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  1. #1
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    Predefinito IL FALSO MITO DELLA RAZZA ARIANA



    Alla base dell’ideologia nazionalista sta il “mito del sangue”, cioè la convinzione che solo la razza indoeuropea, o ariana, di cui il popolo tedesco sarebbe la più pura espressione, sia in grado di tramandare la civiltà e, quindi, abbia il diritto di guidare i destini dei popoli. Questa tematica non è nata con Hitler, ma era già diffusa fin dall’Ottocento. Il pensiero romantico aveva esaltato i valori della nazione e del popolo-razza, il Volk; la filologia, evidenziando che le lingue dei popoli indiani e europei derivano da un antichissimo idioma comune, l’indoeuropeo, accreditò il mito di una stirpe primordiale da cui sarebbero derivate le civiltà ariane della storia: da quella persiana, alla greca, alla latina, a quella del Medioevo germanico. In seguito le dottrine del francese Arthur de Gobineau, che nel suo “Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane” aveva teorizzato la superiorità dei bianchi, avevano trovato sostegno nel Positivismo. Mentre biologi e antropologi esaminavano le differenze fra le varie etnie, analizzando i gruppi sanguigni e la conformazione dei crani, le dottrine del darwinismo sociale, spostando la teoria evoluzionista della lotta per la vita dal terreno animale alla storia umana, cercavano di giustificare il predominio dei colonizzatori bianchi su tutti i popoli del mondo. Prima della grande guerra si era registrata una significativa diffusione delle dottrine razziste in paesi come la Germania, la Francia, l’Inghilterra e gli stessi Stati Uniti, dove queste teorie ispirano nel dopoguerra la legislazione relativa all’immigrazione, che limita l’ingresso di emigranti dai Paesi meridionali e latini, favorendo invece l’ingresso di manodopera proveniente da Paesi nordici.

    Le speculazioni sulla ‘razza nordica’ avanzate, a partire dai primi anni ’70, da linguisti, filologi e letterati, stentano a trovar conferma nelle indagini dei più accreditati antropologi dell’epoca. Tra antichistica e ‘scienza della natura’ sembra aprirsi, a proposito della ‘questione ariana’, un solco pressoché invalicabile.

    Soprattutto nel 1885-86, ormai diffusi i risultati della grande inchiesta, promossa da Virchow, sui caratteri antropologici dei tedeschi, il confronto diventa particolarmente aspro.

    A Berlino, nel 1870, si costituisce la Deutsche Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte. L’anno successivo, in occasione della prima assemblea generale, viene decisa un’indagine sistematica, da riassumere in tabelle statistiche, della conformazione cranica della popolazione. Nel congresso tenuto a Stoccarda nel 1872 si stabilisce, su proposta di Ecker, di privilegiare nell’inchiesta altri parametri, e cioè "la statura, [...] il colore degli occhi e dei capelli". Le conclusioni della ricerca, rese note da Virchow in forma integrale verso il 1885, suscitano non poco clamore. Gli stessi antropologi parlano, all’epoca, di "risultati sorprendenti" . Dalla statistica, in effetti, emerge un dato di fatto inatteso: "In molti punti dell’Europa centrale compaiono ‘territori di razza scura’, e contro tutte le aspettative proprio laddove si supponevano innanzittutto discententi della razza chiara".

    La scienza naturale, insensibile al fascino del mito, sembra arrecare un duro colpo alle aspettative dei filologi: nella popolazione tedesca il ‘tipo biondo’, prevalente al Nord, rappresenta meno di un terzo della popolazione, mentre le forme intermedie, e cioè "l’insieme di quelle combinazioni in cui il tipo non si presenta in tutta la sua purezza", costituiscono più della metà del totale. Significativa è anche la distribuzione territoriale. Il ‘tipo bruno’, che discende da più antichi insediamenti, viene ad occupare gli ambienti di maggior dinamismo sociale. La sua percentuale tende a crescere sia nelle regioni fluviali, in prossimità di grandi fiumi navigabili, sia nelle moderne metropoli: "Estremamente numerose sono le città medie e grandi [...] in cui la proporzione dei bruni è maggiore che nei circostanti territori di campagna" . L’unica ‘razza pura’ presente nel territorio tedesco, nota Virchow, è costituita dagli ebrei, certo non dai tedeschi, che non presentano, nella loro grande maggioranza, i ‘caratteri semplici’ della stirpe germanica, ma risultano da complessi incroci con razze celtiche o con popolazioni autoctone preariane



  2. #2
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    Predefinito Re: IL FALSO MITO DELLA RAZZA ARIANA

    Sei qui per farci chiudere o per trascinare qualcuno di noi nei guai?
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #3
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    Predefinito Re: IL FALSO MITO DELLA RAZZA ARIANA

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio
    Sei qui per farci chiudere o per trascinare qualcuno di noi nei guai?

    ????????????????????

  4. #4
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    Predefinito Re: IL FALSO MITO DELLA RAZZA ARIANA

    Citazione Originariamente Scritto da GILANICO Visualizza Messaggio


    Alla base dell’ideologia nazionalista sta il “mito del sangue”, cioè la convinzione che solo la razza indoeuropea, o ariana, di cui il popolo tedesco sarebbe la più pura espressione, sia in grado di tramandare la civiltà e, quindi, abbia il diritto di guidare i destini dei popoli. Questa tematica non è nata con Hitler, ma era già diffusa fin dall’Ottocento. Il pensiero romantico aveva esaltato i valori della nazione e del popolo-razza, il Volk; la filologia, evidenziando che le lingue dei popoli indiani e europei derivano da un antichissimo idioma comune, l’indoeuropeo, accreditò il mito di una stirpe primordiale da cui sarebbero derivate le civiltà ariane della storia: da quella persiana, alla greca, alla latina, a quella del Medioevo germanico. In seguito le dottrine del francese Arthur de Gobineau, che nel suo “Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane” aveva teorizzato la superiorità dei bianchi, avevano trovato sostegno nel Positivismo. Mentre biologi e antropologi esaminavano le differenze fra le varie etnie, analizzando i gruppi sanguigni e la conformazione dei crani, le dottrine del darwinismo sociale, spostando la teoria evoluzionista della lotta per la vita dal terreno animale alla storia umana, cercavano di giustificare il predominio dei colonizzatori bianchi su tutti i popoli del mondo. Prima della grande guerra si era registrata una significativa diffusione delle dottrine razziste in paesi come la Germania, la Francia, l’Inghilterra e gli stessi Stati Uniti, dove queste teorie ispirano nel dopoguerra la legislazione relativa all’immigrazione, che limita l’ingresso di emigranti dai Paesi meridionali e latini, favorendo invece l’ingresso di manodopera proveniente da Paesi nordici.

    Le speculazioni sulla ‘razza nordica’ avanzate, a partire dai primi anni ’70, da linguisti, filologi e letterati, stentano a trovar conferma nelle indagini dei più accreditati antropologi dell’epoca. Tra antichistica e ‘scienza della natura’ sembra aprirsi, a proposito della ‘questione ariana’, un solco pressoché invalicabile.

    Soprattutto nel 1885-86, ormai diffusi i risultati della grande inchiesta, promossa da Virchow, sui caratteri antropologici dei tedeschi, il confronto diventa particolarmente aspro.

    A Berlino, nel 1870, si costituisce la Deutsche Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte. L’anno successivo, in occasione della prima assemblea generale, viene decisa un’indagine sistematica, da riassumere in tabelle statistiche, della conformazione cranica della popolazione. Nel congresso tenuto a Stoccarda nel 1872 si stabilisce, su proposta di Ecker, di privilegiare nell’inchiesta altri parametri, e cioè "la statura, [...] il colore degli occhi e dei capelli". Le conclusioni della ricerca, rese note da Virchow in forma integrale verso il 1885, suscitano non poco clamore. Gli stessi antropologi parlano, all’epoca, di "risultati sorprendenti" . Dalla statistica, in effetti, emerge un dato di fatto inatteso: "In molti punti dell’Europa centrale compaiono ‘territori di razza scura’, e contro tutte le aspettative proprio laddove si supponevano innanzittutto discententi della razza chiara".

    La scienza naturale, insensibile al fascino del mito, sembra arrecare un duro colpo alle aspettative dei filologi: nella popolazione tedesca il ‘tipo biondo’, prevalente al Nord, rappresenta meno di un terzo della popolazione, mentre le forme intermedie, e cioè "l’insieme di quelle combinazioni in cui il tipo non si presenta in tutta la sua purezza", costituiscono più della metà del totale. Significativa è anche la distribuzione territoriale. Il ‘tipo bruno’, che discende da più antichi insediamenti, viene ad occupare gli ambienti di maggior dinamismo sociale. La sua percentuale tende a crescere sia nelle regioni fluviali, in prossimità di grandi fiumi navigabili, sia nelle moderne metropoli: "Estremamente numerose sono le città medie e grandi [...] in cui la proporzione dei bruni è maggiore che nei circostanti territori di campagna" . L’unica ‘razza pura’ presente nel territorio tedesco, nota Virchow, è costituita dagli ebrei, certo non dai tedeschi, che non presentano, nella loro grande maggioranza, i ‘caratteri semplici’ della stirpe germanica, ma risultano da complessi incroci con razze celtiche o con popolazioni autoctone preariane


    Gli ebrei NON sono una razza, nemmeno una etnia, meno ancora un popolo; sono solo una comunità religiosa.

    Shlomo Sand e Lia bat Adam hanno ulteriormente confermato questa evidenza.

    NB: gli autori sopracitati sono ebrei a loro volta.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 

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