondo per rendere testimonianza della verità rivelata, con le vostre parole e con le vostre azioni?

    L'esempio dei primi cristiani.

    Quando si vedono le pitture murali delle Catacombe di Roma, si rimane colpiti d'incontrarvi ovunque i simboli della risurrezione dei corpi; questi, con l'altro del Buon Pastore, sono quelli che si trovano più spesso tra gli affreschi della Chiesa primitiva; tanto il dogma fondamentale del cristianesimo occupava profondamente lo spirito, all'epoca in cui non ci si poteva presentare al Battesimo senza avere spezzato violentemente ogni legame con la sensualità. Il martirio era la sorte, almeno probabile, di tutti i neofiti; e quando arrivava l'ora di confessare la fede, mentre le membra erano maciullate o slogate nelle torture, si udiva proclamare il dogma della risurrezione della carne, quale speranza atta a sostenere il coraggio: i loro atti lo attestano ad ogni pagina. Molti di noi hanno bisogno di istruirsi, seguendone l'esempio, affinché il nostro cristianesimo sia completo e si allontani sempre più da quella filosofia che pretende di fare a meno di Gesù Cristo, pur spigolando, qua e là, qualche brano dei suoi divini insegnamenti.

    Il sensualismo conduce al naturalismo.

    L'anima vale più del corpo; ma nell'uomo il corpo non è né un estraneo, né una superfetazione passeggera. Sta a noi di conservarlo con sovrano rispetto per il suo alto destino; e se allo stato presente dobbiamo tenerlo castigato, affinché non si perda insieme al-

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    l'anima, non lo facciamo per disprezzo, ma per amore. I martiri ed i santi, che facevano penitenza, hanno amato il corpo più di quanto l'amano i voluttuosi; immortalandolo, per preservarlo dal male, lo hanno salvato; gli altri, adulandolo, lo espongono alla sorte più triste.

    Che si faccia attenzione: l'alleanza del sensualismo col naturalismo è facile a concludersi. Il sensualismo pretende che il destino dell'uomo sia ben diverso da quello che è, per poterlo corrompere senza rimorsi; il naturalismo teme le verità della fede; ma solo per mezzo della fede l'uomo può approfondire il suo avvenire e la sua fine. Che il cristiano si tenga, dunque, avvertito; e se in questi giorni il suo cuore non esulta di amore e di speranza alla vista di ciò che il Figlio di Dio, risuscitando gloriosamente, ha fatto per i nostri corpi, sappia che la fede è debole in lui, e, se non vuole perire, si attenga d'ora in avanti con completa docilità alla parola di Dio, che sola può rivelargli ciò che egli è al presente e ciò che è chiamato a divenire.

    La Stazione.

    A Roma la Stazione è nella Basilica dei dodici Apostoli. Oggi i neofiti venivano convocati in questo santuario dedicato ai testimoni della Risurrezione, dove riposano due di essi: San Filippo e San Giacomo. La Messa è piena di allusioni relative alla missione sublime di questi coraggiosi araldi del Divin Risorto, che hanno fatto sentire, fino all'estremità della terra, la loro voce, la cui eco, senza indebolirsi, si ripercuote attraverso tutti i secoli.

    MESSA

    EPISTOLA (Atti 8, 26-40). - In quei giorni l'Angelo del Signore parlò a Filippo e gli disse: "Alzati e va' in direzione del mezzogiorno, sulla strada che mena da Gerusalemme a Gaza; questa è deserta". E si alzò e partì. Ed ecco un Etiope, un eunuco, ministro di Candace, regina degli Etiopi, sopraintendente di tutti i suoi tesori, il quale era stato ad adorare in Gerusalemme ed ora se ne tornava seduto sul suo cocchio, leggendo il Profeta Isaia. Allora lo Spirito disse a Filippo: "Accostati e segui quel cocchio". E Filippo, avvicinatosi, sentì che l'eunuco leggeva il Profeta Isaia e gli disse: "Intendi quello che leggi?" Quello rispose: Ma come posso capirlo, se nessuno me lo spiega". E pregò Filippo di montare a sedere con lui. Il passo della Scrittura da lui letto era questo: Come pecorella è stato condotto al macello; e come agnello muto davanti a chi lo tosa, così egli non aprì la sua bocca. Nella sua umiliazione fu cancellata la condanna. Chi descriverà

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    la sua generazione, poiché sarà tolta dalla terra la sua vita? L'Eunuco prese a dire a Filippo: "Ti prego, il Profeta di chi dice questo? di sé o di qualche altro?" E Filippo cominciò a parlare e, rifacendosi da quel passo della Scrittura, gli fece conoscere Gesù. E seguitando la strada giunsero ad una cert'acqua e disse l'eunuco: "Ecco dell'acqua; che mi impedisce di essere battezzato?" E Filippo a lui: "Se credi di tutto cuore, è permesso". E l'eunuco rispose: "Credo che Gesù Cristo è il figlio di Dio". E, fatto fermare il cocchio, discesero tutti e due, Filippo e l'eunuco, nell'acqua; e Filippo lo battezzò. E usciti che furono dall'acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l'eunuco non lo vide più. E seguitò allegramente il suo viaggio. Filippo, invece, si trovò in Azoto, e di là arrivò a Cesarea, evangelizzando per tutte le città dove passava il nome del Signore Gesù Cristo.

    Docilità dell' anima alla grazia.

    Questo brano degli Atti degli Apostoli era destinato a ricordare ai neofiti la sublimità della grazia che avevano ricevuto nel battesimo, e la condizione alla quale erano stati rigenerati. Dio aveva messo sul loro cammino l'occasione della salvezza, come aveva inviato Filippo sulla strada che doveva percorrere l'eunuco. Ispirando loro il desiderio di conoscere la verità, aveva pure posto nel cuore di quell'ufficiale della Regina d'Etiopia la fortunata curiosità che lo condusse a sentir parlare di Gesù Cristo. Ma non è ancora tutto qui: quel pagano avrebbe potuto ascoltare la spiegazione dell'inviato da Dio, con diffidenza e aridità di animo: invece egli apriva il suo cuore, permettendogli di riempirsi di fede. Lo stesso avviene per i nostri neofiti: essi sono stati docili, e la parola di Dio li ha illuminati; da una luce sono saliti ad un'altra, finché la Chiesa ha riconosciuto in loro dei veri discepoli della fede. Allora son venuti i giorni della Pasqua, e la madre delle anime ha detto a se stessa: "Ecco dell'acqua, l'acqua che purifica, l'acqua che è uscita dal costato dello Sposo, aperto dalla lancia sulla Croce; chi impedisce di battezzarli?". E dopo aver confessato che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, essi sono stati immersi, come l'Etiope, nella fonte della salute; adesso, seguendo il suo esempio, essi continueranno ad avanzare nel cammino della vita, ora riempito di gaudio, poiché sono risuscitati con Cristo, che si è degnato associare la gioia della loro novella nascita, a quella del suo stesso trionfo.

    VANGELO (Gv. 20, 11-18). - In quel tempo: Maria stava di fuori a piangere vicino al sepolcro. E mentre piangeva s'affacciò alla tomba, vi scorse due Angeli vestiti di bianco, seduti l'uno al capo e l'altro ai piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: "Donna, perché piangi?". Rispose loro: "Perché han portato via il mio Signore e non so dove l'abbiano

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    messo". E detto questo si voltò indietro e vide Gesù in piedi, senza però conoscere che era Gesù. Gesù le disse: "Donna, perché piangi? Chi cerchi?" E lei, pensando che fosse l'ortolano, gli disse: "Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai messo ed io lo prenderò". Gesù le disse: "Maria!" Essa rivoltasi, esclamò: "Rabboni (che vuol dire Maestro". Le disse Gesù: "Non mi toccare; perché non sono ancora asceso al Padre mio; ma ritorna dai miei fratelli e comunica loro: Ascendo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro". Maria Maddalena andò dai discepoli ad annunziare che aveva visto il Signore e che le aveva detto queste cose.

    L'Apostola degli Apostoli.

    Siamo nella Basilica degli Apostoli; e la Santa Chiesa oggi, invece di farci ascoltare il racconto di una delle apparizioni del Salvatore risorto ai suoi Apostoli, ci legge quello in cui è registrata la grazia che Gesù fece alla Maddalena. Perché una tale apparente dimenticanza del carattere e della missione conferita a questi ambasciatori della nuova legge? La ragione è facile a comprendersi. Onorando oggi in questo santuario la memoria di colei che Gesù Cristo scelse per essere l'Apostola dei suoi Apostoli, la Chiesa finisce di riferire in tutta la loro realtà i molti avvenimenti susseguitisi nel giorno della Risurrezione. Ed è per mezzo della Maddalena e della sue compagne che cominciò l'apostolato del maggiore dei misteri del Redentore; esse hanno, dunque, veramente diritto a riceverne oggi l'omaggio in questa Basilica dedicata ai Santi Apostoli.

    Il Signore e le pie donne.

    Essendo onnipotente, Dio ama di manifestarsi in ciò che è di più debole; allo stesso modo che, nella sua bontà, si gloria di riconoscere l'amore di cui è oggetto. Ecco perché il Redentore prodigò, prima che agli altri, tutte le prove della sua Risurrezione e tutti i tesori della sua tenerezza, a Maddalena e alle sue compagne. Esse erano anche più deboli dei pastori di Betlemme: per questo ebbero tale preferenza. Anche gli Apostoli lo erano, e più della minore delle potenze del mondo che dovevano sottomettere: ed ecco perché, a loro volta, vi furono iniziati. Ma Maddalena e le sue compagne avevano amato il Maestro fin presso la Croce e la tomba; mentre gli apostoli l'avevano abbandonato. Era, dunque, ad esse, e non ai secondi, che Gesù doveva i primi favori della sua bontà.

    Sublime spettacolo della Chiesa, in quel momento in cui s'in-

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    nalza, poggiando sulla fede della Risurrezione che forma la sua base! Dopo Maria, la Madre di Dio, per la quale la luce mai vacillò, ed a cui era dovuta la prima manifestazione, sia perché mamma, sia perché perfettissima, chi vediamo noi illuminati da questa fede, vita e respiro della Chiesa? Maddalena e le sue compagne.

    Durante parecchie ore Gesù si compiace della vista dell'opera sua, debole allo sguardo umano, ma in realtà così grande. Ancora un po' di tempo e questo piccolo gregge di anime scelte assimileranno gli stessi Apostoli. Che dico? Il mondo intero verrà a loro. Per tutta la terra in questi giorni, la Chiesa canta le parole: "Che hai veduto al sepolcro, Maria? Diccelo!" e Maria Maddalena risponde alla Santa Chiesa: "Ho visto il sepolcro di Cristo vivente e la gloria di lui Risorto".

    La donna che ha peccato per prima,
    per prima viene riabilitata.

    E non ci meravigliamo che siano state delle sole donne a formare questo primo gruppo di credenti, intorno al figlio di Dio, in quella Chiesa, effettivamente primitiva, che risplendeva dei primi raggi della Risurrezione; poiché è qui la continuazione dell'opera divina sul piano irrevocabile, di cui abbiamo già riconosciuto l'inizio.

    In principio l'opera di Dio venne sconvolta dalla prevaricazione della donna: ed è proprio nella donna che comincerà ad essere restaurata. Nel giorno dell'Annunciazione ci siamo inchinati davanti alla nuova Eva che, con la sua ubbidienza, riparava la trasgressione della prima: ma nel timore che Satana, sbagliandosi, non volesse vedere in Maria che l'esaltazione della persona, e non la riabilitazione del sesso, Dio vuole che oggi gli stessi fatti dimostrino la sua suprema volontà. "La donna - ci dice Sant'Ambrogio - aveva per la prima gustato la bevanda della morte; sarà dunque lei che, per la prima, contemplerà la Risurrezione. Predicando questo mistero riparerà la sua colpa [1]; ed è con ragione che essa è inviata per annunziare agli uomini la buona novella della salvezza, per manifestare la grazia che viene dal Signore: colei che altra volta aveva annunciato il peccato all'uomo" [2].

    Gli altri Santi Padri rilevano con non minore eloquenza questo piano divino che dà alla donna la primizia nella distribuzione dei doni

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    della grazia, e ci fanno riconoscere in essi non soltanto un atto del potere del sovrano Maestro, ma anche, nello stesso tempo, la legittima ricompensa dell'amore che Gesù trovò nel cuore di queste umili creature e che non aveva riscontrato negli Apostoli, ai quali, durante tre anni, aveva prodigato le più tenere cure, avendo così diritto di attendersi, da loro, un coraggio più virile.

    L'apparizione alla Maddalena.

    Maddalena si eleva in mezzo alle sue compagne, come una regina della quale le altre formano la corte. È la prediletta di Gesù, quella che egli ama di più, quella che ha avuto il cuore maggiormente spezzato dalla dolorosa passione, quella che insiste con maggior forza per rivedere e imbalsamare, con le sue lacrime e i suoi profumi, il corpo del Maestro. Quale delirio nelle sue parole mentre lo ricerca! Quale slancio di tenerezza nel riconoscerlo vivo e sempre pieno di affetto per lei! Gesù, nondimeno, si sottrae alle manifestazioni di una gioia troppo terrestre: "Non mi toccare - le dice - poiché non sono ancora asceso al Padre mio".

    Gesù non è più nelle condizioni di vita mortale; in lui l'umanità resta eternamente unita alla divinità: ma la sua Risurrezione avverte l'anima fedele che i rapporti che ella d'ora in avanti avrà con lui, non sono più gli stessi. Nel primo periodo lo si trattava come si tratta un uomo; la sua divinità traspariva appena; adesso è il Figlio di Dio, il cui splendore eterno si rivela radiosamente anche attraverso la sua umanità. D'ora in avanti, dunque, è il cuore più dell'occhio che deve cercarlo; l'affetto rispettoso, più che la tenerezza sensibile. Egli si è lasciato toccare da Maddalena quando lei era debole e lui stesso apparteneva ai mortali: bisogna che adesso aspiri a quel supremo bene spirituale che è la vita dell'anima, Gesù nel seno di suo Padre. Maddalena, nel suo primo stato d'animo, ha fatto abbastanza per servir di modello all'anima che comincia a cercar Gesù; ma chi non vede che il suo amore ha bisogno di una trasformazione? A forza di essere ardente, la rende cieca; ella si ostina a "cercare tra i morti colui che vive" . È arrivato il momento in cui deve elevarsi ad una vita superiore e cercare spiritualmente colui che è spirito: "Non sono ancora asceso al Padre mio" dice il Salvatore. Ed è come se dicesse: "Serba, per il momento, queste carezze troppo sensibili che ti fermerebbero sulla mia umanità. Lasciami prima salire alla gloria; un giorno vi sarai ammessa vicino a me, e allora ti sarà concesso di prodigarmi

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    tutti i segni del tuo amore, perché, allora, non sarà più possibile che la mia umanità ti nasconda la vista della mia natura divina".

    Maddalena ha compreso la lezione del suo amatissimo Maestro. Un rinnovamento si opera in lei; e ben presto, sola con i suoi ricordi, che vanno dalla prima parola di Gesù, che toccò il suo cuore, strappandolo agli amori terreni, fino alla grazia di cui oggi ha avuto l'onore della preferenza sugli Apostoli, ella si slancerà, ogni giorno di più verso il suo bene supremo; finche, purificata dall'attesa, divenuta emula degli Angeli che la visitano e la consolano nel suo esilio, ascenderà finalmente per sempre presso Gesù, stringendo in un abbraccio eterno quei sacri piedi, su cui ella ritrova la traccia incancellabile dei suoi primi baci.

    __________________________

    [1] Comm. su San Luca, c. XXIV.

    [2] Dello Spirlto Santo, c. XII.



    da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 74-86.

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    4 aprile 2013: SANT'ISIDORO, VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA



    Oggi la santa Chiesa ci mostra la soave ed imponente figura di uno dei suoi più virtuosi Vescovi, sant'Isidoro, il grande Vescovo di Siviglia, l'uomo più sapiente del suo tempo, ma ancor più venerando per i benefici influssi del suo zelo sulla sua patria, l'uomo che ci esorta coi suoi esempi e con la sua intercessione.



    La Spagna "Cattolica".

    Fra tutte le nazioni cristiane ce n'è una che merita il nome di Cattolica per eccellenza: la Spagna. All'inizio dell'VIII secolo, la Provvidenza la sottopose alla più dura prova, permettendo che i Maomettani la dominassero per quasi tutta la sua estensione, così che i suoi figli dovettero lottare ben otto secoli prima di ricuperare la loro patria. Le vaste contrade dell'Asia e dell'Africa, occupate nella medesima epoca dall'invasione musulmana, restarono per sempre sotto il giogo islamico. Come fece la Spagna a trionfare dei suoi oppressori? perché non si spense mai in quel popolo il senso dell'umana dignità? È facile dare una risposta: all'epoca dell'invasione, la Spagna era cattolica; mentre le popolazioni che dovettero soccombere sotto la scimitarra musulmana, erano già separate dalla cristianità, o per l'eresia o per lo scisma. Dio le aveva abbandonate, perché avevano impugnate le verità della Fede e l'unità della Chiesa. Così divennero facile preda dei loro feroci vincitori, ai quali non opposero pressoché alcuna resistenza.



    Una famiglia di Santi.

    Peraltro la Spagna aveva corso un estremo pericolo. I Goti, nel soggiogarla, vi avevano seminata anche l'eresia; pure l'Arianesimo aveva eretti nell'Iberia i suoi sacrileghi altari. Ma Dio non permise che questa privilegiata terra restasse a lungo sotto il giogo dell'errore. Ancor prima che il Saraceno la prendesse d'assalto, la Spagna s'era riconciliata con la Chiesa; una famiglia tanto illustre e santa aveva avuto la gloria di portare a termine la grande opera.

    Ancor oggi, il visitatore che attraversa l'Andalusia rimane meravigliato, nel vedere a ciascuno dei quattro angoli delle pubbliche piazze un gruppo di statue: sono le statue rappresentanti tre fratelli ed una sorella: san Leandro Vescovo di Siviglia, sant'Isidoro che oggi festeggiamo, san Fulgenzio Vescovo di Cartagena, e la loro sorella santa Fiorentina, vergine a Dio consacrata. Con le opere di zelo e con l'eloquenza di san Leandro il re Reccaredo e l'intera nazione dei Goti furono aggregati alla fede cattolica nel concilio di Toledo, nel 589; la scienza e la personalità di Isidoro ne consolidarono la felice trasformazione; Fulgenzio la sostenne con le virtù e la dottrina; e Fiorentina contribuì a quest'opera così feconda per l'avvenire della patria coi sacrifici e le preghiere.



    VITA. - Sant'Isidoro nacque a Cartagine nel 560. Fin da giovane, con la sua immensa scienza, poté combattere l'eresia ariana. Nel 600 fu elevato alla Sede di Siviglia e san Gregorio Magno lo nominò suo Vicario in tutta la Spagna. Favorì l'ordine monastico, costruì Collegi, tenne Concili e scrisse libri, quali il libro delle Etimologie, quello degli Offici ecclesiastici ed altri importantissimi per la disciplina cristiana; ma soprattutto fu esempio delle più sublimi virtù. Dopo aver estirpato dalla Spagna l'eresia ariana, mori a Siviglia nel 636.



    Lode e preghiera.

    Pastore fedele, mentre il popolo cristiano onora le tue virtù e le tue opere, si rallegra della ricompensa con la quale il Signore coronò i tuoi meriti; siigli dunque propizio, in questi giorni di salute. Sulla terra, la tua vigilanza non abbandonò mai il gregge che ti fu affidato; orbene, consideraci tutti tue pecorelle e difendici dai lupi rapaci che sempre ci minacciano. Ottienici con le tue preghiere la pienezza delle grazie necessario a terminare la Quaresima; infondici coraggio, ravviva il nostro ardore e preparaci alla celebrazione dei grandi misteri. Ci siamo pentiti delle offese, abbiamo, sebbene debolmente, espiato le nostre colpe; la nostra conversione ha fatto un passo avanti: ora la dobbiamo perfezionare con la contemplazione dei patimenti e della morte del Redentore.
    Assistici, o Pontefice di Cristo; tu che conducesti una vita sì pura, prenditi così cura dei peccatori ed esaudisci la preghiera della Chiesa. Dal possesso delle gioie eterne ricordati sempre della tua patria terrena: benedici la Spagna, ridalle il primitivo ardore della fede e rinnovane lo zelo per il trionfo dei cristiani costumi. Tutta la Chiesa riconosce a quella nazione la fedeltà nel custodire il deposito della dottrina di salvezza; preservala perciò da ogni decadenza ed arresta i mali che l'affliggono, così che sia sempre fedele e sempre degna del bel nome che col tuo aiuto conquistò.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 896-898

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    5 aprile 2013: VENERDÌ DI PASQUA



    Otto giorni fa eravamo intorno alla croce su cui spirava 1' "uomo dei dolori" (Is. 53, 3), abbandonato dal Padre, ripudiato come un falso Messia dal giudizio solenne della Sinagoga. Ed ecco che il sole si alza oggi per la sesta volta, da quando si è fatto sentire il grido dell'Angelo che proclamava la Risurrezione dell'adorabile vittima. La Sposa che, poco fa, con la fronte nella polvere, tremava davanti a questa giustizia di un Dio, che si dimostra nemico del peccato fino a "non risparmiare il proprio figliuolo" (Rom. 8, 32) perché questo Figlio divino ne portava la somiglianza, ha rialzato improvvisamente la testa per contemplare il trionfo subitaneo e radioso del suo Sposo che la invita, egli stesso, alla gioia. Ma se in questa ottava c'è un giorno in cui essa deve esaltare il trionfo di un tale vincitore, questo è sicuramente il venerdì, che aveva visto spirare, "saziato d'oltraggio" (Tren. 3, 30) colui del quale adesso la vittoria risuona nel mondo intero.

    La Risurrezione fondamento della nostra fede.

    Fermiamoci, dunque, oggi a considerare la Risurrezione del nostro Salvatore come l'apogeo della sua gloria personale, come l'argomento principale sul quale riposa la nostra fede nella sua divinità: "Se Cristo non è risorto" ci dice l'Apostolo "vana è la nostra fede" (I Cor. 15, 17); ma perché è risuscitato siamo sicuri di essa. Gesù doveva dunque elevare al più alto grado la nostra certezza su questo punto e, guardate, se ha mancato di farlo! Guardate se, invece, non

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    ha portato in noi la convinzione di questa verità fondamentale fino alla più assoluta evidenza dei fatti! Per questo, due cose erano necessarie: che la sua morte fosse la più reale, la meglio constatabile, e che la testimonianza che garantisce la sua Risurrezione, fosse la più irrefragabile alla nostra ragione. Il Figlio di Dio non ha tralasciato nessuna di queste condizioni; le ha, anzi, adempiute con divino scrupolo; perciò il ricordo del suo trionfo sulla morte non potrà scancellarsi dalla mente degli uomini. E da qui deriva che, ancora oggi, dopo diciannove secoli, noi sentiamo qualcosa di quel brivido di terrore e di ammirazione, provato dai testimoni che ebbero a constatare questo improvviso passaggio dalla morte alla vita.

    Realtà della morte di Cristo.

    Certamente era divenuto preda della morte colui che Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo staccarono dalla croce, deponendone le membra irrigidite e sanguinolenti tra le braccia della più desolata delle Madri.

    La tremenda agonia della vigilia, mentre lottava con la ripugnanza della sua umanità alla vista del calice che era invitato a consumare; lo spezzarsi del cuore in seguito al tradimento di uno dei suoi e dell'abbandono degli altri; gli oltraggi e le violenze di cui fu vittima durante lunghe ore; la spaventosa flagellazione che Pilato gli fece subire con l'intento di impietosire il popolo assetato di sangue; la croce, con i suoi chiodi che avevano aperto i quattro fori, dai quali il sangue sgorgava; le angoscie del cuore di quell'agonizzante alla vista della Madre, lacrimosa ai suoi piedi; una sete ardente che consumava rapidamente le ultime risorse della vita; e, finalmente, la ferita della lancia che gli traversò il petto, andando a raggiungere il cuore, facendone uscire le ultime gocce di sangue e di acqua che vi erano racchiuse: tali furono i titoli che la morte usò per rivendicare una sì nobile vittima. È per glorificarti, o Cristo, che noi li rammentiamo oggi: perdona a coloro per i quali ti sei degnato di morire, di non dimenticare alcuna delle circostanze di una morte così preziosa. Non sono esse, oggi, le più solide basi del monumento della tua Risurrezione?

    Aveva dunque effettivamente conquistato la morte, questo vincitore di nuova specie, che si era mostrato sulla terra. E, soprattutto, un fatto restava legato alla sua storia: ed è che la sua vita, svoltasi per intero in una contrada sconosciuta, era finita con un trapasso

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    violento, in mezzo allo schiamazzo dei suoi indegni concittadini. Pilato rimise a Tiberio gli atti del giudizio e del supplizio del preteso Re dei Giudei; e, da quel momento, l'ingiuria fu pronta per i seguaci di Gesù. I filosofi, gli uomini di ingegno, gli schiavi della carne e del mondo, se lo additeranno dicendo: "Ecco quella gente strana, che adora un Dio morto su una croce". Ma se nondimeno questo Dio morto è risuscitato, che diviene la sua morte, se non la base inamovibile sulla quale si appoggia l'evidenza della sua divinità? Era morto ed egli è risuscitato; aveva annunziato che sarebbe morto e che risusciterebbe; chi altro, all'infuori di un Dio, può tenere fra le sue mani "le chiavi della morte e degl'Inferi"? (Apoc. 1, 17).

    Realtà della Risurrezione di Cristo.

    Ed ora è così. Gesù morto è uscito vivo dalla tomba. Come lo sappiamo? Dalla testimonianza dei suoi Apostoli che lo hanno visto, vivente, dopo la sua morte, essendosi da loro lasciato toccare ed avendo conversato con essi, durante quaranta giorni. Ma noi dobbiamo credere agli Apostoli? E chi potrebbe dubitare di quella testimonianza, la più sincera che il mondo abbia mai udita? Infatti quale interesse avrebbero avuto quegli uomini a divulgare la gloria del Maestro, al quale si erano dati, e che aveva promesso che, dopo la morte, sarebbe risuscitato, se essi avessero saputo che, una volta perito con un supplizio ignominioso per loro quanto per lui, non avesse adempiuto la sua promessa? Che i Principi dei Giudei per diffamare la testimonianza di quegli uomini, assoldino pure le guardie del sepolcro, per indurle a dire che, mentre dormivano, i discepoli, che lo spavento aveva dispersi, erano venuti durante la notte a togliere il corpo! Sì è in diritto di risponder loro per mezzo di questo eloquente sarcasmo di Sant'Agostino: "Così, dunque, i testimoni che voi producete sono dei testimoni che dormivano! Ma non siete voi stessi che dormite quando vi affaticate a cercare una tale disfatta" [1].

    Ma per quale motivo gli Apostoli avrebbero predicato una risurrezione che sapevano non essere avvenuta? "Ai loro occhi - rimarca S. Giovanni Crisostomo - il Maestro non dovrebbe più essere che un falso profeta ed un impostore; e andranno a difendere la sua memoria contro una nazione tutta intera? Essi si sottoporranno a tutti i maltrattamenti, per un uomo che li avrebbe ingannati? Sa-

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    rebbe nella speranza delle promesse che aveva loro fatto? Ma se sapessero che non ha adempiuto quella di risuscitare, quale affidamento potrebbero avere per le altre?" [2].

    No; o bisogna negare la natura umana, o si deve riconoscere che la testimonianza degli Apostoli è sincera.

    Sincerità della testimonianza apostolica.

    Aggiungiamo ora che questa testimonianza fu la più disinteressata di tutte, poiché non portava altri vantaggi ai testimoni, che i supplizi e la morte; che rivelava in quelli che la sostenevano una assistenza divina, facendo vedere in loro, così timidi fino alla vigilia, una fermezza che niente mai fece indebolire ed una sicurezza umanamente inesplicabile in uomini del popolo: sicurezza che li accompagnò sino al centro delle capitali più civilizzate, dove fecero numerose conquiste. Diciamo ancora che la loro testimonianza era confermata dai più meravigliosi prodigi, che riunivano intorno a loro, nella fede della Risurrezione del Maestro, moltitudini di varie lingue e di varie nazioni; e che, infine, quando essi sparirono dalla terra, dopo aver suggellato col sangue il fatto di cui erano depositari, avevano sparso in tutte le regioni del mondo, e anche al di là delle frontiere dell'Impero Romano, il seme della loro dottrina che germogliò prontamente e produsse un raccolto di cui la terra intera si vide presto ricoperta.

    Tutto questo non ci porta alla più ferma certezza sull'avvenimento sorprendente di cui questi uomini erano i messaggeri? Rifiutarli, non sarebbe ricusare, nel medesimo tempo, le leggi della ragione? O Cristo! La tua Risurrezione è certa quanto la tua morte, e soltanto la verità ha potuto far parlare i tuoi Apostoli, come essa sola può spiegare il successo della loro predicazione.

    Continuità di questa testimonianza.

    La testimonianza degli Apostoli è finita; ma un'altra non meno imponente, quella della Chiesa, è venuta a continuare la prima e proclama con autorità non minore, che Gesù non è più tra i morti. La Chiesa, che attesta la Risurrezione di Gesù, è la voce di quelle centinaia di milioni di uomini che, ogni anno, da diciannove secoli,

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    hanno festeggiato la Pasqua. Di fronte a questi miliardi di testimonianze di fede, ci può essere più posto per un dubbio? Chi non si sente schiacciato sotto il peso di tale proclamazione, mai mancata, neppure per un anno, dopo che la parola degli Apostoli la fece per la prima volta? Ed e giusto distinguere in questa proclamazione la voce di tante migliaia di uomini, dotti e profondi, che hanno voluto sondare tutta la verità, dando l'adesione alla fede, solamente dopo avere tutto pesato nell'intelligenza; di tanti milioni di altri che non hanno accettato il giogo di una fede così poco favorevole alle passioni umane, che quando si sono persuasi, chiaramente, non esservi nessuna sicurezza dopo questa vita, all'infuori dei doveri che essa impone; e, finalmente, di tanti altri milioni che hanno sostenuto e protetto la società umana per mezzo della loro virtù e che sono stati la gloria della nostra stirpe, unicamente perché hanno fatto professione di fede verso un Dio morto e risuscitato per gli uomini.

    Così si aggancia, in maniera sublime, l'incessante testimonianza della Chiesa, ossia della porzione più illuminata e più morale dell'umanità, a quella dei primi testimoni che Cristo stesso degnò di scegliersi, di modo che queste due testimonianze non ne fanno che una sola. Gli Apostoli attestarono ciò che avevano visto: noi attestiamo, e attesteremo fino all'ultima delle generazioni, ciò che gli Apostoli hanno predicato. Essi si assicurarono direttamente dell'avvenimento che dovevano annunziare: noi ci assicuriamo della veracità della loro parola. Dopo averne avuta cognizione, credettero; e noi lo stesso. Essi sono stati tanto fortunati da vedere fin da questo mondo il Verbo di vita eterna, da ascoltarlo, da toccarlo con le loro mani (I Gv. 1); noi vediamo ed ascoltiamo la Chiesa che avevano stabilito in tutti i luoghi, ma che, quando essi lasciarono la terra, usciva appena dalla sua culla. La Chiesa è il complemento del Cristo: egli aveva annunziato agli Apostoli come essa si sarebbe sparsa per tutto il mondo, anche se nata dal debole grano di senapa.

    A questo proposito Sant'Agostino, in una delle sue prediche sulla Pasqua, ci dice queste ammirabili parole: "Noi non vediamo ancora Cristo; ma noi vediamo la Chiesa; crediamo dunque a Cristo. Gli Apostoli, invece, videro Cristo, ma essi non vedevano la Chiesa che per mezzo della fede. Una delle due cose era loro mostrata, e l'altra era oggetto della loro fede; è lo stesso per noi. Crediamo a Cristo che noi non vediamo ancora; e, tenendoci attaccati alla Chiesa che noi vediamo, arriveremo a colui la cui vista non ci è che differita" [3].

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    Avendo dunque, o Cristo, per mezzo di una così magnifica testimonianza, la certezza della tua gloriosa Risurrezione, come abbiamo quella della tua morte sul legno della croce, noi confessiamo che tu sei Dio, l'Autore ed il supremo Signore di tutte le cose. La morte ti ha umiliato e la Risurrezione ti ha esaltato; tu stesso fosti l'autore della tua umiliazione e della tua elevazione. Tu hai detto davanti ai tuoi nemici: "Nessuno mi può togliere la vita, ma da me stesso io la dò: è in mio potere il darla e in mio potere il riprenderla di nuovo" (Gv. 10, 18). Solo un Dio poteva realizzare questa parola; tu l'hai compiuta in tutta la sua estensione; confessando la tua Risurrezione, confessiamo dunque la tua Divinità; rendi degno di te l'umile e beato omaggio della nostra fede.

    La Stazione.

    La Stazione, a Roma, si tiene nella Chiesa di Santa Maria ad Martyres. Questa Chiesa è l'antico Pantheon di Agrippa, dedicato un tempo agli dèi pagani e concesso dall'Imperatore Foca al Papa San Bonifacio IV, che lo consacrò alla Madre di Dio ed a tutti i Martiri. Ignoriamo in quale santuario di Roma si tenesse prima la Stazione di oggi. Quando fu fissata in questa Chiesa, nel VII secolo, i neofiti, riuniti in un tempio dedicato a Maria per la seconda volta durante l'Ottava, dovevano sentire quanto la Chiesa aveva a cuore di nutrire nelle anime loro la confidenza filiale in colei che era divenuta la loro Madre e che è incaricata di condurre al suo Figliolo tutti quelli che egli, con la sua grazia, chiama a divenirgli fratelli.

    MESSA

    EPISTOLA (I Piet. 3, 18-21). - Carissimi: Cristo una volta è morto per i nostri peccati, il giusto per gli ingiusti, per ricondurci a Dio. È stato messo a morte secondo la carne, ma reso alla vita per lo spirito. Per esso andò a predicare anche agli spiriti che erano in carcere ed un tempo erano stati increduli, quando, ai giorni di Noè, la pazienza di Dio stava aspettando che fosse fabbricata l'arca, ove pochi, cioè otto anime, si salvarono sopra l'acqua. Alla qual figura corrisponde ora il Battesimo che vi salva: non lavanda delle sozzure, ma contratto di buona coscienza fatto con Dio, per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo nostro Signore, che siede alla destra di Dio.

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    Il diluvio e il Battesimo.

    Nell'Epistola di oggi noi ascoltiamo ancora l'Apostolo san Pietro. I suoi insegnamenti sono di grande importanza per i nostri neofiti. Prima di tutto l'Apostolo ricorda la visita che fece teste l'anima del Redentore a coloro che erano prigionieri nelle regioni inferiori della terra. Tra loro incontrò parecchi di quelli che anticamente furono vittime delle acque del diluvio e che avevano trovato la loro salvezza sotto le onde vendicative, perché quegli uomini, prima increduli alle minacce di Noè, ma poi sopraffatti dall'imminenza del flagello, si pentirono delle loro colpe e ne chiesero sinceramente perdono. Da essi l'Apostolo solleva il pensiero degli ascoltatori verso i felici abitanti dell'Arca che rappresentano i nostri neofiti; li abbiamo visti traversare l'acqua, non per perire, ma per diventare simili ai discendenti di Noè, i Padri di una nuova generazione di figli di Dio. Il Battesimo non è dunque, aggiunge l'Apostolo, un bagno comune: ma la purificazione delle anime, alla condizione che queste siano state sincere nell'impegno solenne che hanno preso, sul bordo della sacra Fonte, di rimaner fedeli a Cristo che li salva, e di rinunciare a Satana ed a tutto ciò che viene da lui. L'Apostolo finisce mostrandoci il mistero della Risurrezione di Gesù Cristo, quale sorgente della grazia del Battesimo. Ed è per questa ragione che la Chiesa l'amministra solennemente durante la celebrazione della Pasqua.

    VANGELO (Mt. 28. 16-20). - In quel tempo gli undici discepoli andarono in Galilea al monte designato loro da Gesù. E vedutolo, lo adorarono: alcuni però dubitarono. E Gesù accostatosi disse loro: Mi è stato dato ogni potere, in cielo ed in terra. Andate dunque e fate che diventino miei discepoli tutti quanti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandate. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo.

    Gesù vive nella Chiesa.

    In questo tratto di Vangelo, san Matteo, l'Evangelista che ha raccontato in modo più breve la Risurrezione del Salvatore, riassume con poche parole le relazioni di Gesù Risorto con i suoi discepoli in Galilea. Fu là che si degnò di farsi vedere, non solamente agli apostoli, ma anche a molte altre persone. L'Evangelista ci mo-

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    stra il Salvatore mentre dà agli apostoli la missione di andare a predicare la sua dottrina in tutto il mondo e siccome egli non dovrà più morire, s'impegna a restare con essi finché durerà il tempo. Ma gli apostoli non vivranno sino all'ultimo giorno del mondo: come adunque si adempirà questa promessa? È perché l'opera degli apostoli, come l'abbiamo detto poco fa, continuerà attraverso la Chiesa: la testimonianza loro e quella della Chiesa si fondono l'una con l'altra in maniera indissolubile; e Gesù Cristo veglia affinché questa unica testimonianza sia altrettanto fedele che incessante. Oggi stesso abbiamo sotto gli occhi un monumento della sua forza invincibile. Pietro, Paolo, hanno predicato a Roma la Risurrezione del Maestro, gettandovi le fondamenta del Cristianesimo: cinque secoli dopo la Chiesa, che non ha mai cessato di continuare la loro conquista, riceveva in omaggio dalle mani di un imperatore quel tempio vuoto e spoglio di tutte le false divinità, e il successore di Pietro lo dedicava a Maria, Madre di Dio, ed a tutta la legione di testimoni della Risurrezione che si chiamano i Martiri. Nel recinto di questo vasto tempio si riunisce oggi la folla dei fedeli. In presenza di un edificio che ha visto spegnersi, per difetto di alimento, il fuoco dei sacrifici pagani, e che, dopo tre secoli di abbandono, quasi per espiare il suo empio passato, purificato ora dalla Chiesa, riceve tra le sue mura il popolo cristiano, come, i neofiti, non esclamerebbero: "È veramente risuscitato Cristo che, dopo esser morto sulla croce, trionfa così sui Cesari e sugli Dei dell'Olimpo"?

    __________________________

    [1] Enarr. sul Salmo LXIII.

    [2] Comm. su San Matteo, Omelia LXXXIX.

    [3] Discorso 237.mo.



    da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 86-93.

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    5 APRILE 2013

    SAN VINCENZO FERRERI, CONFESSORE



    L'Apostolo del Giudizio.

    È ancora la Spagna che oggi offre alla Chiesa uno dei suoi figli da proporre all'ammirazione dei cristiani. Vincenzo Ferreri, l'Angelo del giudizio, annuncia imminente l'avvento del supremo Giudice dei vivi e dei morti. Un tempo egli solcò tutta quanta l'Europa con le sue corse evangeliche, ed i popoli, inteneriti dalla sua eloquenza, si percuotevano il petto, gridando pietà e convertendosi al Signore. Oggi il pensiero dell'assise che Gesù Cristo presiederà sulle nubi del cielo non commuove più i cristiani alla stessa maniera. Essi credono al giudizio finale, perché è un articolo di fede; ma tremano ben poco mentre attendono quel giorno. Per tanti e tanti anni peccano; poi un giorno, per una grazia particolare della bontà divina, si convertono; ma la maggior parte di questi neofiti continua a fare una vita tiepida, a pensare il meno possibile all'inferno ed alla riprovazione, ed ancor meno al giudizio col quale Dio porrà fine a questo mondo.



    La vera e falsa sicurezza.

    Ma non così nei secoli cristiani e nelle anime convertite sinceramente. In esse l'amore domina il timore; ma il timore del giudizio di Dio è sempre vivo nella loro mente, e con tale disposizione restano sempre saldi nel bene che hanno riconquistato. Ma oggi tanti cristiani pensano ben poco alla loro situazione nel giorno in cui sfolgorerà in cielo il segno del Figlio dell'uomo, Gesù, quando non più Redentore ma Giudice verrà a separare i capri dalle pecore; ogni anno, per costoro, la Quaresima non è che una nuova occasione per dimostrare la loro codardia e indifferenza. A vederli così sicuri si direbbe ch'essi hanno avuto la certezza che in quel momento sì terribile saranno immuni dal provare il minimo turbamento o disinganno.



    Preparazione prudente.

    Siamo più prudenti, guardiamoci dalle illusioni della superbia e dell'apatia, e, con una sincera penitenza, garantiamoci di guardare con umile confidenza a quell'ora tremenda, che fece tremare tutti i santi. Qual gioia sarà allora sentire dalla bocca del nostro Giudice: "Venite, o benedetti dal Padre mio, a possedere il regno per voi preparato sin dalla fondazione del mondo" (Mt 25,34).

    Vincenzo Ferreri sacrificò la quiete della cella per andare a destare intere nazioni che dormivano nell'oblio del gran giorno di giustizia. Noi, è vero, non ne abbiamo sentita la voce; ma non possediamo i santi Vangeli? Non abbiamo la Chiesa che, fin dal primo giorno di Quaresima, ci ha fatto leggere gli oracoli che Vincenzo Ferreri ricordava ai cristiani del suo tempo? Non pertanto, prepariamoci a comparire davanti a colui che ci chiederà conto delle grazie che ci prodiga; approfittando di tutti gli aiuti che ci offre la santa Quarantena, ci prepareremo un favorevole giudizio.



    VITA. - Vincenzo nacque a Valencia. Diciottenne, entrò nell'Ordine dei Frati Predicatori. Con la predicazione e lo zelo convertì molti Ebrei e Saraceni, confermò nella fede molte nazioni e lavorò con successo alla cessazione del grande Scisma d'Occidente. Di una austerità straordinaria, diede anche l'esempio d'ogni virtù ed operò molti miracoli. Vinto dalle fatiche e dalla vecchiaia, morì a Vannes nel 1419 e fu canonizzato dal Papa Callisto III.



    Il timore del Giudizio.

    Com'era eloquente la tua voce, o Vincenzo, quando venne a svegliare dal sonno gli uomini incutendo il timore del giudizio! I nostri padri l'udirono, tornarono a Dio e Dio li perdonò. Anche noi stavamo addormentati, allorché la Chiesa, all'aprirsi della Quaresima, venne a scuoterei dal sonno imprimendoci sulla rea fronte la cenere ricordandoci l'irrevocabile sentenza di morte che Dio sanzionò contro di noi. Quando morremo, un giudizio particolare deciderà la nostra sorte per tutta l'eternità. Poi, nell'ora fissata dai divini decreti, risusciteremo, per assistere all'ultimo più solenne giudizio. La nostra coscienza sarà messa a nudo in faccia a tutto il genere umano; saranno pesate in pubblico tutte le nostre opere buone, e cattive; fatto ciò, ci sarà confermata la sentenza meritata. Peccatori quali siamo, come potremo sostenere lo sguardo del Redentore, divenuto in quel momento Giudice incorruttibile? come sosterremo anche la vista dei nostri simili, che affonderanno il loro occhio in tutte le iniquità della nostra vita? Ma, quel che più importa, a quale delle due sentenze che gli uomini sentiranno tuonare, noi avremo diritto? Se il giudice l dovesse proferire in questo momento, a qual parte ci destinerebbe, a destra o a sinistra? fra i benedetti dal Padre suo o fra i maledetti?



    Preghiera.

    I nostri avi rimasero turbati, quando tu, o Vincenzo, facesti loro simili interrogativi; fecero sincera penitenza dei peccati, e, ricevuto il perdono dal Signore, deposero le inquietudini e si abbandonarono alla speranza ed alla fiducia. O angelo del giudizio di Dio, ti preghiamo, affinché anche noi siamo presi da un timore salutare. Fra breve, vedremo coi nostri occhi il Redentore salire il Calvario, curvo sotto il peso della Croce, e lo sentiremo dire alle figlie di Gerusalemme: "Non piangete su di me, ma su voi stesse e i figli vostri..., perché se si tratta così il legno verde, che sarà del secco?" (Lc 23,29-31). Aiutaci a trarre profitto da questo avvertimento. I nostri peccati ci avevano ridotti come questo legno di morte, che ad altro non serve che per essere gettato nel fuoco delle divine vendette; con la tua intercessione, inserisci di nuovo nel tronco questi rami tagliati, affinché riprendano vita e la linfa vitale torni a fluire in essi. Amico delle anime, noi mettiamo nelle tue mani l'intera opera di riconciliazione con Dio.

    Prega anche per la Spagna, che ti diede i natali, e dove attingesti la fede, la professione religiosa ed il sacerdozio. E ricordati anche della Francia, tua seconda patria, che evangelizzasti con tante fatiche e tanto successo. Non dimenticare la Bretagna, che custodisce religiosamente le tue sacre spoglie. Fosti il nostro Apostolo in tempi calamitosi; ma quelli che attraversiamo non sono meno tempestosi: dal cielo, degnati di essere sempre il nostro fedele protettore.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 899-901

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    Predefinito re: 30 aprile 2013: Santa Caterina da Siena, vergine e patrona d'Italia

    6 aprile 2013: Sabato in Albis ovvero infra l'Ottava di Pasqua

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    Predefinito re: 30 aprile 2013: Santa Caterina da Siena, vergine e patrona d'Italia

    7 aprile 2013: DOMENICA "QUASIMODO"
    O OTTAVA DI PASQUA



    Ogni domenica è una Pasqua.

    Abbiamo visto, ieri, i neofiti chiudere la loro Ottava della Risurrezione. Erano stati immessi prima di noi alla partecipazione del mirabile mistero di Dio Risorto e, prima di noi, dovevano giungere al termine delle loro solennità. Questo giorno è dunque l'ottavo per noi che abbiamo celebrato di Domenica la Pasqua, senza anticiparla al Sabato sera. Ci si ricorda la gioia e la grandiosità dell'unica e solenne Domenica che ha associato tutto il mondo cristiano in un medesimo sentimento di trionfo. È il giorno della nuova luce che cancella l'antico Sabato: d'ora in avanti, sarà sacro il primo dì della settimana. È sufficiente che per ben due volte il Figlio di Dio l'abbia marcato col suggello della sua potenza. La Pasqua è, dunque, per sempre fissata di Domenica; e, come è stato già spiegato più sopra, nella "mistica del Tempo Pasquale", ogni Domenica è, d'ora in poi, una Pasqua.

    Il nostro Divin Risorto ha voluto che la sua Chiesa così ne comprendesse il mistero, poiché, avendo intenzione di mostrarsi una seconda volta ai suoi discepoli, riuniti tutti assieme, ha aspettato, per farlo, il ritorno della Domenica. Durante tutti i giorni precedenti ha lasciato Tommaso in preda ai suoi dubbi; solamente oggi è voluto venire in suo soccorso, manifestandosi a questo Apostolo in presenza degli altri e obbligandolo a deporre la sua incredulità di fronte alla più palpabile evidenza. Oggi, dunque, la Pasqua riceve da Cristo il suo ultimo titolo di gloria, aspettando che lo Spirito Santo discenda dal cielo per venire a portare la luce del suo fuoco e fare, di questo giorno, già così privilegiato, l'era della fondazione della Chiesa Cristiana.



    L'apparizione a san Tommaso.

    L'apparizione del Salvatore al piccolo gruppo degli undici, e la vittoria che riporta sull'incredulità di uno dei suoi Discepoli è oggi l'oggetto speciale del culto della Santa Chiesa. Quest'apparizione, legata alla precedente, è la settima. Per suo mezzo Gesù entra nel possesso completo della fede dei suoi discepoli. La sua dignità, la sua pazienza, la sua carità in questa circostanza, sono veramente quelle di un Dio. Ancora una volta i nostri pensieri, troppo umani, restano sconvolti alla vista di questa dilazione di tempo che Gesù accorda all'incredulo, di cui, invece, sembrerebbe dover rischiarare senza indugio lo sfortunato acciecamento, o punire la temeraria insolenza.

    Ma Gesù è la suprema Sapienza e la suprema Bontà. Nella sua saggezza prepara, per mezzo di questa lenta constatazione dell'avvenuta sua Risurrezione, un nuovo argomento in favore della realtà del fatto; nella sua bontà conduce il cuore del discepolo incredulo a ritrattare, da se medesimo, il suo dubbio con una sublime protesta di dolore, di umiltà e d'amore.

    Noi non descriveremo qui quella scena così mirabilmente raccontata nel Vangelo, che la Santa Chiesa metterà tra poco sotto i nostri occhi; ci applicheremo solo, nell'odierno insegnamento, a far comprendere al lettore la lezione che Gesù oggi dà a tutti, nella persona di san Tommaso. È il grande ammaestramento della Domenica dell'Ottava di Pasqua. È importante ch'esso non venga trascurato, poiché, più di ogni altro, ci rivela il senso vero del Cristianesimo; ci illumina sulla causa delle nostre impotenze e sul rimedio per i nostri languori.



    La lezione del Signore.

    Gesù disse: "Poiché hai veduto, Tommaso, hai creduto; beati coloro che non han visto e han creduto!". Parole piene di una divina autorità, consiglio salutare dato, non solamente a Tommaso, ma a tutti gli uomini che vogliono, entrare in rapporto con Dio e salvare le anime loro! Che voleva dunque Gesù dal suo Discepolo? Non aveva confessato, un momento fa, quella fede di cui ormai era convinto? Tommaso, del resto, era poi tanto colpevole per aver desiderato un'esperienza personale, prima di dare la sua adesione al più sorprendente dei prodigi? Era tenuto a rimettersi a Pietro ed agli altri, al punto di temere di mancare verso il suo Maestro, non fidandosi della loro testimonianza? Non dava prova di prudenza, lasciando in sospeso la sua convinzione, finché altri argomenti non gli avessero rivelato direttamente la realtà del fatto? Sì, Tommaso era un uomo saggio, un uomo prudente che non si fidava oltre misura; era degno di servire di modello a molti cristiani che giudicano e ragionano come lui nelle cose della fede.

    E nondimeno quanto è grave, nella sua penetrante dolcezza, il rimprovero di Gesù! Con una condiscendenza inesplicabile, si è degnato di prestarsi alla constatazione che Tommaso aveva osato chiedere; adesso che il Discepolo si trova di fronte al Maestro risorto, e che esclama, con la più sincera emozione: "Mio Signore e mio Dio!", Gesù non gli fa grazia della lezione che aveva meritata. Ci vuole un castigo per quell'ardire, per quella incredulità; e la punizione consiste nel sentirsi dire: "Perché hai veduto, Tommaso, hai creduto".



    L'umiltà e la fede.

    Ma Tommaso era dunque obbligato a credere prima di aver veduto? E chi può dubitarlo? Non soltanto Tommaso, ma tutti gli Apostoli erano tenuti a credere alla Risurrezione del Maestro, anche prima che fosse loro apparso. Non avevano vissuto tre anni insieme con lui? Non l'avevano visto confermare con numerosi prodigi la sua qualità di Messia e di Figlio di Dio? Non aveva annunziato la sua Risurrezione nel terzo giorno dopo la sua morte? E in quanto alle umiliazioni e ai dolori della Passione, non aveva, poco tempo prima, sulla strada di Gerusalemme, predetto che sarebbe stato preso dai Giudei, che l'avrebbero dato nelle mani dei Gentili, che sarebbe stato flagellato, coperto di sputi e messo a morte? (Lc 18,32-33).

    Dei cuori retti e disposti alla fede non avrebbero avuto nessuna difficoltà a convincersene, appena saputo della sparizione del suo corpo. Giovanni non fece che entrare nel sepolcro, vedere i lenzuoli, e subito comprese tutto e credette fin da allora.

    Ma l'uomo raramente è così sincero, e si ferma sul suo sentiero, quasi volendo obbligare Dio a prevenirlo. Gesù si degnò di farlo. Si mostrò alla Maddalena e alle sue compagne, che non erano incredule, ma soltanto distratte dall'esaltazione di un amore troppo naturale. Nel giudizio degli Apostoli, la loro testimonianza non era che il linguaggio di donne dall'immaginazione esaltata. Bisognò che Gesù venisse in persona a mostrarsi a quegli uomini ribelli, ai quali l'orgoglio faceva perdere la memoria di tutto il passato, che sarebbe bastato da solo ad illuminarli per il presente. Diciamo il loro orgoglio perché la fede non ha altro ostacolo che questo vizio. Se l'uomo fosse umile, si eleverebbe fino alla fede che trasporta le montagne.

    Ora Tommaso ha ascoltato Maddalena ed ha sprezzato la sua testimonianza; ha ascoltato Pietro, e ha declinato la sua autorità; ha ascoltato gli altri fratelli suoi ed i Discepoli di Emmaus, e niente di tutto questo lo ha distolto dal poggiarsi solo sul suo giudizio personale. La parola altrui che, quando è grave e disinteressata, produce la certezza in uno spirito assennato, non ha più l'efficacia presso molte persone, appena si tratta di attestazione su cose soprannaturali. E questa è una grande piaga della nostra natura, lesa dal peccato. Troppo spesso, come Tommaso, noi vorremmo esperienze personali; e basta questo per privarci della pienezza della luce. Noi ci consoliamo come lui, perché siamo sempre nel numero dei Discepoli: - quest'Apostolo non aveva abbandonato i suoi fratelli: solamente non prendeva parte alla loro felicità. Quella felicità di cui era testimonio non risvegliava in lui che l'idea della debolezza: e provava un certo gusto a non condividerla.

    La fede tiepida.

    Tale è anche ai nostri giorni il cristiano imbevuto di razionalismo. Egli crede, ma perché la sua ragione gli dà come una necessità di credere: crede con la mente, non col cuore. La sua fede è una conclusione scientifica, non una aspirazione verso Dio e verso una vita soprannaturale. Perciò, quanto è fredda e impotente questa fede! Come è ristretta e incomoda! come teme sempre di progredire, credendo troppo! Vedendola contentarsi così facilmente di verità "diminuite" (Sal 11), pesate sulla bilancia della ragione invece di volare ad ali spiegate, come la fede dei santi, si direbbe che ha vergogna di se stessa. Parla sottovoce, ha paura di compromettersi; quando si mostra all'esterno è sotto la livrea delle idee umane, che le servono di passaporto. Non è lei che si esporrà ad un affronto per dei miracoli che giudica inutili e che non avrebbe mai consigliato a Dio di operare. Tanto per il passato che per il presente, ciò che le sembra meraviglioso, la spaventa: non ha avuto già sforzi sufficienti da fare, per ammettere ciò che è strettamente necessario di accettare?

    La vita dei santi, le loro virtù eroiche, i loro sublimi sacrifici, tutto questo la agita. L'azione del cristianesimo nella società, nella legislazione, le sembra ledere i diritti di quelli che non credono; e intende rispettare la libertà dell'errore e la libertà del male; e non si accorge neppure più che il cammino del mondo ha trovato il suo ostacolo, da quando Gesù Cristo non è più Re sulla terra.



    Vita di fede.

    È per coloro la cui fede è così debole e così vicina al razionalismo, che Gesù, alle parole di rimprovero indirizzate a Tommaso, aggiunge quella insistenza che non lo riguarda esclusivamente, ma che mira a tutti gli uomini, di tutti i secoli: "Beati quelli che non hanno veduto e hanno creduto!" Tommaso peccò per non essere stato disposto a credere. Noi ci esponiamo a peccare come lui se non coltiviamo nella nostra fede quella espansione che di tutto la fa partecipe e la porta a quel progresso che Dio ricompensa, con un flusso di luce e di gioia nel cuore.

    Una volta entrati nella Chiesa, il nostro dovere è di considerare tutto, d'ora in avanti, dal punto di vista soprannaturale; e non temiamo che questo punto di vista, regolato dagli insegnamenti della sacra autorità, ci trascini troppo lontano. "Il giusto vive di fede" (Rm 1,17); è il suo continuo nutrimento. In lui, se resta fedele al Battesimo, la vita naturale è trasformata per sempre. Crediamo, dunque, che la Chiesa avrebbe avuto tante cure, nell'istruzione dei neofiti, che li avrebbe iniziati attraverso tanti riti, i quali non respirano che idee e sentimenti di vita soprannaturale, per abbandonarli, poi, fin dall'indomani, senza rimorso, all'azione di quel pericoloso sistema che pone la fede in un cantuccio dell'intelligenza, del cuore e della condotta, per lasciare agire più liberamente l'uomo secondo la sua natura? No, non è cosi.

    Riconosciamo dunque insieme con Tommaso il nostro errore; confessiamo insieme con lui che fino ad ora non abbiamo ancora creduto con una fede abbastanza perfetta. Come lui diciamo a Gesù: "Voi siete il mio Signore ed il mio Dio; e spesso ho pensato ed agito come se voi non foste stato, in tutto, il mio Signore ed il mio Dio. D'ora in avanti crederò senza avere veduto: poiché voglio essere del numero di quelli che voi avete chiamato beati".

    Questa Domenica, detta ordinariamente "Quasimodo", nella Liturgia porta il nome di "Domenica in Albis" e, più esplicitamente, "in albis depositis", perché oggi i neofiti ricomparivano in Chiesa con gli abiti usuali. Nel Medio Evo la chiamavano "Pasqua Chiusa", per esprimere, senza dubbio, che l'Ottava di Pasqua finiva in questo giorno. La solennità di questa domenica è così grande nella Chiesa che, non soltanto appartiene al rito del "doppio maggiore", ma non cede mai il suo posto a nessun'altra festa, di qualsiasi grado essa sia.

    A Roma la Stazione si tiene nella Basilica di S. Pancrazio, sulla via Aurelia. I nostri predecessori non ci hanno insegnato nulla circa i motivi che hanno fatto scegliere questa Chiesa per la riunione dei fedeli nella giornata odierna. Forse ebbe la preferenza per la giovane età di quel martire di quattordici anni, a cui è dedicata, in rapporto a un certo confronto con la gioventù dei neofiti, che oggi formano ancora l'oggetto della materna preoccupazione della Chiesa.



    MESSA

    EPISTOLA (1Gv 5,4-10). - Carissimi: tutto ciò che è nato da Dio trionfa nel mondo, e la vittoria che trionfa nel mondo è la nostra fede. E chi è che vince il mondo, se non colui il quale crede che Gesù è Figliuolo di Dio? Questi è appunto quel Gesù Cristo che è venuto con l'acqua e col sangue, non con l'acqua soltanto, ma con l'acqua e col sangue. E lo Spirito è quello che attesta che Cristo è verità. Sono infatti tre che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo ; e questi tre sono uno solo. E son tre che rendono testimonianza in terra: lo spirito, l'acqua e il sangue; e questi tre sono una sola cosa. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, ha più valore la testimonianza di Dio. Or questa testimonianza, che è la maggiore, Dio l'ha resa in favore del suo Figliuolo. Chi crede nel Figlio di Dio ha in sé la testimonianza di Dio.



    Merito della fede.

    L'Apostolo san Giovanni, in questo brano, esalta il merito ed i vantaggi della fede; ce la presenta come una trionfatrice che mette il mondo sotto i nostri piedi: il mondo che ci circonda e quello che è dentro di noi. La ragione che ha condotto la Chiesa a scegliere per oggi questo testo di san Giovanni s'indovina facilmente quando si vede lo stesso Cristo raccomandare la fede, nel Vangelo di questa Domenica. "Credere in Gesù Cristo - ci dice l'Apostolo - è vincere il mondo"; chi dunque sottopone la sua fede al giogo del mondo non possiede la vera fede.

    Crediamo con cuore sincero, felici di sentirci bambini in presenza della verità divina, sempre disposti ad accogliere premurosamente la testimonianza di Dio. Questa divina testimonianza si ripercuoterà in noi, se ci sentiremo desiderosi di ascoltarlo sempre di più. Giovanni, alla vista dei lenzuoli che avevano avvolto il corpo del Signore, si raccolse in se stesso e credette; Tommaso, che aveva, in più dell'altro, la testimonianza degli Apostoli che avevano veduto Gesù Risorto, non credette. Non aveva sottoposto il mondo alla sua ragione, perché la fede non era in lui.



    VANGELO (Gv 20,19-31). - In quel tempo: giunta la sera di quel giorno, il primo dopo il sabato, ed essendo, per paura dei Giudei, chiuse le porte di quel luogo dove i discepoli erano adunati, Gesù venne e stette in mezzo a loro e disse: Pace a voi. E ciò detto mostrò loro le mani ed il costato; e i Discepoli gioirono a vedere il Signore. Disse loro di nuovo Gesù: Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi. E detto questo alitò sopra di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo. Saran rimessi i peccati a chi li rimetterete e ritenuti a chi li riterrete.

    Ma Tommaso, uno dei dodici, soprannominato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero adunque gli altri discepoli: - Abbiamo veduto il Signore. Ma Egli disse loro: - Se non vedo nelle sue mani i fori dei chiodi e se non metto il mio dito nel posto dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo.

    Otto giorni dopo, i discepoli si trovavano di nuovo in casa e Tommaso era con essi. Venne Gesù a porte chiuse e stette in mezzo e disse: - Pace a voi. Poi disse a Tommaso: - Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani. Appressa la tua mano e mettila nel mio costato, e non essere incredulo, ma fedele. Gli rispose Tommaso esclamando: - Mio Signore e mio Dio! Gli disse Gesù: - Perché hai veduto, Tommaso, hai creduto; beati quelli che non han visto e han creduto. Gesù fece in presenza dei suoi Discepoli anche molti altri prodigi che non sono registrati in questo libro. Questi poi sono stati notati affinché crediate che Gesù è il Cristo, Figlio di Dio, e affinché credendo abbiate la vita nel nome suo.



    La testimonianza di san Tommaso.

    Abbiamo sufficientemente insistito sull'incredulità di san Tommaso: ora è giunto il momento di rendere invece onore alla fede di questo Apostolo. La sua infedeltà ci ha aiutati a sondare la pochezza della nostra fede: che il suo ritorno ci illumini su ciò che dobbiamo fare per divenire dei veri credenti. Tommaso ha costretto il Salvatore, che contava su di lui per farlo divenire una delle colonne della sua Chiesa, ad essere condiscendente fino alla familiarità; ma, appena si trova in sua presenza, ne rimane soggiogato. Il bisogno di riparare con un atto solenne di fede l'imprudenza che ha commesso, credendosi saggio e accorto, si fa sentire in lui. Egli getta un grido; e questo grido rappresenta la protesta della fede più ardente che un uomo possa far udire: "Mio Signore e mio Dio!". Rimarcate che egli qui non dice soltanto che Gesù è il suo Signore, il suo Maestro, che è proprio lo stesso del quale è stato Discepolo: tutto ciò non sarebbe ancora fede! Poiché non è più fede quando si può toccar con mano. Tommaso avrebbe avuto fede nella Risurrezione se avesse creduto alla testimonianza dei suoi fratelli; ma, adesso, non crede più semplicemente: egli vede, ne fa l'esperienza. Qual è dunque la testimonianza della sua fede? È che in questo momento egli attesta che il suo Maestro è Dio. Vede solo l'umanità di Gesù e proclama la divinità del Signore. Con un unico balzo la sua anima leale e contrita si è slanciata fino alla comprensione della dignità di Gesù: - Mio Dio - egli dice.



    Preghiera.

    O Tommaso, dapprima incredulo, la Santa Chiesa onora la tua fede e la propone per modello ai suoi figli, nel giorno della tua festa. La confessione, che oggi hai fatto, viene a porsi da sé vicino a quella che fece Pietro quando disse a Gesù: "Tu sei il Cristo, Figlio di Dio vivente!" Per mezzo di questa professione di fede che ne la carne ne il sangue avevano ispirato, Pietro meritò di essere scelto per essere il fondamento della Chiesa; la tua ha fatto più che ripararne la colpa; essa ti rese, per un momento, superiore ai tuoi fratelli, che la gioia di rivedere il loro Maestro trasportava, ma sui quali la gloria visibile della sua umanità aveva fatto fino ad allora maggiore impressione che il carattere invisibile della sua divinità.



    PREGHIAMO

    Concedici, Dio onnipotente, di conservare nella vita e nelle opere il frutto delle feste pasquali da noi celebrate.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 105-112

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    Predefinito re: 30 aprile 2013: Santa Caterina da Siena, vergine e patrona d'Italia

    8 aprile 2013 (traslata)

    ANNUNCIAZIONE DELLA
    VERGINE SANTISSIMA



    Gloria di questo giorno.

    È grande questo giorno negli annali dell'umanità ed anche davanti a Dio, essendo l'anniversario del più solenne avvenimento di tutti i tempi. Il Verbo divino, per il quale il Padre creò il mondo, s'è fatto carne nel seno d'una Vergine ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (Gv 1, 14). Adoriamo le grandezze del Figlio di Dio che si umilia, rendiamo grazie al Padre che ha amato il mondo sino a dargli il suo Figlio Unigenito (ivi 3,16), ed allo Spirito Santo che con la sua onnipotente virtù opera un sì profondo mistero. Ecco che sin da questo tempo di penitenza noi preludiamo alle gioie del Natale; ancora nove mesi, e l'Emmanuele oggi concepito nascerà in Betlemme, ed i cori angelici c'inviteranno a salutare questo nuovo mistero.



    La promessa del Redentore.

    Nella settimana di Settuagesima meditammo la caduta dei nostri progenitori e udimmo la voce di Dio tuonare la triplice sentenza, contro il serpente, la donna e l'uomo. Però, una speranza fece luce nella nostra anima e, nel mezzo degli anatemi, una divina promessa brillò come un faro di salvezza: il Signore sdegnato disse all'infernal serpente che un giorno la sua superba testa sarebbe schiacciata, e che sarebbe stato il piede d'una donna a colpirlo terribilmente.



    Il suo adempimento.

    Ed ecco giunto il momento in cui il Signore realizzerà l'antica promessa. Per millenni il mondo aveva atteso; e nonostante le fitte tenebre e le iniquità, tale speranza non svanì. Col succedersi dei secoli, la misericordia divina moltiplicò i miracoli, le profezie, le figure, per rinnovare il patto che si degnò stringere con l'umanità. Si vide scorrere il sangue del Messia da Adamo a Noè, da Sem ad Abramo, Isacco e Giacobbe, da David e Salomone a Gioacchino; ed ora, nelle vene della figlia di Gioacchino, Maria.

    Maria è la donna per la quale sarà tolta la maledizione che pesava sulla nostra stirpe. Il Signore, facendola immacolata, decretò un'inconciliabile inimicizia fra lei e il serpente; ed è proprio oggi, che questa figlia di Eva riparerà la caduta della madre sua, rialzerà il suo sesso dall'abbassamento in cui era piombato, e coopererà direttamente ed efficacemente alla vittoria che il Figlio di Dio in persona riporterà sul nemico della sua gloria e del genere umano.



    L'Annunciazione.

    La tradizione ha segnalato alla santa Chiesa la data del 25 Marzo, come il giorno che vide il compimento di questo mistero (sant'Agostino, La Trinità, l. 4, c. 5).

    Maria se ne stava sola nel raccoglimento della preghiera, quando vide apparirle l'Arcangelo disceso dal cielo per chiederne il consenso nel nome della SS. Trinità. Ascoltiamo il dialogo fra l'Angelo e la Vergine, e nello stesso tempo riportiamoci col pensiero ai primordi del mondo. Un Vescovo martire del II secolo, sant'Ireneo, eco fedele dell'insegnamento degli Apostoli, ci fa paragonare questa grande scena a quella che avvenne nel paradiso terrestre (Contro le eresie, l. 5, c. 19).



    Nel Paradiso terrestre.

    Nel giardino di delizie si trova una vergine alla presenza d'un angelo, col quale ella discorre. Pure a Nazaret una vergine è interpellata da un angelo, col quale pure ritesse un dialogo; ma l'angelo del paradiso terrestre è uno spirito tenebroso, mentre quello di Nazaret è uno spirito di luce. Nei due incontri è sempre l'angelo a iniziare il discorso. "Perché, dice lo spirito maledetto alla prima donna, perché Dio vi ha comandato di non mangiare del frutto di tutte le piante del paradiso?" Vedi come già si nota, nell'impazienza di questa domanda, la provocazione al male, il disprezzo, l'odio verso la debole creatura nella quale Satana perseguita l'immagine di Dio!



    A Nazaret.

    Guardate invece l'angelo di luce, con quale dolcezza e con quale pace s'avvicina alla novella Eva! con quale rispetto riverisce questa umana creatura! "Ave, o piena di grazia ! Il Signore è con te, tu sei benedetta fra tutte le donne". Chi non sente nell'accento celeste di tali parole respirare pace e dignità! Ma continuiamo a seguire l'accostamento.



    Eva.

    La donna dell'Eden, imprudente, ascolta la voce del seduttore ed è sollecita nel rispondergli. La curiosità la spinge a prolungare la conversazione con lui, che l'istiga a scrutare i segreti di Dio, senza affatto diffidare del serpente che le parla; fra poco, però, si vergognerà al cospetto di Dio.



    Maria.

    Maria ascolta le parole di Gabriele; ma questa Vergine, prudentissima, come l'elogia la Chiesa, rimane silenziosa, chiedendo a se stessa donde possano provenire le lodi di cui è fatta oggetto. La più pura, la più umile delle vergini teme le lusinghe; e il celeste messaggero non sentirà da lei una parola, che non riguardi la sua missione durante il colloquio. "Non temere, o Maria, egli risponde alla novella Eva, perché hai trovato grazia presso Dio; ecco, concepirai nel seno e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo; e il Signore Dio gli darà il trono di David suo padre; e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe; e il suo regno non avrà mai fine".

    Quali magnifiche promesse venute dal cielo da parte di Dio! quale oggetto più degno d'una nobile ambizione d'una figlia di Giuda, che sa di quale gloria sarà circondata la madre del Messia! Però Maria non è per niente tentata da sì grande onore. Ella ha per sempre consacrata la sua verginità al Signore, per essere più strettamente unita a lui nell'amore; la più gloriosa mèta ch'ella potrebbe raggiungere violando questo sacro voto, non riesce a smuovere la sua anima: "Come avverrà questo, ella risponde all'Angelo, se io non conosco uomo?".



    Eva.

    La prima Eva non mostra uguale calma e disinteressamento. Non appena l'angelo perverso la rassicura che può benissimo violare, senza timore di morire, il precetto del divino benefattore, e che il premio della disobbedienza consisterà nell'entrare a far parte, con la scienza, alla stessa divinità, ecco che ne rimane soggiogata. L'amore di se stessa le ha fatto in un istante dimenticare il dovere e la riconoscenza; e sarà felice di liberarsi al più presto dal duplice vincolo che le pesa.



    Maria.

    Così si mostra la donna che ci mandò alla rovina. Ma quanto differente ci appare l'altra che ci doveva salvare! La prima, crudele verso la posterità, si preoccupa unicamente di se stessa; la seconda, dimentica se stessa, riflettendo ai diritti che Dio ha su di lei. Rapito l'Angelo da tale fedeltà, finisce di svelare il disegno divino: "Lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell'Altissimo ti adombrerà, per questo il Santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia, ed è già nel sesto mese, lei ch'era detta sterile; ché niente è impossibile presso Dio". A questo punto l'Angelo ha terminato il suo discorso ed attende in silenzio la decisione della Vergine di Nazaret.



    La disobbedienza di Eva.

    Portiamo ora lo sguardo sulla vergine dell'Eden. Appena lo spirito infernale ha finito di parlare, essa guarda con concupiscenza il frutto proibito, perché aspira all'indipendenza cui la metterà in possesso quel frutto sì piacevole. Con mano disobbediente s'avvicina a coglierlo; lo prende e lo porta avidamente alla bocca; e nel medesimo istante la morte s'impossessa di lei: morte dell'anima, per il peccato che estingue il lume della vita; morte del corpo che, separato dal principio dell'immortalità, diventa così oggetto di vergogna e di confusione, sino a che si dissolverà in polvere.



    L'obbedienza di Maria.

    Ma distogliamo lo sguardo dal triste spettacolo, e ritorniamo a Nazaret. Maria, nelle ultime parole dell'Angelo, vede manifesto il volere divino. Infatti la rassicura che, mentre le è riservata la gioia di essere la Madre di un Dio, serberà la sua verginità. Allora Maria s'inchina in una perfetta obbedienza, ed al celeste inviato risponde: "Ecco l'ancella del Signore: si faccia di me secondo la tua parola".

    Così, l'obbedienza della seconda donna ripara la disobbedienza della prima, avendo la Vergine di Nazaret detto nient'altro che questo: avvenga dunque, FIAT che il Figlio eterno di Dio, che secondo il decreto divino aspettava la mia parola, si faccia presente, per opera dello Spirito Santo, nel mio seno, e cominci la sua vita umana. Una Vergine diventa Madre, e Madre d'un Dio; ed è l'abbandono di questa Vergine alla somma volontà che la rende feconda, per la virtù dello Spirito Santo. Mistero sublime che stabilisce relazioni di figlio e di madre tra il Verbo eterno ed una creatura, e mette in possesso dell'Onnipotente uno strumento degno di assicurargli il trionfo contro lo spirito maligno, che con la sua audacia e perfidia sembrava aver prevalso fino allora contro il piano divino!



    La sconfitta di Satana.

    Non vi fu mai sconfitta più umiliante e completa di quella di Satana in questo giorno. Il piede della donna, che gli offrì una sì facile vittoria, grava con tutto il suo peso sulla superba testa che gli schiaccia. Ed Eva in questa figlia si risolleva a schiacciare il serpente. Dio non ha preferito l'uomo per tale vendetta, perché in tal caso l'umiliazione di Satana non sarebbe stata così profonda; contro un tal nemico il Signore dirige la prima preda dell'inferno, la vittima più debole e più indifesa.

    In premio di sì glorioso trionfo, una donna d'ora innanzi regnerà, non solo sugli angeli ribelli, ma su tutto il genere umano, anzi su tutti i cori degli Spiriti celesti. Dall'eccelso suo trono, Maria Madre di Dio domina sopra l'intera creazione; negli abissi infernali, invano Satana ruggirà nella sua eterna disperazione, pensando al danno che si fece nell'attaccare per primo un essere fragile e credulo, che Dio ha bellamente vendicato; e nelle altissime sfere, i Cherubini e i Serafini alzeranno lo sguardo a Maria, in attesa d'un sorriso e per gloriarsi d'eseguire i minimi desideri della Madre di Dio e degli uomini.



    La salvezza dell' umanità.

    Pertanto, strappati al morso del maledetto serpente per l'obbedienza di Maria, noi figli di questa umanità salutiamo oggi l'aurora della nostra liberazione; e, usando le stesse parole del cantico di Debora, tipo di Maria vincitrice, che canta il proprio trionfo sui nemici del popolo santo, diciamo: "Vennero meno i forti d'Israele e stettero inermi, finché non sorse Debora, finché non sorse una madre in Israele. Il Signore ha inaugurato nuove guerre ed ha rovesciato le porte dei nemici" (Gdt 5,7-8). Prestiamo l'orecchio ad ascoltare nei passati secoli, la voce d'un'altra vittoriosa donna, Giuditta, che canta a sua volta: "Lodate il Signore Dio nostro, il quale non ha abbandonato coloro che hanno sperato in lui, e per mezzo di me sua serva ha compiuta la sua misericordia, da lui promessa alla casa di Israele, e in questa notte con la mia mano ha ucciso il nemico del suo popolo. È il Signore onnipotente che l'ha colpito dandolo in mano d'una donna che l'ha trafitto" (Gdt 13,17-18; 16,7).



    MESSA

    I canti del Sacrificio sono presi in gran parte dalla Chiesa dal Salmo 44, che celebra l'unione dello Sposo e della Sposa.



    EPISTOLA (Is 7,10-15). - In quei giorni: il Signore parlò ad Acaz, e disse: Domanda un segno al Signore Dio tuo, nel profondo dell'inferno o nell'altezza dei cieli. Ma Acaz disse: Non chiederò e non tenterò il Signore. Allora (Isaia) disse: Udite adunque, o casa di David: È forse poco per voi essere molesti agli uomini, voi che siete molesti anche al mio Dio? Per questo il Signore stesso vi darà il segno: ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emmanuele. Egli si ciberà di burro e di miele, affinché sappia rigettare il male e scegliere il bene.



    La pienezza dei tempi è arrivata, e l'antica tradizione radicata in tutti i popoli, che una vergine sarebbe divenuta madre, oggi, con questo mistero, ha il suo compimento. Riveriamo la potenza del Signore e la fedeltà alle sue promesse. L'autore della natura sospende e sue leggi ed agisce con suo diretto intervento:, in questa stessa creatura si uniscono la verginità e la maternità. Ma se una Vergine partorisce, non può partorire che un Dio: ed il figlio di Maria si chiamerà l'Emmanuele, cioè Dio con noi.



    Dio con noi.

    Adoriamo nel carcere della volontaria infermità l'invisibile Creatore del mondo fatto visibile, il quale vuole che d'ora innanzi ogni creatura confessi non solo la sua infinita grandezza, ma anche la vera natura umana che si degna assumere per salvarci. Cominciando da questo momento, egli ben si può dire il Figlio dell'Uomo. Per nove mesi abiterà nel seno materno, alla stregua degli altri bambini; come loro, dopo la nascita, succhierà il latte ed il miele, santificando così tutte le età dell'uomo. Egli è l'uomo nuovo venuto dal cielo per redimere l'antico. Senza nulla perdere della propria divinità, subisce tutte le condizioni del nostro essere infermo e limitato, per farci poi partecipi della sua natura divina (2Pt 1,4).



    VANGELO (Lc 1,26-38). - In quel tempo: L'Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea detta Nazaret, ad una Vergine sposata ad un uomo della casa di David, di nome Giuseppe, e la vergine si chiamava Maria. Ed entrato da lei l'Angelo disse: Salute, o piena di grazia: il Signore è teco! Benedetta tu fra le donne! Ed essa turbata a queste parole pensava che specie di saluto fosse quello. E l'Angelo le disse: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio: ecco, tu concepirai nel seno e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. Questi sarà grande, sarà chiamato figlio dell'Altissimo; e il Signore Dio gli darà il trono di David suo padre; e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe; e il suo regno non avrà mai fine. Allora Maria disse all'Angelo: Come avverrà questo, se io non conosco uomo? E l'Angelo rispose: Lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell'Altissimo ti adombrerà: per questo il santo che da te nascerà sarà chiamato figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia, ed è già nel sesto mese, lei ch'era detta sterile; perché nulla è impossibile davanti a Dio. E Maria disse: Ecco l'ancella del Signore: si faccia di me secondo la tua parola.



    Azione di grazie.

    Con queste ultime parole, o Maria, fu decretata la nostra sorte. Voi accondiscendete al desiderio del Cielo: ed ecco che il vostro assenso garantisce la nostra salvezza. O Vergine! O Madre! O benedetta fra le donne, accogliete, insieme agli omaggi degli Angeli, le azioni di grazie, di tutto il genere umano. Per mezzo vostro siamo salvi dalla rovina, in voi è redenta la nostra natura, perché siete il trofeo della vittoria dell'uomo sul suo nemico.

    Rallegrati, o Adamo, nostro padre, ma sopra tutto trionfa tu, o Eva, madre nostra! voi che, genitori di tutti noi, foste anche per tutti noi autori di morte, omicidi della vostra progenie prima di diventarne padri.

    Ora consolatevi di questa nobile figlia che vi è stata data; tu specialmente, o Eva! Cessa i tuoi lamenti: da te, all'inizio, uscì il male, e da te, d'allora sino ad oggi, fu contagiato tutto il tuo sesso; ma ecco giunto il momento che l'obbrobrio scomparirà e l'uomo non avrà più ragione di piangere a causa della donna.

    Un giorno, cercando di giustificare la propria colpa, l'uomo prontamente fece cadere su di lei un'accusa crudele: La donna che mi desti per compagna mi ha dato il frutto ed io ne ho mangiato. O Eva, va' dunque a Maria; rifugiati nella tua figlia, o madre. La figlia risponderà per la madre, è lei che ne cancellerà la vergogna, lei che per la madre offrirà soddisfazione al padre; poiché, se per la donna l'uomo cadde, solo per la donna potrà rialzarsi.

    Che dicevi allora, o Adamo? La donna che mi desti per compagna mi ha dato il frutto ed io ne ho mangiato. Malvage parole, che accrescono il tuo peccato e non lo cancellano. Ma la Sapienza divina ha vinto la tua malizia, attingendo nel tesoro della sua inesauribile bontà il mezzo per procurarti il perdono che aveva cercato di meritarti nel darti l'occasione di rispondere convenientemente alla domanda che ti faceva.

    Tu avrai una donna in cambio d'una donna: una donna prudente per una donna stolta, una donna umile per una donna superba, una donna che invece di un frutto di morte ti darà l'alimento di vita, che invece di un cibo avvelenato produrrà per te il frutto dell'eterne delizie. Cambia dunque in parole riconoscenti la tua ingiusta accusa, dicendo ora: Signore, la donna che m'hai data per compagna mi ha dato il frutto dell'albero della vita, ed io ne ho mangiato; e un frutto soave alla mia bocca, perché con esso m'avete ridata la vita (san Bernardo, 2a Omelia sul Missus est).



    L'Angelus.

    Non chiuderemo questa giornata senza ricordare e raccomandare la pia e salutare istituzione che la cristianità solennizza giornalmente in ogni paese cattolico, in onore del mistero dell'Incarnazione e della divina maternità di Maria. Tre volte al giorno, al mattino, a mezzogiorno e alla sera, si ode la campana e i fedeli, all'invito di quel suono si uniscono all'Angelo Gabriele per salutare la Vergine Maria e glorificare il momento in cui lo stesso Figlio di Dio si compiacque assumere umana carne in lei.

    Dall'Incarnazione del Verbo il nome suo è echeggiato nel mondo intero. Dall'Oriente all'Occidente è grande il nome del Signore; ma è pur grande il nome di Maria sua Madre. Da qui il bisogno del ringraziamento quotidiano per il mistero dell'Annunciazione, in cui agli uomini fu dato il Figlio di Dio. Troviamo traccia di questa pratica nel XIV secolo, quando Giovanni XXII apre il tesoro delle indulgenze a favore dei fedeli che reciteranno l'Ave Maria, la sera, al suono della campana che ricorda loro la Madre di Dio.

    Nel XV secolo sant'Antonino c'informa nella sua Somma che il suono delle campane si faceva, allora, mattina e sera nella Toscana. Solo nel XVI secolo troviamo in un documento francese citato da Mabillon il suono delle campane a mezzogiorno, che si aggiunge a quello dell'aurora e del tramonto. Fu così che Leone X approvò tale devozione, nel 1513, per l'abbazia di Saint-Germain des Près, a Parigi.

    D'allora in poi l'intera cristianità la tenne in onore con tutte le sue modifiche; i Papi moltiplicarono le indulgenze; dopo quelle di Giovanni XXII e di Leone X, nel XVIII secolo furono emanate quelle di Benedetto XIII; ed ebbe tale importanza la pratica, che a Roma, durante l'anno giubilare, in cui tutte le indulgenze eccetto quelle del pellegrinaggio a Roma, rimangono sospese, stabilì che le tre salutazioni che si suonano in onore di Maria, avrebbero dovuto continuare ad invitare i fedeli a glorificare insieme il Verbo fatto carne.

    Quanto a Maria, lo Spirito Santo aveva già preannunciati i tre termini della pia pratica, esortandoci a celebrarla soave "come l'aurora" al suo sorgere, splendente "come il sole" nel suo meriggio e bella "come la luna" nel suo riflesso argenteo.



    Preghiera all'Emmanuele.

    O Emmanuele, Dio con noi, "voi voleste redimere l'uomo, e per questo veniste dal cielo ad incarnarvi nel seno d'una Vergine"; ebbene, oggi il genere umano saluta il vostro avvento. Verbo eterno del Padre, dunque a voi non bastò trarre l'uomo dal nulla con la vostra potenza; nella vostra inesauribile bontà voi volete anche raggiungerlo nell'abisso di degradazione in cui è piombato. A causa del peccato l'uomo era caduto al di sotto di se stesso; e voi, per farlo risalire ai divini destini per i quali l'avevate creato, veniste in persona a rivestire la sua sostanza per elevarlo fino a voi.

    Nella vostra persona, oggi ed in eterno, Dio si fece uomo, e l'uomo divenne Dio. Per adempiere le promesse della Cantica, voi vi uniste all'umana natura, e celebraste le vostre nozze nel seno verginale della figlia di David. O annichilamento incomprensibile! o gloria inenarrabile! Il Figlio di Dio s'è annientato, e il figlio dell'uomo glorificato. A tal punto ci avete amato, o Verbo divino, ed il vostro amore ha trionfato della nostra miseria.

    Lasciaste gli angeli ribelli nell'abisso scavato dalla loro superbia, e nella vostra pietà vi fermaste in mezzo a noi. E non con un solo sguardo misericordioso voi ci salvaste, ma venendo su questa terra di peccato a prendere la forma di schiavo (Fil 2,7), e cominciando una vita di umiliazioni e di dolori. O Verbo incarnato, che venite per salvarci e non per giudicarci (Gv 12,47), noi vi adoriamo, vi ingraziamo, vi amiamo: fateci degni di tutto ciò che il vostro amore vi mosse a fare per noi.



    A Maria.

    Vi salutiamo, o Maria, piena di grazia, in questo giorno in cui vi allietate dell'onore che vi fu attribuito. L'incomparabile vostra purezza, attirò gli sguardi del sommo Creatore di tutte le cose, e la vostra umiltà lo fece venire nel vostro seno; la sua presenza accresce la santità della vostra anima e la purità del vostro corpo. Con quali delizie sentite il Figlio di Dio vivere della vostra vita e prendere dalla vostra sostanza il nuovo essere cui si unisce per nostro amore! Ecco, è già stretto fra voi e lui il legame noto soltanto a voi: è il vostro Creatore, e voi ne siete la madre; è il vostro Figlio, e voi siete una sua creatura.

    Davanti a lui si piega ogni ginocchio, o Maria! perché è Dio del cielo e della terra; ma pure ogni creatura s'inchina davanti a voi, perché lo portaste nel vostro seno e lo allattaste; sola fra tutti gli esseri, voi potete chiamarlo, come il Padre celeste: "Mio figlio!". O donna incomparabile, voi siete lo sforzo supremo della potenza divina: accogliete dunque l'umile sottomissione del genere umano, che si gloria di voi più che gli stessi Angeli, perché avete il suo stesso sangue e la medesima natura.

    O novella Eva, figlia dell'antica, senza peccato! per la vostra obbedienza ai divini decreti salvaste la vostra madre e tutta la sua figliolanza, ridando l'innocenza perduta al padre vostro ed all'intera sua famiglia. Il Signore che portate ci assicura tutti questi beni, ed è per voi che noi lo possiamo avere; senza di lui noi rimarremmo nella morte, e senza di voi egli non potrebbe riscattarci, perché in voi attinge il sangue prezioso che ne sarà il pegno. La sua potenza protesse la vostra purezza nell'istante dell'Immacolata concezione, nella quale si formò il sangue di un Dio per la perfetta unione fra la natura divina con quella umana.

    Oggi, o Maria, si compie la divina profezia dopo l'errore: "Porrò inimicizia fra la donna e il serpente". Finora gli uomini temevano il demonio e, nel loro traviamento, erigevano ovunque altari in suo onore. Ma oggi il vostro terribile braccio abbatte il suo nemico. Voi l'avete battuto per sempre con l'umiltà, la castità e l'obbedienza; e non potrà più sedurre le nazioni. Per voi, o nostra liberatrice, siamo stati strappati al suo potere, in preda al quale potremmo ancora essere gettati solo dalla nostra perversità e ingratitudine. Non lo permettete, o Maria! aiutateci! E se, in questi giorni di emendazione, proni ai vostri piedi, riconosciamo che purtroppo abusammo della grazia celeste, di cui voi diveniste il canale nella festa della vostra Annunciazione, fateci rivivere, o Madre dei viventi, per la vostra potente intercessione al trono di colui che oggi diventa vostro figlio in eterno.

    O Figlia degli uomini, o nostra cara sorella, per la salutazione dell'Arcangelo, per il vostro verginale turbamento, per la fedeltà al Signore, per la prudente umiltà, per il vostro consenso liberatore, vi supplichiamo, convertite i nostri cuori, fateci sinceramente penitenti preparateci ai grandi misteri che stiamo per celebrare. Oh, quanto saranno dolorosi per voi, o Maria! come sarà breve il passaggio dalle gioie dell'Annunciazione alle tristezze della Passione! Ma voi volete far rallegrare l'anima nostra pensando alla felicità del vostro cuore, quando, lo Spirito divino vi coprì con le sue ali ed il Figlio di Dio fu anche vostro figlio. Perciò, restiamo tutto il giorno vicino a voi, nell'umile casa di Nazaret. Fra nove mesi Betlemme ci vedrà prostrati, coi pastori ed i Magi, ai piedi di Gesù Bambino che nascerà per gioia vostra e per la nostra salvezza; allora, noi ripeteremo insieme agli Angeli: "Gloria a Dio nell'alto dei cieli, e sulla terra pace agli uomini di buona volontà!".



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 876-887

 

 
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