User Tag List

Pagina 1 di 4 12 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 40
Like Tree2Likes

Discussione: Osservatorio economico

  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Apr 2009
    Località
    San Gottardo
    Messaggi
    29,593
    Mentioned
    271 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    Inserzioni Blog
    3
    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Apr 2009
    Località
    San Gottardo
    Messaggi
    29,593
    Mentioned
    271 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    Inserzioni Blog
    3

    Predefinito Re: Osservatorio economico

    Export 2011 meccanotessile

    Pubblichiamo un abstract dell’Osservatorio sulla dinamica economico - finanziaria delle imprese meccanotessili (X edizione) pubblicato, a ottobre 2012, dall’associazione di categoria Acimit.



    Link utili
    ACIMIT



    L’industria mondiale delle macchine tessili, nel 2011, ha continuato il trend positivo avviato l’anno precedente. Aumenta la domanda di macchinario proveniente dai principali mercati del settore.
    Il commercio internazionale di macchine tessili ha raggiunto i 16,2 miliardi di euro, con una crescita dell’8% a prezzi correnti, rispetto al valore del 2010.
    Principali esportatori

    Le esportazioni sono in aumento complessivamente per tutti i principali Paesi produttori del settore. La Germania, il cui export ha raggiunto il valore di 3.767 milioni di euro, resta il principale fornitore mondiale di tecnologia tessile. Seguono Giappone, Italia e Cina.
    Le esportazioni del Giappone nel 2011 sono state pari a 2.191 milioni di euro, con un aumento del 15% sull’anno precedente. Identico incremento è stato quello delle vendite italiane all’estero, attestatesi a 1.800 milioni di euro.
    La Cina è ormai saldamente in quarta posizione tra i Paesi esportatori, con un valore dell’export di 1.676 milioni di euro e sopravanza la Svizzera tra i principali Paesi esportatori di macchinario tessile.
    Le quote di mercato sono cresciute negli ultimi cinque anni per Cina, Polonia, Sud Corea e Giappone. Germania e Italia mantengono le proprie posizioni rispetto al 2007.
    Principali Paesi esportatori di macchine tessili

    Fonte: Acimit su dati Comtrade
    Il comparto delle macchine per filatura nel 2011 ha totalizzato un valore dell’export di 3.547 milioni di euro (+29% rispetto all’anno precedente). Sul lato dell’offerta i primi quattro Paesi, Germania, Giappone, Italia e Cina, rappresentano l’80% dell’export totale.
    Il valore dell’export mondiale di macchine per tessitura nel 2011 è stato di 1.289 milioni di euro, con una flessione del 7% rispetto all’anno precedente. Giappone, Belgio e Germania sono i principali esportatori del comparto. Nel 2011 si è verificato un forte rallentamento delle esportazioni del Belgio, che sono arretrate in valore del 51% rispetto al 2010. Anche in questo comparto la Cina ha osservato negli ultimi anni un forte sviluppo dell’export e nel 2011 la crescita è stata del 47%.
    Il valore dell’export di macchine per maglieria è di 2.598 milioni di euro (+10% rispetto al 2010). L’offerta mondiale delle macchine per maglieria è caratterizzata dalla supremazia tedesca, le cui aziende nel 2011 hanno esportato macchinari per un valore di 848 milioni di euro (33% del totale esportato). Seguono Cina, Giappone e Italia.
    Le esportazioni di macchine per nobilitazione hanno raggiunto nel 2011 un valore corrispondente a 3.440 milioni di euro (+3,2% rispetto al 2010). La Corea del Sud, con 546 milioni di euro, è il principale esportatore del comparto. Detiene una quota del 16%, grazie soprattutto all’export di prodotti compresi nella voce doganale “asciugatoi, essiccatoi”. Questa voce è altrettanto importante per la Polonia, al terzo posto tra gli esportatori del comparto, preceduta dalla Germania.
    Principali importatori di macchine tessili

    I flussi importativi 2011 confermano l’Asia quale area di riferimento per i costruttori di macchinario tessile. Si consolida, infatti, la quota di molti mercati asiatici nel computo delle importazioni mondiali: l’import dell’area rappresenta il 54% rispetto al 50% del 2007.
    I Paesi europei restano ancora importanti nel contesto del commercio internazionale, sebbene la loro quota sia diminuita negli ultimi cinque anni (dal 36% al 30%).
    Le altre aree geografiche rivestono una minore rilevanza nell’import del settore. Si riscontrano lievi incrementi tra il 2007 ed il 2011 delle quote di Africa e Medioriente e dell’America Latina.
    Principali Paesi importatori

    Fonte: Acimit su dati Comtrade
    La Cina è protagonista anche dal lato della domanda: nel 2011 ha importato macchinario tessile per un valore di circa 4 miliardi di euro (+20% rispetto al 2010). I principali fornitori di tecnologia tessile per il mercato cinese sono i costruttori giapponesi e tedeschi. Dai due Paesi proviene oltre il 64% delle macchine importate in Cina. La Germania è ormai vicina al Giappone per valore di macchine esportate: 1.225 milioni di euro contro i 1.239 dell’import giapponese.
    L’India rappresenta il secondo mercato meccanotessile mondiale, con una quota di circa l’8% delle importazioni mondiali. Il valore dell’import indiano è stato superiore ai 1.350 milioni di euro nel 2011 (+16% sul 2010). In India le macchine cinesi sono quelle maggiormente vendute. La quota della Cina si rafforza di anno in anno ed ha raggiunto il 28% del totale. Seguono Germania (21%) e Giappone (15%).
    La Turchia si pone a ridosso dell’India tra i mercati meccanotessili con una quota sull’import mondiale, pari al 7% e ad un valore di 1.212 milioni di euro (+54%rispetto al 2010).
    Da segnalare la crescita della quota di Indonesia: nel 2011 l’import indonesiano ha raggiunto 495 milioni di euro (+35% sul 2010). La forte spinta del Governo per l’ammodernamento della tecnologia applicata al settore tessile ha contribuito a sviluppare la domanda di macchinario nel Paese.
    Risulta significativa anche la crescita dell’import brasiliano. Il ruolo del Paese quale mercato di riferimento del settore mecccanotessile si rafforza grazie ai rilevanti consumi interni di tessile e abbigliamento. Nel 2011 le importazioni brasiliane di macchinario tessile sono aumentate del 28%, dopo il +22% riscontrato l’anno precedente.
    Importazioni di macchine tessili per tipologia produttiva (quote)
    Fonte: Acimit su dati Comtrade
    L’export dell’industria meccanotessile italiana nel 2011

    La crescita registrata dalla produzione è stata del 12%, per un valore di 2,2 miliardi di euro, mentre le esportazioni hanno totalizzato un valore di 1,8 miliardi di euro (+14% sul 2010).
    Le difficoltà maggiori per il meccanotessile italiano si sono riscontrate sul mercato interno, dove le consegne interne e le importazioni sono cresciute di un modesto 5% sul 2010.
    Le esportazioni restano, quindi, il driver principale del meccanotessile italiano.

    • In Asia sono state esportate macchine italiane per 883 milioni di euro, valore che rappresenta il 49% delle esportazioni italiane del settore. Rispetto al 2010 si registra una crescita dell’export italiano nell’area pari all’11%.
    • A seguire tra le maggiori destinazioni delle vendite estere figurano i mercati dell’Unione Europea, dove l’export italiano nel 2011 ha totalizzato 311 milioni di euro, valore superiore a quello dell’anno precedente del 15%.
    • Di notevole importanza resta anche il mercato europeo extra UE (Turchia e Svizzera in particolare). In questi mercati le vendite italiane hanno superato i 290 milioni di euro, pari al 16% delle esportazioni totali.
    • Anche nel 2011 l’area dell’America Latina è risultata importante per il meccanotessile italiano, assorbendo il 9% delle vendite estere. Si tratta di un valore di quasi 162 milioni di euro, con un incremento del 3% rispetto al 2010.

    Nord America e Africa detengono quote marginali dell’export italiano.
    Complessivamente nel 2011 si è assistito ad un consolidamento delle vendite italiane sui principali mercati. Le prime cinque destinazioni del meccanotessile italiano (Cina, Turchia, India, Brasile e Germania) assorbono oltre il 50% delle esportazioni italiane.
    La sola Cina, principale mercato per i costruttori meccanotessili italiani, acquista il 25% dei macchinari italiani esportati. Il valore delle esportazioni verso la Cina è di 450 milioni di euro. Rispetto al 2010 la crescita è stata del 6%. Spicca inoltre la crescita delle esportazioni italiane in Turchia (+53% sul 2010), in Germania (+38%) e negli Stati Uniti (+84%).
    Sui mercati di seconda fascia le aziende italiane hanno registrato incrementi significativi in Bangladesh, Francia, Russia, Indonesia e Spagna.
    Esportazioni italiane: principali Paesi di destinazione (milioni euro)

    Fonte: elaborazioni ACIMIT su dati ISTAT
    Nel 2011 l’export italiano ha riguardato:

    • macchine per la filatura (28% del totale)
    • accessoristica (26%)
    • macchine per la nobilitazione (17%)
    • macchine per la maglieria (17%).

    Le macchine per filatura nel 2011 hanno visto crescere il proprio export del 34% rispetto all’anno precedente. Le vendite all’estero del comparto hanno sfiorato i 500 milioni di euro. Tutte le voci doganali comprese nel segmento filatura hanno osservato un incremento. La crescita risulta particolarmente significativa per gli “estrusori per fibre artificiali e sintetiche” (+143%).
    Nel comparto della tessitura si conferma in aumento l’export di telai senza navetta. Il valore realizzato sui mercati esteri per questa tipologia produttiva ha superato i 116 milioni di euro, con un aumento del 19% su base annua.
    Il comparto delle macchine per maglieria mostra andamenti differenti al suo interno. Complessivamente le vendite all’estero sono aumentate del 4% nel 2011, raggiungendo un valore di 313 milioni di euro. La crescita riguarda, tuttavia, solamente le macchine circolari a piccolo diametro (204 milioni di euro, +54% sul 2010). Le altre tipologie produttive del comparto registrano, invece, una sensibile diminuzione rispetto all’anno precedente. Sia l’export di macchine rettilinee che quelle circolari a grande diametro, hanno perduto il 40% rispetto all’export del 2010.
    Per quanto riguarda i macchinari per nobilitazione il confronto con il 2010 è negativo (-3%). Il valore delle vendite all’estero si attesta a 316 milioni di euro, con evidenti flessioni per la maggior parte delle voci doganali incluse nel comparto. A crescere nel 2011 sono le esportazioni di macchine per rifinizione in senso stretto (rivestimento, spalmatura, garzatrici…) e le macchine per avvolgere, svolgere e piegare i tessuti (rispettivamente +2 e +11% sul 2010).
    L’Osservatorio è stato realizzato basandosi sui dati statistici disponibili al 5 luglio 2012.
    Analisi Acimit presso le aziende associate

    Il Focus dell’Osservatorio 2011 propone i risultati dell’indagine svolta nei primi mesi dell’anno presso le aziende associate rivolta a comprendere gli sviluppi dei comportamenti strategici delle imprese italiane del settore in tema di internazionalizzazione e innovazione.
    L’indagine conferma che le aziende italiane sono insediate in tutti i principali mercati mondiali delle macchine tessili. Le vendite estere si concentrano soprattutto in Asia, dove è maggiormente localizzata l’industria del tessile e dell’abbigliamento mondiale, ma opportunità di business vengono cercate dalle nostre imprese anche nelle altre aree geografiche.
    Le vendite avvengono prevalentemente attraverso agenti o rappresentanti, ma sui principali mercati i costruttori italiani operano anche attraverso filiali commerciali e (in qualche caso) con unità produttive in loco. Le aziende si considerano ben insediate nei mercati europei, mentre riscontrano un progressivo aumento della concorrenza sui mercati di riferimento asiatici.
    Alla base della competitività del settore italiano vengono indicate l’immagine - reputazione del marchio, l’innovatività e la qualità dei loro prodotti.
    L’innovazione viene considerata indispensabile per restare competitivi. Così l’attività di R&S in nuovi prodotti per oltre un terzo delle imprese italiane assorbe una quota del fatturato superiore al 5% e si realizza in partnership con i clienti o totalmente all’interno dell’azienda. Meno frequenti restano le collaborazioni con università, centri di ricerca e società di consulenza. Ancora poco sviluppata l’attenzione alla tutela della proprietà intellettuale. Raramente dall’attività di R&S deriva il conseguente deposito di brevetti.
    Le imprese si sono impegnate nel corso del 2012 a sviluppare la propria rete commerciale e a diversificare sia i propri mercati che i prodotti. Nei prossimi tre anni verrà incentivata l’attività promozionale, mentre sui mercati più lontani e a maggiore potenziale l’impegno previsto si concentrerà nel potenziamento dell’assistenza post-vendita e nella realizzazione di nuovi investimenti produttivi.

    • Pur con modeste risorse a disposizione le aziende hanno sviluppato una rete commerciale in grado di coprire numerosi mercati e hanno sperimentato forme di radicamento più incisivo, attraverso la costituzione di joint ventures con partner locali o la realizzazione di impianti produttivi in loco.
    • Lo sviluppo di nuovi prodotti, soprattutto in collaborazione con il cliente, ha permesso all’industria meccanotessile italiana di accrescere le proprie competenze anche in nuovi segmenti di mercato (si pensi ad esempio ai rilevanti progressi fatti dai costruttori italiani nella tecnologia applicata ai tessili tecnici ed innovativi).

    Fonte: Acimit (ottobre 2012)
    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Apr 2009
    Località
    San Gottardo
    Messaggi
    29,593
    Mentioned
    271 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    Inserzioni Blog
    3

    Predefinito Re: Osservatorio economico

    Questi numeri, dato che le cifre parlano piu' di tutto il resto, per dimostrare, a me per primo, che i tedesco francesi, che stanno aumentando le importazioni in Cina, abbiano stipulato un accordo con questa ultima al fine di mettere a zero la produzione manifatturiera e alimentare italiana.

    Basti ricordare che la contraffazione di prodotti italiani ha rappresentato lo scorso anno una quota due volte maggiore di quanto esportato, e pari a circa 70 miliardi di euri......
    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Apr 2009
    Località
    San Gottardo
    Messaggi
    29,593
    Mentioned
    271 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    Inserzioni Blog
    3

    Predefinito Re: Osservatorio economico

    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  5. #5
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Apr 2009
    Località
    San Gottardo
    Messaggi
    29,593
    Mentioned
    271 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    Inserzioni Blog
    3

    Predefinito Re: Osservatorio economico

    Ed infine la Bomba per i bamba tedeschi

    per avvalorare la mia tesi odierna, riporto questo scritto con la premessa che i tedeschi comunque hanno aumentato in modo considerevole le esportazioni verso la Cina, probabilmente favoriti da accordi bilaterali al fine di azzerare gli altri competitors -vedesi padania-
    Siamo stati Venduti dai tedeschi e Prodi ai nuovi padroni





    Perché la Cina prevarrà e la Germania crollerà rovinosamente


    31 ottobre 2012 a 081

    La Germania sarebbe già alla canna del gas senza l’aiuto del resto dell’Europa: “Nessuno ha raccontato ai tedeschi che molte delle misure adottate sinora non servivano per salvare i “fannulloni” greci o spagnoli ma per salvare i sistemi bancari tedesco e francese (che detenevano molti titoli di questi paesi, ndr). Molti dei finanziamenti alla Grecia non sono mai arrivati ad Atene, hanno semplicemente fatto un giro da Francoforte a Francoforte“. Giovanni Dosi, economista della Scuola Superiore Sant’Anna e collaboratore del premio Nobel Joseph Stiglitz alla Columbia University, 28 luglio 2012 “Nei milioni di parole scritte sulla crisi del debito in Europa, la Germania è in genere presentata come l’adulto responsabile e la Grecia come il figliol prodigo. La prudente Germania, dice la storia, è riluttante a salvare la Grecia scroccona, che ha preso in prestito più di quanto poteva permettersi e ora deve subire le conseguenze. Vi sorprenderebbe sapere che in Europa i contribuenti hanno fornito alla Germania lo stesso sostegno finanziario offerto alla Grecia? Lo suggerisce un esame dei flussi monetari Europei e dei bilanci delle banche centrali”. “Hey, Germany: You Got a Bailout, Too”, Bloomberg, 24 maggio 2012. Richard Koo, capo-economista dell’Istituto di Ricerca Nomura, la più grande agenzia di consulenza giapponese nel settore IT, spiega che la crisi dell’eurozona è nata nel 2000 con un grande bailout da parte della Banca Centrale Europea a beneficio della Germania, che rischiava di essere affossata dall’esplosione della bolla della New Economy. RICHARD KOO: The Entire Crisis In Europe Started With A Big ECB Bailout Of Germany - Business Insider Il capitale di Deutsche Bank ammonta a poco meno del 2,5% rispetto agli assets della banca. Che è come dire che perdite del 3% sul totale del portafoglio della banca sarebbero più che sufficienti ad azzerare il capitale della banca. Ossia a farla fallire. Né più né meno di quanto è successo a Lehman Brothers, la banca d’affari americana fallita nel 2008. La morte delle cicale che si spacciavano per formiche (Deutsche Bank agonizzante?) | Verso un Mondo Nuovo LA GERMANIA NON E’ MAI STATA LA LOCOMOTIVA DELL’EUROPA, MA IL RIMORCHIO

    di Piero Valerio
    L’affermazione che la Germania sia la locomotiva dell’eurozona è uno dei luoghi comuni più superficiali e falsi che viene ancora sostenuto con forza dai politici, economisti e giornalisti di regime (sia di destra che di sinistra), che cercano di convincere e illudere i propri adepti e lettori a seguire i passi del miracolo tedesco per ottenere una pronta ripresa dell’economia italiana. L’attenta analisi dei dati e delle variabili economiche dice invece una verità ben diversa: la Germania è stata il rimorchio dell’eurozona, perché senza il traino e le massicce importazioni di prodotti tedeschi da parte dei paesi della periferia il miracolo tedesco non sarebbe mai avvenuto.
    Questo articolo prende spunto dalle interessanti e condivisibili analisi del professore di economia Alberto Bagnai espresse sul suo ottimo blog Goofynomics, in cui il professore non senza ironia prende in giro tutti coloro che ancora si ostinano a non volere capire cosa è accaduto nei 17 paesi dell’eurozona negli ultimi 10 anni. Tralascerò volutamente alcuni dettagli tecnici (che possono essere ritrovati sui vari post di Bagnai dedicati all’argomento, che fra l’altro consiglio a tutti di leggere perché spassosissimi e pieni di citazioni dotte e letterarie) e mi concentrerò invece su quello che mi preme di più evidenziare: la logica ferrea delle argomentazioni messe in campo, che partendo da precisi eventi storici hanno poi trovato conferma nei dati dell’economia. Ovviamente le considerazioni del professore Bagnai sono soltanto un fondamentale punto di partenza, mentre tutto il resto è farina del mio sacco.
    Dopo aver visto in un precedente articolo il sistema di regolamento e compensazione dei pagamenti TARGET2, che è lo strumento che ha consentito nella pratica quotidiana la nascita e la proliferazione di squilibri macroeconomici nell’area dell’eurozona, mi sembrava opportuno comprendere il motivo per cui questi sbilanciamenti dei saldi commerciali hanno potuto avvantaggiare soltanto una parte dell’eurozona (la Germania), a danno di tutti gli altri paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna): i dati di oggi confermano che la Germania ha reso molto più efficiente la sua macchina bellica industriale, ma analizzando bene la storia vedremo che in qualche maniera i tedeschi hanno giocato sporco nei confronti dei loro stessi alleati europei, puntando in anticipo rispetto a tutti gli altri su una politica di bassa inflazione e liberalizzazione sfrenata del mercato del lavoro (la Germania è stata la vera Cina dell’eurozona, ma al contrario della Cina non ha consentito ai paesi limitrofi di sviluppare le loro economie locali). Ma andiamo per passi e cerchiamo di ricostruire gli eventi, ritornando al momento in cui tutto ebbe inizio.
    Il 9 novembre 1989 cade il muro di Berlino e il potente cancelliere tedesco Helmut Kohl si trova ad affrontare un difficile e costoso processo di riunificazione fra la più moderna Germania Federale e l’arretrata Germania Democratica. Gli squilibri fra questi due paesi sono enormi: basta citare un solo dato per avere un’idea, la disoccupazione nella DDR è al 20% e la sua industria è praticamente ferma in termini di sviluppo e innovazione ai primi anni del dopoguerra. Ci sono città intere da ricostruire da zero come la stessa Berlino Est, Dresda, Lipsia. Secondo alcune stime recenti i costi totali della riunificazione tedesca sono stati circa 1.500 miliardi di euro. Un’enormità.
    La Germania Federale può contare su un ottimo tessuto industriale, basato sulla chimica, l’industria pesante, l’automotive, ma malgrado l’indubbia caratteristica di affidabilità e resistenza i prodotti tedeschi risultano ancora molto costosi rispetto ad analoghi prodotti delle industrie italiane, francesi, spagnole, che potendo appoggiare le vendite su una moneta più debole del marco, sono sicuramente più avvantaggiate nelle esportazioni. Italia e Spagna soprattutto, considerati dai tedeschi dei veri e propri stati canaglia per la loro aggressività competitiva, hanno ancora una loro piena sovranità monetaria e possono agire liberamente (tramite il supporto tecnico della propria banca centrale di emissione) sulla leva delle svalutazioni competitive esterne della moneta nei confronti del marco per migliorare il livello delle esportazioni e riequilibrare eventuali squilibri della bilancia dei pagamenti.
    Per fare un po’ di cassa al cancelliere Kohl non resta che puntare tutto sul processo di unificazione economica e monetaria della comunità europea, già avviato per altri motivi in quegli stessi anni dalla Francia del presidente Francois Mitterand e del primo commissario europeo Jacques Delors, a cui era stato affidato il compito di studiare un programma e un piano di progressiva unificazione delle monete nazionali in un’unica moneta: l’euro. Dopo un’iniziale accoglienza tiepida di questo progetto, la Germania di Kohl diventa improvvisamente un fautore entusiasta della nascente Unione Monetaria Europea (che a quel tempo contava solo 11 stati rispetto ai 17 attuali: Germania, Francia, Italia, Spagna, Belgio, Olanda, Irlanda, Finlandia, Portogallo, Austria e Lussemburgo).
    Il cancelliere Kohl stringe un patto di ferro con il presidente francese Mitterand e il processo di unificazione monetaria europea subisce un’accelerazione impressionante: già nel 1992 vengono firmati a Maastricht i Trattati di Funzionamento dell’Unione Europea. Il proposito del cancelliere Kohl è abbastanza chiaro a chiunque tranne che ai governanti dei paesi coinvolti nell’accordo (per l’Italia in particolare Prodi, Monti, Padoa Schioppa, Draghi, Amato, Ciampi, Dini, tutti uomini appoggiati con ambigua convinzione politica dalla sinistra, ma che in realtà erano ex-banchieri o ex-membri del vecchio regime socialista e democristiano): spalmare gli enormi costi dell’unificazione tedesca sui paesi della periferia dell’Europa, che a causa delle loro beghe interne politiche (ingovernabilità, corruzione) e di bilancio (elevati debiti pubblici) o per paura di rimanere isolati sono costretti loro malgrado o per interessi particolari ad aderire al progetto franco-tedesco di unificazione monetaria. Paesi più stabili economicamente e pliticamente come Gran Bretagna, Svezia e Norvegia non pensano neanche per un attimo ad unirsi a questa grande ammucchiata, in cui era molto prevedibile che prima o dopo la grande Germania avrebbe fatto un massacro.
    Nel 1998 vengono fissati rigidamente i tassi di cambio fra le monete degli 11 paesi: la lira italiana viene ancorata al marco tedesco con un rapporto di cambio di 990 lire per un marco, in previsione del successivo e definitivo ingresso dell’euro. E’ un tasso di cambio ancora favorevole per le imprese italiane e infatti le esportazioni verso la Germania sono abbastanza sostenute. Intanto, nello stesso anno, in Germania il cancelliere Kohl viene sostituito dal socialdemocratico Gerhard Schroeder, che nonostante sia un oppositore politico, continua pedissequamente il progetto del predecessore: bisogna mettere la Germania in una posizione di vantaggio rispetto ai concorrenti europei (non alleati, beninteso, perché i tedeschi non hanno mai ragionato in questi termini) così non appena verrà introdotta la moneta unica e nessun paese dell’eurozona potrà più agevolarsi di svalutazioni competitive sul tasso di cambio, la grande Germania potrà accumulare enormi surplus di ricchezza con le sue esportazioni.
    Dato che non si potranno più utilizzare svalutazioni esterne, bisogna agire sui metodi di svalutazione competitiva interna del lavoro e della produzione per rendere più apprezzabili e convenienti i prodotti tedeschi e la Germania fa proprio questo. Dal 1997 al 2009 il governo Schroeder abbassa progressivamente l’aliquota massima d’imposta per i privati cittadini dal 53% al 42%, mentre per le imprese viene quasi dimezzata arrivando al 29,4%: i margini di profitto delle aziende tedesche possono quindi essere rimodulati su prezzi inferiori. Ma non solo, sfruttando gli alti livelli di disoccupazione (8%-10%) e la minaccia di licenziamenti e delocalizzazione delle imprese, il governo mette a punto un piano di liberalizzazione sfrenata dei contratti di lavoro e riduzione delle tutele sindacali: dal 2003 al 2009 i salari reali dei lavoratori tedeschi corretti all’andamento dell’inflazione e al costo medio della vita scendono del -6% (guarda grafico sotto, dove i salari italiani rimangano stabili mentre quelli tedeschi scendono proprio in concomitanza con l’introduzione dell’euro nel 2002).

    Nel 1998 viene inaugurata la Banca Centrale Europea BCE che, su indicazione della banca centrale tedesca Bundesbank che è il maggiore azionista, avrà come scopo principale il controllo dell’inflazione: l’obiettivo della BCE è quello di mantenere l’inflazione annua intorno al 2% per tutti i paesi dell’eurozona, ignorando tutte le differenze produttive, economiche e di spesa che esistono già fra i vari stati. I paesi dell’eurozona si adeguano, tutti tranne la Germania che dal 2000 al 2007 mantiene un’inflazione media più bassa dell’obiettivo della BCE (1,6%), senza che quest’ultima faccia mai notare ai proprietari tedeschi che avere un’inflazione più bassa del target fissato in un contesto di unificazione monetaria può creare scompensi macroeconomici immensi e risulta un comportamento scorretto nei confronti dei paesi alleati. Nello stesso periodo infatti l’inflazione media dell’Irlanda (3,4%), Grecia (3,2%), Spagna (3,1%), Portogallo (2,9%) risulta più alta. L’Italia (2,1%) si mantiene invece abbastanza aderente al vincolo europeo, ma questa costante divaricazione dell’andamento dei prezzi al consumo fra la Germania e i paesi PIIGS sarà fondamentale per la nascita di quegli squilibri macroeconomici che stanno portando al collasso l’intero sistema dell’eurozona.
    Nel 2002 viene introdotto l’euro e la Germania entra a piedi uniti nel mercato unico, avendo già attuato in pratica una politica di svalutazione competitiva interna sui prezzi e sul lavoro (precarizzazione del lavoro, riduzione dei salari, minaccia di disoccupazione, aumento delle disuguaglianze sociali) che la mette in una posizione di netto vantaggio rispetto agli altri paesi (alla faccia dei sani principi comunitari di sussidiarietà e collaborazione). La forbice dei prezzi continua ad aumentare e questo rende più agevoli e convenienti le esportazioni tedesche nei paesi PIIGS, ma allo stesso tempo rende più complicato esportare in Germania per i paesi della periferia perché i prezzi dei loro prodotti risultano abbastanza alti e impraticabili per i consumatori tedeschi. Come si vede nel grafico sotto i paesi che hanno un differenziale dei prezzi maggiore con la Germania sono anche gli stessi che tendono ad indebitarsi più velocemente, perché importano molto dalla Germania ed esportano poco ai tedeschi.

    Le banche tedesche che hanno accumulato un surplus di riserve, tramite le esportazioni del settore imprenditoriale, investono nei paesi e nelle banche dei PIIGS per sostenere i consumi e accelerare i processi di indebitamento privato. A differenza di quello che molti continuano ancora a ripetere il problema del debito non riguarda tanto la parte pubblica e il contenimento delle spese governative (ricordiamo per esempio che la Spagna è stata per molto tempo l’unico paese che rientrava nei parametri del Patto di Stabilità europeo del 3% del deficit/PIL e del 60% del debito pubblico/PIL), ma l’indebitamento privato, perché un sistema illogico dei pagamenti fra i paesi dell’eurozona come TARGET2 non metteva praticamente limiti all’indebitamento dei residenti dei vari stati dell’unione e alla possibilità delle banche locali di concedere prestiti, anzi questi venivano incentivati tramite l’afflusso di nuovi capitali dalla Germania e dal regime sorprendentemente basso e indifferenziato dei tassi di interesse. Nel grafico sotto, vediamo appunto che fra il 2000 e il 2007 l’incremento di indebitamento è soprattutto nel settore privato e non pubblico (anzi paesi come Irlanda, Italia e Spagna hanno addirittura ridotto i margini di debito pubblico accumulato).


    La storia dei “paesi spendaccioni” quindi è falsa e infondata, perché i dati dicono esattamente un’altra cosa: quasi tutti gli stati PIIGS hanno adottato politiche di spesa pubblica virtuosa, mentre il vero problema è stato il credito privato gonfiato artificialmente dalle banche locali sostenute da lontano dai colossi tedeschi della finanza (Deutsche Bank e Commerzbank). Il sistema macroeconomico sbilanciato dell’eurozona è stato quindi corrotto sia in modo strutturale che finanziario dall’atteggiamento competitivo e aggressivo della Germania e ora la stessa Germania chiede agli stati di fare quei sacrifici di austerità che in verità sono già stati fatti durante questi lunghi 10 anni: mentre niente dice la Germania sul vero dilemma dell’eurozona, costituito dagli squilibri commerciali degli scambi, dai differenziali del regime dei prezzi, dalla diversa competitività produttiva, perché questo metterebbe in discussione proprio il modo in cui si sono formati gli alti volumi delle esportazioni tedesche.
    Ovviamente esistono anche casi limite, come quello del governo greco che nel 2009 truccò i dati del bilancio pubblico per rientrare nei parametri richiesti dall’Unione Europea, ma questo stratagemma fu applicato grazie al supporto di uno dei grandi creditori internazionali del debito pubblico greco come Goldman Sachs, con la tacita approvazione a distanza sia della BCE che delle istituzioni europee, che pur sapendo bene quello che stava accadendo in Grecia, non avevano alcuna intenzione di interrompere il carosello impazzito dei flussi finanziari e commerciali nell’eurozona, tanto cari alla Germania. Tutti hanno cercato di nascondere sotto il tappeto la polvere, convinti che quella stessa polvere non sarebbe mai uscita allo scoperto. Anche perché, quando il marcio ritorna a galla, la soluzione viene sempre trovata rapidamente dai tecnocrati e dagli operatori finanziari che sono stati i veri artefici del disastro: scaricare a valle sul popolo tutti gli errori e le inefficienze che sono state create a monte del sistema. La colpa è del popolo spendaccione e non del banchiere o governante che ha consentito ai cittadini di indebitarsi oltre i limiti della decenza e della logica. E il popolo intero deve ripagare centesimo dopo centesimo, con tasse e tagli allo stato sociale, i debiti contratti da una parte minima dei suoi stessi concittadini.
    Ma torniamo di nuovo ai dati, ai fatti, che erano noti da tempo e sotto gli occhi di tutti. Se indichiamo con il termine produttività totale dei fattori il rapporto tra il valore di mercato di ciò che si produce e il valore di mercato dei fattori produttivi impiegati, ossia capitale umano, capitale fisico (ammortamenti e nuovi investimenti), energia, materie prime e intermedie, importazioni, vediamo ancora una volta che i differenziali di prezzi e salari prima descritti hanno creato uno squilibrio sempre più marcato fra paesi della periferia come Spagna e Italia e i paesi del centro come la Francia e la Germania (guarda grafico sotto, dove la forbice inizia come sempre ad allargarsi dopo il 1997), senza che nessuno nelle varie commissioni o vertici europei abbia mai alzato un dito o detto una parola per ripristinare un contesto più equilibrato delle efficienze produttive e delle condizioni di lavoro nei vari stati dell’eurozona. Perché esisteva il veto proprio di Germania e Francia su qualsiasi proposta di modifica dei trattati europei, che potesse rendere minimamente più credibile e omogenea l’impalcatura fragile dell’unificazione monetaria, che senza una precedente unificazione delle politiche economiche e fiscali dell’intera eurozona sarebbe stato sempre un processo incompleto e difettoso. Ai tedeschi e francesi andava bene così e fosse stato per loro il gioco poteva andare avanti all’infinito.

    Ma un’altra stupidaggine che viene spesso ripetuta da politici ed economisti di regime (ribadiamo sia di destra che di sinistra che di centro, per par conditio) è che la Germania ha potuto creare questi enormi surplus delle esportazioni perché è riuscita a penetrare nei mercati dei paesi emergenti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e in Cina in particolare. Ma se esaminiamo la tabella sotto vediamo che la situazione è ben diversa da ciò che ci raccontano: dal 1999 al 2007 il maggiore incremento delle esportazioni di beni è avvenuto verso i paesi europei (66%, di cui il 32% solo nei paesi PIIGS), mentre il saldo fra esportazioni e importazioni nei paesi BRICS è diminuito del -2% (di cui il -8% per la Cina, che esporta in Germania più di quello che importa).

    Nel grafico sotto vediamo ancora meglio e in modo immediato come la crescita dei saldi commerciali netti (esportazioni meno importazioni di beni) della Germania sia sempre stata superiore nei paesi dell’eurozona rispetto a tutti gli altri paesi del mondo (BRICS, Unione Europea non euro, Stati Uniti e altro). Ciò significa evidentemente che i saldi commerciali tedeschi verso i paesi dell’eurozona negli ultimi 10 anni sono stati sempre maggiori del 50% rispetto al totale.

    Nello specifico, il confronto bilaterale fra i bilanci commerciali di Germania e Cina vede sempre i tedeschi in deficit rispetto ai cinesi, perché se è vero che i volumi di esportazioni sono aumentati nel tempo, è anche vero che le importazioni dalla Cina hanno avuto un tasso di crescita maggiore: come ripete spesso il professore Bagnai, in una verifica seria i flussi della bilancia dei pagamenti vanno visti sempre esaminando i dati nel complesso e non prendendo soltanto un valore di flusso come riferimento (ovvero dire che le esportazioni tedesche verso la Cina sono cresciute non significa niente, se non guardiamo pure nello stesso periodo cosa è accaduto alle importazioni di prodotti cinesi in Germania, perchè è dal saldo finanziario fra entrate e uscite monetarie che si può capire la reale efficacia e convenienza di una certa scelta commerciale o strategia economica).

    Se entriamo ancora di più nel dettaglio (vedi tabella sotto), notiamo che anno dopo anno il saldo commerciale della Germania verso i paesi dell’area euro è stato superiore rispetto al resto del mondo (non euro area), per un semplice motivo: la Germania esportava molto nei paesi PIIGS ma importava poco i loro prodotti (per la già citata forbice dei prezzi, che rendeva poco appetibili e molto costosi per i consumatori tedeschi i prodotti di paesi in cui l’inflazione era considerevolmente più alta). Se esaminiamo soltanto la colonna delle esportazioni, vedremo che verso il resto del mondo le esportazioni tedesche sono state sempre maggiori in valori assoluti rispetto alle esportazioni nell’eurozona, ma se verifichiamo la colonna delle importazioni vedremo nei dati quello che sappiamo già nei fatti: la Germania importava dal resto del mondo molto di più in proporzione di quello che importava dai paesi dell’eurozona, quindi la parte maggiore del suo surplus commerciale si formava sempre a danno degli altri stati dell’area euro.

    A questo punto risulta abbastanza chiaro il motivo per cui la Germania non è mai stato la locomotiva dell’eurozona, ma si è sempre configurata come un pesante rimorchio per tutti i paesi PIIGS, dato che è riuscita ad espandere la sua economia soprattutto grazie ai surplus accumulati in Europa, mentre nel resto del mondo i suoi dati di performance sono stati molto modesti. A differenza invece della Cina, che è una vera locomotiva per la sua area perché risulta quasi sempre in deficit commerciale con i paesi limitrofi e accumula i suoi enormi surplus con il resto del mondo, facendo da volano per un intero continente: quindi paragonare la Germania alla Cina è fuorviante e sbagliato, perchè la Cina consente lo sviluppo delle economie dei paesi confinanti e non li soffoca o li indebita come ha fatto la Germania in tutti questi anni con i paesi della periferia europea.
    Dopo questa analisi, unita alla descrizione del meccanismo di funzionamento del sistema di regolamento dei pagamenti TARGET2, diventa ancora più evidente il modo in cui la Germania è riuscita ad imporre il suo disegno e a perseguire i suoi interessi a danno di tutti gli altri presunti alleati europei: vantaggio competitivo sleale sui prezzi e i salari, banca centrale BCE compiacente, istituzioni europee assenti, subdolo incoraggiamento ad utilizzare lo strumento del debito illimitato per acquistare prodotti tedeschi. E ora che questo sistema perverso è andato in frantumi, la Germania reclama l’austerità e il rigore nella gestione dei bilanci pubblici (vedi assurda imposizione dell’accordo intergovernativo Fiscal Compact) come unica via di uscita dal disastro, deviando l’attenzione dal vero nocciolo duro della questione europea che come invece abbiamo già visto è lo squilibrio e lo sbilanciamento macroeconomico. Ma come? Verrebbe da chiedersi, prima i tedeschi consentono a italiani, portoghesi, irlandesi, spagnoli e greci di indebitarsi, invitandoli palesemente a sfruttare la convenienza del regime dei bassi interessi che regnava nell’area dell’eurozona, e ora chiedono a quegli stessi popoli di svenarsi per ripagare un debito che è stato contratto in modo illecito e truffaldino? Questo sarebbe un atteggiamento corretto e solidale da parte di un paese alleato? Questa sarebbe l’Europa della libertà e della democrazia che qualcuno ha cercato di venderci?
    In conclusione, è utile ricordare come promemoria per comprendere ancora meglio come funziona il meccanismo contorto dell’economia europea, cioè che è accaduto lo scorso anno durante gli accordi di salvataggio della Grecia: la Germania e la Francia hanno imposto alla Grecia di acquistare armamenti tedeschi e francesi per centinaia di milioni di euro nonostante i greci siano costretti – sempre dagli stessi – a imporre feroci tagli di spesa su salari, pensioni, sanità. Berlino e Parigi hanno preteso l’acquisto di armamenti (carri armati, sottomarini, cannoni) come condizione per approvare il primo piano di salvataggio della Grecia da 110 miliardi di euro. Il governo greco ha provato a negoziare ma alla fine, nel 2011, ha dovuto tirare fuori 1,3 miliardi di euro per due sommergibili tedeschi (inizialmente erano addirittura 4), 403 milioni di euro per i carri armati Leopard, mentre la Francia ha imposto l’acquisto di 6 fregate, 15 elicotteri e motovedette francesi per una spesa di 4,4 miliardi di euro. Questa insomma sarebbe l’Europa della collaborazione, della cooperazione e della fraterna amicizia fra paesi alleati.
    Con il suo incredibile rapporto fra spese militari e PIL nazionale del 7%, la Grecia si piazza al 5° posto nel mondo fra i paesi più guerrafondai che investono maggiori fondi pubblici per l’acquisto di armamenti militari: ma come mai? Contro chi dovrà muovere guerra la Grecia con tutti questi armamenti? Quali nemici al confine costituiscono una minaccia così incombente per Atene? Vuoi vedere che alla fine i greci insorgeranno contro i loro stessi dittatori europei che sono arroccati a Berlino, Bruxelles, Francoforte? Chissà. Per adesso non ci rimane che inviare un caloroso invito a resistere e a combattere ai fratelli greci, consapevoli che fra poco arriverà anche il turno degli italiani di scegliere se lasciarsi spolpare vivi sulla gogna degli aguzzini o scendere nell’arena della resistenza comune europea. La guerra è appena iniziata e il nemico purtroppo non fa prigionieri.
    Ultima modifica di animal; 17-05-13 alle 14:39
    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  6. #6
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Apr 2009
    Località
    San Gottardo
    Messaggi
    29,593
    Mentioned
    271 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    Inserzioni Blog
    3

    Predefinito Re: Osservatorio economico

    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  7. #7
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Apr 2009
    Località
    San Gottardo
    Messaggi
    29,593
    Mentioned
    271 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    Inserzioni Blog
    3

    Predefinito Re: Osservatorio economico

    Attraverso il mare ci stanno invadendo di merci e uomini.

    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  8. #8
    Forumista storico
    Data Registrazione
    04 May 2009
    Messaggi
    35,024
    Mentioned
    8 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Osservatorio economico

    E dall'altra parte si portano via la Fiat.
    La nostra distruzione TOTALE è ormai nella sua fase più avanzata.
    Ai politici (?) nostrani non resta altro da fare che far passare il tempo senza fare neppure nulla di peggiorativo.
    La macchina sta girando ormai a pieni giri.
    Tempo neppure un anno e saremo finiti.
    Come itaglia.
    Inizierà la guerra.
    Speriamo che si creino le condizioni per la Padania.
    Siete pronti?
    A me non sembra affatto.
    Forse la maggioranza preferisce ancora sognare, sperare, fare lo struzzo.
    Non c'è più terra per infilare la testa, ragazzi!
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  9. #9
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Apr 2009
    Località
    San Gottardo
    Messaggi
    29,593
    Mentioned
    271 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    Inserzioni Blog
    3

    Predefinito Re: Osservatorio economico

    I nostri amici tedeschi

    Export, la Germania preferisce la Cina all’Italia

    Antonio Vanuzzo Infografica a cura di Carlo Manzo
    Berlino non compra più il made in Italy, tengono soltanto la metalmeccanica e l’elettrotecnica.





    Foto da Flickr di Cristiano Corsini
    19 March 2013
    La locomotiva d’Europa non traina più le esportazioni italiane. Prodotti alimentari e abbigliamento in cambio di automobili: il classico interscambio tra i rispettivi “made in” non basta più. La caduta dell’export segue quella – inevitabile in un Paese in recessione – delle importazioni dalla Germania. Se prima l’andamento dei due indicatori era fortunatamente opposto, ora i due si muovono invece all’unisono. Un campanello d’allarme che non va sottovalutato per un semplice motivo: secondo i calcoli dell’Istat, nel 2011 l’export italiano in direzione Berlino ha toccato 49,3 miliardi di euro, poco meno del doppio rispetto all’insieme dei Paesi emergenti (24,8 miliardi). Non solo: la Germania è il primo Paese da cui importiamo beni per 62,4 miliardi di euro. E non è un caso: il peso dell’export sul Pil tedesco è passato, dal 2000 al 2011, dal 33,4 al 50,1% del Pil.
    Un dato che fa capire il senso del dibattito europeo sulla reazione troppo lenta della Germania a trazione Merkel nell’allentare le politiche di austerity imposte al Club Med europeo. Il paradosso tedesco, almeno per quanto concerne l’Italia è infatti questo: il Paese è sia concorrente che cliente. L’Outlook 2012-2013 pubblicato lo scorso giugno dalla Bundesbank, l’istituto centrale tedesco: «Sebbene le quote dei Paesi dell’area euro nell’export tedesco siano in calo negli ultimi anni, le loro economie rimangono importanti per la Germania. La necessità di aggiustamento nei Paesi più colpiti dalla crisi del debito sovrano si è dimostrata maggiore di quanto inizialmente previsto ed è aggravata dalle difficili condizioni dei sistemi bancari di quei Paesi». Oggi le posizioni sembrano più flessibili, nonostante il falco Jens Weidmann, governatore della Buba, abbia ribadito qualche giorno fa: «Posporre il consolidamento dei conti pubblici significa rimandare i problemi al futuro».
    Fonte: Intesa Sanpaolo
    Intanto, il rallentamento della Cina d’Europa – Pil in crescita soltanto dello 0,7% rispetto al 3% del 2011 – è costato all’Italia mezzo miliardo di euro nel 2012. Una nota stonata dopo un anno, il 2011, che ha segnato un ritorno ai livelli pre-crisi, a quota 50 miliardi e a +11,7% sul 2010, equivalente a un peso della Germania pari al 13% dell’export totale. Una partner commerciale, quello tedesco, vitale soprattutto per le Regioni del Nord: il Paese assorbe il 13,1% dell’export veneto, il 23,6% dell’export del Piemonte, e il 14% di quello lombardo. Le società specializzate del manifatturiero lombardo – l’esempio è Brembo – che hanno la forza contrattuale per sedersi al tavolo con marchi come Volkswagen, Audi e Bmw hanno un peso predominante nell’export verso la Germania: nei primi nove mesi del 2012 si è assestato a quota 10,9 miliardi di euro – su un complesso di attività per 11,48 miliardi – rispetto agli 11,2 miliardi di fine settembre 2011 (-3%).
    Lato compratore, la bilancia commerciale teutonica pende sempre più verso la Cina. Se è vero che nel 2012 il 70% dell’import proviene dall’Europa, mentre l’Asia è al secondo posto con il 18%, è altrettanto vero che il Celeste impero nell’arco di un decennio ha superato l’Italia, passando dal 2 all’8% dell’import mentre lo Stivale è sceso da quota 6,5 al 5% della torta complessiva, causa doppia recessione. Nello stesso lasso di tempo la crescita dell’export tedesco verso Pechino è stata portentosa: dall’1 a oltre il 6% tra 2000 e 2011, mentre l’Italia è scesa dall’8 a meno del 6 per cento. Anche a fronte del rallentamento del Pil, dunque, l’avanzo della bilancia commerciale tedesca per il 2012 ha toccato la cifra record di 210 miliardi di dollari. Un surplus che, in teoria, dovrebbe far dormire sonni tranquilli ad Angela Merkel in vista dell’appuntamento elettorale di settembre.
    L’Italia non solo non tiene il passo in termini di volumi, ma soprattutto nel mercato di fascia alta, naturale sbocco del made in Italy. Gli analisti del Servizio studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, in una nota del 6 marzo scorso, delineano il quadro con chiarezza: «L’arretramento italiano ha riguardato soprattutto le produzioni del made in Italy legate al sistema casa (elettrodomestici, prodotti e materiali da costruzione, mobili) e al sistema moda. L’Italia è riuscita a tenere nella filiera metalmeccanica (metallurgia, prodotti in metallo, meccanica, componenti dell’automotive) e a guadagnare quote di mercato negli intermedi chimici e nell’elettrotecnica. In questi settori l’industria italiana, nonostante la forte concorrenza cinese, è riuscita a inserirsi nelle filiere produttive tedesche grazie anche a notevoli progressi sul fronte qualitativo e ai legami societari tra le imprese dei due paesi».
    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  10. #10
    Forumista storico
    Data Registrazione
    04 May 2009
    Messaggi
    35,024
    Mentioned
    8 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Osservatorio economico

    La Germania, come da programmi, presto sarà vittima di se stessa.
    Mica si poteva distruggere l'economia dell'intera Europa in un colpo solo.
    Era pur necessario avere chi al suo interno iniziasse a far schiattare altri.
    Ora la fine è vicina.
    Per tutti.
    Chissà quanti tedeschi l'hanno già capito?
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

 

 
Pagina 1 di 4 12 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Osservatorio Sardegna
    Di José Frasquelo nel forum Fondoscala
    Risposte: 26
    Ultimo Messaggio: 16-03-12, 11:29
  2. Osservatorio sul PD
    Di Gualerz nel forum Centrosinistra Italiano
    Risposte: 12
    Ultimo Messaggio: 17-11-09, 20:07
  3. Osservatorio PRC
    Di Outis nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 16-06-07, 12:40
  4. [b]osservatorio...[/b]
    Di natoW nel forum Destra Radicale
    Risposte: 14
    Ultimo Messaggio: 17-08-06, 21:46
  5. Da osservatorio democratico
    Di Fenrir nel forum Padania!
    Risposte: 27
    Ultimo Messaggio: 15-06-06, 10:29

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226