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    Predefinito Garibaldi il primo fascista-Le radici del Fascismo nel Risorgimento italiano.

    GIUSEPPE GARIBALDI, IL PRIMO FASCISTA


    di GILBERTO ONETO


    Garibaldi resta la più intoccabile delle icone sacre dell’italianità: resiste a ogni ricerca storiografica, a ogni rivisitazione o analisi – come si dice oggi – revisionista. La sua posizione resta solida per la resistenza della vulgata “ufficiale” (favorita dalla scarsa diffusione di cultura storica che per la stragrande maggioranza dei cittadini si limita a quella acriticamente assorbita sui banchi di scuola), per il relativo splendore del personaggio rispetto alle meschine angustie di tutti gli altri padri, zii e cugini della Patria, ma soprattutto per la sua versatilità ideologica. L’immagine di Garibaldi è andata bene per massoni e anticlericali (ed è facile capirne le ragioni) ma anche per socialisti e comunisti (che nel 1948 ne hanno usato l’effige come simbolo elettorale), fascisti e nazionalisti, e qualche volta (e questo risulta davvero difficile da capire) addirittura per certi cattolici di stomaco buono.

    In realtà chi ne può davvero vantare la coerente eredità ideologica
    (anche se non c’era nulla di coerente e neppure di troppo ideologico nel confuso pensiero dell’Eroe dei Due Mondi) è la destra nazionalista. Sono negli ultimi tempi stati editi alcuni studi che tracciano con chiarezza il solido legame di idee e comportamenti che c’è fra Garibaldi e il fascismo (appena mediato dal “crispismo”, che era cresciuto per contatto personale fra Crispi e il Generale) ma è un bel libro di Marcello Caroti che più di altri scandaglia le profondità culturali (si fa per dire) in cui si è sviluppato il legame fra camice rosse e camice nere, fra l’autoritarismo dittatoriale teorizzato da Garibaldi e il sistema politico realizzato da Mussolini.


    Con buona pace di una volonterosa parte della sinistra che ha cercato di “recuperare” Garibaldi fra le sue fila (le varie “Brigate Garibaldi” di Spagna e della Guerra Civile, i fazzoletti rossi e il “Fronte Popolare” di cui si è detto), sono i fascisti e i nazionalisti più duri che ne hanno proseguito insegnamenti e seguito gli esempi. Garibaldi ha sempre proclamato la necessità della “guerra giusta”, della “violenza patriottica”, Garibaldi ha cercato di costruire un esercito popolare parallelo e il solo che ci sia riuscito è il fascismo con la MVSN, le Camice Nere insomma. Garibaldi teorizzava la “Nazione in armi”, che solo Mussolini ha cercato di costruire sia pur con le buffonate delle “otto milioni di baionette” e degli esercizi miliari obbligatori dei “sabati fascisti”. I “legionari di Fiume” e i “marciatori su Roma” sono figli di Garibaldi. L’idea di sostituire la rappresentanza parlamentare eletta con un dittatore probo e patriottico, il Duce l’ha imparata direttamente dagli scritti del Generale. Il disprezzo per le istituzioni parlamentari (“ludi cartacei” e “aula sorda e grigia”) i fascisti l’hanno succhiato dal latte tricolore delle mammelle garibaldine. E anche certo genere un po’ naif di antipolitica odierna deriva dalle elucubrazioni dell’ultimo Garibaldi.


    Insomma che il fascismo si stato il vero artefice della missione risorgimentale è un fatto che trova molti solidi riscontri, puntualmente raccolti in questo lavoro.


    Il volume Garibaldi il primo fascista è piacevole da leggere, pieno di spunti e riflessioni interessanti, è ben documentato: è insomma un raro gioiello da non lasciarsi scappare. È naturalmente difficile da trovare (per fortuna c’è Internet) e non sarà certo recensito da alcun quotidianone: è il sicuro certificato di garanzia della sua qualità. Un altro bel segno è costituito dall’autore che non fa lo storico di mestiere ma per profonda passione, che non prende stipendi per insegnare panzane “politicamente corrette” ma che ci mette del suo per rovistare fra la spazzatura della storia risorgimentale e tirare fuori utili verità. Sono queste persone che danno la voglia di continuare e che lasciano sperare che – nonostante tutto – le cortine fumogene tricolori non prevarranno.


    AUTORE: Marcello Caroti; TITOLO: Garibaldi il primo fascista-Le radici del Fascismo nel Risorgimento italiano; EDITORE: youcanprint.it, 2012; PAGINE: 186; PREZZO: 11,90 Euro
    "Insomma se è in gamba, ti porta l'aereo così basso.. ehehehe...
    Lei dovrebbe vederlo, è uno spettacolo: un gigante come il B-52.... BHOOAAAMMM!!!!.. con i gas di scarico t'arrostisce le oche vive!!"

  2. #2
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    Predefinito Re: Garibaldi il primo fascista-Le radici del Fascismo nel Risorgimento italiano.

    Fallimento del liberalismo italico: l’Italia unita non sarà mai liberale

    di GILBERTO ONETO





    Per affrontare la lettura del libro Manifesto capitalista (sottotitolo: Una rivoluzione liberale contro un’economia corrotta) si devono superare una repulsione psicologica nei confronti di un titolo davvero infelice e l’ostacolo “di pelle” verso l’autore, quel Luigi Zingales che è passato alla cronaca per la maramaldata nei confronti del suo (fino ad allora) amico e sodale Oscar Giannino, che invece – a onta della disavventura – continua a essere simpatico ai più.
    Una volta superate queste giustificate repulsioni, si trova un lavoro interessante e ben costruito, ma scritto per “addetti ai lavori”, pieno di tecnicalità che disorientano parecchio il lettore medio, ed evidentemente scritto per un pubblico americano, con riferimenti e modalità molto americani. Infatti è la traduzione di A Capitalism for the People, dal titolo originario un pochino più efficace.
    Anche per tutte queste ragioni, la parte decisamente più interessante è la postfazione aggiunta all’edizione italiana nella quale si affrontano le vicende di casa nostra con una serie di elementi di analisi condivisibili. Descrive lo Zingales le condizioni di illegalità diffusa in cui sono costretti a muoversi gli operatori economici nella penisola: qui il familismo amorale prevale sulla competenza, non esiste reale libertà di concorrenza, la meritocrazia è un concetto del tutto ignoto, non esistono regole chiare né un quadro legislativo certo che proteggano i migliori e moralizzino il mercato e l’imprenditorialità. Tutte cose risapute che l’autore ha il merito di riuscire a descrivere con chiarezza anche grazie a una visione culturale “esterna”. Dove il suo ragionamento mostra qualche limite è nella enunciazione di come “creare le condizioni per la meritocrazia” e per riportare l’Italia a una condizione di accettabile civiltà.
    I limiti nella sezione propositiva sono paradossalmente la parte più interessante del libro perché sono fondamentali nel comprendere i caratteri e gli errori di una certa parte del liberismo italiano: il ragionamento sviluppato dallo Zingales consente di chiarire l’atteggiamento di una vasta parte del mondo liberale e liberista.
    I ragionamenti e – soprattutto – le proposte di soluzione sono inappuntabili ma peccano di generalismo, sono limitate dal loro essere un po’ apolidi e mondialiste. La situazione italiana è molto specifica e la mancata comprensione di questa specificità storica, culturale e anche antropologica è alla base dell’impotenza e del fallimento che si porta addosso una bella fetta del mondo liberale italiano, dal più moderato (liberale più a parole che nella sostanza) espresso dal berlusconismo, fino a quello che si proclama più estremo e coerente del gianninismo e del milieu che ruota attorno all’Istituto Bruno Leoni.
    Tutto l’universo culturale e politico di costoro è infatti costruito su giuste considerazioni che hanno il pregio ma anche il difetto dell’universalità ma che tralasciano alcune specificità italiane.
    Zingales esprime questa posizione quando elenca i requisiti per garantire la meritocrazia e con essa la libertà di mercato e una vera condizione liberista. Ne snocciola cinque: 1) la necessità di una efficiente giustizia penale e civile; 2) un fisco più giusto ed efficiente con imposte più basse, certe e pagate da tutti; 3) regole chiare, comprensibili e rispettate per la concorrenza; 4) privatizzazioni vere; 5) risoluzione dei conflitti di interesse. Aggiunge poi la necessità di favorire la meritocrazia mediante un efficace sistema scolastico e una legge elettorale funzionante.
    Tutte cose belle, buone e sante che valgono per qualsiasi paese e condizione, e che perciò risultano essenziali anche per l’Italia ma che qui non bastano.
    Lo Stato è la sola garanzia di sopravvivenza dell’Italia: lo statalismo è impossibile da ridurre perché è base stessa dell’unità. Libertà e concorrenza si declinano naturalmente con un sistema federale e di autonomie, che in Italia significherebbe però la fine dell’unità e perciò dell’Italia stessa.
    L’unità italiana si basa sull’associazione forzata di almeno due gruppi di comunità: uno di struttura europea (e quindi bisognoso di libertà e concorrenza) e uno che ha imparato a sopravvivere solo in forma parassitaria: come succede per i parassiti animali e vegetali, la loro concentrazione risponde anche a logiche spaziali e, quindi, geografiche.
    Solo in Italia esiste una ossessiva interferenza sui rapporti economici di efficienti strutture malavitose e – soprattutto – una stretta interdipendenza fra queste e lo Stato.
    L’immigrazione ha superato nei numeri e nella virulenza ogni limite di guardia e gli immigrati sono diventati uno dei maggiori ostacoli a una riforma liberale, alla concorrenza e al mercato. Con buona pace dello stesso Zingales che, a un certo punto del suo ragionamento, arriva addirittura (soggiogato dalla opportunità di essere politicamente corretto) a descrivere gli immigrati come motore di cambiamento positivo.
    Se non si tengono in debita considerazione questi elementi, ogni progetto di riforma liberale è destinato a fallire: l’Italia non è un paese normale e non potrà mai esserlo. Il solo intervento salvifico nei sui confronti è di eutanasia.
    Insomma, la ricetta liberista di Zingales si rivela come la più puntuale cartina al tornasole dei limiti di certo liberismo, che infatti non va da nessuna parte.
    Esso può avere una funzione salvifica e determinante solo se viene associato all’indipendentismo. L’Italia intera non potrà mai essere liberale: diversa è la vocazione di sue cospicue parti geografiche, che sono state la culla della libertà e del liberismo e possono rinascere e prosperare solo se liberali, indipendenti e libere. C’è una parte strutturalmente liberale e una inevitabilmente statalista e le due non possono più convivere.
    Come sempre, le motivazioni di ordine economico sono sacrosante e sono l’elemento scatenante di ogni cambiamento, ma senza cuore, passione, ideali e bandiere, non vanno da nessuna parte.
    2 Maggio 2013

    Fallimento del liberalismo italico: l'Italia unita non sarà mai liberale | L'Indipendenza
    Ultima modifica di kappa; 02-05-13 alle 14:47
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 

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