"Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao
Nancy
Il corpo della democrazia
di Ida Dominijanni
Un saggio del filosofo francese Jean-Luc Nancy per le edizioni Cronopio. La crisi dei sistemi politici liberali basati sul principio di maggioranza e sulla possibilità o meno di una sua riforma
Dopo la risposta di Alain Badiou - Sarkozy, 2008 - all'ingiunzione di Nikolas Sarkozy a «farla finita con il '68», reo di avere originato la cultura del rilassamento e del relativismo morale di cui tuttora un Occidente malato risentirebbe, l'editore Cronopio pubblica quella di Jean-Luc Nancy, Verità della democrazia, sessanta pagine fulminanti (9 Euro) vincitrici del Prix du pamphlet 2008, che prendono le mosse da quell'ingiunzione non tanto per contestarla direttamente - «l'accusa è talmente scandalosa nel suo cinismo e talmente ingenua nella sua malcelata astuzia che è inutile perdere tempo a confutarla» - quanto per aprire un ripensamento a tutto campo dello spirito del '68, del suo rapporto con la democrazia, del rapporto fra quest'ultima e il comunismo (ovvero, à la Nancy, il comune). E infine della democrazia tout court, per ciò che non è e per come andrebbe reinventata. «Spirito», e non eredità del '68: infatti «non c'è nessuna eredità, perché non c'è stato alcun decesso», mentre «lo spirito non ha mai smesso di soffiare». Definire uno spirito, o un soffio, non è facile, ma consente in compenso di tornare all' ispirazione originaria del '68, scartando le definizioni successive che come tutte le definizioni chiudono ciò che dovrebbe invece restare aperto.
La retorica del male minore
Nancy infatti le scarta una per una: il '68 - che l'autore chiama sempre e solo «68», assegnando alla data la qualità di un nome proprio e singolare - non è stato una rivoluzione, né una contestazione, né una ribellione, una rivolta o un'insurrezione, «benché sia possibile rintracciare in esso i tratti di tutte queste posture, postulazioni, ambizioni e attese». È stato piuttosto un movimento del pensiero, o meglio il movimento di un pensiero in atto, che partiva da una delusione, «poco visibile ma insistente», nei confronti della democrazia e delle sue promesse mancate. Vent'anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, la «ricostruzione» non riusciva a ripristinare quel progresso democratico che si pensava fosse stato solo parenteticamente e follemente interrotto dai totalitarismi, e che invece, come già avevano visto Hannah Arendt e Walter Benjamin e prima di loro Tocqueville, ne avevano tragicamente creato le condizioni. Nella gabbia della guerra fredda, si cercavano terze vie e fuoriuscite postcoloniali dai fallimenti dell'Est e dell'Ovest, ma senza avere chiara la percezione di «una inadeguatezza della democrazia (rappresentativa, formale, borghese) nei confronti della sua stessa Idea», né di come questa inadeguatezza potesse portare a un esito diverso da quello reazionario degli anni Venti e Trenta. Incerto, il pensiero tuttavia «si distoglieva dalla democrazia, giungendo nel migliore dei casi a considerarla il male minore». E si apriva alla più radicale esigenza nietzscheana di una «trasvalutazione dei valori». Alla cui base Nancy, come già altri interpreti fini del 68, mette il cambiamento della percezione e della concezione del tempo: l'uscita dall'età della Storia progressiva e inverante, la fine delle «concezioni» del mondo e dello stesso paradigma della concezione e della previsione, e l'apertura di un altro regime di pensiero: «non più produrre forme che avevano il compito di modellare un dato storico già preformato da un'idea generale di progresso, ma esporre gli obiettivi stessi - l'uomo o l'umanesimo, la comunità o il comunismo, il senso o la realizzazione - a un superamento di principio: a ciò che una previsione non è in grado di esaurire perché questo superamento mette in gioco un infinito in atto». Non dunque crisi, ma apertura del soggetto. Non la prefigurazione di un nuovo mondo, ma una prassi del qui e ora. Non un tempo della successione e della concatenazione, ma della secessione e della disgiunzione. Non il messianesimo rivoluzionario dell'avvento del Salvatore o del Giustiziere, ma un messianesimo dell'evento che irrompe nel presente e lo apre alla «potenza d'essere» del desiderio senza identificazioni in alcun Messia. È da questa nuova curvatura del pensiero, a sua volta mossa da fatti storici potenti, che nasce il 68 e la sua esigenza, a tutt'oggi da capire, di radicale reinvenzione della democrazia. Tanto radicale in verità, nella versione di Nancy, da suscitare un legittimo interrogativo sul perché in lui, come in altri filosofi contemporanei francesi a cominciare da Jacques Rancière, il nome «democrazia» resista al di là e contro ogni sua declinazione storica reale, finendo così col riprodurre quella distanza fra l'Idea e la cosa dalla cui critica il discorso prende le mosse.
L'aristocrazia egualitaria
Democrazia, per Nancy, è il principio comunista - dell'incalcolabile contro il calcolo del capitale, la non equivalenza contro l'equivalenza generale del danaro e della forma-merce, l'uguaglianza dell'incommensurabile contro la serialità dell'individualismo liberale, l'ordine del non scambiabile contro il regime mercantile dello scambio. È «aristocrazia egualitaria», esistenza singolare e comune sottratta allo Stato, kratein del popolo che mette in scacco il kratos costituito, esistenza condivisa e non biopolitica della vita astratta. È l'«apertura del soggetto» inaugurata dal 68 contro il soggetto sovrano, padrone delle proprie rappresentazioni e delle proprie decisioni, che sta alla base delle democrazie fin qui sperimentate, rappresentative o dirette o sondaggistiche che siano. Non è, diversamente da quello che impariamo dalla filosofia antica, una forma politica tra le altre, e non è nemmeno in primo luogo una forma politica. In primo luogo, è «il nome di un regime di senso, la cui verità non può essere sussulta in nessuna istanza ordinatrice, né religiosa, né politica, né scientifica o estetica, ma che impegna interamente l'uomo in quanto rischio e chance di se stesso, danzatore sull'abisso»; in secondo luogo, è la ricerca di una politica distinta e limitata nel suo ambito - qui Nancy si distanzia apertamente dal «tutto è politica, o tutto può diventarlo», di marca sessantottina - che funzioni soltanto come garanzia di apertura al molteplice, all'incalcolabile, al non rappresentabile. Democrazia è, in sostanza, una nuova ontologia politica, che scardina alle fondamenta l'edificio delle democrazie reali così come le conosciamo, l'individuo sovrano atomistico e seriale che ne è la base, i valori ormai pronti a ritorcersi contro se stessi che ne sono l'ideologia, le procedure che ne ordinano e ne irrigidiscono i poteri. Si può essere entusiasticamente d'accordo, ovviamente: ma siamo sicuri che convenga ancora chiamarla «democrazia», che questo nome sia infinitamente elastico, o la battaglia per la sua risignificazione infinitamente possibile?
SCHEDA
L'AUTORE, LE OPERE. TRA SOGGETTO, COMUNITÀ E ARTE
Nato a Bordeaux nel 1940, Jean-Luc Nancy è professore emerito presso l Università "Marc Bloch" di Strasburgo. Autore di una quarantina di volumi, filosofo poliedrico, gli interessi di Nancy spaziano dall estetica («Le Muse», Diabasis, 2006) alla fenomenologia, dalla politica («Il mito nazi», scritto con Philippe Lacoue-Labarthe, Il Melangolo, 1992) fino all autobiografia («L intruso», Cronopio, 2006 ). Particolare interesse rivestono le ricerche nei campi del «soggetto», del «corpo», della «comunità» e del «mondo». Ambiti e temi affrontati nei suoi lavori più noti, dallo studio sulla «Comunità inoperosa» (Cronopio, 1995) alla «Creazione del mondo» (Einaudi, 2003) e «Ergo sum» (Bompiani, 2006). I suoi ultimi libri tradotti, tutti editi nel 2009, sono: «Indizi sul corpo» (Ananke), «Sull amore» (Bollati-Boringhieri), «M ama non m ama» (Utet).
IL MANIFESTO




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