CHE FARE
Giunti alla fine del ciclo aperto nel 1870 con tante speranze dalla resurrezione dell’Europa di Mezzo – leggi: Italia e Germania – e mentre ci si prospetta l’apertura di un’epoca in cui tutti i valori in cui abbiamo creduto diverranno strame, ci chiediamo: Che fare? Per incidere sulla realtà, cioè per compiere un atto politico, ci sono oggi tre, e tre sole, possibilità. ● La prima è scendere nel campo della politica comunemente intesa, entrare in una formazione politica esistente. Fondarne una alternativa è infatti, nell’attuale temperie, impossibile, data la repressione democratica che non si fa pensiero di considerare carta straccia i suoi più preziosi papiri e i suoi più sacri dogmi (vedi il caso Fronte Nazionale in Italia, i più diversi gruppi «rechtsradikal» in Germania, brutalmente estromessi dall’agone politico mediante il carcere). Entrato in un partito del Sistema allo scopo di cambiare il Sistema, due sono le eventualità, per un nemico che non voglia comportarsi da opposizione di Sua Maestà: 1. adeguarsi col tempo, prima o poi, al Sistema, sfiniti e allettati da lusinghe, prebende e ricatti di ogni tipo, venendo con ciò risucchiati nel fango dei Regimi di Occupazione Democratica, 2. persistere duri e puri – peraltro, fino alla successiva tornata elettorale, prima di venire infiltrati e messi al bando – e costituire certo una (unica) voce discordante, ma venendo resi comunque impotenti e dando al Sistema l’alibi di magnificarsi: «Vedete che lasciamo parlare anche i nostri nemici più accaniti, radicali, irriducibili! Questa è la democrazia, libertà anche per loro! Viva il migliore dei mondi!». ● La seconda possibilità è quella terroristica, virile, combattiva, cruenta, il terrorismo mirato alla «colpirne uno per educarne cento», non azione indiscriminata sparando nel mucchio o indirizzandosi contro facili bersagli secondari o terziari come fecero i trucidi rossi degli anni Settanta-Ottanta, ma come i giustizieri antidemocratici dei primi anni Venti in Germania. Eliminando cioè i veri o presunti, maggiori o minori «responsabili» del Sistema. Due conseguenze: 1. chiunque venisse abbattuto, fosse pure «il più potente di tutti»… un Obama, un Rockefeller, un Soros, e non parliamo di scartine come un Hollande, un Napolitano od un Draghi…, il Sistema non solo ne verrebbe turbato in misura minima, ma ricompatterebbe al proprio fianco i buoni borghesi e benpensanti e padri di famiglia… le vittime del Sistema stesso, 2. calando poi la mannaia su ogni aspetto culturale e gruppo politico nonconforme. Il singolo guerrigliero ne trarrebbe, indubbiamente, soddisfazione personale anche estrema («prima di scomparire, sentirsi appagato…»). Soddisfazione peraltro momentanea e solo sua. Di fronte alla repressione che ne conseguirebbe per il suo ambiente umano di riferimento, per le sue stesse idee e la sua visione del mondo, il gioco non vale la candela. ● Resta, fiancheggiati dai propri sodali nei loro specifici ambiti operativi, la terza possibilità, quella culturale. Riportare alla luce informazioni celate da decenni, raccogliere documentazione, rettificare interpretazioni filosofiche, storiche e politiche, ordinare un corpus documentale interpretativo del passato e, quindi, utile per il futuro. Certamente, il seme gettato potrebbe cadere su una pietraia e seccare sotto il sole, venire becchettato da qualche uccello, finire sotto le ruote di un carro, venire dilavato da un torrente. Ma potrebbe attecchire, magari non su un terreno favorevole, in un qualche interstizio. D’altra parte, essendo inconcludenti le prime due strategie, resta, per quanto «rinunciataria» e «facile», unicamente la terza. Oggi ci troviamo in un deserto, siamo ai bordi di un deserto che va attraversato. Non ha senso negare il deserto, credersi in terra grata, fantasticare di poterlo aggirare o sperare che il tempo lo muti in eden. È un deserto. Sappiamo però che il deserto, del quale non vediamo oggi i confini, prima o poi finirà. E se non finisse, avremo almeno dato senso alla vita. Sappiamo che, non ora, ci saranno tempo e modo per ricostruire una città, rifondare una civiltà. Non ora. Nel deserto non si costruisce. Mancano le condizioni elementari, mancano i materiali, l’acqua, i rifornimenti, il vento ti sferza la faccia, la sabbia ti acceca, i miraggi t’ingannano, imperversano predoni, operano assassini, i tuoi compagni, e tu stesso, sono soggetti ad umani cedimenti. Nel deserto si può solo andare avanti, senza sperare di costruire. Si può solo cercare un riparo quale che sia, perché cala la notte e nell’incerto mattino riprende la marcia. Sempre vigili, in guardia. Ringraziando gli Dei per quelle poche oasi, per quella poca acqua. E magari anche il Sistema, che nella sua infinita bontà non ti ha ancora tolto l’aria per respirare. Nello zaino c’è quanto hai potuto salvare. C’è quello in cui credi. La tua vita. Che va portata al di là del deserto. Altri uomini, generazioni, individui sconosciuti, gente che mai vedrai, magari neppure i tuoi figli, verranno. La storia lo insegna. Anime simili alla tua, segmenti su una stessa retta, fedeli agli stessi Dei. Ne nasceranno ancora. Ne sono sempre nati. Ciò che è certo, è che l’Estremo Conflitto fu disfatta totale. Totale per la generazione che lo ha combattuto, per i milioni di morti, i milioni di sopravvissuti e avviliti, per la nostra generazione, per quella dopo di noi. Catastrofi seguiranno fra qualche decennio, anarchia e rovine per altri decenni, crollo di ogni istituto civile. Ma qualcuno ci sarà. A raccogliere, ad aprire lo zaino.01 V 13 Gianantonio Valli
0203 ? Modesta proposta per prevenire | Olodogma




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