https://cominciadesso.wordpress.com/
manifesto politico per l'unita comunista comincia dalla base dei partiti


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partecipate e aderite al partito COMUNISTA in pieno congresso a questo link http://forum.termometropolitico.it/6...l#post13212177


Comunisti e Fronte della Sinistra
Il processo di disgregazione e di marginalizzazione dei comunisti e della sinistra sembra aver toccato il fondo, conducendo all’epilogo il progetto di ricostruzione di una teoria e una prassi comunista in Italia. È paradossale che il Paese in cui è esistito il più grande Partito comunista dell’Occidente, sia oggi l’unico tra quelli europei a non avere una sinistra d’alternativa capace di contrapporsi con propositi unitari e proposte credibili alle politiche liberiste dell’Unione Europea. Tante sono le ragioni, soggettive e oggettive, di una tale condizione, ma una cosa è certa: il mondo del lavoro e quello del disagio sociale guardano altrove. Il Movimento di Grillo ha monopolizzato il malcontento verso le politiche di austerità finanziaria. I risultati negativi da noi ottenuti non possono essere imputati unicamente alle difficili condizioni oggettive e alla forza degli avversari, ma dipendono anche da errori e limiti soggettivi, che devono essere affrontati collettivamente. In ogni caso, la sinistra di classe in Italia non ha saputo dare risposte al peggioramento senza precedenti delle condizioni dei lavoratori italiani, smarrendo identità e strategia e dimostrando che non serve, all’approssimarsi delle scadenze elettorali, tirare fuori dal cilindro ogni volta un nuovo coniglio, vale a dire un cartello elettorale diverso.
Con questo documento, intendiamo rivolgerci alle compagne e ai compagni che hanno a cuore due obiettivi non contemplati o, comunque, operativamente trascurati dalle organizzazioni esistenti.
1.Porre su basi nuove, e finalmente unitarie, la questione politica e organizzativa dei comunisti;
2.Costruire un più ampio Fronte politico della sinistra in questo Paese che sia oggi in grado di opporsi al governo e all’Europa della BCE.
Lo facciamo raccogliendo l’appello «Comincia adesso» lanciato con generosità, nel mese di aprile, da un gruppo di giovani dei GC e della FGCI, insoddisfatti di questo stato di cose e desiderosi di imprimere una svolta alle proprie comunità politiche di appartenenza, per contribuire all’apertura di una fase nuova.
Crisi del capitalismo/Crisi dell’anticapitalismo
La fase attuale è caratterizzata:
-dalla più grave crisi economica del modo di produzione capitalistico dal secondo dopoguerra, e forse di sempre, e dalla sua gestione globale secondo gli interessi contraddittori e conflittuali della classe capitalistica transnazionale.
-dalla tendenza ad annullare i lavoratori come classe, come movimento politico e sindacale. In questo stesso quadro va letta l’ispirazione fondamentale del progetto europeo, la cui drammatica e concreta espressione è rappresentata dalle politiche di austerity e dalla trasformazione in senso oligarchico della democrazia rappresentativa.
- da un approfondirsi della competizione tra capitali, tra aree economiche e tra Stati e da una sempre più marcata tendenza alla guerra, che si sostanzia sempre più frequentemente nel prodursi di operazioni militari all’estero, cui l’Italia partecipa in prima linea.
Oggi abbiamo di fronte il collasso dei principali punti di riferimento dell’ideologia del “libero mercato” e la caduta di credibilità dei tanti sacerdoti fino ad oggi impegnati nel culto del “laissez-faire”. Ci troviamo in una fase di «crisi organica» del capitalismo mondiale: non un fenomeno congiunturale, dunque, ma una crisi strutturale che coinvolge i rapporti di produzione, sociali, politici e istituzionali. Siamo di fronte ad un gigantesco tentativo di ristrutturazione internazionale dei rapporti sociali e di produzione da parte delle classi dominanti. In Italia tutto questo avviene in concomitanza con la maggior crisi storica del movimento comunista e più in generale di tutte le prospettive alternative al modo di produzione capitalistico.
La storia è segnata sia da fasi lunghe e rettilinee sia da improvvisi tornanti, spesso premessa di radicali cambiamenti nei modi di produzione, negli assetti delle relazioni sociali e politiche. L’esito progressivo o regressivo di queste svolte non è determinato una volta per tutte né è un inevitabile destino dell’umanità. Come la Rivoluzione d’Ottobre – il primo e vittorioso assalto al cielo nella storia del Novecento – sta a dimostrare, le contraddizioni oggettive dell’attualità possono dar luogo a grandi salti storici a patto che, sul piano soggettivo, esistano realtà sociali e politiche capaci non solo di leggere il presente, bensì dare una prospettiva alle grandi masse popolari facendole irrompere nella scena politica.In Italia, l’assenza di una risposta sindacale significativa nonostante la generosa resistenza della Fiom e la combattività del sindacalismo di base, la mancanza di un progetto politico alternativo credibile e fondato sulla centralità del lavoro salariato, ha trasformato l’anomalia positiva del nostro paese, nel suo contrario. Di sconfitta in sconfitta, il nostro campo si è progressivamente ridimensionato, quasi a divenire inutile, residuale. Negli ultimi anni non siamo riusciti a costruire e dare credibilità a un nostro progetto politico autonomo, abbiamo prevalentemente ragionato in termini di posizionamento rispetto ad altri. Le nostre difficoltà sono certo state favorite dalle micidiali trappole del sistema bipolare e del dispositivo elettorale maggioritario, che però non possono certo costituire la causa ultima ed essenziale dei nostri guai.
In questo senso, la definizione di chi siamo e di cosa vogliamo risulta ben più centrale per essere efficaci e stabilire una adeguata strategia politica, che comprenda anche una corretta politica delle alleanze. Infatti, anche la possibilità di una lettura corretta e di classe del Pd e della socialdemocrazia europea nasce da una maggiore chiarezza sui nostri obiettivi. A proposito della socialdemocrazia europea, è necessario essere consapevoli che essa è stata, negli ultimi venti anni, uno dei fattori più efficaci della ristrutturazione che il sistema capitalistico ha operato nel mercato del lavoro e nel welfare, soprattutto, ma non solo, attraverso l’adesione ai vincoli di Maastricht e più recentemente attraverso l’adesione al Trattato di stabilità, che ha portato all’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione. In Italia il Pd si è progressivamente posto al di fuori del campo della sinistra, trasformandosi in una forza di centro e facendosi portatore degli interessi del mercato capitalistico invece che di quelli dei lavoratori salariati. Senza contare che la gran parte della socialdemocrazia ha sostenuto attivamente la Nato e le sempre più frequenti operazioni di guerra all’estero, come ha fatto il Pd nel caso dell’Afghanistan e della Libia.
A noi è mancata la parte rifondativa della nostra sfida. Abbiamo fallito in quella che doveva essere la premessa del nostro progetto: affrancarci non semplicemente dal senso comune sedimentato dall’attuale quadro politico, ma anche e soprattutto da una più complessiva visione del mondo, che abbiamo subito e non siamo stati in grado di aggredire. Senza una nostra visione del mondo, che contempli un ordine diverso dall’attuale, la funzione dei comunisti finisce per perdere di significato e senso storico, per essere fagocitata nei limiti delle politiche socialdemocratiche, anche se queste sono profondamente in crisi. Ripartire, con onestà, significa fare i conti con questo problema: non cadere nella “falsa coscienza” del pensiero unico imperante, secondo cui le ideologie sono superate. Il liberismo ha, oggi come ieri, una sua ideologia, e le politiche di questi anni ne sono una tragica conferma; la stessa anti-ideologia dei movimenti antipartitici alla Grillo è, in realtà, un’ideologia in sé, costruita per negazione. Noi non abbiamo saputo ricostruire una nostra visione del mondo all’altezza della sfida odierna.
Abbiamo lasciato che il marxismo illanguidisse in soffitta, preferendo un pellegrinaggio ideologico fatto di svolte e contro-svolte, volubili e sovente contraddittorie. Così da restare in ultima analisi disarmati, proprio quando stava per irrompere la crisi organica del capitalismo, segnata dal discredito e dalla disapprovazione popolare per le politiche liberiste. Tali limiti di fondo hanno reso più fragile la linea politica e la tenuta organizzativa, esponendo entrambe ai venti di superficie. Non abbiamo saputo affrontare col necessario rigore nuove importanti questioni che hanno segnato questa fase storica,dalla crisi ambientale, alle questioni etniche e di genere, che in un mercato del lavoro sempre più globale e femminilizzato, rappresentano due potenti strumenti di divisione del lavoro. Ci siamo mostrati poco consapevoli della necessità di integrare nella nostra teoria e nelle nostre pratiche l’analisi del modo in cui il conflitto capitale-lavoro si intreccia alle strutture dell’ideologia patriarcale e ne utilizza i rapporti di potere in essa codificati. Allo stesso modo, non abbiamo saputo porre sufficiente attenzione alla questione del federalismo e soprattutto al ripresentarsi della questione meridionale in forme molto più gravi, visto che oggi il divario tra Nord e Sud del Paese è cresciuto al livello di cinquanta anni fa.
In questa fase, occorre una sincera disponibilità a guardarsi dentro, a comprendere una realtà circostante che appare sempre più distante da noi e dalla quale sembriamo irrimediabilmente respinti. Per questo riterremmo un errore colossale se si continuasse come niente fosse, riproponendo due congressi (nel PdCI e nel PRC) per compartimenti stagno. Non è chiaro come sia possibile unire erigendo nuovamente tramezzi e muri divisori. Sarebbe semmai più sensato buttare giù i ruderi costruiti un tempo. Occorre più coraggio, sfruttando questo momento per porre all’ordine del giorno la progressiva convergenza in un unico soggetto comunista, creato su basi nuove. Non si tratta di fondere a freddo gruppi dirigenti mossi dall’urgenza di campagne estemporanee, escogitate nei frangenti elettorali; si tratta di costruire pazientemente un nostro progetto politico, capace di seminare, sedimentare e, al limite, ottenere risultati.
La Federazione della Sinistra è stato l’unico tentativo di contrastare il processo disgregativo, di ridare speranza ai nostri militanti, come si è visto con la manifestazione del 12 maggio. Ma i gruppi dirigenti dei partiti implicati, spinti da un’esigenza di autotutela, non hanno mai creduto davvero a tale impresa. La FdS è morta per comune accordo a pochi mesi dalle elezioni. Un fallimento totale, per poi ritrovare dopo pochi mesi quelle stesse forze unite nella stessa lista, senza nemmeno il simbolo con cui si erano presentate dal 2009 in poi agli italiani. E’ ora di riprendere il cammino sciaguratamente interrotto, riproponendo al centro dell’agenda politica la questione che nessuna delle principali forze partitiche presenti sulla scena politica italiana è in grado di tematizzare: il conflitto tra capitale e lavoro.
Unire i comunisti, costruire il campo della sinistra d’alternativa
Il quadro politico da cui veniamo va superato, in virtù della consapevolezza che sono le nostre rispettive forze politiche, non certo il comunismo in quanto tale, ad aver sin qui fallito nella loro missione. Bisogna provare a riaggregare, a partire dai comunisti, una sinistra di classe più ampia capace di invertire la tendenza oramai inesorabile alla sconfitta. Su questa via, non sono possibili scorciatoie, nemmeno quelle che ripropongono con 23 anni di ritardo i paradigmi di una “nuova Bolognina”. Possibile che, proprio nel pieno di una catastrofica crisi organica del capitalismo, siano i comunisti a dover arrotolare le loro bandiere e non le forze liberali e socialdemocratiche, responsabili dell’attuale disastro economico-sociale? È proprio la crisi del capitale e il suo produrre guerre, povertà di massa e disoccupazione, finanche nei Paesi più avanzati, che ridà attualità storica e concretezza al socialismo e al comunismo. Solo collegandola a questa prospettiva strategica possiamo elaborare una tattica politica, qui ed ora, realmente efficace. La nostra analisi non sempre è stata all’altezza, ma, anche quando lo è stata, non è servito. Non basta fare una buona analisi, bisogna rendere coerenti le nostre azioni e il nostro posizionamento politico con la nostre idee. La flessibilità, che pure è necessaria in politica, non può essere confusa con un atteggiamento ondivago e un posizionamento incerto, che definiscono la propria linea politica soprattutto sulla base di quello che fanno gli altri.
“Il vecchio muore e il nuovo non può nascere”: così Gramsci commentava il fallimento del “biennio rosso” che precedette l’avvento del fascismo in Italia. Il vecchio (regime liberale) non era più in grado di reggere alle sue contraddizioni interne e internazionali, ma il nuovo (l’ordine alternativo al capitalismo) non poteva nascere per le incapacità, i limiti, il paternalismo deteriore del suo movimento. Da quella sconfitta Gramsci e compagni, tuttavia, non trassero come conclusione l’esigenza di abbandonare il nuovo (ordine) per abbracciare il vecchio, ma lavorarono con ancora più decisione per rinnovare e rendere efficace un’esigenza che non poteva né può essere portata avanti da nessuna socialdemocrazia: mettere in discussione lo stato di cose esistenti.
Nel disastro politico-organizzativo, c’è comunque un aspetto positivo è in corso una pluralità di iniziative e confronti che segnalano la voglia di tante compagne e tanti compagni, in tutta Italia, di discutere, organizzarsi e dare una risposta alla condizione in cui ci troviamo. Anche se l’insieme di questi momenti, allo stato attuale, non converge sullo stesso progetto e sulla stessa proposta politica (né, allo stato delle cose, potrebbe essere diversamente), il contemporaneo fiorire di queste gemmazioni è un fatto enormemente positivo. Occorre valorizzarle, metterle in connessione, evitando giudizi sommari e sprezzanti, per favorirne la confluenza in un unico fronte di lotta della sinistra anticapitalistica e antiliberista in questo Paese.
Su questo terreno i comunisti di PRC e PdCI possono svolgere una funzione importante di collante politico ed organizzativo. Ma per fare questo è necessario che riprendano il percorso interrotto, predisponendo le due organizzazioni ad un autosuperamento finalizzato alla costituzione di un nuovo soggetto comunista (non dunque l’ennesimo partitino, ma un nuovo soggetto unificato dei comunisti).
Il processo di unificazione dei comunisti, nello stesso tempo, deve marciare però, insieme alla formazione di un Fronte della Sinistra antiliberista che lavori per unificare – a livello di settori sociali, movimenti, associazioni, forze politiche – tutto quanto sia possibile mobilitare contro il processo di ristrutturazione del capitale europeo, e, in particolare, contro le politiche di austerity e le controriforme del mercato del lavoro e della Costituzione, nonché nell’immediato contro il Governo Letta/Alfano. Riteniamo che nessuno dei due processi possa, nelle condizioni attuali, realizzarsi senza l’altro.
In considerazione del fatto che molto tempo è stato purtroppo perduto, e che la situazione delle classi subalterne peggiora sempre più velocemente, riteniamo che l’avvio di questo doppio processo debba avvenite in tempi brevi. Per questo lanciamo la proposta di una ASSEMBLEA NAZIONALE per la riunificazione dei comunisti e per la costruzione di un Fronte della sinistra antiliberista entro l’estate.
Evitiamo inutili guerre di religione tra di noi, discutiamo con franchezza e al di là di steccati e pregiudizi oramai inaccettabili. C’è a sinistra uno spazio enorme da colmare. Quale esito possa avere una simile discussione è difficile dirlo, l’importante è dargli l’avvio «senza aver paura di fare politica». Su tutto questo vogliamo misurarci, chiamando a una discussione comune le compagne e i compagni impegnati nelle lotte sociali che combattono il tentativo delle classi dominanti di usare la crisi economica per eliminare le conquiste politiche sociali democratiche del movimento operaio.
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Speriamo che non sia una scusa per fare blog inutili. Speriamo che qualcosa si muova ma il nome del futuro partito deve avere l'aggettivo COMUNISTA.![]()


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no, non lo è affatto, perchè il grande partito comunista era di fatto un partito socialdemocratico, con l'aggravante che continuando a chiamarsi comunista giustificava il regime che gli si opponeva nel dire che non si poteva permettere ai comunisti di stare al governo. Insomma, del comunismo non avevano la volontà rivoluzionaria, della socialdemocrazia l'ambizione a guidare il paese. E così milioni di italiani hanno creduto per decenni che essere comunista volesse dire essere riformista, ecco perchè non esiste una sinistra d'alternativa. E già il titolo del paragrafo successivo conferma la diagnosi.
se il capitalismo è in crisi, non sarà in crisi l'anticapitalismo, ma chi si erge a sua guida senza essere davvero anticapitalista: se leggete Liberazione o il Manifesto, sedicenti giornali comunisti, non troverete altro, come soluzione a una crisi epocale del capitalismo, la solita vecchia sbobba keynesiana. Il comunismo non è dare un po' di elemosina di stato ai disoccupati, è dare il potere al proletariato, e questo si può ottenere solo con la rivoluzione, e con la violenza, perchè chi espropria i lavoratori del frutto del proprio lavoro esercita violenza tutti i giorni. Ma ve lo vedere voi un Ferrero a parlare di violenza rivoluzionaria? Non s'ha comunismo senza rivoluzione, e la rivoluzione è un atto di violenza, chi lo nega sostanzialmente chiede alla borghesia dominante il ruolo di pompiere, e quindi di traditore, della rivoluzione proletaria. MA vallo a dire a gente che da 20 anni parla solo di pacifismoCrisi del capitalismo/Crisi dell’anticapitalismo
no, nessuno antiliberismo. Essere antiqualcosa vuol dire già aver perso, perchè si dà per scontato che il liberismo domini e al massimo si può fare resistenza passiva, esattamente come la resistenza antifascista fu dall'inizio alla fine sottomessa alla volontà superiore degli occupanti angloamericani, cui furono prontamente consegnate le armi all'indomani della "liberazione". Noi non dobbiamo essere antifascist e antiliberisti, dobbiamo essere COMUNISTI. Il nostro fine non è resistere, è attaccare, dobbiamo proclamare apertamente che il fine è la rivoluzione proletaria, e ogni nostro atto deve essere indirizzato a questo fine. Chi ci sta potrà dirsi comunista, chi non ci sta sarà antistocazzo, un granellino di polvere negli ingranaggi distruttivi dell'umanità del capitale.Il processo di unificazione dei comunisti, nello stesso tempo, deve marciare però, insieme alla formazione di un Fronte della Sinistra antiliberista

