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    Predefinito La favolosa ricerca delle sorgenti del Nilo

    Le sorgenti del Nilo, enigma millenario
    di Luca Re


    Tratto del Nilo che attraversa il Sahara
    Immagine dal sito http://upload.wikimedia.org/

    Quali sono le sorgenti del Nilo? Questo enigma millenario, nascosto in un dedalo di laghi e fiumi, ha stuzzicato la fantasia di mercanti, esploratori e viaggiatori attraverso i secoli, trovando una risposta definitiva solo nella seconda metà dell'Ottocento.
    Il geografo alessandrino Claudio Tolomeo scrisse nel II secolo d. C. che il Nilo scorreva dall'equatore al Mediterraneo, dopo essere nato da due laghi circolari, alimentati a loro volta da vari fiumi provenienti dal massiccio dei «lunae montes», regno delle nevi perenni. I monti della luna sono le cime del Ruwenzori, ma la fonte più meridionale del Nilo, come stabilito in via definitiva dall'austriaco Oscar Baumann nel 1892, è il fiume Kagera, principale affluente del lago Vittoria. La conquista italiana del Ruwenzori nel 1906, per conto del duca degli Abruzzi, arrivò dopo l'epopea di numerosi esploratori, impegnati a svelare il mistero.

    Nel 1857 la Royal Geographical Society di Londra finanziò la missione di Richard Burton e John Speke. I due uomini, dopo aver condotto ricerche separate, giunsero a conclusioni diverse: Speke riteneva di aver individuato la fonte del Nilo nel lago Nyanza (ribattezzato Vittoria), mentre Burton puntava l'indice sul lago Tanganica.
    La Royal Society, per risolvere la diatriba, affidò a Speke una seconda spedizione nel 1860, insieme a James Grant. Il viaggio aggiunse un nuovo tassello al puzzle geografico: Speke tornò al lago Vittoria e scoprì che a nord ovest vi sgorgava un fiume, convincendosi di aver finalmente trovato la sorgente più meridionale del Nilo.
    Bisogna poi ricordare l'itinerario dei coniugi Baker nel 1864. Essi appurarono che il Nilo Vittoria (quello scoperto da Speke), fuoriuscito dal lago omonimo, andava a immettersi nel lago Alberto, per poi continuare il suo corso verso l'Egitto. La teoria di Tolomeo sembrava quindi confermata.

    Nel 1867 fu il turno dell'esploratore scozzese David Livingstone, che trascorse alcuni anni a perlustrare il lago Tanganica e il bacino del fiume Lualaba, erroneamente persuaso di risolvere in questo modo il rompicapo. Il 28 ottobre 1871 l'avventuriero e giornalista Henry Morton Stanley trovò Livingstone a Ujiji, sul Tanganica: si era messo sulle sue tracce inviato dal direttore del New York Herald. I due continuarono insieme le ricerche nella zona, senza giungere a risposte certe.

    Dopo la morte di Livingstone, Stanley intraprese delle spedizioni tra il 1875 e il 1877, deciso a verificare le idee dei suoi predecessori. Stabilì che il Tanganica alimentava il bacino del Congo, di cui il Lualaba era il corso superiore. Grazie alla prima circumnavigazione completa del lago Vittoria, perlustrò sulla riva meridionale la foce del fiume Kagera, battezzandolo Nilo Alexandra e considerandolo la principale zona sorgentifera del Nilo.
    Nel 1888 l'esploratore anglo-americano raggiunse il lago Alberto Edoardo; in seguito avvistò nitidamente il Ruwenzori (già intravisto nel 1876 dall'italiano Romolo Gessi). Grazie ai resoconti di Stanley, i monti della luna balzarono agli onori della cronaca, attirando la curiosità e l'attenzione di nuovi personaggi, come il duca degli Abruzzi, che per primo ne scalò la vetta più alta nel 1906.

    Il Sole 24 ORE.com - Le sorgenti del Nilo, enigma millenario
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 30-01-13 alle 02:38
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    Predefinito Re: La favolosa ricerca delle sorgenti del Nilo

    Spedizione romana alle fonti del Nilo


    La spedizione romana alle fonti del Nilo fu una spedizione esplorativa promossa da Nerone, nel 62 o 67, per scoprire le fonti del Nilo. Fu comandata da due legionari, che risalirono il Nilo verso l'Africa equatoriale partendo da Meroe, vicino a Khartum (attuale capitale del Sudan). Fu relazionata ad altre spedizioni romane volte ad esplorare (e ad acquisire) le vie carovaniere per il commercio con l'Africa subsahariana, tra le quali ricordiamo la Spedizione romana verso il Lago Ciad e il fiume Niger entrambe condotte tra il 19 a.C. e l'86. Roma infatti penetrò profondamente nell' Africa subsahariana e solo nel secolo XIX fu oltrepassata.
    La spedizione ebbe carattere esplorativo, secondo la maggior parte degli studiosi. Seneca ha scritto che, intorno al 62, Nerone mandò alcuni legionari verso la città di Meroe in Nubia, al fine di esplorare tutto il Nilo a sud di quella capitale. Questa spedizione fu voluta dall'imperatore romano per ottenere informazioni sull'Africa equatoriale e sulle sue possibili ricchezze. Un'altra spedizione fu registrata da Plinio il Vecchio nel 67, ma fu probabilmente collegata ad attività militari allo scopo di raccogliere informazioni per un'eventuale conquista da parte di Nerone di quello che ora è il Sudan. Comunque, secondo la maggior parte degli studiosi, vi è la concreta possibilità che entrambe le spedizioni siano state la stessa.
    Questa spedizione è stata la prima nella Storia a partire dall'Europa verso l'Africa equatoriale. Probabilmente duro' diversi mesi, sorpassando prima le paludi sudanesi chiamate Sudd durante la stagione secca e poi raggiungendo la zona del nord Uganda.
    Ci sono testimonianze di alcuni storici romani, come Seneca e Plinio, che hanno scritto di una missione esplorativa alla ricerca delle sorgenti del fiume Nilo.
    Seneca scrisse un trattato, De Nubibus di "Naturales Quaestiones", che fornisce i dettagli della spedizione inviata da Nerone (62 d.C.), «caput mundi investigandum» (per esplorare la cima del mondo). In questa sua opera precisò di aver sentito dalla bocca di due Pretoriani il racconto del loro tentativo di scoprire il «caput Nili» (fonte del Nilo).
    Dopo alcuni anni Plinio il Vecchio ha scritto nel 70 di una spedizione di Nerone in vista di una guerra di conquista in Etiopia. Si tenga presente che i Romani chiamavano Etiopia tutte le terre a sud dell'Egitto romano.
    A Meroe, capitale del regno con lo stesso nome, situata a circa 200 km a nord della moderna Khartum e a 800 km a sud di Assuan, i capi della spedizione (probabilmente due legionari) hanno ricevuto - come scrisse Seneca esplicitamente - le istruzioni del re (meroito) e le lettere di raccomandazione per i re che avrebbero trovato successivamente all'interno dell'Africa («A Rege Aethiopiae instructi Ausilio commendatique proximis regibus annuncio ulteriora»).
    Partiti da Meroe, dopo molti giorni i legionari raggiunsero una palude immensa («post multos dies – sicut aiebant – pervenimus ad immensas paludes»), coperta di erbacce d'acqua («implicatae aquis herbae»), così fitta che né un uomo né una grande barca («navigio») potevano passare, ad eccezione di qualche piccola barca con un uomo a bordo.
    La spedizione di Nerone ha esplorato il Nilo Bianco/White Nile da Meroe (vicino a Karthoum) fino in Uganda.


    La descrizione data da Seneca è, secondo lo studioso Giovanni Vantini, anche ai nostri giorni un chiaro riferimento al Lago No, una palude immensa e malsana (infestata dalla malaria e dalla malattia del sonno, di 5,2 metri di profondità, formata dalla confluenza del Bahr el Ghazal con il Nilo proveniente dall'equatore, e in certi tratti impenetrabile a causa di fitti arbusti che prosperano assai numerosi e per via delle sabbie mobili. Le conclusioni del Vantini, che nel 1996 ha pubblicato un interessante articolo sulla spedizione nel mensile Nigrizia, sono basate su un paragone sinottico tra gli scritti latini e la topografia attuale del Nilo.
    Per Vantini infatti non è da escludersi che la guardia pretoriana sia arrivata anche in territorio ugandese. Effettivamente, nella storia di Seneca si trova scritto: "Abbiamo visto due rocce, dalle quali la forza del fiume fuorusciva con potenza» («Ibi Vidimus duas Petras, ex quibus ingens vis fluminis excidebat»).
    Lo scenario sarebbe quello di Murchison Falls, oggi Kabalega, dove il Nilo dal Lago Vittoria si immerge nel Lago Alberto, con un salto di quasi 50 metri, in una gola con soli 10 metri di larghezza. Infatti nella parte superiore di Murchison Falls, il Nilo si insinua attraverso un varco nella roccia, di soli 7 metri di larghezza, e si snoda per 43 metri, per poi scorrere verso ovest nel lago Alberto. La corrente originata dal Lago Vittoria invia circa 300 metri cubi al secondo di acqua sopra le cascate, strette in una gola con meno di dieci metri di larghezza.



    « …ex magno terrarum lacu ascendere… (Il fiume Nilo) proviene da un lago molto grande delle terre »
    (Seneca: De Terrae Motu, NQ VI, 8,5)

    Seneca ha anche scritto che i legionari gli dissero che l'acqua del Nilo, che saltava tra le due rocce, proveniva da un lago molto grande della terra africana. E questo lago non può essere -sempre secondo il Vantini- che il Lago Vittoria, il lago più grande dell'Africa: l'unico fiume che lascia il lago, il Nilo Bianco (noto come "Victoria Nile" quando esce dal lago), lo fa a Jinja, nell'Uganda, sulla costa nord del lago e dopo vari km precipita nelle Murchinson Falls.
    Vantini ha scritto, nella pubblicazione Nigrizia del 1996, che i legionari hanno fatto un viaggio esplorativo, da Meroe fino in Uganda, di oltre 2.000 km. Un'impresa encomiabile se si considera che navigarono su piccole barche per poter sorpassare le paludi del Sudd, infestate da coccodrilli.


  3. #3
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    Predefinito Re: La favolosa ricerca delle sorgenti del Nilo

    E dopo la spedizione romana alle fonti del Nilo...

    Viaggio successivo di Diogene




    Le Cascate Murchison


    Sicuramente il resoconto della spedizione era noto ai mercanti greci e romani che risiedevano in Egitto, tant'è che un mercante greco-romano vissuto tra il 70 d.C. e il 130 d.C., tal Diogene, si spinse lungo la costa orientale del Sinus Arabicus (l'attuale Mar Rosso verso la Terra di Punt (probabilmente la costa dell'attuale Somaliland) e sbarcò ad Adulis, un emporio frequentato nell'attuale Eritrea. Di lì proseguì sempre via mare per Rhapta, un estremo emporio (citato anche dall'opera "Periplus Maris Erythraei") che era situato sulla costa dell'attuale Tanzania, presso la città di Mitwara, non distante dal confine col Mozambico, da dove marciò per venticinque giorni nell’interno del continente, fino a due grandi laghi dietro i quali si ergevano imponenti le montagne innevate da dove sorgeva - a suo dire - il Nilo. Egli chiamò rispettivamente "Monti della Luna" le vette innevate dei Monti Meru e del Kilimangiaro, "Laghi della Luna" il Lago Vittoria, il Lago Eyasi e il Lago Natron e "Altopiani della Luna" tutta l'area dell'attuale Parco nazionale del Serengeti.
    Successivamente, il geografo Marino di Tiro ripropose l'epopea della spedizione di Diogene, finché non venne fissata anche da Claudio Tolomeo, il quale attestò che al centro continente africano vi erano sicuramente quei grandi laghi dai quali usciva il fiume che vi era entrato scendendo da monti imbiancati di neve e di ghiacci, dalle vette pallide come Montagne della Luna. I "Lunae Montes", Tolomeo, li pone al 7° a S dell’Equatore: "Ai loro piedi vi erano dei laghi che corrispondono al bacino alimentatore del Nilo". Essi corrisponderebbero, allora alla Catena del Ruwenzori. Le opere di Tolomeo furono tradotte dagli Arabi e da essi tramandate all'Europa Medioevale prima e Rinascimentale poi.


  4. #4
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    Predefinito Re: La favolosa ricerca delle sorgenti del Nilo

    Fu un missionario cattolico a scoprire le sorgenti del Nilo

    Il gesuita spagnolo padre Pedro Páez scoprì le sorgenti del Nilo due secoli prima dei britannici Richard Francis Burton e John Hanning Speke

    di Marco Tosatti


    Immagine tratta dal sito Babel

    Richard Francis Burton e soprattutto John Hanning Speke sono passati alla storia come gli scopritori nel 1858 delle sorgenti del Nilo, che collocarono nel Lago Vittoria. Però, in realtà, fu un gesuita spagnolo, di Madrid, Pedro Páez, che aveva scoperto, due secoli prima, quale era la fonte principale di uno dei più grandi fiumi del mondo, quello che nella Fontana dei Quattro fiumi a piazza Navona si copre il volto.

    La “rivendicazione” è fatta da uno scrittore spagnolo, Fernando Paz, nel suo “Antes que Nadie”. Paz dedica un capitolo all’eroismo del gesuita madrileno, che anticipò di due secoli lo svelamento di uno dei grandi miti della storia. Burton e Speke in effetti scoprirono l’origine del Nilo Bianco, nel punto più lontano dalla foce, nel lago Vittoria, ma in un fiume quello che conta è il flusso idrico, e in questo caso è il Nilo Blu che porta l’80 per cento delle acque, e che trattiene quelle del Nilo Bianco fino a Omdurman, imbrigliandole.

    E sono proprio queste le acque che incontrò padre Páez. Il gesuita nacque nel 1654 a Olmeda de la Cebolla, studiò a Coimbra, divenne sacerdote a Goa, e iniziò un viaggio per giungere sulla costa somala. Un’odissea che lo portò a ogni genere di avventure: paludismo, pirati, cattura da parte dei turchi, torture e carcere, e infine vendita come schiavo a un sultano dello Yemen.

    E poi la traversata a piedi nudi del deserto, cibandosi di cavallette. Páez percorse e descrisse zone come il deserto di Habramaut e Rub-al-Khali, della cui scoperto due secoli più tardi altri europei presero il merito.

    Nel 1603 decise di partire per evangelizzare l’Etiopia, si fece chiamare Abdullah e si mise in marcia. Restò in Abissinia venti anni, e un giorno, accompagnando il re in una passeggiata a cavallo scoprì le fonti del Nilo. Era il 21 aprile del 1618. “Confesso che mi rallegrai di vedere ciò che anticamente desiderarono tanto vedere il re Ciro e suo figlio Cambise, il grande Alessandro e il famoso Giulio Cesare”, scrisse nella sua “Storia di Etiopia” nel 1620, dove tratta della sua scoperta con distacco. Gli interessavano di più i battesimi.

    Fu un missionario cattolico a scoprire le sorgenti del Nilo | ZENIT - Il mondo visto da Roma
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 18-05-13 alle 22:36
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