Le conseguenze della caduta di
Stilicone non si fermarono lì. Come si è visto, mentre il generale vandalo compiva il suo ultimo
viaggio da Bologna a Ravenna, i capi foederati che erano con lui si erano dipsersi in attesa di
vedere quali decisioni avrebbe preso l'imperatore. Ora le famiglie di questi capi, così come quelle
dei loro uomini, si erano stabilite da diversi anni in diverse città della Penisola, formando un gruppo
a sé stante della popolazione. La maggior parte delle famiglie di stirpe germanica era concentrata
nelle città di Roma e Ravenna, specialmente nella prima. Nell'Urbe esisteva già da tempo,
probabilmente, uno stato di tensione latente fra esse e il resto della popolazione. Roma, roccaforte
del nazionalismo italico, sede del Senato e di ogni pregiudizio etnico, nonché dimora di vari
ufficiali romani dell'esercito, era certamente il luogo meno adatto per stabilire relazioni amichevoli
con i nuovi arrivati d'oltr'Alpe, che solo lentamente e con una certa fatica assimilavano i modi di
vita romani e della cui fedeltà come sudditi, in caso di pericolo, non si poteva essere del tutto sicuri.
Questo sentimento di disagio, acuito negli ultimi anni dalla potenza crescente dell'elemento
germanico nell'esercito e dalla politica ad esso favorevole di Stilicone, aveva portato la tensione a
un grado ancora più alto. Il Senato tradizionalista, che non voleva accettare la debolezza di Roma;la
Chiesa cattolica che diffidava di tali stranieri, per lo più ariani o, addirittura, pagani; il popolino,
abituato da sempre a vedere i Germani solo nelle vesti di prigionieri nei trionfi e in quelle di
gladiatori nei giochi del circo: tutti costoro avevano eretto una vera barriera di diffidenza e di
sospetto attorno alle famiglie dei soldato germanici residenti nell'Urbe. E lo stesso Stilicone, dopo
che a Ticinum era avvenuto l'irreparabile, e sul punto di essere arrestato egli stesso, aveva
raccomandato alle città italiche di non lasciar entrare truppe barbare col pretesto, da parte di queste
ultime, di ricongiungersi alle famiglie.
Perciò quando giunsero a Roma le notizie dei fatti di Ticinum, del massacro degli amici di Stilicone
e, infine, dell'esecuzione dello stesso generalissimo, la tensione lungamente accumulata scoppiò con
violenza terribile. Tutto l'odio e la paura che i Romani avevano accumulati negli ultimi anni; le
interminabili giornate d'ansia quando Alarico e Radagaiso sembravano avanzare irresistibilmente,
come forze della natura, verso l'Urbe, trovarono tumultuosamente una via di sfogo. Allora cominciò
un nuovo massacro. In città non c'erano praticamente truppe barbare in quel momento; esse erano
ordinariamente tenute nel nord Italia, e comunque fuori di Roma, per ragioni politiche. C'erano
però un gran numero di donne e di fanciulli germani -le mogli ed i figli degli ufficiali e dei soldati
foederati, e su di essi che si scatenò il furore del partito nazionalista italico. Furono i soldati
romani di stanza in città (Zos., V,35, 5), in preda a un demone di distruzione, a dar mano alla
strage; ad essi si unì, molto probabilmente, anche una parte della popolazione. Il risultato di quella
rinnovata strage, di quella seconda notte di san Bartolomeo, che gli stessi Romani ricordarono a
lungo con vergogna e disgusto, fu l'annientamento totale dei Germani presenti in città. Non uno, a
quanto pare, uscì vivo da quel macello. Lo stesso Eucherio, non sappiamo esattamente se allora,
o poco dopo, venne tratto dal suo nascondiglio e assassinato, d'ordine dell'imperatore, da due
eunuchi mandati apposta da Ravenna per tale bisogna, Arsacio e Terenzio, gli stessi che
s'incaricarono di riconsegnare la sventurata Termanzia alla madre. Anche questa volta Serena, che
era di puro sangue romano, nonché nipote di Teodosio il Grande, fu lasciata in pace; fu lasciata
sola con la figlia ripudiata e col dolore per l'uccisione del figlio.
Dopo la strage, ebbe inizio il saccheggio. Tutte le case dei Germani, dopo il lutto, conobbero la
devastazione. I soldati, come se si fossero messi d'accordo, ripulirono Roma da un capo all'altro.
Questo fu il contraccolpo a Roma dei fatti di Ticinum e di Ravenna; analoghe scene,
probabilmente, ebbero luogo anche nelle altre città. È quasi certo che una simile epurazione
dovette aver luogo per lo meno a Ravenna, ove i numerosi amici di Stilicone, che non erano
fuggiti dopo la sua morte, furono annientati.
Estratto dal libro: Alarico e il sacco di Roma.




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