Si può parlare di una Chiesa conciliare?
di Don Jean-Michel Gleize
Se ne è parlato e se ne parla ancora. Con entusiasmo o indignazione. Alcuni vi scorgono i vantaggi di una definizione reale, altri gli inconvenienti di un’esagerazione non meno reale. Tutti credono di poter addurre valide ragioni o per consacrare o per condannare l’uso di questa espressione. Gli argomenti dell’una e dell’altra parte procedono in senso opposto.
Noi, seguendo un metodo già sperimentato, esporremo anzitutto tali argomenti (I), poi risaliremo ai princìpi e, in base ad essi, cercheremo di vedere come stanno veramente le cose (II). Infine, distingueremo ciò che c’è di vero e ciò che c’è di falso nei diversi argomenti addotti, la cui opposizione, il più delle volte, è soltanto apparente.
I. PRO O CONTRO: L’ESPRESSIONE «CHIESA CONCILIARE» PUÒ ESSERE LEGITTIMAMENTE UTILIZZATA?
1. Primo argomento: mons. Benelli ha utilizzato l’espressione Chiesa conciliare per designare la Chiesa dopo il Concilio Vaticano II[1]. Quindi non solo si può, ma si deve parlare di una Chiesa conciliare.
2. Secondo argomento: nella «Dichiarazione del 1974», che rappresenta la magna charta della Fraternità, mons. Lefebvre contrappone chiaramente la Roma cattolica di sempre alla Roma modernista[2]. Vi sono dunque due Rome ed anche due Chiese, la Chiesa cattolica e la Chiesa conciliare. Di conseguenza, si può parlare di una Chiesa conciliare.
3. Terzo argomento: mons. Lefebvre, constatando i fatti, afferma che le riforme del Concilio Vaticano II hanno avuto come risultato «una Chiesa nuova, una Chiesa liberale, una Chiesa riformata, simile alla chiesa riformata di Lutero»[3]. E aggiunge che «noi stiamo con duemila anni di Chiesa e non con dodici anni di una nuova Chiesa, una Chiesa conciliare»[4]. Da ciò si ricava la medesima conclusione dell’argomento precedente.
4. Quarto argomento: in una conferenza tenuta ad Ecône nel settembre del 1988[5], mons. Lefebvre distingue tra la Chiesa ufficiale e la Chiesa cattolica visibile nelle sue note. La prima è il frutto del Concilio, la seconda è la vera Chiesa. Vi sono dunque due Chiese, la Chiesa cattolica visibile e la Chiesa ufficiale conciliare. Motivo in più per parlare di una Chiesa conciliare.
5. Se si risponde che mons. Lefebvre, quando parla di Chiesa ufficiale, non si riferisce ad una Chiesa propriamente detta ma ad una corrente ostile all’interno della Chiesa, si obietta – come quinto argomento – che nella stessa conferenza mons. Lefebvre precisa il suo pensiero, dicendo che bisogna lasciare questa Chiesa ufficiale proprio come si lascia una Chiesa propriamente detta: «Uscire, quindi, dalla Chiesa ufficiale? In una certa misura, sì, certamente. Tutto il libro di Madiran, L’Hérésie du XXe siècle, è la storia dell’eresia dei vescovi. Bisogna dunque sottrarsi a questi vescovi, se non si vuole perdere la propria anima. Anzi, non basta, perché l’eresia si è insediata a Roma. Se i vescovi sono eretici (pur senza usare questa parola in senso stretto e in tutte le sue implicazioni canoniche), lo si deve in parte all’influenza di Roma». L’espressione Chiesa conciliare si impone per designare questa Chiesa ufficiale.
6. Se si risponde che mons. Lefebvre vuole semplicemente dire che occorre proteggersi dalla contaminazione che imperversa nella Chiesa, si obietta – come sesto argomento – che mons. Lefebvre distingue comunque la Chiesa conciliare ufficiale dalla vera Chiesa visibile. La Chiesa conciliare ufficiale può essere considerata visibile sotto un certo aspetto, esattamente come lo è la cosiddetta «chiesa» anglicana, diffusa su tutto il territorio inglese. Ma la Chiesa cattolica non è una società visibile come le altre. Per essa, la visibilità consiste nelle sue note, che ne attestano l’origine divina e il carattere soprannaturale. La Chiesa ufficiale conciliare è visibile né più né meno che qualunque altra società e non presenta affatto le note della vera Chiesa Pertanto si può parlare di una Chiesa conciliare, anzi, la si deve considerare un’altra Chiesa, distinta dalla Chiesa cattolica.
7. Settimo argomento: in un’intervista concessa alla rivista Fideliter, un anno dopo le consacrazioni episcopali, mons. Lefebvre risponde ai suoi contestatori in questi termini: «Di quale Chiesa si parla? Se si tratta della Chiesa conciliare, si vorrebbe che noi, dopo aver lottato contro di essa per vent’anni perché vogliamo la Chiesa cattolica, rientrassimo in questa Chiesa conciliare allo scopo, per così dire, di renderla cattolica. È un’illusione completa. […] Evidentemente noi siamo contro la Chiesa conciliare che di fatto è scismatica, anche se essi non lo accettano. Di fatto è una Chiesa virtualmente scomunicata, perché è una Chiesa modernista»[6]. Nello spirito di mons. Lefebvre vi sono dunque due Chiese antagoniste, la Chiesa cattolica e la Chiesa conciliare. Pertanto l’uso dell’espressione Chiesa conciliare è legittimo.
8. Ottavo argomento: nell’ultima intervista esclusiva accordata alla rivista Fideliter prima di morire, mons. Lefebvre si è espresso in questi termini: «Non bisogna farsi illusioni. I princìpi che attualmente guidano la Chiesa conciliare sono sempre più apertamente contrari alla dottrina cattolica […]. Essi [Dom Gérard e la Fraternità San Pietro] dicono che non hanno ceduto nulla. Falso. Hanno ceduto la possibilità di contrastare Roma. Non possono più dire nulla. Devono tacere, accontentandosi dei favori che sono stati loro concessi. Non possono più denunciare gli errori della Chiesa conciliare»[7]. Secondo mons. Lefebvre vi è dunque una Chiesa conciliare, la cui testa è a Roma e i cui princìpi sono contrari alla dottrina cattolica. Pertanto questa Chiesa conciliare è un’altra Chiesa, distinta dalla Chiesa cattolica. Se ne conclude che l’uso dell’espressione Chiesa conciliare risulta costantemente legittimato da mons. Lefebvre, fino al termine della sua vita.
9. Nono argomento: se il capo di una società governa perseguendo un bene diverso da quello della società cui è preposto, per ciò stesso cessa di esserne il capo e diventa capo di un’altra società. Ora, dopo il Vaticano II, i capi della Chiesa governano perseguendo gli ideali massonici e liberali, che non possono corrispondere al bene comune della Chiesa. Dunque questi capi si trovano alla testa di un’altra Chiesa, la Chiesa conciliare, distinta come tale dalla Chiesa cattolica. Di conseguenza, si può parlare di una Chiesa conciliare.
L’ESPRESSIONE «CHIESA CONCILIARE» DEV’ESSERE RIGETTATA?
10. Decimo argomento: la Chiesa – come ci ricorda Papa Benedetto XVI nel suo Discorso del 2005 – è esattamente la stessa prima e dopo il Concilio Vaticano II, essendo impossibile una rottura tra la Chiesa preconciliare e la Chiesa postconciliare. Dunque non è possibile parlare di una Chiesa preconciliare[8].
11. Undicesimo argomento: recentemente mons. Fellay[9] ha affermato che la Chiesa attuale, rappresentata dalle autorità romane, resta la vera Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica: «Dicendo extra Ecclesiam nulla salus, fuori dalla Chiesa non c’è salvezza, noi ci riferiamo alla Chiesa di oggi. Di questo abbiamo la certezza assoluta. Bisogna esserne consapevoli. […] Il fatto di andare a Roma, non significa essere d’accordo con costoro. Ma essa è la Chiesa, ed è la vera Chiesa»[10]. E ha ribadito il concetto, richiamandosi a «questa Chiesa che non è un’idea, è reale, è davanti a noi, si chiama Chiesa cattolica romana, la Chiesa col suo Papa, coi suoi Vescovi, che possono trovarsi pure in uno stato di debolezza»[11]. Oggi, dunque, non è possibile parlare della Chiesa ufficiale come di una Chiesa conciliare diversa dalla Chiesa cattolica.
12. Dodicesimo argomento: mons. Fellay ha inoltre affermato che la Chiesa di oggi, che contiene al suo interno la Fraternità ma la oltrepassa, è quella che trasmette la fede e la grazia ai suoi fedeli: «Siamo consapevoli che, se oggi abbiamo la fede, se abbiamo la gioia di poter professare la fede, è grazie a questa Chiesa concreta… che si trova in uno stato pietoso […] E non è la Fraternità, ma è la Chiesa che trasmette questa fede… la Chiesa di oggi! È la Chiesa di oggi che santifica»[12]. […] «Se abbiamo la fede, è in questa Chiesa; se riceviamo la grazia, dal battesimo fino agli ultimi sacramenti, è in questa Chiesa e per mezzo di questa Chiesa»[13]. Ora, non è possibile che vi sia una Chiesa conciliare, distinta dalla Chiesa cattolica, capace come quest’ultima di trasmettere la fede e la grazia. Pertanto, se ci si attiene alle reiterate dichiarazioni del Superiore Generale della Fraternità S. Pio X, non è possibile parlare della Chiesa di oggi come di una Chiesa conciliare diversa dalla Chiesa cattolica.
13. Tredicesimo argomento: mons. Lefebvre ha sempre rifiutato l’ipotesi del sedevacantismo[14]. Ora, parlare di una Chiesa conciliare formalmente distinta dalla Chiesa cattolica equivale implicitamente al sedevacantismo. Dunque non è possibile parlare di una Chiesa conciliare diversa dalla Chiesa cattolica. Dimostrazione della seconda premessa: distinguere le Chiese implica distinguere i loro capi supremi ovvero la loro gerarchia: dato che il capo della Chiesa cattolica è il Papa, Vescovo di Roma, se la Chiesa conciliare è formalmente distinta dalla Chiesa cattolica, il suo capo non è il Papa, Vescovo di Roma, e la Sede Apostolica è vacante.
14. Quattordicesimo argomento: la Chiesa cattolica è indefettibile, poiché fruisce dell’assistenza divina che le fu infallibilmente promessa dal Cristo. Ora, parlare di una Chiesa conciliare equivale a parlare di una nuova Chiesa, distinta dalla Chiesa cattolica. Ma, se la Chiesa cattolica è stata sostituita da una nuova Chiesa, significa che essa è venuta meno, contraddicendo le divine promesse. Pertanto non è possibile parlare di una Chiesa conciliare diversa dalla Chiesa cattolica. Dimostrazione della prima premessa: il Vangelo afferma che le porte dell’inferno non prevarranno contro la Chiesa[15] e che il Cristo assiste tutti i giorni la gerarchia cattolica fino alla fine del mondo[16].
15. Quindicesimo argomento: la vera Chiesa è visibile nella sua gerarchia. Se si considerano i membri della gerarchia attuale come esponenti di una Chiesa conciliare distinta dalla Chiesa cattolica, ne segue che la Chiesa cattolica risulta priva della visibilità propria della vera Chiesa. Poiché una simile conclusione ripugna, non è possibile parlare di una Chiesa conciliare.
16. Sedicesimo argomento: le riforme del Concilio Vaticano II corrispondono nella sostanza agli errori modernisti condannati nel 1907 da S. Pio X nell’enciclica Pascendi. Ora, S. Pio X insegna che l’eresia modernista ha questa particolarità: che essa non intende separarsi dalla Chiesa cattolica per costituire una nuova setta, ma cerca piuttosto di restare «nel seno stesso della Chiesa[17] […] E così essi operano scientemente e volentemente; sì perché è loro regola che l’autorità debba essere spinta, non rovesciata; sì perché hanno bisogno di non uscire dalla cerchia della Chiesa per poter cangiare a poco a poco la coscienza collettiva»[18]. Non è possibile, dunque, parlare di una Chiesa conciliare, intendendola propriamente come una falsa Chiesa, diversa dalla Chiesa cattolica e numericamente distinta da essa.
II. PRINCIPIO DELLA NOSTRA RISPOSTA
17. Quando parliamo della Chiesa, ricorriamo ad un certo modo di esprimerci per indicare la realtà che è oggetto della nostra conoscenza. Ora, è legge della psicologia umana che si nominino le cose non per come sono nella realtà, ma per come le si conoscono, poiché le parole sono connesse direttamente non alla realtà ma ai concetti che nella nostra mente la rappresentano[19]. Vi è dunque una grande differenza tra il modo di conoscere e di esprimersi, da un lato, e il modo di essere reale, dall’altro[20]. Così, per indicare gli accidenti, che hanno l’essere solo nella e per la sostanza in cui si trovano, si impiegano espressioni che fanno riferimento ad un modo di essere sostanziale: si parla di «quantità», «qualità», «relazione» per indicare ciò che in realtà non è la sostanza propriamente detta, ma la sostanza in quanto è quantificata, qualificata, relativa. Il nostro modo di concepire e di nominare non è dunque adeguato al modo di essere. Per quale ragione? Appunto perché la nostra intelligenza è fatta per apprendere l’essere anzitutto nel suo senso primo di sostanza. L’accidente è essere solo in senso analogo. Non è esattamente essere, come la sostanza, ma dell’essere, e ci riesce difficile concepirlo se non in dipendenza della sostanza in cui si trova. Inoltre, tanto più l’essere di cui parliamo si distanzia analogicamente dalla sostanza, quanto più il nostro modo di parlare si distanzia dal modo in cui questo essere realmente sussiste; quanto più, dunque, si corre il rischio di sbagliarci, se non teniamo conto di tale distanza. Dobbiamo essere assai vigili, per non restare vittime delle parole che noi stessi utilizziamo.
18. Tutto ciò va applicato nel modo più rigoroso quando si parla della Chiesa: essa si definisce società, e società si ricollega al predicamento o modo di essere della relazione, che è quello in cui l’essere si dice in un senso molto tenue e altrettanto meno percettibile. Quando si parla di Chiesa, ed anche di Chiesa visibile, Chiesa ufficiale, Chiesa cattolica o Chiesa conciliare, ci esprimiamo come se indicassimo una sostanza, e dimentichiamo troppo facilmente che la realtà così indicata non corrisponde al modo con cui la indichiamo. La Chiesa non è una sostanza, bensì un ordine di relazioni che uniscono i suoi membri per il fatto che essi compiono la stessa operazione sotto la stessa autorità e in vista degli stessi fini. Dunque la Chiesa è formalmente il triplice legame dell’unità di fede, di culto e di governo. E questo legame esiste come tale soltanto nelle e per le sostanze che sono le persone umane concrete, membri della società. Di conseguenza, quando si dice essere o non essere nella Chiesa, questa espressione va intesa non di un essere secondo il luogo, ma, evidentemente, di un essere secondo la relazione. Ciò significa che colui che è nella Chiesa, è in relazione con gli altri membri della società, come pure col suo capo, nel perseguimento di uno stesso fine, attraverso la professione di una stessa fede e di uno stesso culto e l’obbedienza ad uno stesso governo.
19. Nella misura in cui si è prodotto un «cambio di orientamento»[21] a partire dal Concilio Vaticano II, si parla di Chiesa conciliare. Con tale espressione non si intende indicare una cosa o una sostanza distinta da un’altra e neppure una società distinta da un’altra, bensì uno spirito nuovo, che si è introdotto nella Chiesa contestualmente al Concilio Vaticano II ed ostacola il fine della Chiesa, cioè la Tradizione della sua fede e della sua morale. E quando si dice che questa corrente avversa agisce nella Chiesa, si intende che coloro i quali si uniscono nella ricerca di un fine contrario a quello della Chiesa non hanno manifestamente rotto la relazione che li lega agli altri membri e al loro capo, nella inclinazione di principio al vero bene comune. Nel caso particolare del Papa che partecipi egli stesso a questa corrente ostile, si intende che egli non ha manifestamente cessato di essere Papa. Anche se, agendo in un certo modo, ostacola il fine della Chiesa e impedisce la Tradizione, il suo potere resta di per sé inclinato verso questo fine e questa Tradizione.
20. Non vi sono, quindi, due Chiese; vi è solamente, nel seno della Chiesa, una tendenza antagonista che combatte la Chiesa dall’interno, che cerca di neutralizzarla a suo vantaggio, impedendo il compimento del suo fine. Per chiarire tale concetto, si può istituire un paragone col peccato, che impedisce il compimento della natura moltiplicando gli ostacoli alla realizzazione del suo fine, senza però mai distruggere la natura nella sua radicale inclinazione a questo fine. È così che il Dottore Angelico spiega in qual senso si possa dire che il male non può distruggere totalmente il bene[22]. Certo, il male è una mancanza, cioè una privazione di bene. Tuttavia, non bisogna dimenticare che esistono due tipi di privazione: la prima consiste in uno stato di privazione totale, che non lascia nulla, ma toglie ogni cosa: tali sono la cecità rispetto alla vista, l’oscurità completa rispetto alla luce, la morte rispetto alla vita. Vi è poi un secondo tipo di privazione, che resta sempre parziale e limitata, senza mai togliere tutto: così il peccato priva l’uomo del suo fine e della sua perfezione, non nel senso che la renda definitivamente impossibile, ma nel senso che ne allontana l’uomo accumulando sempre più ostacoli. Questa privazione lascia sussistere qualche cosa, che è appunto l’attitudine e l’inclinazione fondamentale dell’uomo rispetto al suo fine. «Perciò – conclude S. Tommaso – può esserci una terza possibilità, e come un termine intermedio tra il bene e la sua totale scomparsa». Applicando tali principi all’ecclesiologia, diremo che una concezione strettamente dualistica (sic et non) non rende sufficientemente conto dell’attuale situazione nella Chiesa. Vi è in effetti come un terzo termine tra il bene della Chiesa e il male totale, rappresentato dalla sua scomparsa e sostituzione con una setta o un’altra Chiesa totalmente differente. Tale soluzione intermedia è appunto quella indicata con l’espressione Chiesa conciliare. Essa equivale al peccato dell’ideologia liberale e modernista che ha penetrato gli spiriti all’interno della Chiesa, peccato che diminuisce e corrompe il bene della Chiesa nel senso che le impedisce di ottenere il suo fine, ma che, ciononostante, lascia intatta l’inclinazione fondamentale della Chiesa rispetto a tale fine. Ora, la diminuzione di questo bene – spiega ancora S. Tommaso[23] – non deve essere concepita come una sottrazione, come avviene della quantità, ma come un indebolimento o declino progressivo di un’attitudine. E l’indebolimento di questa attitudine si deve concepire come il contrario della rispettiva intensificazione. L’attitudine, infatti, viene ad essere intensificata per mezzo delle disposizioni che preparano sempre meglio il soggetto a ricevere la sua perfezione, fino al momento in cui la riceve. Viene invece a indebolirsi a causa delle disposizioni contrarie, che, quanto più si moltiplicano e più sono intense, tanto più impediscono al soggetto di ricevere la sua perfezione. Se le disposizioni contrarie si possono moltiplicare all’indefinito, l’attitudine fondamentale del soggetto a ricevere la sua perfezione diminuirà e si indebolirà all’indefinito. Tuttavia, non verrà mai ad essere del tutto eliminata, perché resta nella sua radice, che è la sostanza del soggetto. Per esempio, se si interponessero tra il sole e l’aria infiniti corpi opachi, si diminuirebbe all’indefinito l’attitudine dell’aria alla luce, ma non si eliminerebbe totalmente, perché l’aria è trasparente per natura. Allo stesso modo si può verificare un’addizione nei peccati, per cui l’attitudine dell’anima alla grazia viene sempre più a diminuire; i quali peccati sono come degli ostacoli interposti tra Dio e noi. E tuttavia non viene distrutta completamente nell’anima la predetta attitudine, perché deriva dalla sua stessa natura. Dunque la realtà della Chiesa conciliare è quella di una falsa concezione della Chiesa che si è impadronita degli spiriti degli uomini di Chiesa. Una simile concezione genera cronicamente un contro-governo che paralizza o intralcia il normale funzionamento della società cattolica, impedendo che la Chiesa realizzi il proprio fine. In tal modo, essa interpone degli ostacoli tra la Chiesa e il suo bene, senza però eliminare l’inclinazione radicale della Chiesa a questo bene.
21. D’altra parte, la fede, fondata sulle promesse divine, ci insegna che tale tendenza contraria, per quanto invasiva, non potrà mai sommergere del tutto la Chiesa. Per quale motivo una contro-chiesa nella Chiesa e non un’altra Chiesa? Perché il Papa, anche se si rende complice o addirittura principale animatore della sovversione, resta, fino a prova apoditticamente contraria, il rappresentante terreno dell’unico capo supremo della Chiesa. Questo capo è il Cristo e il suo rappresentante, finché non cessa di dichiararsi tale, non può costituirsi capo di un’altra Chiesa. Nonostante gli ostacoli frapposti dal Papa al normale esercizio del papato e al compimento del fine della Chiesa, permane nel papato, per come Cristo l’ha voluto in dipendenza del proprio potere, l’inclinazione radicale a tale esercizio e a tale fine. Si ravvisa qui un principio fondamentale che il Caietano, contro gli scismatici della sua epoca, formula in questi termini: «Cristo ha istituito san Pietro non come suo successore, ma come suo vicario»[24]. D’altronde, è appunto per tale ragione che l’istituzione del papato avvenne dopo la Resurrezione e fu compiuta dal Cristo ormai immortale e sempre vivente. Un capo supremo sempre vivente non ha successore. Tutt’al più ha un vicario. E resta lui il Maestro, a prescindere dagli sbagli del suo vicario. Soltanto questo capo supremo è in grado di deporre il suo vicario e di escluderlo dal suo Corpo mistico; ma niente, nelle fonti della rivelazione, autorizza a pensare che il Cristo avrebbe deciso di ricorrere ad una simile misura eccezionale per preservare la sua Chiesa dalla contaminazione del modernismo. Abbiamo invece motivo di pensare che la sua divina Provvidenza non permetterà che tale contaminazione giunga fino al punto di far scomparire la Chiesa. Il Vangelo non afferma che le porte dell’inferno non l’attaccheranno: afferma che, per quanto violento possa essere questo attacco, le forze nemiche non prevarranno contro di essa[25].
22. Due teologi contemporanei, entrambi spettatori sconvolti della «rivoluzione conciliare» e della sovversione su vasta scala che ne è seguita, ci forniscono argomenti a conferma della nostra esegesi. Anzitutto il padre Meinvielle: «Sappiamo che il mistero d’iniquità e già all’opera, ma non conosciamo i limiti del suo potere. […] Se ci pensiamo, la promessa di assistenza alla Chiesa si riduce ad una promessa che impedisce all’errore di introdursi sulla cattedra romana e nella Chiesa stessa, e che inoltre impedisce alla Chiesa di scomparire o di essere distrutta dai suoi nemici. […] Il Papa, coi suoi comportamenti ambigui, contribuirebbe a mantenere l’equivoco: da un lato, professando una dottrina irreprensibile, sarebbe il capo della Chiesa delle promesse; dall’altro, compiendo azioni equivoche o addirittura riprovevoli, apparirebbe fautore della sovversione»[26]. Il padre Mienvielle ha visto bene, ma non fino in fondo. È ben noto il suo tentativo di discolpare il Concilio Vaticano II, tentativo che, come tanti altri effettuati in seguito, non poteva andare a buon fine. Noi siamo obbligati a constatare che l’errore si è introdotto nella Chiesa, fin sulla cattedra romana, col favore del Concilio, e che il Papa si è reso complice della sovversione non solo con alcune sue azioni, ma anche con certi suoi insegnamenti di principio, costantemente reiterati. Naturalmente non vogliamo dire che il Papa abbia definito esplicitamente delle eresie, parlando ex cathedra e impegnando l’infallibilità: tutto ciò è impossibile, per la promessa dell’assistenza divina. Intesa e corretta in questi termini, la riflessione del padre Mienvielle conserva tutta la sua pertinenza. È corretto affermare che l’errore non può introdursi nella Chiesa, nel senso che esso non può pervaderla completamente, senza che alcuna voce abbia più la possibilità di far udire l’eco della verità. Nondimeno, l’errore può imperversare nella Chiesa, fin sulla sede di Pietro, come un ostacolo che paralizza la tradizione della fede e dei costumi. Il padre Mienvielle aggiunge che la Chiesa si troverebbe così (almeno provvisoriamente) nella mostruosa situazione di un duplice corpo attaccato ad una sola testa, poiché il Papa sarebbe al tempo stesso capo della vera Chiesa e sostenitore della sovversione. L’immagine non è priva di interesse, anzi, è pure ingegnosa, ma la nostra immaginazione, troppo debole per reggere una simile vista, finirebbe per passare dall’ibrido mostro ad una duplice Chiesa, che non corrisponde alla realtà. La Chiesa «infiltrata dal modernismo»[27] non è un mostro le cui membra malamente congiunte rischiano ad ogni momento di staccarsi; è un povero malato. È il Corpo mistico di Cristo incancrenito dalla malattia o piagato dai ripetuti colpi della flagellazione, a planta pedis usque ad verticem capitis. È un corpo che, per il momento, è impedito nel conseguire il suo fine, a causa dell’ostacolo delle ferite e dell’indebolimento progressivo, senza però che sia stata intaccata la sua radicale inclinazione a questo fine. Se si obietta che una simile decadenza non conviene al Corpo mistico di Cristo, ribattiamo che ad essa Cristo ha sottoposto il proprio Corpo fisico. Siamo di fronte ad un decreto della divina Sapienza. L’uomo non può che perdervisi.
23. Pur senza voler rimettere completamente in causa la valutazione del padre Mienvielle, quella del padre Calmel ci sembra assai più corretta ed anche più precisa sul piano espressivo: «Nessun Papa potrà tradire fino ad insegnare esplicitamente l’eresia nella pienezza della sua autorità […] ma la Rivelazione non dice in nessun luogo che, quando esercita la sua autorità al di sotto del livello in cui essa è infallibile, un Papa non giungerà a fare il gioco di Satana e a favorire fino a un certo punto l’eresia […][28]». «Il sistema modernista o, più precisamente, l’apparato e il procedimento modernista, costituiscono per il Papa un’occasione di peccato del tutto nuova, una possibilità finora sconosciuta di tergiversare nell’esercizio della sua missione. […] Da ciò deriva una conseguenza distruttiva: la Tradizione apostolica in materia di dottrina, di morale e di culto è stata neutralizzata, anche se non uccisa, senza che il Papa, ufficialmente ed apertamente, abbia dovuto rinnegare tutta la Tradizione e quindi proclamare l’apostasia […] Il Papa non ha mai detto né dovuto dire: tutto ciò che è stato insegnato, tutto ciò che è stato fatto fino al Concilio Vaticano II, tutta la dottrina e tutto il culto anteriori al Vaticano II, io li colpisco di anatema. Il risultato, tuttavia, è sotto i nostri occhi… Per arrivare al punto in cui ci troviamo, è bastato che il Papa, senza prendere provvedimenti che colpirebbero la tradizione anteriore della Chiesa, abbia lasciato campo libero al modernismo»[29]. Lasciare campo libero al modernismo, cioè non impedire, ma piuttosto alimentare la corrente ostile all’interno della Chiesa.
24. L’espressione Chiesa conciliare è dunque legittima, ma a patto di non farla esorbitare dai suoi limiti. Come qualunque forma di linguaggio retorico, essa esprime la realtà in termini brevi e concreti, che risultano più comodi per l’intelligenza di chi parla e più accessibili per l’intelligenza di chi ascolta. Vi si riscontra, al tempo stesso, il vantaggio di un riassunto sintetico e l’inconveniente di una formula che, come tutte le formule di questo genere, non può (né, d’altra parte, vuole) dire tutto. Il senso di una simile espressione è determinato dalla misura in cui i suoi presupposti sono conosciuti o accettati – oppure, al contrario, ignorati o rifiutati – a seconda del contesto. La prudenza esige allora che l’espressione sia usata tenendo conto del contesto. Un’espressione sintetica, come Chiesa conciliare, può certamente avere il vantaggio di riassumere tutti i sottintesi necessari, dispensando così la persona che parola o che ascolta dal riprendere ogni volta da capo tutti gli elementi del problema. Ma può anche presentare l’inconveniente di disorientare un interlocutore che non è al corrente della complessità del problema e addirittura scandalizzarlo, suggerendogli un approccio assolutamente scorretto verso gli elementi che sono in gioco. Infatti, dopo la morte di mons. Lefebvre, è intervenuto un fattore nuovo ed inevitabile: la durata. Il tempo passa. Parlare di Chiesa conciliare in un contesto di sovversione ancora recente ed evidente agli occhi dei più, non presentava praticamente alcun pericolo. Ma, trascorsi alcuni decenni, quando tutte le conquiste rivoluzionarie si sono più o meno normalizzate in uno stile decisamente conservatore che fomenta le illusioni, si corre il rischio di essere fraintesi o di sbagliarsi. In tal caso, sarebbe sufficiente (ma indispensabile) intensificare la pedagogia e spiegare il senso dell’espressione, specificando tutti i termini della questione, prima di ricorrere alla sintesi che li riassume. L’espressione Chiesa conciliare, se ben compresa perché ben spiegata, conserva intatto il suo vantaggio, che è quello di tradurre in termini accessibili una duplice realtà: da un lato, la crisi senza precedenti che attualmente imperversa nella Chiesa e, dall’altro, la garanzia delle promesse di indefettibilità.




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