Shankarâchârya
I due inni di Shankarâchârya che qui presentiamo sono ispirati dalla dottrina della non-dualità (advaita), la dottrina essenziale delle Upanishad e dei Brahma.Sûtra.
L’autore è noto in Occidente soprattutto per i suoi commentari della Bhagavad-Gîtâ e della Mândûkya-Upanishad che compilò giovanissimo, ma già pervenuto ad un alto grado di conoscenza, attingendo all’insegnamento del suo Maestro Govinda e dal Maestro di quest’ultimo, Gaudapada, l’ispirato autore delle Kârikâ, il tradizionale commentario della Mândûkya-Upanishad.
Shankarâchârya (788-820), figlio di brâhmana del Malabar, nel meridione dell’India, trascorse i primi anni della giovinezza nello stato di sannyâsî, cioè di chi avendo rinunciato al mondo si ritira solitario nella foresta per dedicarsi interamente alla vita rituale ed alla meditazione. Ma sui vent’anni lo vediamo a Benares attorniato da discepoli ed altri saggi in occasione di quelle assemblee di Maestri della Conoscenza, concilii di vera spiritualità, frequenti nei maggiori centri tradizionali dell’India durante quel particolare periodo di rivivificazione (VIII e IX secolo) della tradizione indù.
Non si conoscono particolari né sugli ultimi anni della sua breve vita, né sulla sua morte. È stato solo tramandato che ben presto si ritirò in eremitaggio nell’Himalaya dove la morte lo colse all’età di trentadue anni.
Un’eco del momento della realizzazione spirituale che comporta la totale rinuncia al mondo, lo si può cogliere ne Il santo disprezzo per il non-Sé, una continua negazione della realtà d’ogni identificazione che non sia quella essenziale e liberatrice di jîvâtmâ (l’essere vivente) con Brahma (il Principio). Il secondo inno, invece, riflette la realtà di chi è arrivato all’Identità Suprema e che alla negazione della realtà del manifestato può sostituire l’affermazione dell’identità del Principio con il Tutto, per cui – citando le stesse parole di Shankarâchârya – «Brahma non rassomiglia al mondo e tuttavia al di fuori di Brahma non vi è nulla. Tutto ciò che sembra esistere al di fuori di Lui non può esistere fuorché in un modo illusorio, come il miraggio dell’acqua nel deserto».
Silvio Grasso
IL SANTO DISPREZZO PER IL NON-SÉ
(ANÂTM–SHRÎVIGARHANAM)
Si ottiene un sapere eminente, e poi?
Si diventa ricchi e potenti, e poi?
Ci si diverte con una bella donna, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
Ci si adorna con braccialetti ed altri gioielli, e poi?
Ci si veste di abiti di seta, e poi?
Ci si delizia con delle vivande squisite, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
Si visitano dei luoghi ameni, e poi?
I parenti e gli alleati sono nutriti e rispettati, e poi?
I tormenti causati dall’indigenza e dalle altre disgrazie sono allontanati, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
Ci si immerge nel Gange o in qualche altro fiume, e poi?
Si distribuiscono in elemosina delle monete di rame, e poi?
Si ripetono migliaia di volte i mantra, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
La famiglia si distingue, e poi?
Ci si copre il corpo di cenere, e poi?
Si porta continuamente un rosario, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
Si onorano i brâhmana con alimenti, e poi?
Si propiziano gli dèi con sacrifici, e poi?
Si è glorificati ovunque, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
Ci si purifica il corpo con digiuni, e poi?
Si hanno dei figli e delle figlie, e poi?
Si compie il trattenimento del respiro, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
Il nemico è vinto nelle battaglie, e poi?
Il numero degli amici aumenta, e poi?
Si possiedono i poteri dello Yoga, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
Si cammina sulle acque, e poi?
Si tiene il vento prigioniero in una ciotola, e poi?
Si solleva il monte Meru nel palmo della mano, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
Si beve del veleno come fosse latte, e poi?
Si mangia del fuoco come fosse riso, e poi?
Ci si muove nel cielo come un uccello, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
Si acquista l’onnipotenza su tutta la terra, e poi?
Si concentra in se stessi la potenza di un dio, e poi?
Ci si innalza sino alla supremazia di Shiva, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
Si stabilisce qualsiasi cosa con i mantra, e poi?
Si è trafitti dalle frecce senza subirne danno, e poi?
Si conosce il passato e l’avvenire, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
L’angoscia delle passioni è distrutta, e poi?
Il pungolo della collera è smussato, e poi?
La stretta del desiderio è respinta, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
La notte della dispersione è dissipata, e poi?
Non si trae alcun orgoglio dalla propria funzione, e poi?
Le morse della brama sono scomparse, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
Si conquista il mondo di Brahmâ, e poi?
Si contempla il mondo di Vishnu, e poi?
Si comanda nel mondo di Shiva, e poi?
Certo, non è così che il Sé è percepito.
Colui nel cui cuore questo santo disprezzo per il non-Sé scaturisce in modo costante e pieno è un vaso d’elezione per la percezione diretta del Sé che non conosceranno mai quaggiù coloro che si smarriscono nel turbine di un universo illusorio.
Shankarâchârya
(Tradotto dal sanscrito da René Allar, versione in italiano di Silvio Grasso)
L’ONDA DI FELICITÀ DEL LIBERATO IN VITA 1
(JÎVAN–MUKTA–ÂNANDA–LAHARÎ)
1 Questo inno è un magnifico panegirico del saggio che, dopo aver respinto tutte le forme e tutti gli stati per evadere dal Cosmo, “ridiscende” nella manifestazione, almeno in apparenza, avendo realizzato la liberazione, e li assume tutte e tutti senza esser più minimamente influenzato dalle condizioni e limitazioni inerenti a tamas, la loro radice tenebrosa (per un’esposizione completa dell’argomento, vedi Réalisation ascendente et descendante di René Guénon, ultimo capitolo di Initiation et Réalisation spirituelle, 1952). Precisiamo che il termine tamas che è ripetuto in ogni versetto ha un senso molto generale e più esteso di quello di cui si parla in seguito, dove si riferisce ad uno dei tre guna dal punto di vista cosmologico. Quanto alla parola Muni, essa designa il saggio che ha realizzato la Solitudine (mauna) o Liberazione per mezzo della meditazione (manana) del Vêda, secondo il precetto enunciato dalla Brihad Aranyaka Upanishad: shrotavyo mantavyo nididhyâsitavyah: (Ciò) deve essere inteso (dalla bocca di un maestro qualificato), meditato (nella profondità del cuore) e contemplato (per mezzo della percezione diretta). Aggiungiamo che la parola moha, che abbiamo tradotto con illusione, ha, come significato principale, la perdita della coscienza, e designa più particolarmente nel Vêdânta l’incomprensione che attribuisce alle apparenze mondane una realtà assoluta ed immerge nei piaceri dei sensi, comportando, di conseguenza, la confusione, la perplessità, l’infatuazione, l’errore, l’afflizione, ecc., accezioni che sono ugualmente incluse in moha.
Quando, nella città, egli contempla i cittadini, uomini e donne costituiti dal nome e dalla forma, ben vestiti e ornati con ornamenti d’oro, e si ricrea con loro pensando: «Colui che percepisce è il (puro) Testimonio», il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando, nella foresta, egli guarda le cime degli alberi che si piegano sotto il loro fardello di foglie, e sente i cinguettii diversi degli stormi di uccelli nascosti nell’ombra folta, non avendo per sedile, sia di notte che di giorno, che un palmo di terreno, il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando soggiorna in un tempio, un altro giorno in un palazzo sontuoso, a volte su una roccia, a volte sui bordi dei torrenti, o quando divide la capanna dell’uno o dell’altro saggio eminente e pacato, il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando si ricrea, ora con dei fanciulli che ridono e battono le mani, ora con una donna giovane e bella, quando si intrattiene con dei vecchi austeri o con degli uomini completamente diversi, il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando conversa con dei Saggi che assaporano una felicità immemoriale e multiforme, o con dei poeti dalle cui labbra sgorga l’essenza stessa dell’arte poetica, o ancora con i migliori logici tutti assorbiti dalle loro deduzioni, il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando compie in qualche luogo un culto divino con delle meditazioni assidue, altrove con dei fiori appropriati, in piena fioritura e pregni di profumo, altrove ancora con delle foglie immacolate, l’animo gioioso, tutto dedito alla glorificazione, il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando recita i nomi di Colei che è benigna verso gli esseri 2, di Colui che dà la Tranquillità 3, o di Vishnu (che penetra ogni cosa), o quando recita i nomi del Condottiero dell’Armata divina 4 o di Colei che manifesta e consuma l’universo 5, e la beatitudine inonda i suoi occhi di lacrime, il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando si purifica nei flutti del Gange, quando adopera l’acqua di un pozzo o di uno stagno, che quest’acqua sia fredda o tiepida e piacevole, o quando il suo corpo (coperto di ceneri) è simile alla canfora, il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando è occupato dai sensi e dagli oggetti dello stato di veglia, quando gode degli oggetti dello stato di sogno o quando percepisce la felicità ininterrotta del sonno profondo, il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando è nudo 6, quando è vestito come un dio, o quando cinge attorno alle reni una pelle di leone, magnanime, senza scrupoli, dando gioia al cuore dei suoi vicini, il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando permane in sattwa, quando è in contatto con la natura di rajas o con quella di tamas, o quando si libera da queste tre modalità 7, a volte nella corrente della trasmigrazione 8, a volte compiacendosi nel sentiero della Shruti 9, il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando conserva il silenzio o quando si dimostra incline a parlare, quando la sua felicità intima sospende la sua voce o la fa prorompere nel riso, o quando esamina con interesse qualche faccenda mondana, il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando versa sorsate (di vino puro) nelle bocche dischiuse come loti delle Shakti 10, o quando le prende egli stesso con la sua bocca, dimostrando che il mio e il suo non contaminano la natura non duale, il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando si compiace nel frequentare i fedeli di Shiva o gli Shakta 11, quando vive fra gli adoratori di Vishnu, fra quelli di Sûrya o di Ganêsha, liberato in virtù della non dualità da tutto ciò che divide, il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando percepisce la pura essenza attraverso l’innumerevole varietà delle qualità e delle distinzioni, a volte rivestita di una forma, a volte senza forma, essenza che è la sua ed anche quella di Shiva; quando di fronte a questa meraviglia egli esclama: «Che cos e mai questo!», il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Quando percepisce anche la dualità tutta intera come Verità, come fatta di Shiva, secondo la grande parola 12, di cui egli ha compreso e meditato le accezioni profonde; quando, avendo respinto l’errore della dualità (non unificata), egli ripete senza sosta: «Shiva! Shiva! Shiva!», il Muni non è nell’illusione: tamas, grazie all’iniziazione del suo Guru, è stato abolito.
Egli gioisce ininterrottamente della Liberazione, tuffandosi e rituffandosi nel lago di beatitudine innata che è la realtà suprema di Shiva, alla quale egli è giunto grazie allo sguardo di nettare del suo Guru compassionevole. Il suo comportamento essendo perfetto, egli è il primo fra gli uomini, e i poeti lo proclamano uno yogî, un rinunciante, un ispirato.
Egli è silenzioso con il taciturno, virtuoso con il virtuoso, sapiente con il sapiente, afflitto con l’afflitto,
nella gioia con chi è felice, nel piacere con chi gode, stupido con gli stupidi, giovanile con le donne giovani, loquace con i chiacchieroni; lui, il fortunato che ha conquistato i tre mondi, è disprezzato con il miserabile!
Shankarâchârya
(Traduzione dal sanscrito e note di René Allar, versione in italiano di Silvio Grasso)
2 Shivâ, la Shakti di Shiva.
3 Shambu, uno dei mille nomi di Shiva, molto frequente nel tantrismo.
4 Ganêsha, il dio dalla testa di elefante, capo dei geni che formano la scorta di Shiva.
5 Sûrya, di cui esiste pure una recitazione di mille nomi (sahasranâma-avali). Dato che si tratta, da parte del Muni, di una recitazione pienamente efficace di tutti i Nomi, si capisce facilmente che la realizzazione discendente di cui si parla da un capo all’altro del poema si estende a tutti i mondi e oltrepassa immensamente il semplice significato descrittivo del testo.
6 Letteralmente “vestito di spazio”. Questa espressione contiene un’allusione alla totalizzazione dell’essere; cfr. Kaupina Upanishad.
7 Al grado dell’Essere puro o al di là di questo.
8 Esaurendo da uno stato anteriore le conseguenze che in realtà non lo toccano, così come il fatto stesso di avere un’esistenza corporea.
9 Assumendo una funzione per il bene altrui o dando l’esempio di un’attitudine conforme al dharma.
10 Allusione a un rito tantrico.
11 Quelli che si ricollegano più particolarmente all’uno o all’altro aspetto femminile della divinità o che seguono la via tantrica.
12 Tat twam asi (tu sei Ciò), della Chhândogya Upanishad.




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