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  • 1 Post By zucchetta

Discussione: NAN-HOA SHENG-CHING

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    NAN-HOA SHENG-CHING – Cap. XIII
    Chuang-Tse

    Il testo tradizionale di cui presentiamo una versione inedita in italiano è il capitolo XIII dell’unica opera a noi pervenuta di Chuang-Tse, il Nan-Hoa-Sheng-Ching, che tradotto letteralmente significa: «Il testo sacro (Ching) del (Maestro) Trascendente (Sheng) di NanHoa». Nan-Hoa è il nome d’una collina dello Shantung dove si dice che Chuang-Tse si fosse ritirato. Ching è il termine col quale vengono designati in Cina i testi sacri, cioè la fissazione in simboli, nello stesso tempo sonori e visivi, di insegnamenti dettati da un’ispirazione divina. Non si tratta in questo caso d’ispirazione divina come viene intesa abitualmente dagli occidentali, quando la riferiscono ai testi della Bibbia o dei Vangeli quali pervenutici, bensì d’un riflesso della natura stessa d’un essere giunto all’identificazione col Principio: è infatti questo lo stato dell’“Uomo Trascendente” (Sheng-jen) 1, al quale era sicuramente arrivato Chuang-Tse. Al che fa allusione il titolo stesso del testo 2 dove il carattere Ching è preceduto da Sheng, ricevendone un’esatta specificazione.
    Della vita di Chuang-Tse, come degli altri maestri taoisti, Lao-Tse e Lie-Tse, ci è stato tramandato quasi nulla. Visse fra la fine del IV secolo e l’inizio del III secolo a.C., in un’epoca in cui la Cina era divisa in grandi feudi che dimostravano una fedeltà puramente formale agli Imperatori dell’ormai debole dinastia Chou. Dallo storico Su-ma-Chien, della fine del II secolo d.C., apprendiamo che Chuang-Tse possedeva una perfetta conoscenza di tutte le teorie delle varie scuole dell’epoca e che i “sofisti” e i “letterati” suoi contemporanei non poterono mai opporre alcunché alle sue argomentazioni.
    Dell’opera di Chuang-Tse abbiamo scelto un estratto del capitolo XIII, ritenendone le considerazioni finali molto attuali e l’insegnamento suggerito da queste proponibile a chiunque si trovi all’inizio di una via di realizzazione che deve necessariamente contemplare come primo passo il compimento dei “piccoli misteri”, ossia l’integrazione delle possibilità relative allo stato umano, premessa del superamento dell’individualità. Infatti, dopo l’iniziale esposizione della dottrina del “non-agire”, viene affermata la necessità dell’osservanza dei “particolari” in una concezione “sacra” della vita, pur negandone decisamente il valore se questi vengono considerati fini a se stessi come risulta dalla visione analitica della realtà propria dei “sofisti” (l’equivalente della concezione profana della vita che ha la maggioranza dei nostri contemporanei). Osservanza dei “particolari” che per i cinesi coincideva col rispetto delle regole confuciane e che per l’Occidente tradizionale consisteva nella pratica d’un exoterismo, unico mezzo “legittimo” per la sacralizzazione d’ogni momento della vita umana, in vista della realizzazione degli stati superiori dell’essere.
    Maurizio Gaio



    L’INFLUSSO DEL CIELO
    (TIEN – TAO)

    L’influsso del Cielo, esercitandosi incessantemente, produce tutti gli esseri. L’influsso dell’Uomo Vero, propagandosi uniformemente, fa sì che tutto gli si sottometta. Colui che intuisce l’influsso del Cielo, che è in relazione con gli Uomini Veri, che riconosce la virtù che irradia dall’Imperatore, sa concentrarsi nella pace meditativa che è non-agire dal quale tutte le cose sono portate a compimento. La pace meditativa dell’Uomo Vero non è conseguente a un’abilità specifica, né è ciò che il mondo chiama inattività; essa è data dall’attitudine profonda del suo essere, il cui equilibrio non può più venire turbato da alcunché.
    Quando l’acqua è perfettamente tranquilla, essa è talmente limpida che riflette financo i peli della barba e delle sopracciglia di chi vi si specchia. Non vi è nulla che tenda più all’equilibrio ed al riposo dell’acqua ed è per questo che con essa si stabilisce il livello (mediante la livella ad acqua). L’acqua trae la sua limpidezza dall’immobilità e così pure lo spirito vitale. Il cuore dell’Uomo Vero, perfettamente calmo, diventa lo specchio dell’universo che riflette il Cielo e la Terra e tutti gli esseri.
    Pace, vuoto, silenzio e non-agire sono l’essenza dell’universo, la perfézione dell’influsso del Principio. Gli Imperatori illuminati e gli Uomini Veri dell’antichità conobbero questo influsso attraverso il quale realizzarono l’Incondizionato, penetrando nella verità delle leggi universali. Non intervenendo essi stessi, lasciando la cura dei particolari ai governatori, essi erano esenti dal piacere e dagli affanni e potevano incamminarsi lungo la via dell’immortalità.
    Pace, vuoto, silenzio e non-agire sono la radice di tutte le cose. L’intuizione di questa verità costituì la virtù d’un Imperatore come Yao 1 e d’un ministro come Sciun. Chi ha compreso questa verità può regnare come Imperatore sul destino degli uomini e come Uomo Vero sugli spiriti degli uomini. Che egli viva come un anacoreta o che svolga una funzione fra gli uomini, la sua virtù sarà riconosciuta, gli uomini si volgeranno spontaneamente a lui.
    È dal non-agire che sorgono le meditazioni degli Uomini Veri e le azioni dei grandi Imperatori; il non intervento assicura l’onore; il dedicarsi al puro e al semplice eleva al di sopra di tutto. Comprendere la natura dell’influsso del Cielo e della Terra, che è un non-intervento benevolo e tollerante, ecco la “Grande Radice”, la “Grande Origine”, l’intesa con il Principio. Praticare un analogo non intervento nel governo dell’Impero, ecco il segreto dell’intesa con gli uomini. E l’accordo fra gli uomini è la gioia umana, la felicità di quaggiù; l’accordo con il Cielo è la gioia celeste, la beatitudine suprema.
    O mio Grande Esempio. Tu che distruggi ogni cosa senza essere crudele! Tu che vivifichi senza essere buono! Tu che fosti prima del tempo e che non hai età! Tu che copri tutto come il Cielo, che sostieni tutto come la Terra, che sei l’autore di tutto senza avere un’abilità specifica. È per questo che è stato detto: «Colui che in vita conosce la gioia celeste, agisce come il Cielo e alla morte subirà unicamente una modificazione dell’elemento fisico; non agendo comunica allo Yin la modalità passiva, agendo comunica allo Yang la modalità attiva 2: ecco la beatitudine suprema! L’illuminato che possiede questa beatitudine non si lamenta più con il Cielo, non ha più nessun risentimento contro gli uomini; niente di fisico può ferirlo, è al sicuro da qualsiasi influenza. La sua azione si confonde con quella del Cielo, il suo riposo con quello della Terra. Le influenze erranti non lo tormenteranno, le forze inferiori non penetreranno nel suo intimo. Il suo equilibrio gli dà la sovranità sul creato».
    Seguire la via del Principio, nel Cielo e nella Terra, in tutti gli esseri, ecco la gioia celeste. Questa beatitudine è il segreto del cuore dell’Uomo Vero, la cui benevola influenza investe tutto l’Impero.
    Fedeli imitatori del Principio e del suo influsso attraverso il Cielo e la Terra, gli illuminati Imperatori dell’antichità erano occupati nel non-agire e lasciavano l’azione ai loro sudditi. Con il non intervento reggevano l’impero, senza disperdere la loro energia vitale: se fossero ricorsi all’azione, tutta la loro energia sarebbe stata inadeguata allo scopo. La conoscenza degli antichi Imperatori abbracciava tutto l’universo, senza bisogno di una conoscenza analitica delle cose. Sebbene la loro abilità avesse potuto risolvere ogni problema, essi non se ne servivano.
    Il Cielo non dà la nascita agli esseri, eppure questi nascono. Non è la Terra che fa crescere gli uomini, eppure questi crescono. Così l’Imperatore, non agendo, fa sì che i sudditi prosperino. È per ciò che è stato detto: «Nulla è più misterioso del Cielo, nulla è più inesauribile della Terra, nessuno è più grande dell’Imperatore illuminato». E ci è anche stato tramandato: «La virtù dell’Imperatore fa di lui l’eguale del Cielo e della Terra». Il suo influsso, indefinito come quello del Cielo e della Terra, agisce su tutti gli esseri, muove gli umani. L’essenziale è nella radice, l’accidentale è nei rami. L’Imperatore enuncia i principi, i suoi ministri li applicano ai casi concreti.
    Il ricorrere alle armi, che è la forma più bassa d’intervento, le punizioni e le ricompense, che sono la forma più bassa d’educazione, le cerimonie e le leggi, che sono la forma più bassa di governo, la musica e i bei vestiti, che rappresentano la forma più bassa di felicità, le danze, le nozze, i funerali e le altre cose che tanto occupano i Confuciani non sono che dei particolari che l’Imperatore lascia da stabilire ai suoi ufficiali.
    Non si deve tuttavia pensare che gli antichi ignorassero lo studio dei particolari: essi vi si dedicavano, ma non permettevano che tale studio precedesse quello dell’essenziale. Vi è infatti un ordine naturale fondato sulla relazione reciproca fra il Cielo e la Terra e sul movimento cosmico. Il sovrano è superiore al ministro; il padre ai figli; i primogeniti sono superiori ai loro fratelli; i vecchi ai giovani; l’uomo alla donna; il marito alla moglie; ciò perché il Cielo è superiore alla Terra. Se consideriamo le stagioni, notiamo che la primavera e l’estate precedono l’autunno e l’inverno. Ogni essere passa attraverso fasi successive di vigore e di declino: ciò è dettato dal movimento cosmico; ed è per questo che nel tempio ancestrale i parenti vengono prima di tutti gli altri; nei villaggi gli anziani sono venerati; negli affari ci si rimette al più saggio. Questo è l’ordine che discende dal Principio: la sua inosservanza equivarrebbe a non tener conto del Principio stesso.
    Nell’antichità, in conformità al Principio, per prima cosa si prendeva in considerazione il modo d’agire del Cielo e della Terra; da questo binomio si traevano le nozioni di dovere e di equità, poi quelle relative alle funzioni pubbliche, quindi le forme ed i nomi. Venivano in seguito le nozioni riguardanti le occupazioni secondo le rispettive capacità, la discriminazione fra il giusto e l’ingiusto ed infine le ricompense e le punizioni. I saggi e gli uomini comuni avevano i propri particolari doveri; l’onorato e l’umile occupavano i loro rispettivi posti nella società. Ed essendo spinti l’uomo dotato di qualità e quello mediocre ciascuno dalle proprie tendenze, era necessario fare una distinzione fra le capacità e adottare una corrispondente nomenclatura. È per questo che fu scritto: «Ovunque vi è una forma vi è anche il suo nome». In tal modo i maggiormente qualificati servivano l’Imperatore assicurando la prosperità dei sudditi, che ammaestravano con il loro esempio senza costrizione alcuna, seguendo il modo d’agire del Cielo e della Terra. Era questa l’epoca della pace assoluta, del governo perfetto.
    Gli antichi possedevano invero le forme ed i nomi, ma non davano loro la preminenza; non si arzigogolava, non si discuteva su di essi, come fanno i sofisti d’oggigiorno. Si doveva passare attraverso cinque fasi per arrivare alle forme ed ai nomi, e superarne altre quattro per trattare delle ricompense e delle punizioni.
    Si cercava allora ogni soluzione nella radice, nell’origine, nel Principio che abbraccia tutto. Ed è questo considerare le cose partendo dall’alto che costituiva la superiorità di quel governo; mentre il passare direttamente alle forme ed ai nomi e perdersi nei particolari – come fanno i sofisti contemporanei –, è voler ignorare la loro origine.
    Coloro che argomentano in senso contrario non fanno che invertire il procedimento per arrivare alla conoscenza del Principio; meglio sarebbe che venissero guidati da altri piuttosto che pretendere di governare.
    Passare direttamente alle forme ed ai nomi, alle punizioni e alle ricompense, equivale invero a cogliere la parte strumentale del governo, non a conoscerne il principio; non si addice che a coloro che hanno cognizioni limitate; può valere per degli amministratori, ma non serve a reggere l’Impero. Infatti le cerimonie e le leggi esistevano sì presso gli antichi: erano disposte dai governanti per l’utilità dei sudditi, ma di certo non si contava su di esse per assicurare la prosperità.
    (Traduzione di Maurizio Gaio)







    1 Così lo stesso Chuang-Tse descrive questo stato: «Pur avendo un corpo, egli non è più un uomo. Vive fra gli uomini, ma è assolutamente indifferente alla loro approvazione o disapprovazione, perché non ha più i loro sentimenti. Egli è infinitamente piccolo in quello per cui è ancora uomo, infinitamente grande in quello per cui è uno col Cielo» (Cap. V, 5).

    2 Titolo conferito nel 742 d.C. dall’Imperatore Huang-Tsong agli scritti di Chuang-Tse, al quale venne riconosciuto, con l’occasione, il titolo di Sheng-jen.

    1 L’Imperatore Yao visse dal 2357 al 2256 a.C. Un frammento del Shu-Ching redatto nel II millennio a.C. così ce lo presenta: «Ricercando nell’antichità troviamo l’Imperatore Yao. Egli fu rispettoso della tradizione, intelligente, compito e accurato – naturalmente e senza sforzo. L’influenza di queste finalità fu sentita in tutti i quattro quartieri e giunse in alto fino al Cielo e in basso fino alla Terra».

    2 Lo yang e lo yin sono i due principi attivo e passivo che, procedendo da una polarizzazione dell’Unità metafisica, danno origine alla manifestazione universale. L’Uomo Trascendente, identificato al Principio (ritornato alla “propria radice”), venendosi a trovare al centro della ruota cosmica ne determina la rotazione, comunicando allo Yin e allo Yang le rispettive modalità.
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    ci si rivede, forse.

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    Predefinito Re: NAN-HOA SHENG-CHING

    ...e da un lato sarai così piccolo da mischiarti con le diecimila creature e dall'altro così grande da innalzarti da solo verso il cielo ...
    Non ho princìpi, l’adattabilità a tutte le cose è i miei princìpi

 

 
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