Fascismo e Neofascismo (A. James Gregor)
Capitolo tradotto da Dvx87 tempo fa, ed estratto da A. James Gregor, The Search for Neofascism: The use and Abuse of Social Scinces, Cambridge University Press 2006, pp. 54-82
IL NEOFASCISMO: ALCUNI PRESUNTI CANDIDATI
Come già visto, negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, alcune persone, giornalisti ed accademici, cominciarono a parlare di “neofascismo”per identificare quei piccoli gruppi di individui, in maggior parte nazisti o fascisti, che erano sopravvissuti alla carneficina del conflitto e che continuavano a identificarsi, in qualche modo, con i passati regimi. Per questioni di propaganda, abbiamo già visto perché, durante la guerra, è diventata una abitudine elencare sotto il nome di fascismo sia il regime fascista italiano che il nazionalsocialismo tedesco (1). Nonostante le evidenti differenze tra i due movimenti e regimi, tale consuetudine continuò anche dopo la fine della guerra. Come conseguenza, negli anni immediatamente successivi alla guerra, tutti coloro (incluse le loro attività politiche) che potevano essere collegati in maniera diretta o indiretta con la Germania di Hitler o l'Italia di Mussolini venivano classificati genericamente sotto il termine “neofascismo”, una definizione che generalmente significava poco se non che gli individui coinvolti avessero una qualche forma di simpatia per i regimi politici passati della loro nazione. In genere il termine fu utilizzato per indicare gli individui ed associazioni in cui questi ultimi si ritrovarono. Poca importanza fu data alla coerenza, alla integrità o alla qualità del sistema di pensiero di questi personaggi. Essi erano semplicemente dei neofascisti, identificati per mezzo delle loro storie individuali e uniti tra loro dalle motivazioni più casuali. Negli anni successivi alla fine della guerra, vi era un certo numero di piccoli gruppi, di solito composti da reduci delle milizie o del partito. In Italia, per esempio vi era l'Unione Proletaria di Giuseppe Albano, che raccoglieva i legionari di Mussolini sopravvissuti alla carneficina che si verificò nel nord della Italia dopo la fine della guerra. Dozzine di questi gruppi sorsero in Italia durante i primi anni dopo la fine della guerra. Vi era la Lega di Unione Patriottica Anticomunista, per esempio, ed il Partito Nazionale Fusionista, che raccoglieva alcuni dei più famosi membri iniziali del PNF. C'erano anche le Squadre d'Azione di Mussolini. Centinaia di sopravvissuti del periodo fascista cercarono di associarsi tra di loro e proprio grazie a loro le piccole formazioni politiche proliferavano (3). Tali gruppi furono tutti identificati come neofascisti. I loro membri erano persone che erano già state legate in passato al movimento fascista. La loro appartenenza al fascismo era garantita dal loro passato. Le loro storie individuali erano direttamente associabili con il fascismo storico. Essi erano stati membri del partito fascista oppure avevano servito il governo fascista. Vi erano anche altri che non erano così qualificabili ma che erano vicini ai personaggi sopra citati. Queste persone non erano molte. La guerra era costata così tanto ed aveva lasciato ferite così profonde che molti italiani preferirono prendere le distanze dal fascismo. L'intenzione di questi reduci era quella di associarsi per costruire tra le montagne qualcosa che avrebbe potuto ricordare agli italiani, un giorno, quelli che erano gli obiettivi del fascismo. In questo ambiente vi erano anche dei gruppi dissidenti che non si identificavano né con il fascismo né con i vincitori e che avevano sempre rifiutato l'adesione a qualsiasi gruppo politico ma anche questi furono etichettati come neofascisti. Uno di questi gruppi, per esempio, era il Movimento dell'Uomo Qualunque di Filippo Giannini, una associazione politica intenta a difendere l'uomo comune dagli abusi dei politici di professione. Questi persone, dette qualunquisti, sfruttavano ogni occasione per protestare, mettersi in vista e per accattivarsi il favore delle masse. Nella storia della ricerca sul neofascismo, il caso di Giannini è interessante per una svariata serie di ragioni. In primo luogo Giannini aveva un passato antifascista. Egli era stato un antifascista prima della caduta del regime. Ancor di più egli era un “anti-politico”. Egli diffidava dei politici di professione e riteneva di dover liberare l'uomo comune dall'oppressione fiscale e da ogni concezione di tipo collettivista. Nella sua struttura ideologica molto caotica e confusa spiccava un forte anarchismo ed individualismo che non aveva proprio niente a che fare con il fascismo. Giannini, infatti, era un sostenitore dello stato manchesteriano tanto caro ai liberali. Per i qualunquisti, il vero nemico era lo Stato e la sua presenza avrebbe dovuto essere ridotta al minimo (4). Tutto ciò fu così evidente che Giannini non ebbe alcun problema ad invitare pubblicamente Benedetto Croce ad assumere un ruolo importante all'interno del partito (5). Croce era stato il punto di riferimento per gli intellettuali antifascisti sin dalla metà degli Anni Venti. Giannini si aspettava che Croce aderisse sicuramente al suo movimento poiché, sin dalla sua nascita, esso era classificabile come liberale (6). Essi erano dei conservatori di vecchia scuola. Tuttavia Giannini era un “a-fascista” cioè un non fascista che intese l'antifascismo dei politici del dopoguerra come uno stratagemma per attribuirsi dei meriti. Giannini criticò coloro che si dichiararono antifascisti soltanto dopo la caduta del fascismo e deplorava coloro che sventolavano accuse di “simpatie fasciste” al fine di abusare del loro potere. Al tempo molte persone, sia fasciste che non, capirono che il pensiero di Giannini rispecchiava alcune delle concezioni prevalenti subito dopo la fine della guerra. Alcuni fascisti aderirono al suo movimento (anche se ancor di più aderirono al PCI o alla DC (7). Si cominciò a parlare di neofascismo quando alcuni industriali che formalmente erano stati fascisti ( 8 ) cominciarono a finanziare il movimento di Giannini. Il programma politico di Giannini non aveva quasi niente di fascista. Egli invitava gli italiani a lavorare affinché potessero fare il loro interesse ed al fine di rimettere in piedi l'economia. In difesa di una politica basata sul libero mercato, Giannini propose di abbassare la pressione fiscale in modo da attrarre i capitali d'investimento stranieri e favorire lo scambio tecnologico. Egli difese una economia di mercato condannando ogni interventismo statale. Tutto questo fu sufficiente per identificarlo come un uomo “di destra”. Nel linguaggio dell'Italia antifascista, con una liberazione nazionale identificata in gran parte con i partigiani comunisti, essere di destra significava essere fascisti. Invece il fascismo aveva violato in più di una occasione i diritti della proprietà privata, togliendo agli industriali molta della loro influenza sulle istituzioni, cercando di governare gli italiani attraverso un regime totalitario(9). La tendenza di identificare il fascismo come “bastione del capitalismo” emerse subito dopo la fine della guerra e non fu mai interamente abbandonata. Si può benissimo capire le conseguenze di questo atteggiamento: qualsiasi movimento o partito che abbia scelto di difendere la proprietà privata o il libero mercato fu bollato come fascista. Così ogni partito politico occidentale che non fosse basato sull'ideologia marxista era potenzialmente fascista. Oltretutto qualsiasi idea anche vagamente simile a quelle sopra elencate, venne classificata come “tipicamente fascista” al di là del fatto che ciò corrispondesse al vero o meno (10). Il fascismo di Mussolini , in realtà, non fu mai di destra e non fu mai un bastione del capitalismo. La difesa della proprietà privata e le regole di mercato furono rispettate nella misura in cui erano utili al programma di sviluppo proposto dal fascismo. Non vi fu mai un legame profondo tra proprietà privata, economia di mercato e fascismo. L'immagine di Mussolini come difensore del capitalismo e fantoccio dei potentati economici è una idea marxista che non è mai stata provata in maniera convincente. Ancora oggi alcuni marxisti sostengono questa tesi ma sono davvero pochissimi gli analisti sociali disposti a dare credito a questa teoria (11). La tesi secondo la quale il fascismo sarebbe la guardia bianca del capitalismo o un movimento di estrema destra non apparve mai nelle prime considerazioni sulla nascita del neofascismo. Non era necessario. L'identificazione dei neofascisti non richiedeva una appropriata definizione da parte delle scienze sociali. Alcuni fascisti semplicemente si organizzarono in associazioni politiche chiaramente filofasciste: il Movimento Sociale Italiano fu la principale tra queste. I fondatori ed i primi membri del MSI erano tutti dei sopravvissuti della RSI, la quale fu il prodotto dell'ultimo sfortunato sforzo politico di Mussolini , dopo la caduta del regime, di proseguire in quella che era ormai diventata una causa persa. Gli italiani che aderirono alla RSI non erano tutti fascisti. Molti aderirono perché pensavano che l'onore della nazione fosse stato messo in pericolo (12) . L'Italia, essendo entrata a pieno titolo nell'Asse non avrebbe dovuto firmare una pace separata. Molti non fascisti erano convinti che l'Italia avrebbe dovuto rispettare gli impegni presi. Questi membri non fascisti aderirono alla RSI come apolitici e combatterono per difendere l'onore dell'Italia. Oltre ai non fascisti, vi erano anche parecchi socialisti all'interno della RSI, i quali vedevano in essa la possibilità di veder realizzati quei progetti sociali, politici ed economici alla base delle loro convinzioni. Tra i non fascisti vi erano anche dei liberali come Vittorio Rolandi Ricci (13). Nessuno di essi si identificò nel fascismo come ideologia politica o sistema istituzionale. Il fascismo aveva un programma politico ed ideologico ben preciso ed alcuni di questi punti sono stati messi in evidenzia nel Manifesto di Verona, la costituzione provvisoria della RSI (14). Il manifesto di Verona non fu una goccia in un fiume. Era il culmine della elaborazione ideologica di più di due decenni di fascismo (15). Non tutti i partecipanti ed i sopravvissuti alla RSI riuscirono a capire questo. Con la sconfitta del fascismo, i seguaci sopravvissuti, quelli più famosi e quelli meno famosi, si trovarono in mezzo ad dominato dai partigiani antifascisti, comunisti e liberali. Durante le prime settimane della “liberazione” migliaia di fascisti che si erano arresi furono massacrati per spirito di vendetta come conseguenza di una sanguinosa guerra civile che aveva visto accadere molte brutalità commesse da entrambe le parti. Subito dopo la fine della guerra parecchi fascisti furono costretti a nascondersi per fuggire dalle violenze e dalle prigione. Alla fine, dopo l'amnistia del 1946, cominciarono a riunirsi per aiutarsi tra di loro. Molti erano giovanissimi che avevano a mala pena venti anni. Pochi avevano reale consapevolezza di ciò che stava succedendo. Essi sapevano solo di aver combattuto per la grandezza di una Italia che ora era in rovina. Molti di loro non conoscevano bene l'ideologia fascista. Molti conobbero soltanto il fascismo durante la guerra, alleato della Germania nazista. Molti di coloro i quali servirono con le armi il regime fascista accettarono la sconfitta e tornarono a casa cercando di riprendere la loro vita privata meglio che potevano. Solo un piccolo numero di sopravvissuti tentò di reagire per punire coloro che, a loro giudizio, avevano tradito la patria, cospirando con il nemico e chi, nel corso della guerra civile, era responsabile della morte dei loro compagni ed amici. Si trattava di quegli individui che diedero vita, subito dopo la fine della guerra, ad una pletora di piccoli gruppi. Alcuni di questi gruppi erano composti da fanatici pronti ad utilizzare la violenza contro chiunque fosse in qualche modo collegato all'antifascismo. Molti gruppi erano animati dalla vana convinzione di dover fare tutto il necessario per restaurare il regime fascista attraverso atti che avrebbero dovuto destabilizzare la democrazia italiana al fine di screditarla agli occhi della masse che, in realtà, non avevano ancora dimenticato Mussolini. Quasi tutti questi gruppi durarono molto poco. Soltanto il MSI pareva essere più solido e capace di avere un qualche peso politico nella nuova Italia. Essendo composto da coloro che avevano combattuto con Mussolini, il MSI fu considerato sin da subito neofascista. Fu neofascista perché provvide a dare una collocazione istituzionale a quegli italiani nostalgici del regime fascista. In Italia, dopo la fine della guerra, essi non erano molti. Nei decenni successivi alla guerra il MSI non ottenne mai più del 4% o 6% alle elezioni (16). Il MSI fu sempre una organizzazione politica marginalizzata e marginale. Il MSI fu fondato il 26 dicembre del 1946 in un clima politico nel quale la ricostruzione di un partito fascista era considerata una offesa grave ed un reato. Una legge al riguardo fu promulgata dal governo provvisorio subito dopo la fine del conflitto. L'articolo numero 17 del trattato di pace introdotto dagli alleati prevedeva, inoltre, qualcosa di simile. Una ulteriore legge (la 1546) fu promulgata dalla assemblea costituente. Per finire una prescrizione provvisoria della costituzione italiana metteva al bando qualsiasi tentativo di ricostruzione del defunto PNF(17). La guerra e le sue devastazioni aveva esaurito la nazione. Gli italiani desideravano solo ricostruire le loro vite meglio che potevano. Per gli antifascisti non era possibile lasciare semplicemente che tutto tornasse alla normalità. Per quasi un quarto di secolo la normalità fu il fascismo. Dopo la guerra gli antifascisti desideravano che questa normalità non ritornasse più. Quindi è pienamente comprensibile la scelta degli antifascisti di voler isolare ed escludere il fascismo dalla vita politica della nazione. Nell'Italia antifascista era impossibile superare i rancori lasciati dalla guerra civile. Sia fascisti che antifascisti vissero in un atmosfera avvelenata dall'odio. Di conseguenza il MSI venne perseguito legalmente. A causa di queste costrizioni, esso non fu mai realmente libero di sviluppare le sue concezioni ideologiche. Non potremmo mai sapere quale ideologia avrebbe sviluppato questo movimento se non fosse stato etichettato in questo modo. L'unica cosa che possiamo dire è che la ideologia del MSI è stata condizionata dall'ambiente politico del secondo dopoguerra italiano.
(CONTINUA)




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