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  1. #1801
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    niente non se ne esce......pur con tutta la buona volonta'....mi prudono le mani, ma vorrei che questo 3D si mantenese il piu' possibile tecnico e non cazzaro...quindi non ribatto!
    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  2. #1802
    Viva la piadina!!!
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da animal Visualizza Messaggio
    niente non se ne esce......pur con tutta la buona volonta'....mi prudono le mani, ma vorrei che questo 3D si mantenese il piu' possibile tecnico e non cazzaro...quindi non ribatto!


    Prudere le mani?

    Mah, faccia come vuole, io sto semplicemente riportando e ridicendo quello che scrivo da mesi e mesi e mesi, che "fortunatamente" ricalca gli eventi in progresso.
    Globalizzazione..... si grazie.

  3. #1803
    Viva la piadina!!!
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    CNPC finishes 1st national pilot shale gas zone


    China National Petroleum Corp, the country’s largest oil and gas producer and supplier, has completed construction of its first national-level shale gas pilot zone.
    The daily production capacity of Changning-Weiyuan national-level shale gas pilot zone in Sichuan Province, exceeded the target of 7 million cubic meters on Wednesday, marking the completion of the zone, PetroChina Southwest Oil and Gasfield Co, a CNPC affiliate, said yesterday.
    The zone now has 83 wells in the province’s Yibin and Neijiang cities with an annual production of 2 billion cubic meters.
    The first well was built in April 2010. The central government approved the construction of the pilot zone in March 2012.
    China has recently made breakthroughs in shale gas exploration, both in capacity and drilling techniques, as the country is moving to readjust its energy structure from reliance on coal, which has been blamed for foul air.
    Sinopec, China’s largest oil refiner, said in December that its Fuling shale gas project in Chongqing achieved an annual production capacity of 5 billion cubic meters.





    CNPC finishes 1st national pilot shale gas zone | Shanghai Daily
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  4. #1804
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    YPF signs shale deal with American Energy Partners


    http://www.ft.com/intl/cms/s/0/8d385...#axzz3xJc1hbxN
    Globalizzazione..... si grazie.

  5. #1805
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Missione riuscita: la grave crisi dello scisto negli Stati Uniti - Una Lira per l'Italia
    Missione riuscita: la grave crisi dello scisto negli Stati Uniti



    Da un anno il prezzo del petrolio è una delle variabili più importanti nella situazione economica, con notevole collasso e molteplici effetti generali che ovviamente aumentano l’instabilità del sistema finanziario, commerciale, economico e strategico in generale.

    Sappiamo che il processo attuale è iniziato nel dicembre 2014, secondo una decisione politica presa in coordinamento e in grande segreto, immediatamente vantato dalle autorità americaniste e saudite.

    L’obiettivo era il crollo della Russia.

    Un testo da Sputnik, riprendendo una notizia della Federal Reserve dello Stato del Texas, e vari commenti, annunciava che sua prima vittima (in ordine cronologico) è la grande operazione su gas e petrolio di scisto negli Stati Uniti, che interessa notevoli ambizioni economiche e strategiche (alcuni hanno lodato o finto di temere la recrudescenza dell’onnipotenza dell’”iperpotenza”, che sapete, in tale occasione).Il crollo industriale negli Stati Uniti non è una sorpresa dato che la grande maggioranza dei commentatori ha sottolineato tale rischio dell’offensiva del dicembre 2014, ma il verificarsi è ora abbastanza impressionante da essere un’importante realtà ancora da definire in termini strategici.

    Ripetiamo il testo di Sputnik del 25 dicembre. (È inoltre possibile visualizzare il testo di ZeroHedge del 25 dicembre, molto più dettagliato e tecnicamente ben descritto).I fallimenti delle compagnie petrolifere e del gas degli Stati Uniti hanno raggiunto un livello record dalla Grande Depressione degli anni ’30, riporta la Federal Reserve Bank di Dallas. Almeno nove aziende statunitensi nel settore del petrolio e del gas, il cui debito congiunto superava i due miliardi di dollari, hanno avviato la procedura fallimentare nel quarto trimestre dell’anno in corso, ha riportato la banca. I movimenti più spettacolari si verificano sui prezzi del petrolio. I prezzi del petrolio in Europa e negli Stati Uniti sono in rotta, flirtando con i minimi del 2008 e 2004 rispettivamente. Il prezzo del gas naturale negli Stati Uniti è già al minimo da tredici anni, indicano gli analisti che parlano sempre più spesso del ritorno agli anni ’30. Una crollo prolungato del prezzo del petrolio potrebbe pregiudicare il finanziamento della ricerca sugli scisti bituminosi negli Stati Uniti entro il 2016.

    In realtà, il calo dei prezzi del petrolio schiaccia le aziende del settore, che non sono più redditizie a tali prezzi. Il tasso d’insolvenza nel settore potrebbe superare il 10% l’anno prossimo oltre Atlantico, secondo Fitch un record storico.Se il prezzo sarà di 50 dollari, un’intera sezione del petrolio di scisto non sarà più vantaggiosa, e sappiamo che con meno profitto, c’è meno investimento. Gli esperti si chiedono se davvero non sia la fine del famoso boom degli idrocarburi di scisto, certamente previsto da uno dei signori dell’energia di Wall Street, Andrew John Hall, che in particolare prevede una rapida fine del boom del petrolio di scisto e quindi il ritorno al petrolio convenzionale.

    Secondo lui, gli specialisti hanno commesso degli errori sulle specifiche degli scisti bituminosi, compresa durata e funzionamento dei mercati del gas e del petrolio.Ha spiegato, in particolare, che vi sono da un lato gli Stati Uniti produttori a pieno regime di idrocarburi di scisto da cinque anni, e dall’altro i Paesi dell’Organizzazione dei Paesi esportatori del Petrolio (OPEC) che detengono la maggior parte dei super-giganteschi giacimenti qualificati (riserve superiori a 700 miliardi di tonnellate) che producono per quote, esaurendo meno rapidamente le riserve. In tali condizioni, suppone John Andrew Hall, non si può che tornare al petrolio convenzionale negli anni a venire“.Questo era prevedibile e previsto, ma non preoccupava particolarmente l’amministrazione o gli ambienti finanziari washingtoniani, adusi ad operare nell’arco di tre mesi, rinchiusi in varie “bolle” di comunicazione completamente sigillate (“impraticabili”).Notizie varie venivano diffuse lo scorso anno sul peggioramento della situazione dei giacimenti di petrolio/gas di scisto, in diverse aree e diversi progetti (vedi ad esempio il caso polacco del febbraio 2014)).Come già accennato, tale sequenza è di origine politica, iniziata nel dicembre 2014 con la collusione tra Stati Uniti e Arabia Saudita, dove Washington voleva mettere “in ginocchio la Russia”.

    L’Arabia Saudita, che vive al ritmo di piani totalmente destrutturati e avventurosi rispetto alla tradizionale cauta politica seguita, li ha visti come modo per privare la Siria di Assad del suo principale alleato, facendo credere al momento (dicembre 2014), agli analisti del settore del sistema, con i loro commenti regolarmente “copiati e incollati” sui loro pezzi fin dal 2011, che Assad “non aveva che un paio di settimane”.Nel frattempo, un anno dopo, la stessa grande manovra strategica che scatenava il crollo dei prezzi del petrolio, prepara la seconda vittima (in ordine cronologico) dopo lo scisto degli Stati Uniti, cioè l’Arabia Saudita stessa. (E con sempre lo stesso presidente in Siria…)

    Un articolo molto interessante di Daniel Lazare di ConsortiumNews, del 22 dicembre, descrive la cosa.… In cima alla lista dei guai del regno c’è l’economia. Con il suo tasso di disoccupazione ostinatamente elevato e il crescente divario tra ricchi e poveri, l’Arabia Saudita è stata a lungo il malato del Golfo Persico. Anche se i pianificatori parlano di diversificazione economica dal 1970, il regno è in realtà più dipendente dal petrolio nel 2013 che 40 anni prima.

    La “saudizzazione” della forza lavoro è un altro mantra, eppure il mercato del lavoro rimane polarizzato tra un settore privato dominato da lavoratori ospiti stranieri, soprattutto dall’Asia del Sud, e un settore pubblico pieno di “divani umani” sauditi che trascorrono le loro giornate sdraiati negli uffici governativi.Riyadh vuole che i giovani lavorino negli alberghi, raffinerie e simili, ma la maggior parte preferisce aspettare una costosa sinecura dal governo, uno dei motivi per cui il tasso di disoccupazione tra i giovani è al 29 per cento.

    Data tale combinazione di dipendenza dal petrolio e disoccupazione, un calo di due terzi del prezzo del greggio da metà 2014 non poteva essere più dolorosa.

    Ma ciò che è ancora più spaventoso è la crescente consapevolezza che, con la riduzione della domanda causata dal rallentamento globale e dal crescente eccesso di offerta dovuta alla rivoluzione del fracking, i prezzi bassi saranno un fatto comune nei prossimi anni.

    Tale prospettiva non fa ben sperare a un Paese dipendente dal petrolio per il 91 per cento del fatturato estero, che attualmente brucia le riserve in valuta estera al tasso di 10 miliardi di dollari al mese…

    Naturalmente, la decisione di Stati Uniti-Arabia Saudita del dicembre 2014 non è la sola causa di tale situazione generale (crollo del prezzo del petrolio), ma è detonatore, chiave strategica, incentivo psicologico che innesca il collasso torrenziale.

    (Con le operazioni collaterali nella stessa direzione del crollo-disturbo del mercato dell’energia, favorite da un’antipolitica dagli adeguati standard demenziali del blocco BAO e della coppia Stati Uniti-Arabia Saudita, con il potere washingtoniano impotente, esausto e paralizzato, completamente dissolto nella follia. Si pensi allo sfruttamento petrolifero dello SIIL, la nebulosa terrorista perfettamente allineata al capitalismo autodistruttivo).Comunque, indipendentemente da ciò, il risultato è qui: la crisi del prezzo del petrolio è completamente scatenata, senza freni e termini grazie a tale impulso politico iniziale.Naturalmente, la Russia ne è anche necessariamente influenzata, come tutti i produttori di energia.Questo caso illumina ciò che costituisce una debolezza politica, non del Paese, ma della posizione di Putin che continua a dipendere dalle regole economiche e finanziarie del sistema con cui certamente non ha completamente rotto. Tale aspetto merita uno studio separato della situazione in cui si trova, grazie a fattori importanti e specifici della Russia. Ma capiamo che l’attuale debolezza russa non ha assolutamente nulla a che fare con il risultato atteso da Stati Uniti e Arabia Saudita nella loro grande operazione geo-energetica, che si prefiggeva nientemeno che la liquidazione della Russia come Stato indipendente e sovrano nel giro di poche settimane, e senza ridere…Il risultato della manovra USA-Arabia Saudita non è geopolitico o economico-finanziario, od energetico, anche se è tutto questo, naturalmente, in effetti; né fornisce alcun vantaggio a qualcun altro provocando il generale peggioramento della situazione, non uniformemente distribuito tra i tre attori.

    Il risultato è escatologico, introducendo un nuovo fattore di disordine universale, un componente straordinario dello squilibrio destabilizzante, della dissoluzione della situazione generale e del sistema stesso, di conseguenza.

    È escatologica nel senso che rafforza il carattere assolutamente sfuggente e incontrollabile alle forze umane della situazione, rendendo la crisi generale se possibile ancor più indipendente dell’azione umana.

    Philippe Grasset, Dedefensa, 26 dicembre 2015
    Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
    Calo-petrolio, record di bancarotte negli Usa. Bruciati 70mila posti di lavoro


    Era dal periodo più buio della Grande Recessione che non si vedevano così tanti fallimenti tra le compagnie del settore petrolifero e del gas.Negli Stati Uniti l’economia ormai cresce stabilmente sopra il 2%, il mercato del lavoro è vicino al pieno impiego con un tasso di disoccupati al 5% e la Federal Reserve ha iniziato ad alzare i tassi, a testimonianza della solidità della ripresa Usa. Eppure, il crollo del prezzo del petrolio sta mandando gambe all’aria alcuni protagonisti di un settore che – mosso da variabili globali – non riesce più a sfruttare il motore domestico dell’economia, pur lanciato ad alta velocità.Come sottolineano i dati della Federal Reserve di Dallas, infatti, nel quarto trimestre dell’anno almeno nove compagnie hanno fatto richiesta di bancarotta, per un totale di debito di oltre 2 miliardi di dollari, si spiega nel report che aggiorna il quadro dell’ultima parte del 2015, pubblicato in settimana.“I prezzi bassi del petrolio hanno generato danni finanziari consistenti ai produttori di petrolio e gas americani, sprattutto perché questi devono far fronte a costi di produzione molto più alti dei loro concorrenti altrove nel mondo”, hanno scritto in un report citato da Bloomberg il ricercatore Navi Dhaliwal e l’economista Martin Stuermer. “Se le bancarotte proseguono a questo ritmo, ci potranno essere ancor più ripercussioni nel 2016”, ammoniscono,


    In effetti, il crollo del petrolio che si è verificato dall’estate 2014 in poi si spiega proprio con la scelta dei Paesi riuniti nel cartello dell’Opec di mettere fuori gioco l’emergente produzione degli Stati Uniti, che è servita a Washington per guadagnarsi l’indipendenza energetica e tornare addirittura ad aprirsi alle esportazioni.


    Gli estrattori guidati dall’Arabia Saudita non hanno mai tagliato la loro posizione, nonostante il declino delle quotazioni e la bassa domanda a livello mondiale, causata in particolare dal rallentamento delle economie emergenti.

    L’Opec ha deciso di veder limare in maniera consistente i propri guadagni, pur di non perdere quote di mercato.

    Ha giocato al ribasso sui prezzi sapendo che la produzione Usa è molto più costosa, soprattutto perché legata al sistema del fracking (la rottura delle rocce che ‘imprigionano’ la materia prima energetica), che richiede grandi investimenti e la continua apertura di nuovi pozzi (senza considerare gli effetti ambientali).

    Non è un caso che dal picco dell’ottobre 2014, il settore oil&gas degli Stati Uniti abbia registrato un tracollo dell’occupazione che ha portato alla cancellazione di 70mila posti di lavoro.

    Fonte repubblica

  6. #1806
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking


    Il boom del fracking è finito


    A.C. | 21 novembre 2015 | 0 commenti
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    a cura di Alberto Castagnola

    Il boom del petrolio da sabbie bituminose sta finendo, portandosi via i posti di lavoro

    di Ian Austen
    Forte McMurray, Alberta, Canada. In un campo che accoglieva lavoratori del settore petrolifero, un complesso di sedici costruzioni di tre piani che un tempo accoglievano 2.000 lavoratori, sono ormai vuoti. Con i prezzi del petrolio in precipitosa diminuzione, i progetti ad alta intensità di capitale basati sul greggio pesante estratto dalle sabbie bituminose dell’Alberta, stanno perdendo denaro, e contribuiscono alla perdita di 35.000 posti di lavoro industriali in tutta la provincia. E ora l’Autostrada dell’Alberta numero 63, la più importante arteria che collega le sabbie dell’Alberta del nord con il resto del paese ancora risuona per il traffico. Malgrado la severa crisi economica in una regione la cui crescita un tempo sembrava non avere limiti, molte imprese energetiche che avevano troppo investito nelle sabbie bituminose ora rallentano o smontano le trivelle.
    Le attività edilizie continuano nei progetti che erano stati avviati prima della caduta del prezzo, in larga misura perché miliardi di dollari sono già stati spesi per realizzarli. I progetti per l’estrazione dalle sabbie bituminose sono basati su investimenti calcolati in un quadro previsionale di quarant’anni, quindi i loro proprietari sono stati costretti ad aspettare per evitare il fallimento.
    Dopo un periodo di boom straordinario che ha attirato molte delle maggiori imprese mondiali dell’energia e circa 200 miliardi dollari spesi per investire nello sviluppo delle sabbie bituminose durante gli ultimi quindici anni, l’industria è ora in uno stato di stasi finanziaria, e sta navigando verso un declino che ha provato a sfidare.
    I piani relativi agli oleodotti e ai gasdotti che avrebbero dovuto creare nuovi mercati di esportazione, incluso l’oleodotto Keystone XL, che è progettato per attraversare gli Stati Uniti dal nord al sud, sonio stati ostacolati per problemi ambientali e per una opposizione politica. Il Canada si trova ora ad affrontare le conseguenze economiche, essendo caduto in una moderata recessione all’inizio di quest’anno. E l’Alberta, che confidava molto sulle entrate per le royalties del petrolio, oggi prevede di dichiarare in bilancio un deficit di 6 miliardi di dollari canadesi, pari a circa 4,5 miliardi di dollari americani.
    “Il pendolo ha smesso di oscillare”, ha detto Stephen Ross, il presidente di Devonian Properties, una impresa di sviluppo dell’Alberta. A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, il petrolio ha arricchito l’Alberta. L’aumento dello sviluppo dovuto allo sfruttamento delle sabbie bituminose a partire dai primi anni 2000 aveva soltanto intensificato il periodo fortunato della provincia. Quando il signor Ross acquistò per la prima volta nel 2000 dei terreni edificabili nella zona, pagò un ettaro circa 10.800 dollari canadesi. Egli smise di comprare terreni molto prima che il prezzo per ettaro raggiungesse i 400.000 dollari canadesi. “La città aveva già cominciato a sperimentare crescenti difficoltà”, ha detto il signor Ross.
    Gli impianti che trattavano le sabbie petrolifere hanno rapidamente ridotto i loro bilanci e hanno tagliato i servizi, ad esempio il lavaggio delle tute da lavoro, che evidentemente sembravano scelte facoltative. E man mano che parti dei progetti erano terminate, i lavoratori dovevano fare i bagagli. Da quanto il prezzo del petrolio è crollato, la Teck Resources ha posposto i suoi progetti per le sabbie petrolifere di cinque anni, fino al 2026. Cenevus Energy ha tagliato in misura notevole i bilanci relativi ai suoi sviluppi. E la Osum Oil Sands ha accantonato l’espansione prevista per un progetto che aveva acquistato dalla Shell. L’impresa Nexen, di proprietà cinese, ha spostato in avanti, fino al 2020, i suoi piani per la creazione di un impianto dove il bitume liquefatto doveva essere convertito in petrolio grezzo sintetico.
    Questi progetti, e altri negli ultimi quindici anni, sono stati in larga misura realizzati e resi operativi da gruppi di lavoratori itineranti. Questi operai arrivavano in aereo a Fort McMurray ed erano trasportati da autobus ai loro campi di lavoro a due ore di distanza. Le loro vite erano organizzate con turni di lavoro di tre settimane ininterrotte, e con ritorni a casa per dieci giorni di riposo. Avevano quindi pochi o nessun contatto con la città. Dopo essere stati licenziati, entrano a far parte delle statistiche della disoccupazione, non nell’Alberta, ma nelle province delle loro città di residenza. È sempre in queste regioni che la perdita di retribuzioni un tempo piuttosto elevate è più risentita, e quindi si verifica un effetto di diffusione attraverso tutto il paese.
    Un dirigente esecutivo e investitore, che non ha voluto che il suo nome fosse citato, ha detto che sta crescendo la sensazione che le industrie non paghino abbastanza l’Alberta con le royalties, mentre le carenze di protezione dell’ambiente impediranno nuovi investimenti anche se il prezzo del petrolio dovesse cominciare a crescere. “Non c’è mai stato un momento in cui io sia stato così poco ottimista – ha detto – La gente non sa quanto la situazione sia cattiva. È solo che non si è ancora manifestata completamente. Egli sapeva, evidentemente, che gli ambientalisti hanno vinto nel dibattito sull’Oleodotto Keystone XL e su numerosi altri progetti di oleodotti.
    E i lavoratori che hanno tratto benefici dal periodo di boom ora si stanno accorgendo che la loro fase di buona fortuna è finita e senza possibilità di verificarsi nuovamente. Rèjean Godin, autista di camion e operatore di mezzi pesanti, ha iniziato a fare avanti e indietro il percorso dalla provincia Atlantica di New Brunswick tredici anni fa. Da quel momento ha guadagnato salari quattro o cinque volte il livello di quelli che percepiva nel suo luogo di origine, una zona di levata disoccupazione. Il signor Godin, che vive in uno dei campi di lavoro, ha elencato tutti i diversi progetti nei quali centinaia di lavoratori sono stati licenziati, licenziamenti di cui ha avuto notizia negli ultimi giorni.
    Egli teme che i giorni di paghe elevate per trasportare acqua per i campi di lavoro e per prelevare i loro rifiuti possano essere ormai terminati sia per se stesso che per suo figlio trentenne, che lo aveva raggiunto all’Alberta. “Non sono sicuro che noi verremo di nuovo qui l’anno prossimo – ha detto il signor Godin – Ciò che sento dire ovunque è che il prezzo del petrolio è troppo basso e che quindi abbiamo dovuto tagliare questo o quello, abbiamo dovuto abbassare quest’altro un po’. Noi ci muoviamo giorno per giorno, ma non sappiamo cosa ci aspetta”.

    Tratto da: The New York Times International, settimanale, allegato a La Repubblica del 9 novembre 2015

    Obama chiude l’oleodotto

    L’oleodotto Keystone XL, una delle infrastrutture più contestate dagli attivisti e dagli ambientalisti statunitensi e canadesi, non sarà costruito. Il 7 novembre il presidente Barak Obama ha respinto la richiesta presentata nel 2008 dalla compagnia energetica TransCanada per costruire un oleodotto lungo circa1.900 chilometri che avrebbe dovuto trasportare il petrolio estratto dalle sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada, fino al Nebraska, dove si sarebbe collegato a un oleodotto già esistente, che arriva fino al golfo del Messico. Il progetto era stato approvato dal congresso statunitense ma serviva l’approvazione del presidente.
    È la decisione più importante presa da Obama sulle questioni ambientali, e serve a lanciare un segnale importante in vista della Conferenza internazionale sul clima che comincerà a Parigi il 30 novembre”, scrive The Atlantic. Ma la scelta del presidente è stata dettata anche da motivazioni economiche. In primo luogo, il progetto non avrebbe inciso granché sull’economia in termini di nuovi posti di lavoro. Inoltre non avrebbe abbassato il prezzo del petrolio e del gas, che in questo momento è già ai minimi storici. Infine, gli Stati Uniti stanno già andando verso l’indipendenza energetica, quindi non hanno bisogno di nuove infrastrutture.
    Tratto da: Internazionale n. 1128 del 13 novembre 2015, pag.23


    Il boom del fracking è finito - Comune-info

  7. #1807
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking


    Il boom del fracking è finito


    A.C. | 21 novembre 2015 | 0 commenti
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    a cura di Alberto Castagnola

    Il boom del petrolio da sabbie bituminose sta finendo, portandosi via i posti di lavoro

    di Ian Austen
    Forte McMurray, Alberta, Canada. In un campo che accoglieva lavoratori del settore petrolifero, un complesso di sedici costruzioni di tre piani che un tempo accoglievano 2.000 lavoratori, sono ormai vuoti. Con i prezzi del petrolio in precipitosa diminuzione, i progetti ad alta intensità di capitale basati sul greggio pesante estratto dalle sabbie bituminose dell’Alberta, stanno perdendo denaro, e contribuiscono alla perdita di 35.000 posti di lavoro industriali in tutta la provincia. E ora l’Autostrada dell’Alberta numero 63, la più importante arteria che collega le sabbie dell’Alberta del nord con il resto del paese ancora risuona per il traffico. Malgrado la severa crisi economica in una regione la cui crescita un tempo sembrava non avere limiti, molte imprese energetiche che avevano troppo investito nelle sabbie bituminose ora rallentano o smontano le trivelle.
    Le attività edilizie continuano nei progetti che erano stati avviati prima della caduta del prezzo, in larga misura perché miliardi di dollari sono già stati spesi per realizzarli. I progetti per l’estrazione dalle sabbie bituminose sono basati su investimenti calcolati in un quadro previsionale di quarant’anni, quindi i loro proprietari sono stati costretti ad aspettare per evitare il fallimento.
    Dopo un periodo di boom straordinario che ha attirato molte delle maggiori imprese mondiali dell’energia e circa 200 miliardi dollari spesi per investire nello sviluppo delle sabbie bituminose durante gli ultimi quindici anni, l’industria è ora in uno stato di stasi finanziaria, e sta navigando verso un declino che ha provato a sfidare.
    I piani relativi agli oleodotti e ai gasdotti che avrebbero dovuto creare nuovi mercati di esportazione, incluso l’oleodotto Keystone XL, che è progettato per attraversare gli Stati Uniti dal nord al sud, sonio stati ostacolati per problemi ambientali e per una opposizione politica. Il Canada si trova ora ad affrontare le conseguenze economiche, essendo caduto in una moderata recessione all’inizio di quest’anno. E l’Alberta, che confidava molto sulle entrate per le royalties del petrolio, oggi prevede di dichiarare in bilancio un deficit di 6 miliardi di dollari canadesi, pari a circa 4,5 miliardi di dollari americani.
    “Il pendolo ha smesso di oscillare”, ha detto Stephen Ross, il presidente di Devonian Properties, una impresa di sviluppo dell’Alberta. A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, il petrolio ha arricchito l’Alberta. L’aumento dello sviluppo dovuto allo sfruttamento delle sabbie bituminose a partire dai primi anni 2000 aveva soltanto intensificato il periodo fortunato della provincia. Quando il signor Ross acquistò per la prima volta nel 2000 dei terreni edificabili nella zona, pagò un ettaro circa 10.800 dollari canadesi. Egli smise di comprare terreni molto prima che il prezzo per ettaro raggiungesse i 400.000 dollari canadesi. “La città aveva già cominciato a sperimentare crescenti difficoltà”, ha detto il signor Ross.
    Gli impianti che trattavano le sabbie petrolifere hanno rapidamente ridotto i loro bilanci e hanno tagliato i servizi, ad esempio il lavaggio delle tute da lavoro, che evidentemente sembravano scelte facoltative. E man mano che parti dei progetti erano terminate, i lavoratori dovevano fare i bagagli. Da quanto il prezzo del petrolio è crollato, la Teck Resources ha posposto i suoi progetti per le sabbie petrolifere di cinque anni, fino al 2026. Cenevus Energy ha tagliato in misura notevole i bilanci relativi ai suoi sviluppi. E la Osum Oil Sands ha accantonato l’espansione prevista per un progetto che aveva acquistato dalla Shell. L’impresa Nexen, di proprietà cinese, ha spostato in avanti, fino al 2020, i suoi piani per la creazione di un impianto dove il bitume liquefatto doveva essere convertito in petrolio grezzo sintetico.
    Questi progetti, e altri negli ultimi quindici anni, sono stati in larga misura realizzati e resi operativi da gruppi di lavoratori itineranti. Questi operai arrivavano in aereo a Fort McMurray ed erano trasportati da autobus ai loro campi di lavoro a due ore di distanza. Le loro vite erano organizzate con turni di lavoro di tre settimane ininterrotte, e con ritorni a casa per dieci giorni di riposo. Avevano quindi pochi o nessun contatto con la città. Dopo essere stati licenziati, entrano a far parte delle statistiche della disoccupazione, non nell’Alberta, ma nelle province delle loro città di residenza. È sempre in queste regioni che la perdita di retribuzioni un tempo piuttosto elevate è più risentita, e quindi si verifica un effetto di diffusione attraverso tutto il paese.
    Un dirigente esecutivo e investitore, che non ha voluto che il suo nome fosse citato, ha detto che sta crescendo la sensazione che le industrie non paghino abbastanza l’Alberta con le royalties, mentre le carenze di protezione dell’ambiente impediranno nuovi investimenti anche se il prezzo del petrolio dovesse cominciare a crescere. “Non c’è mai stato un momento in cui io sia stato così poco ottimista – ha detto – La gente non sa quanto la situazione sia cattiva. È solo che non si è ancora manifestata completamente. Egli sapeva, evidentemente, che gli ambientalisti hanno vinto nel dibattito sull’Oleodotto Keystone XL e su numerosi altri progetti di oleodotti.
    E i lavoratori che hanno tratto benefici dal periodo di boom ora si stanno accorgendo che la loro fase di buona fortuna è finita e senza possibilità di verificarsi nuovamente. Rèjean Godin, autista di camion e operatore di mezzi pesanti, ha iniziato a fare avanti e indietro il percorso dalla provincia Atlantica di New Brunswick tredici anni fa. Da quel momento ha guadagnato salari quattro o cinque volte il livello di quelli che percepiva nel suo luogo di origine, una zona di levata disoccupazione. Il signor Godin, che vive in uno dei campi di lavoro, ha elencato tutti i diversi progetti nei quali centinaia di lavoratori sono stati licenziati, licenziamenti di cui ha avuto notizia negli ultimi giorni.
    Egli teme che i giorni di paghe elevate per trasportare acqua per i campi di lavoro e per prelevare i loro rifiuti possano essere ormai terminati sia per se stesso che per suo figlio trentenne, che lo aveva raggiunto all’Alberta. “Non sono sicuro che noi verremo di nuovo qui l’anno prossimo – ha detto il signor Godin – Ciò che sento dire ovunque è che il prezzo del petrolio è troppo basso e che quindi abbiamo dovuto tagliare questo o quello, abbiamo dovuto abbassare quest’altro un po’. Noi ci muoviamo giorno per giorno, ma non sappiamo cosa ci aspetta”.

    Tratto da: The New York Times International, settimanale, allegato a La Repubblica del 9 novembre 2015

    Obama chiude l’oleodotto

    L’oleodotto Keystone XL, una delle infrastrutture più contestate dagli attivisti e dagli ambientalisti statunitensi e canadesi, non sarà costruito. Il 7 novembre il presidente Barak Obama ha respinto la richiesta presentata nel 2008 dalla compagnia energetica TransCanada per costruire un oleodotto lungo circa1.900 chilometri che avrebbe dovuto trasportare il petrolio estratto dalle sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada, fino al Nebraska, dove si sarebbe collegato a un oleodotto già esistente, che arriva fino al golfo del Messico. Il progetto era stato approvato dal congresso statunitense ma serviva l’approvazione del presidente.
    È la decisione più importante presa da Obama sulle questioni ambientali, e serve a lanciare un segnale importante in vista della Conferenza internazionale sul clima che comincerà a Parigi il 30 novembre”, scrive The Atlantic. Ma la scelta del presidente è stata dettata anche da motivazioni economiche. In primo luogo, il progetto non avrebbe inciso granché sull’economia in termini di nuovi posti di lavoro. Inoltre non avrebbe abbassato il prezzo del petrolio e del gas, che in questo momento è già ai minimi storici. Infine, gli Stati Uniti stanno già andando verso l’indipendenza energetica, quindi non hanno bisogno di nuove infrastrutture.
    Tratto da: Internazionale n. 1128 del 13 novembre 2015, pag.23


    Il boom del fracking è finito - Comune-info

  8. #1808
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da animal Visualizza Messaggio
    niente non se ne esce......pur con tutta la buona volonta'....mi prudono le mani, ma vorrei che questo 3D si mantenese il piu' possibile tecnico e non cazzaro...quindi non ribatto!
    Scelta saggia contro i troll.

  9. #1809
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Ma ti rendi conto che riporti ste cazzate da quando il petrolio era a 80$? Ma un po' di decenza non l'hai?
    I vincenti hanno sempre una soluzione ad ogni problema, i no(n)euro hanno sempre una scusa.

  10. #1810
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da Immanuel Visualizza Messaggio
    Ma ti rendi conto che riporti ste cazzate da quando il petrolio era a 80$? Ma un po' di decenza non l'hai?
    No... non l'ha.. e si crede pure furbo.
    Globalizzazione..... si grazie.

 

 
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