La prerogativa del cattolicesimo è rappresentata senz’altro dalla sua capacità di comporre in armonia, di condurre ad unità nella verità, e non di imporre uniformità (se non nella fede e nelle sue espressioni). E’ da cattolici cogliere sfumature diverse anche nella persona del Papa e nella sua esemplarità. Nessuno può meravigliarsi, pertanto, che vi siano giudizi diversi, apparentemente contrastanti, su questo primo mese del pontificato di Francesco. Chiaramente mi riferisco ai giudizi su ciò che non concerne né la fede né la sostanza del papato. Pettegolezzi, illazioni, sospetti e villanie varie non rientrano nell’ordine della carità, specialmente quando si tratta di giudicare l’operato del Vicario di Cristo. Operato che, per inciso, può essere giudicato, ma nel senso del confronto, del discernimento, della comprensione piena. Il Papa è perfettamente consapevole, come ogni altro cristiano, che parole e gesti si prestano a letture di genere diverso. E la Chiesa deve essere consapevole che quelle parole e quei gesti richiedono di essere integrati in un corpo che si è sviluppato lungo duemila anni, con l’assistenza dello Spirito Santo. Perché, ben al di là del “sensus fidelium” e della particolare assistenza di cui godono il Papa da solo e il Collegio dei Vescovi insieme con il Papa, il Divino Paraclito suscita martiri, confessori, dottori. Chi oggi, per esempio, volesse applicare alla lettera alcune pagine di un S. Roberto Bellarmino, dimostrerebbe di essere chiuso allo sviluppo del corpo. Ma chi pensasse di poter buttare via l’opera del Santo Cardinale, vivrebbe in un corpo mutilato. Questo rischio è sempre presente, ma nei nostri anni è divenuto addirittura una delle chiavi di interpretazione del cattolicesimo. E questo non è accettabile.

Del resto le parole di Gesù sullo Spirito che avrebbe guidato alla verità tutta intera, non si applicano soltanto ai dogmi e agli enunciati di fede. Altrimenti cadremmo nella possibilità di poter sezionare la fede, come se volessimo definire il matrimonio soltanto sulla base del vincolo contratto e della sua validità. E’ ovvio che questo dato sia il fondamento dell’unione coniugale, ed è imprescindibile in qualsiasi tentativo di darne ragione. Ma il matrimonio è fatto anche di gesti e di parole che trasformano il principio in vita. Oggi si è molto attenti, e con ragione, a quest’aspetto. E’ paradossale che lo stesso principio, esteso a tutto quello che c’è di umano e di cristiano, sia volutamente ignorato quando si parla di una realtà tanto complessa quanto la nostra fede. E’ verità anche quella che si esprime nella liturgia, nella pietà, nel modo di concepire la vita e i suoi aspetti. Chiamatela sensibilità di fede, se volete. In termini più corretti si chiama Tradizione. A questa sensibilità appartiene anche la fedeltà al Papa, la pronta obbedienza, la traduzione alacre dei suoi desideri e dei suoi esempi in prassi di vita cristiana; dalla Basilica di S. Pietro alla più sperduta parrocchia della Terra del Fuoco. Questo è il cattolicesimo! Mi piace richiamare non tanto le celebri parole di S. Caterina da Siena sul dolce Cristo in terra, bensì quelle, meno note, di un giovane Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro beato Giovanni XXIII, elevato a maestro di un pensiero che non ha mai nutrito e coltivato.
Egli scriveva nel suo “Giornale dell’anima”: “Se il Si*gnore darà a me vita lunga e modo di essere prete di qualche pro*fitto nella Chiesa, voglio che si dica di me, e me ne glorierò più di qualunque altro titolo, che sono stato un sacerdote di fede viva, semplice, tutto di un pezzo, col Papa e per il Papa, sempre, anche nelle cose non definite, anche nei più minuti modi di vedere e sen*tire. Voglio essere come quei buoni vecchi sacerdoti bergamaschi di una volta, la cui memoria vive in benedizione e che non vedeva*no e non volevano vedere più in là di quanto vedeva il Papa, i ve*scovi, il senso comune, lo spirito della Chiesa” (n. 407). A questi propositi egli è rimasto fedele per tutta la sua vita. Come sia potuto diventare poi l’immagine stessa della rottura, è tutto da capire. Ma questo è un altro discorso.

Qual è, invece, il discorso che intendo fare? Da un mese si è scatenata una battaglia nei confronti di alcuni cattolici più sensibili alla Tradizione. Ammetto che si sia in presenza di un universo, spesso frammentato, e che non tutte le posizioni siano rispettabili. Gli idioti si squalificano da soli! Però questa volontà di sparare sul mucchio ha un qualcosa di poco cattolico, soprattutto a ridosso di un pontificato come quello di papa Benedetto. E’ inevitabile che, in presenza di determinate considerazioni, venga tirato in ballo proprio il Papa emerito, così da non riuscire a distinguere se si spari ad un intero pontificato (ma anche al precedente, per certi versi) o non piuttosto ad associazioni, gruppi o singoli, genericamente ammassati, come i deportati di una volta, su un carro che ha per destinazione un forno crematorio. In quel forno le ceneri della memoria sono fumiganti già da qualche decennio.
Fin qui, potremmo dire, nulla di eccezionale. Tutto di eccezionale, a ben pensarci, se la Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo. Supponiamo, tuttavia, che la Chiesa sia altro. Il discorso che viene fatto è semplicissimo, ma anche semplicistico: se prima eri entusiasta di papa Benedetto, adesso ti metti contro il Papa, se solo mostri perplessità nei riguardi di Francesco.
Deve essere chiaro che il discorso non fa una grinza. Il Papa è Papa, e basta! Ma a non convincere sono coloro che lo prospettano. Fino a due mesi fa, infatti, costoro erano sul piede di guerra nei confronti del Papa. Chi più apertamente, chi meno sfacciatamente. Qualcuno ha addirittura approfittato dell’ultimo Sinodo per togliere qualche sassolino dalle scarpe. Che si siano convertiti? Pare (obbligatoria la prudenza) ) che con questo pontificato molta gente semplice, i poveri peccatori, chi aveva pregiudizi nei confronti dell’istituzione, stia rivedendo i propri giudizi. Se questo è vero, non possiamo che cantare con il salmista: “Grandi sono le opere del Signore”. Ma i nostri accusatori, che semplici non sono mai stati, ci ispirano altre parole. Per esempio, quelle sapienti di un nostro longevo politico: “A pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca”. Hanno persino fatto ricorso al termine “papista”, lo stesso che usavano alcuni cristiani per condannare a morte i cattolici. Dov’erano, dunque, questi “papisti” dell’ultima ora? In quali catacombe si nascondevano? Non erano quelli che facevano da contraltare al Magistero? Non scrivevano articoli di fuoco contro la fissazione di Benedetto con la continuità? Eppure avrebbero dovuto ringraziare il Signore, dato il loro papismo. Adesso dovrebbero aiutarci a distinguere chi di questi tradizionalisti è cattolico e chi non lo è; a non confondere i cattolici che pensano come il giovane Roncalli da quanti adottano lo stesso criterio dei loro ragionamenti: che si chiami Benedetto o Francesco, poco importa. Quel che conta è che ragioni come me! Una divisione ulteriore, e tanto marcata, non edifica certamente la Chiesa. Non credo, però, che questi criptopapisti l’abbiano fatto finora. Non resta che dare ragione a quel nostro politico. Non occorre nemmeno confessarsi, perché in questo caso il peccato non è altro che la lettura di quanto hanno detto e scritto senza il benché minimo timore di poter ferire la sensibilità della fede e di dare scandalo ai semplici.


don Antonio Ucciardo