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    Ghibellino
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    Predefinito La grande Dea anatolica




    Reitia è l'espressione veneta di Rea, sinonimo di Cibele. Quindi per capire a fondo la religione dei Veneti antichi è necessario ripercorrerne le origini fino in Anatolia (l'odierna Turchia). E' ancora più importante se si prende atto che l'Anatolia fin dall'epoca preistorica è stata il centro gravitazionale europeo, poichè l'Anatolia è Europa, del culto mediterraneo della Grande Dea. La genealogia di tutte le dee europee trova un'unica sorgente proprio qui, da quella Dea che i conquistatori Ittiti (indoeuropei) portarono in epoca storica da Babilonia, la culla della civiltà pagana.
    Al tempo della guerra di Troia i Veneti erano stanziati nella Paflagonia,l’Anatolia centro - settentrionale affacciata sul Mar Nero e confinante a oriente con il paese delle Amazzoni. Li separava la foce dell’impetuoso Halis che raggiunge il litorale dopo aver varcato la catena dei monti, traendo alimento dalle piogge per forzare la via e scavare gole profonde lungo un tragitto che abbraccia con una grande ansa l’altopiano anatolico. Lassù s’estendeva l’immenso bosco misto con i suoi pini silvestri, i ginepri e le alte conifere, declinando in una foresta di querce e faggi tappezzata da un sottobosco sempreverde. Nel sud della Paflagonia improvvisamente la macchia di leccio, alloro e rododendro mutava in colline desertiche e rocce di calcare stratificato, mentre in lontananza mura ciclopiche dallo stile miceneo segnavano il confine. I Paflagoni abitavano sulla costa, in splendide case e popolose città dedite al commercio e alla navigazione; dai porti salpavano navi cariche di legame e colorante rosso ocra, di metalli per uso bellico e di cavalli celebrati fino in Magna Grecia per la loro bellezza.
    Le prime estensive ricerche archeologiche furono eseguite nei primi del novecento dal professore tedesco Richard Leonhard, seguite nel 1935 dalla missione italiana di G. Jacopi. Recente è lo studio di revisione (progetto Paflagonia) effettuato dal Prof. Roger Matthews del British Institute of Archaelogy di Ankara. L’ipotesi sostenuta dalla maggioranza degli archeologi è che i Veneti fossero semplicemente una tribù frigia.

    Entra a visitare la tomba di re Mida
    Secondo l’usanza frigia, in Paflagonia seppellivano i re sotto grandi cumuli di terra (come facevano anche gli Indoeuropei caucasici con le tombe a kurgan) e così la regione è disseminata di tumuli, la maggioranza dei quali inesplorati. Il tumulo più alto è però in Anatolia centrale (Gordion) ed è possibile che corrisponda al re Mida storico (nella foto); alto ben cinquanta metri era privo di corridoi per raggiungere la camera sepolcrale, sostenuta da pareti in legno di cedro e ginepro.
    I Frigi erano valenti architetti, costruivano ricche case con frontone triangolare e rivestivano le facciate dei palazzi con piastrelle di terracotta decorate da figure di cavalli, grifoni e alberi della vita con animali speculari. Gli interni erano poi abbelliti mediante oggetti d’avorio e mobili intarsiati in legno di bosso e di tasso.
    Sorprendenti sono le similitudini che riguardano le manifestazioni artistiche dei due popoli: i Frigi furono abili nello sviluppare l’arte del mosaico e non sono noti mosaici più antichi di quelli frigi nell'area egea ed anatolica. Gli antenati dei mosaici bizantini erano motivi geometrici molto semplici; al centro del pavimento di Gordion c’è ad esempio la stella a sei punte che oggi viene erroneamente propagandata come simbolo dei Celti (in realtà non è né celtica né veneta ma un elemento decorativo comune a tutto il bacino mediterraneo orientale, compresa la Palestina).
    Clicca le foto per ingrandire!

    Link:Tesi sulla Frigia di Chiara Molinatto, anno 2005


    Ai primordi della civiltà la scrittura runica raggiunse il Veneto lungo l'asse anatolico-balcanico di diffusione della razza alpina (detta anche Dinaride dalle Alpi calcaree che si estendono dal Lago Maggiore all'Epiro).
    Nella foto esempio di rune del popolo Frigio:





    L’ipotesi comunemente accettata circa la provenienza ancestrale dei Paflagoni è che siano giunti dai Balcani al seguito dei Frigi che invasero l’Anatolia nel 1200 a.C., essendo i Veneti semplicemente una tribù frigia. Vecchi autoctoni era il significato che la tradizione attribuiva al nome dei Pelagoni, ossia dei Veneti stanziati nella Macedonia settentrionale. La Pelagonia corrispondeva al bacino fluviale dell’Erigon (attuale Cerna) ed era confinante con i Dardani che migrarono poi a fondareTroia. Mappa
    L’ipotesi balcanica non tiene però conto del fatto che Omero menziona i Paflagoni fra gli alleati dei Troiani, in un conflitto che si svolse circa mezzo secolo prima dell’invasione frigia. E’ noto del resto come la regione paflagonica fosse ricca di insediamenti e città fin dal terzo millennio a. C., anzi pare che nell’ultimo quarto di questo fosse sede di una potente dinastia. Prima dell’epoca Ittita, vi sono in effetti testimonianze di insediamenti di lingua indoeuropea (popoli Kurgan)proprio lungo la costa del Mar Nero. In Paflagonia in particolare, v’era il cosiddetto popolo dei Pala che non sarebbe altro che l’antenato dei Paflagoni. Circa il significato del nome Pala, sebbene le elucubrazioni sulle radici protosanscrite non siano un attendibile strumento di indagine, si può in ogni modo notare la somiglianza con la radice indoeuropea Plu, che significa inondare. In Greco, l’etimologia di Paflagonia è comune a quella di Pelagos (mare) ed il suffisso -ion assume il significato di il luogo del - .
    Se diamo credito all’Iliade, gli stessi Frigi sarebbero autoctoni. Dall’Ascania del lontano nord – est, anche i confinanti dei Paflagoni avrebbero preso parte alla guerra: si trattava del popolo dei Kashka, che Omero considera Frigi. A mio parere non è detto che il racconto omerico sia necessariamente in contraddizione con l’ipotesi balcanica: può essere che, prima della grande invasione, vi fosse già un contingente frigio autoctono (i Kashka appunto) che occupava la zona a ridosso degli Ittiti ed era in costante schermaglia con questi. I Paflagoni, nel periodo successivo alla guerra di Troia, figurano probabilmente tra gli inquieti popoli del mare che sconvolsero il quadro dell’Anatolia, indebolendo la prosperità degli Ittiti e ponendo le premesse per la loro caduta. Frigi e Veneti sarebbero stati infatti costantemente uniti contro gli Ittiti e, nel 1200 a. C., sarebbero riusciti ad abbattere il potente impero nemico ricevendo ingenti rinforzi dai Balcani. Se l’Iliade fa parte della letteratura, e per questo non è una fonte storica sicura, esistono tuttavia degli scritti assiri che testimoniano un’alleanza tra Frigi e Kashka.

    Le antiche fonti letterarie sono concordi nel porre in rilievo il contribuito dei Frigi alla cultura classica dell’occidente nei campi della musica e della religione. Cibele è la Demetra frigia e Strabone, che era nato in Anatolia in epoca romana, ci testimonia l’assorbimento del suo culto da parte dei Paflagoni. Il paesaggio dell’altopiano anatolico è coperto di colli ondulati che vanno ad occupare l’orizzonte imprimendo la forte presenza dell’elemento terra, ove la dolcezza e la rotondità dei profili collinosi non può non evocare l’espressione femminea del divino. Il culto di Cibele aveva fama in effetti di contenere pratiche orgiastiche; non c’è però nessuna prova circa l’uso del sesso nei suoi rituali, anche se al tempo dei Paflagoni evidentemente le forze della generazione detenevano il primato sugli altri valori.
    Dea creatrice che ha dato origine all’intero universo senza bisogno di intervento maschile, vergine inviolata e tuttavia madre degli dei. La grande dea anatolica si manifestava nella dura sostanza della roccia e si riteneva fosse caduta dal cielo sotto forma di una Pietra nera. Cibele esigeva s’incidesse il marmo con svariati fregi e solchi quale atto per ridestare l’insita sua presenza. Santuari imponenti le venivano dedicati in posti inaccessibili, ricavandoli nelle pareti a picco mille metri sul mare. Il suo misterioso culto ctonio era praticato nelle fenditure della montagna, entro nicchie e gallerie. Talora l’apertura era un lontano punto visibile su un dirupo, tal altra corrispondeva al punto più alto di un’acropoli: era l’ingresso a tunnels scavati interamente nella roccia con gradinate discendenti nelle viscere della montagna, ad andamento elicoidale e senza sbocco.
    Ieratica in trono,Cibele riceve gli omaggi delle processioni che avanzano al ritmo frenetico di timpani, cembali, flauti e tamburi. Porta sul capo un ornamento cilindrico (polos), di solito a forma turrita; è coperta da un velo o da un mantello, regge uno specchio nella mano e, sette volte su dieci, possiede una melagrana. Come Demetra, impugna le spighe d’orzo la cui Claviceps purpurea forniva la bevanda allucinogena.
    Il leone è il veicolo Cibele ed immancabilmente lo troviamo ai suoi piedi. Anche nei bassorilievi della corrispondente dea ittita (Kubaba) compare un leone ai piedi del trono. Non solo in Anatolia: nel 1200 a.C. l’iconografia di una donna nuda in equilibrio sulla schiena del leone era presente in una vasta area del bacino mediterraneo orientale che interessava Assiri (Ishtar), Fenici (Astarte) ed Egiziani (Quadesh, nella foto). Bisogna considerare che in Cibele c’è la continuità con le semplici concezioni religiose dell’uomo del neolitico e che in Anatolia, già nel 6.000 a. C., la grande dea veniva rappresentata seduta in trono fra due leonesse. La criniera del leone e le sue fauci spalancate sono l’emblema neolitico del pube femminile. Solo più tardi, quando le società patriarcali hanno sviluppato concezioni misogine, nel pelo leonino è stata proiettata l’immagine raggiata della corona solare. Non deve stupirci la banalità dell’attribuzione sessuale, l’idea dell’antro genitale femminile è insita nel nome stesso di Cibele (cubela), che significa grotta. La riscoperta del significato originario ci consente di spiegare, senza ironia, l’effetto ipnotico ed il segreto potere di seduzione che ebbe il vessillo marciano nel trascinare le folle dei popolani veneti (i nobili avevano invece per emblema i loro blasoni).
    Dea della Religione Europea. Cibele è l'espressione originaria della grande Dea che da Oriente si è diffusa ai quattro angoli dell'Europa. A Sud c'è la romana Rea Silvia e Cibele stessa introdotta ufficialmente nel culto di stato. Nel Nord la Religione europea ha preservato a lungo intatta la sua purezza, finchè non iniziarono le atroci persecuzioni dei re cristiani; Re Olaf fu fatto "santo" nonostante convertì con la forza i vichinghi torturando, accecando e bruciando vivo chi rimaneva fedele agli Dei.
    Freya [frā'ä] ha delle sorprendenti somiglianze con Rea: al Nord non c'erano leoni ma il gatto di Freya, in quanto felino, ne è un degno sostituto; anche la chiave è un simbolo di Freya e le sue lacrime d'ambra la connettono al culto apollineo-veneto.

    A Occidente la dea celtica Ceridwen è parimenti trainata da due gatti bianchi.
    Osservano il calderone celtico di Gundestrup, si nota una dea atteggiata all'abbraccio sopra un carro trainato da una leonessa affiancata da grifoni.
    Infine, non dimentichiamo l'India Vedica e la comune origine indo-europea e allora bisogna annoverare anche Durga, la dea indù seduta sul leone. Archivio fotografico


    L’immagine dell’ape regina, che durante l’atto nuziale effettua la castrazione del fuco, incarna l’essenza del mito classico su Cibele. Presso gli Ittiti, Kumarbi stacca con un morso i genitali del dio del cielo Anu, ne inghiotte una parte dello sperma e sputa il resto contro la roccia, ove si genera una bellissima dea. Benché argomento apparentemente peregrino, la castrazione è un tema mitico universalmente diffuso e si collega al nucleo della trasmissione del potere regale cui si è alimentata tanto la tradizione egiziana (Osiride) che quella Greca (con Urano).
    Sul confine occidentale della Paflagonia c’era una scogliera deserta che si chiamava Agdo e Cibele vi veniva adorata sotto forma di una pietra nera. Zeus era innamorato di Cibele ma invano cercava di unirsi alla dea e nell'angoscia di una notte d'incubo, mentre la sognava ardentemente, il suo seme schizzò sulla pietra generando l'ermafrodito Agdistis. Agdistis era malvagio e violento, con le sue continue prepotenze aveva già maltrattato tutti gli dei. Sicché Dioniso, giunto all’esasperazione, volle vendicarsi e architettò ai suoi danni uno scherzo atroce. Gli portò in dono dell'ottimo vino e lo accompagnò a bere in cima a un grande albero di melograno, finché Agdistis si addormentò ubriaco fradicio in bilico su un ramo. Pian piano con una cordicella Dioniso gli legò i genitali al ramo e, sceso in terra, scosse l'albero con tutta la sua forza. Nel brusco risveglio il malcapitato precipitò strappandosi di netto il prezioso organo: così Agdistis morì dissanguato mentre il suo sangue lavava il melograno e lo faceva rifiorire rigoglioso e stupendo e carico di succosi magici frutti.
    La ninfa del Sangario, il fiume che scorreva nelle vicinanze, sfiorò con la sua pelle vellutata uno di quei frutti e rimase incinta di un dio. Fu così generato Attis il bello, il grande amore di Cibele. La Signora delle fiere suonava la lira in suo onore e lo teneva perennemente occupato in voluttuosi amplessi. Ma, ingrato e irriconoscente, Attis volle abbandonare quelle gioie celesti e se ne fuggì via per vagare sulla terra alla ricerca di un'altra donna. Cibele sapeva bene che nessuna infedeltà avrebbe potuto sfuggire alla sua vista onnipotente e, trainata dai leoni, lo sorvegliava dall'alto del suo carro. Colse così Attis mentre giaceva spensieratamente con una donna terrena, convinto che le fronde di un alto pino fossero sufficienti a nascondere il suo tradimento. Vistosi scoperto, Attis fu assalito da un rimorso tormentoso e implacabile, finché all'ombra del pino si evirò.
    Attis è legato al tema della morte e resurrezione. Non a caso dunque il suo nome assomiglia a quello del dio greco degli inferi, Ades. Le immense foreste della Paflagonia seguono il ritmo delle stagioni, in autunno le foglie si colorano di rosso e giallo, d’inverno cade la neve e in primavera la vegetazione rinasce. Attis accompagna il sofferto cammino della natura: muore in autunno, entra in uno stato latente in inverno e rinasce con i fiori in primavera. Dopo la sua evirazione (Pag.12), il suo cadavere dissanguato viene sepolto sotto il pino ma Attis entra in uno stato di morte apparente: i capelli continuano a crescere e riesce a muovere ancora il mignolo. Con il germogliare della primavera, dal sangue colato dalla sua ferita nasceranno tutt’intorno al pino le viole. (Nel parallelo mito della figlia di Demetra, Persefone coglieva violette nel prato ove Ades la rapì e la tradizione vuole che fosse costretta a passare agli inferi un terzo dell’anno, periodo che ci riporta al simbolismo stagionale dell’inverno).

    Reitia, madre dei Veneti
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito Re: La grande Dea anatolica

    Pala vuol dire pastore. come palatium (stalla). inoltre la lingua Pala era molto vicina all'Ittita.

 

 

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