Articolo del Telegraph tradotto da Massimo Frulla per Effedieffe
Articolo originale: Mass immigration has left an alarming legacy - Telegraph
UK: La preoccupante eredità dell’immigrazione di massa
È uno dei più evidenti scollamenti fra governanti e governati dei quali si abbia memoria. Il partito laburista ha spalancato le porte dell’Inghilterra ad un’ondata di immigrazione di massa senza precedenti, per poi dichiararsi sconcertato dalle lamentele di quelli che si ritrovano incapaci a far fronte al flusso dei nuovi arrivi.tttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt tttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt tttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt ttttt
Anche ultimamente la rabbia verso l’immigrazione ha giocato un ruolo importante nel successo dell’Ukip nelle elezioni locali, con i suoi candidati uno più acceso dell’altro nel condannare le regole dell’Unione Europea relative alla libera circolazione, regole che permetteranno presto a Bulgari e Rumeni di aggiungersi, nel mercato del lavoro britannico, ai loro vicini dell’Europa dell’Est.
Una delle più ovvie critiche all’immigrazione di massa – ora ampiamente, seppur tardivamente, accettata – è che più grande è il numero dei nuovi arrivi più difficile sarà la loro integrazione. Le ultime ricerche condotte dal pensatoio Demos, non fanno che confermare tali timori mostrando uno schema continuo di esodi di bianchi da aree nelle quali i britannici indigeni si ritrovano accerchiati da nuove comunità minoritarie. Stando all’ultimo censimento, il numero di britannici di pelle bianca a Londra ammontava nel 2011 ad un 600.000 in meno che nel 2001. Praticamente se ne è andata via una città della dimensione di Glasgow, a fronte di un aumento complessivo di quasi 1 milione di abitanti londinesi. Nelle aree abbandonate dai bianchi, le comunità minoritarie si sono maggiormente concentrate e maggiormente isolate, facendo crescere il rischio – per dirla nel modo delicato usato da David Goodhart, direttore di Demos – di avere una familiarità sempre più limitata con i comportamenti culturali delle maggioranza. Per dirla poi con le parole di Trevor Phillips, ex presidente della Equality and Human Rights Commission, non sono “buone notizie per la causa dell’integrazione”.
È comunque importante non esagerare la portata del problema: un fenomeno incoraggiante è il modo col quale i membri delle minoranze etniche sono stati assorbiti – a parte nelle grandi città – all’interno delle comunità precedentemente a preponderante maggioranza bianca (quello che Phillips chiama “effetto Ambridge”). Ma è bene osservare quel che accadequando si spingono gli immigrati a costruire la propria vita nelle zone estreme dell’economia e della società, lasciandoli ammassare in aree isolate impoverite e senza farli assorbire nel flusso principale della società, basta guardare ai ghetti di Parigi.
La Britannia ha una invidiabile tradizione nell’assimilare gli immigranti, ma le recenti ondate hanno messo sotto sforzo i servizi pubblici e in alcuni luoghi, lo stesso tessuto sociale. Il fatto che si sia spostato un numero così consistente di Britannici significa che i politici non hanno ancora ben calcolato quanto profonda sia l’irrequietezza della gente né hanno fatto abbastanza per rassicurare i cittadini che in futuro le cose andranno diversamente.




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