Pietro Metastasio, pseudonimo di Pietro Antonio Domenico Bonaventura Trapassi (Roma, 3 gennaio 1698 – Vienna, 12 aprile 1782)




Ritenuto il più eletto poeta di teatro musicale di tutti i secoli, Pietro Metastasio (1698-1782) raccolse tra i contemporanei ammirazione e onori quanti ne toccarono a pochi letterati italiani.

Nato a Roma, precoce verseggiatore, discepolo del Gravina, iniziò a Napoli l’attività di poeta. Didone abbandonata, il suo primo libretto, per la musica di D.Sarro, riscosse (1724) un tale successo che fece di lui, rapidamente, il primo poeta melodrammatico d’Italia.
Nel 1730 fu invitato alla corte degli Asburgo come poeta cesareo e nella Vienna di Carlo VI e di Maria Teresa trascorse la restante parte della sua vita operosa e feconda.
Scrisse 27 drammi per musica, 8 “azioni sacre” (= oratori), oltre a un numero cospicuo di feste e azioni teatrali e di cantate da eseguire nelle ricorrenze celebrative dei reali personaggi.

Non solo il pubblico amava la semplicità fluente ed elegante dei suoi versi; ancor di più lo apprezzavano gli operisti per le qualità melodrammaturgiche dei suoi libretti. Non si spiegherebbe altrimenti come i suoi 27 drammi abbiano avuto più di 800 versioni operistiche. Alessandro nelle Indie, Artaserse, Adriano in Siria, L’Olimpiade, La clemenza di Tito, Attilio Regolo eccetera sono titoli di drammi metastasiani che compaiono nelle produzione di molti operisti del secolo, fino a Cimarosa e Mozart. Hasse li musicò tutti meno uno. A quasi un secolo di distanza, nella produzione vocale da camera di Rossini, di Bellini, di Donizetti erano ancora presenti le arie e le canzonette di Metastasio.


Metastasio perfezionò gli interventi del veneziano Apostolo Zeno volti a razionalizzare la struttura drammatica dell’opera e definì il modello che l’opera seria italiana internazionale avrebbe seguito per gran parte del secolo. Attraverso la poesia, egli influì sulle scelte musicali di fondo.
Formalmente i suoi drammi sono tutti in 3 atti, con scene composte da lunghi recitativi conclusi da arie di pochi versi. Pochi i duetti, scarsi i cori. Le vicende teatrali sono svolte da pochi personaggi, quasi sempre sei; fra essi intercorrono i rapporti di attrazione o di rifiuto che muovono i meccanismi dell’azione e i sentimenti.
I recitativi , che costituiscono la parte maggiore dei drammi, erano condotti con spirito di chiarezza, erano logici e raziocinanti e il pubblico godeva della sua limpida e umana poesia. Poesia che, nelle strofette in cui condensava il sentimento affidato alle arie, si esprimeva spesso in sentenziosi giudizi morali:

“Tardi s’avvede / d’un tradimento / chi mai di fede / mancar non sa. // Un cor verace, / pieno d’onore, / non è portento, / se ogni altro core / crede incapace / di fedeltà” . (La clemenza di Tito, atto III).

Tutta la drammaturgia metastasiana svolge un unico tema: il contrasto fra il sentimento e la ragione, tra la passione e il giudizio, tra il sentimento e il dovere, tra l’istinto e la ragione. E’ un imperativo morale, dunque, quello che muove il pensiero teatrale di Metastasio. Questo poeta, che ebbe assai vivo il senso del suo tempo e che ne aveva assorbito la psicologia collettiva, era ben consapevole del compito che egli doveva svolgere in quella società: conciliare il dissidio fra quelle che Luigi Russo definì le “pretese eroiche” e la “realtà idilliaca” . Quale fosse il messaggio consolatorio che Metastasio affidava alla sua poesia drammatica lo aveva già capito un suo contemporaneo, Stefano Arteaga, il maggior trattatista nel Settecento del teatro musicale italiano:

“L’immaginazione dell’uomo virtuoso, attediata dall’aspetto del vizio trionfante, stanca di vagare per un mondo dove altro non s’offre al suo sguardo che oppressori e oppressi, … annoiata insomma dal commercio dell’uomo, quale lo ritrova comunemente o debole o maligno o piccolo o brutale, va per consolarsi agli scritti di questo amabile poeta come ad un mondo immaginario, che lo ristorerà dalla noia sofferta nel vero” .



Da R.Allorto, Nuova storia della musica, Ricordi