8 Aprile 2013
di Piero Laporta
Gli staff della Farnesina, della Giustizia e della Difesa s’interrogano sui marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone riportati in India il 21 marzo. I dipartimenti degli Esteri, della Giustizia e della Difesa sono stati tagliati fuori dalle decisioni di Mario Monti, Giulio Terzi di Santagata e Giampaolo DiPaola. È tuttora inspiegabile perché, come, quando, dove e chi abbia ispirato le ondivaghe decisioni del governo, a causa delle quali l’export italiano in India subirà danni miliardari, comunque si concluda la vicenda.
L’ammiraglio Luigi Binelli Mandelli, capo delle Forze armate, al Corsera:”Basta con questa farsa”, prende le distanze da Giampaolo Di Paola, l’ammiraglio ministro della Difesa, corresponsabile delle discutibili scelte di Giulio Terzi di Sant’Agata.
Il 28 marzo Di Paola ha dedicato ai marò gran parte del suo intervento alla cerimonia per i novant’anni dell’Aeronautica, a Napoli, increspandoglisi la voce mentre dagli occhi sono spuntate le lacrime. Tutto molto napoletano, ma certo Carlo Fecia di Cossato [leggi qui] che si sparò per responsabilità infinitamente minori di quelle di Di Paola, non può sentirsi fiero che il lacrimevole ammiraglio possa fregiarsi d’essere un sommergibilista al pari di lui. Lacrimevole e ben saldato alla poltrona, come il catastrofico Mario Monti.
Che cosa è realmente accaduto? Va dato atto ai M5S di averlo chiesto con accenti energici e chiari. [suggerisco di ascoltare sino in fondo questo video]. Nulla è stato spiegato dal governo. Essi contano che col tempo e sfilandosi dal governo dopo le elezioni presidenziali, il fatto esca dalle prime pagine.
Neppure la fumosa diplomazia italiana, che ha dato prova di sé sin dalle prime ore dell’incidente del 15 febbraio 2012, spiega la quantità di errori successivi, innanzi tutto il mancato coinvolgimento dell’UE, proprio da parte di Mario Monti, il quale della sua autorevolezza a Bruxelles aveva fatto una bandiera sventolante, sin dal primo ingresso sulla scena politica. Alla prova dei fatti: supponenza e niente di fatto. Le prime dichiarazioni di lady Catherine Ashton, responsabile della politica estera dell’Unione, sono giunte a un anno dall’incidente, utili più che altro a dare all’India la misura dell’isolamento internazionale dell’Italia.
Era gennaio, quando l’ambasciatore Daniele Mancini avvicendò il collega Giacomo Felice di Monteforte. Egli inoltrò immediatamente una nota durissima al ministro Terzi, sottolineando le gravi omissioni diplomatiche ereditate e, soprattutto, esortava a non sottovalutare la sensibilità dell’India, quali che fossero le responsabilità dei marò. L’incidente e il momento elettorale, osservava Mancini, offrono all’italiana Sonia Ghandi l’opportunità di dimostrarsi più che mai indiana. Raccomandava quindi di non assumere iniziative senza consultarlo. Tre settimane dopo, fulmine a cielo quasi sereno, Roma annunciò “i marò non tornano”.
Anche questa decisione – come tutte le precedenti – non aveva alle spalle alcuna valutazione degli staff della Farnesina, della Difesa e della Giustizia. In questi casi le valutazioni degli dirigenti dei vari ministeri sono essenziali per avere un quadro di situazione realistico e, di conseguenze, procedere lungo linee d’azione percorribili e profittevoli. Non c’è mai stato nulla di tutto questa, né un tavolo interministeriale che facesse da bussola.
Taluni notarono un conciliabolo fra Monti, Terzi e Di Paola, prima del consiglio dei ministri del precedente venerdì l’effimera decisione di non restitui i marò; nessuno indovinò gli sviluppi di tre giorni dopo.
Taluni negli staff dei ministeri congetturano che solo l’Aise, il servizio segreto, possa aver indotto il governo a rifiutare il ritorno dei marò. Altri obiettano che mai la credibilità dell’Aise è caduta tanto in basso come da quando è diretta da Adriano Santini, il quale da tempo ha delegato tutte le proprie funzioni ai suoi vice, fatto mai accaduto in precedenza. Supporre dunque che Forte Braschi abbia avuto parte nella vicenda per molti è alquanto azzardato. Altri suppongono che vari suggerimenti possano essere giunti attraverso Beniamino Niernstein, esperto di intelligence molto ascoltato da Terzi. Sono tuttavia solo congetture che il comportamento reticente del capo del governo e dei suoi due ministri non ha contribuito a chiarire, piuttosto a confondere ulteriormente le acque.
Comunque sia andata, la decisione dell’11 marzo ha sopravanzato anche il presidente Giorgio Napolitano, irritatissimo, a sua volta incalzato da una drammatica telefonata di Marco Squinzi, presidente di Confindustria, circa le ritorsioni industriali operate dall’India.
Passato un giorno, Napolitano sconfessava il governo, auspicando una soluzione “amichevole basata sul diritto internazionale”, ribadendolo a Monti quando andò a chiedergli la presidenza del senato. Il giorno successivo, convocati Terzi e DiPaola, minacciò di ufficializzare il proprio dissenso, che avrebbe reso inevitabili le dimissioni con ignominia dei due ministri. Dopo ventiqattr’ore Palazzo Chigi annunciò: i due marò tornano in India.
Si sa quindi perché hanno rimangiato la decisione di non restituire i marò; rimane tuttavia un pesante dubbio su chi abbia indotto il governo ad assumersi quella di non restituirli.
Non c’è male come catastrofe per un governo che non è stato eletto, che è dimissionario e opera al di fuori della legalità costituzionale.
ACQUE TORBIDE PER I MARÒ - Piero Laporta Blog




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