LE DUE MASCHERE DI SAUDADE
ROMA Nel 1984 mi capitò sul tavolo un romanzo di un certo Marc Saudade intitolato Bersagli mobili, Mondadori editore. Lo lessi con iniziale pigrizia e poi con curiosità. Raccontava la vicenda di un funzionario dell' Onu inviato nel Sud-est asiatico per scrivere un rapporto su una guerra che me ne rendevo conto man mano che procedevo nella lettura era certamente la guerra più infame che fosse mai stata raccontata. Nella memoria rivedo cieli immensi e vuoti, pianure desolate, crepuscoli sinistri e repentini, armi crepitanti nella misteriosa oscurità. Ma sopratutto: popolazioni ammassate in gabbie smisurate, esecuzioni di massa e colpi alla nuca, bambine stuprate, sventrate e vendute, donne amputate, ragazzini evirati, inedite torture... Qualcuno, a un certo punto della lettura, mi diede una specie di notizia: che dietro lo pseudonimo di Saudade si nascondesse addirittura Javier Perez de Cuellar, Segretario generale dell' Onu. Era una notizia interessante non tanto in sé, ma perché nel romanzo il funzionario, in cui normalmente la buona coscienza del lettore avrebbe dovuto identificarsi, partecipava abbastanza naturalmente a stupri, mutilazioni e omicidi, si faceva attore della ferocia totale. La mia notizia, Leonardo Mondadori la smentì. Mi disse che l' autore era di lingua spagnola e che era sì, uno degli otto o dieci principali funzionari dell' Onu, ma non Perez de Cuellar: Se fosse lui, questo libro sarebbe un suicidio politico. Ma in fondo, perché? Perché un Segretario generale non può mostrare di avere per la testa tutte le nefandezze che ha messo su carta? Ora questa domanda la posso girare a Marc Saudade, di cui la prossima settimana esce il terzo romanzo, El Centro, sempre da Mondadori pagg. 334, lire 23.000 (il secondo è L' ambasciatore di Panama, di due anni fa). Infatti, Marc Saudade, che è sì un alto funzionario, ma non dell' Onu e non di lingua spagnola, ce l' ho qui davanti agli occhi in carne e ossa, dispostissimo a parlare di tutto salvo che della sua identità. Perché? Per non suicidarsi politicamente? No. Perez si sarebbe suicidato politicamente perché vive al centro di un complesso sistema retto da equilibri segreti e soprattutto da compromessi, come basta a dimostrare il suo predecessore Waldheim, uomo di celeberrima viltà, a proposito del quale nessuno ha mai voluto aprire gli archivi dell' Onu. Capisco, ma Bersagli mobili come El Centro, che quanto a efferatezze non ha nulla da invidiare al primo, sono operazioni letterarie, sono romanzi. Appunto, ma stranamente, in questo secolo, noi viviamo in una cultura letteraria benevola: la narrazione, il romanzo vengono sentiti come emanazioni autobiografiche del buon carattere dell' autore. E' la tradizione umanistica occidentale, per cui lo scrittore è visto come portatore di valori positivi. Barbie è l' immonda scimmia; noi siamo sempre Jean Moulin e così ci priviamo della faccia ignobile, assassina, orripilante del mondo. Direi che ci sono molte eccezioni. Sì: Sartre, Genet, nel cinema Fassbinder... Ma in generale l' idea è che lo scrittore, buon borghese rispettabile, estenda la sua positiva bontà alla scrittura che produce. Allora Saudade ha riflettuto che, se così fosse, avrebbero ragione i cosiddetti minimalisti americani a chiudersi in cucina. Solo che il mondo lei me ne darà atto produce ogni giorno tutt' altre cose: cose tremende. Così, Saudade, privo di una faccia biografica identificabile, coperto da uno pseudonimo che è come una camera di decompressione o come un cancello che serve a passare dall' altra parte, si è detto che bisogna raccontare l' altra parte: raccontare il mondo com' è e in totale autonomia. E' un' opzione morale e letteraria. Perché raccontare? Perché romanzi? Solo così, non con saggi o reportages, si può mostrare l' orrore. Vede, Amnesty International ha pubblicato un rapporto su La tortura nel mondo, e dopo tre mesi l' ha ritirato: nessuno lo reggeva. Un altro esempio: quando in Argentina è caduto Videla, un editore americano ha pubblicato un libro intitolato Requiem for a Woman' s Seul, di un certo Omar Rivabelle. L' autore era un prete che, grazie a mille misericordiose astuzie, era riuscito a raccogliere i bigliettini in cui per due anni una studentessa prigioniera dei generali gli aveva raccontato gli stupri, le sevizie, le torture che subiva. Il libro, che le assicuro agghiacciante, non ha avuto risonanza: non si regge, oppure annoia, produce un effetto di routine: Sempre la solita storia.... Tutto ciò che Saudade racconta è vero e reperibile nei giornali del mondo, ma è raccontato, è sotto una maschera: solo con una maschera si valicano certi cancelli. I cancelli dell' orrore. Per Saudade il mondo è il Male? Non esattamente. Saudade pensa, con Elie Wiesel, che le efferatezze di cui parla esistono perché le avvolgiamo nel silenzio, per conformismo o per viltà. Elie Wiesel ha ragione di dire che, senza il silenzio, anche la macchina nazista sarebbe stata poca cosa. Ma il Male è attraente. Nel suo nuovo libro, il protagonista è un antropologo sulla quarantina che fa una specie di salto: dalla sua vera disciplina nella vera vita. Nel letto della moglie, poi qui a Roma, sull' Appia Antica, attraverso lo splendido corpo della ragazza Karen... Sì. Diciamo che nei primi due romanzi l' idea dominante è che il mondo è una specie di grande Vichy circondata dal silenzio. Qui l' idea è sempre quella di porsi dal punto di vista delle vittime, alle quali non importa poi di sapere chi le massacra, e la storia è sempre quella del burocrate che sa ma non parla. Ma il mio antropologo... Per chiarire: lei sa che all' Onu c' è una sezione cinematografica, dove in questo momento lavora un giovane regista italiano di grande talento, e lei sa che l' Onu non ha mai distribuito i film che questa sezione produce e che lei può forse immaginare? Così stanno le cose... Ma il mio antropologo è anche un uomo che legge, che sa, che conosce, un vero intellettuale. La metafora è più complessa, forse l' edificio ha un piano in più. In due parole: il salto del mio antropologo consiste nel proiettarsi in una fuga attraverso tutta una serie di illusioni liberatorie (sessuali, ideologiche, culturali), che è poi quella che mima tutte le tragedie dal ' 68 al terrorismo mondiale. Si capisce bene perché e da dove fugge il protagonista, ma dove arriva è spaventoso. Infatti, ma fin dall' inizio con tutta naturalezza si trova ad essere spettatore e attore di violenze, stragi, ammazzamenti di vario tipo. Sì, con naturalezza asseconda il suo sogno intellettuale. Con lui c' è il figlioletto Bao, che a sua volta ha ben presto intimi commerci con la bella Karen, e poi impicca un cane, ammazza addirittura un uomo... Tutto va sempre bene. Cos' è? Una specie di pedagogia? Sì, pensi agli anni Sessanta americani: questa pedagogia c' è stata, parallela a quella di tipo svizzero o americano ufficiale con prototipo il mondo di Walt Disney. Così come il mondo della fuga e della liberazione è parallelo al mondo del consumo. Alla fine, i risultati sono gli stessi: il ragazzino Bao, diventato adolescente, saturo di libertà e di nefandezze,è piccolo, stupido, muto, tetro.... Poi c' è questa Karen, attraentissima e assassina... Sì, Karen è l' avventura mitizzata, la libertà sognata da un certo intellettuale. In fondo, l' immagine classica delle rivoluzioni americane anni Sessanta è quella di una ragazza di nome Kathy Boudin che fugge nuda da una casa che è appena saltata in aria sulla Tredicesima Strada e i cui abitanti sono tutti morti. Ora, dopo vent' anni, Kathy Boudin è stata trovata. Ma perché quella notte era nuda? Perché, mentre nel seminterrato si fabbricava una bomba, al piano di sopra si faceva l' amore. Karen incarna un mondo che per strane scorciatoie è passato molto rapidamente dalla libertà sessuale all' omicidio (cioè al terrorismo), e al suicidio, cioè alla droga. Sarebbe interessante chiedere a un computer quanti accoppiamenti non giudiziosi, quanti stupri, quante aberrazioni, quante torture sessuali e quanti stupri ci sono nel suo libro. Nel complesso, il sesso è assai sinistro... Sì, c' è un uso politico del sesso di cui questo libro è debitore: è il sesso in Moravia, o anche in Grass o in Fassbinder, un sesso andato a male, un luogo di disperazione esistenziale, un punto estremo dell' alienazione e un modo di raccontare il fascismo. L' idea è che il sesso sia un continuo sfruttamento del corpo degli altri. E la triste idea di Saudade è che, nei decenni della sua esperienza, si sia passati da un tradizionale sfruttamento commerciale del corpo altrui allo sfruttamento militare dello stesso tipo di bene. Insomma, Saudade è radicalmente pessimista? In un certo senso sì, perché nel mondo sono intasati tutti i canali di comunicazione che potrebbero trasmettere l' urlo di protesta, il quale ci arriva sempre sotto una bandiera. Però le faccio presente che tutto questo è cronaca, tutto questo si trova in pagine separate nei giornali, che non stabiliscono mai le connessioni. Ecco un servizio di Time sul Guatemala, ecco il Figaro sulla tortura in Iran, ecco il caso italiano di Emanuela Orlandi, ecco un dossier sull' attentato al Papa, ecco un titolo del Corriere della Sera: Sette chili di eroina per i Br della camorra, ecco un pezzo del New York Times dove si spiega come Barbie venne arruolato dai servizi americani dopo che ebbe spiegato come aveva catturato Jean Moulin e che cosa gli aveva fatto, ecco un fascicolo sugli scienziati inglesi suicidi, ecco l' Etiopia e la Somalia, ecco la politica della fame totale, ecco un titolo di Repubblica di due mesi fa: Trafficanti di bambini nei sotterranei dell' Unicef... Capisce?. Capisco, certo. Da questo mazzo di ritagli capisco anche che lei lavora sul reale. Sì, guidato da un sospetto che uno scrittore italiano, Sergio Quinzio, qualche tempo fa, esprimeva press' a poco così: Sospetto che il male non abbia mai fondo, che le cose siano peggiori di come le immaginiamo e di come ce le raccontiamo. Del resto sottoscriverei anche un' altra affermazione di Quinzio, a proposito dell' inopportunità di fare, come si dice, della dietrologia: Sarà, diceva Quinzio, ma tutto ci spinge a farla, e tutto ci giustifica se la facciamo, nonostante la penosa inutilità di farla. Una lunga sequenza del romanzo è dedicata a un episodio molto noto, o forse mal noto. I suoi protagonisti approdano, se ben capisco, a un albergo nei pressi di Ayacucho, Perù. Il suo antropologo partecipa alla spedizione di giornalisti che il 26 gennaio 1983 salirono sulle Ande fino a Uchurracay, per sondare i misteri di Sendero Luminoso e che vennero massacrati dai campesinos e, come ora risulta, dai Sinchis, le truppe speciali del generale Clemente Noel, create per combattere quell' equivoca guerriglia. A parte il fatto che il generale Noel va a letto con la bella Karen, è tutto vero? Tutto tremendo e tutto vero? Tutto vero nella misura in cui è noto, per esempio attraverso il rapporto, ora controverso, dello scrittore peruviano Mario Vargas Llosa. La seconda parte del romanzo si svolge in mezzo all' inferno della guerriglia guatemalteca. Tutto vero? Con le dovute deformazioni, tutto vero. Il Guatemala è un paese che conosco bene. Alla fine, i suoi protagonisti approdano a El Centro. Continuano gli assassinii, continuano gli stupri, continuano le violenze, continuano gli spettacoli di tortura, ma El Centro cos' è? Vi si allestiscono convegni, si parla di natura e cultura, di potere e d' informazione... E' una specie di istituzione culturale? Sì, alla fine, il terrorismo si è dotato di un suo ufficio studi, che scimmiotta, com' è ovvio, il mondo della cultura e dell' impresa. Forse non dovrei dirlo, ma molte delle cose che si dicono a El Centro le ho trovate nei verbali di un convegno di Comunione e Liberazione a Rimini. Prima ha detto: Com' è ovvio. Sì, ovvio. A lei non pare?.
di ENRICO FILIPPINI


22 maggio 1987 28 sez. CULTURA


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