È cominciata ufficialmente la competizione per l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Stante la natura parlamentare del nostro sistema di rappresentanza, il presidente della Repubblica è eletto direttamente dai membri delle due Camere del Parlamento riuniti in seduta comune, ai quali si aggiungeranno per l’occasione tre delegati per ogni regione appositamente scelti dal rispettivo Consiglio Regionale, ad eccezione della Valle d’Aosta che ha diritto di inviarne uno solo. Malgrado l’Italia resti una repubblica parlamentare e sia stata strutturata sulla base di una rete di “pesi e contrappesi” costituzionali che distribuissero i poteri dello Stato verso un numero di istituti maggiore rispetto a quanto avviene nei sistemi monarchici costituzionali (Gran Bretagna, Olanda o Spagna) e nei sistemi presidenziali o semipresidenziali (Stati Uniti, Francia o Federazione Russa), negli ultimi anni i poteri del Capo dello Stato hanno assunto una configurazione per certi aspetti inedita.
Ovviamente questi poteri non sono mai stati ufficialmente modificati da alcuna riforma costituzionale sul tema, tuttavia nel settennato di Giorgio Napolitano si è osservato come durante quei momenti critici di fronte ai quali il governo (che resta teoricamente la massima rappresentanza del potere esecutivo in Italia) si è trovato in serissima difficoltà o addirittura nell’impossibilità a procedere in accordo al suo mandato, il presidente della Repubblica ha de facto gestito la situazione, assumendo personalmente l’impegno di rassicurare gli interlocutori stranieri, le strutture internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Nazioni Unite) o sovranazionali (Unione Europea e NATO) nelle quali l’Italia è integrata e addirittura quei soggetti non-governativi divenuti giocoforza quasi-vincolanti nel quadro recente dei mercati internazionali (agenzie di rating). Del resto, l’articolo 87 della Costituzione stabilisce in modo evidente i notevoli margini di manovra di cui il presidente dispone, in quanto rappresentante dell’unità nazionale e prima carica dello Stato:

Invio di messaggi alle Camere
Indizione delle elezioni per la formazione delle nuove Camere
Autorizzazione della presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa
Promulgazione delle leggi ed emanazione dei decreti aventi valore di legge e dei regolamenti
Indizione dei referendum popolari
Nomina dei funzionari dello Stato nei casi indicati dalla legge
Accreditamento e ricevimento dei rappresentanti diplomatici
Ratifica dei trattati internazionali previa, quando occorra (ma solo in quel caso, nda), l’autorizzazione delle Camere
Comando delle Forze Armate
Direzione del Consiglio Supremo di Difesa
Dichiarazione dello stato di guerra deliberato dalle Camere
Direzione del Consiglio Superiore della Magistratura
Concessione della grazia o commutazione delle pene
Conferimento delle onorificenze della Repubblica

Sulla carta, dunque, i poteri in materia di politica estera e difensiva non permettono di separare con nettezza e precisione tutti i limiti tra l’azione del governo e il ruolo del presidente. È altrettanto vero, però, che fin’ora nella storia repubblicana, stante l’adesione quasi immediata del nostro Paese alla NATO, l’attività estera aveva per lo più coinvolto i massimi rappresentanti del potere esecutivo, ovvero il Consiglio dei Ministri ed il suo presidente (che nella prassi giornalistica viene spesso indicato con la formula del cosiddetto “primo ministro”, una figura in realtà inesistente nel nostro Paese, dove il capo del governo è al contrario un primus inter pares con poteri più limitati rispetto al premier di tradizione anglosassone).
Negli ultimi due anni, invece, il Capo dello Stato ha esercitato un ruolo molto meno passivo in relazione ai temi dirimenti della politica internazionale e dell’economia mondiale. Durante l’esplosione della cosiddetta “primavera araba” e in particolare dopo l’avvio della guerra civile in Libia, il cosiddetto potere di esternazione del presidente ha costituito una fonte di valutazione dal fortissimo impatto, addirittura capace di sorpassare il parere del governo Berlusconi, rimasto in attesa di fronte al susseguirsi degli eventi per osservare con meno emotività l’evoluzione del quadro politico nel Paese maghrebino. Un crescendo di tensioni ed un consequenziale intervento militare esterno da parte della NATO avrebbero infatti compromesso il ruolo dell’Italia in Libia e vanificato il frutto di anni di elaborata diplomazia e di cooperazione economica tra le più importanti aziende strategiche semistatali del nostro Paese (ENI, ENEL e Finmeccanica) e la controparte libica. Tuttavia, Napolitano tuonò: “Non possiamo restare indifferenti alle repressioni”.
Purtroppo la sua intuizione, appoggiata da tutta la sinistra istituzionale (con il Partito Democratico, l’Italia dei Valori e SeL in prima linea), si rivelò fondamentalmente errata, dal momento che i fatti avrebbero poco più tardi evidenziato le pericolose connivenze tra i “ribelli” libici e la rete terroristica di al-Qaeda, costata la vita persino al diplomatico nordamericano Chris Stevens, analogamente a quanto sta avvenendo in Siria, dove i salafiti del fronte di al-Nusra hanno ormai egemonizzato il cosiddetto Esercito Libero Siriano. In quella fase concitata, durante un comizio del suo partito, Nichi Vendola ringraziò ufficialmente il presidente Giorgio Napolitano per “aver raccontato un’altra Italia, amica del popolo libico e nemica di Gheddafi”....................CONTINUA A LEGGERE LA CORSA AL QUIRINALE: SCENARI E PROSPETTIVE | eurasia-rivista.org