«Beato chi ha il demone amico, e, iniziato ai misteri,
ne ha parte e fa pura la vita, che nell'anima è uno col tìaso,
quando celebra sui monti il santo rito che monda, la festa
del Baccanale, colui che rende onore a Dioniso.»
(Euripide, Baccanti, 72-82)
I MISTERI DIONISIACI
Dioniso - mosaico del IV secolo a.C.
Museo archeologico di Pella
Dioniso, dio della vegetazione e della fertilità, dell'uva e del vino, copriva spazi che gli altri dei lasciavano liberi: ebbro e folle egli stesso, amava il travestimento, il delirio, l'esaltazione parossistica, l'estasi mistica. Sconvolgeva leggi, gerarchie sociali e costumi. Il corteo di Dioniso, il cosiddetto tìaso, era formato essenzialmente da donne, le cosiddette menadi. Il menadismo rappresentava una vera e propria cultura della follia contrapposta alla razionalità, qualità che il mondo ellenico considerava preminentemente maschile.
Le feste dionisiache erano strettamente connesse ai periodi stagionali: l’autunno e la primavera di fatto rappresentavano il ciclo della vita e della morte. Queste feste (falloforie) facevano di Dioniso una divinità legata soprattutto alla procreazione: un simbolo rituale per eccellenza era costituito dal liknon, una cesta per frutta all'interno della quale si trovava un fallo avvolto in stoffa. Era anche un canestro usato per smuovere il grano e che si diceva fosse stato utilizzato per contenere Dioniso fanciullo.
Le epifanie animali di Dioniso erano il serpente e il toro, simbolo quest'ultimo, della natura furente, dell'incoercibilità della vita istintiva, tutt'uno con l'estasi mistica delle menadi durante i riti orgiastici. Le menadi vestivano con pelli di animale, gli uomini si abbigliavano come satiri: insieme si abbandonavano al ritmo selvaggio e ossessivo del ditirambo (eseguito dal flauto e dal tamburo), incitandosi reciprocamente al grido di evoè evoè. Satiri e baccanti entravano così in uno stato di possessione divina che gli antichi chiamavano enthousiasmos. La danza aveva un ruolo importantissimo nel raggiungimento dell'estasi dionisiaca: doveva essere il più possibile disarticolata e sconnessa, fuori dalle regole, liberatoria. Per questo le menadi camminavano su una gamba sola (askoliasmòs) e si munivano di tirso, una verga circondata da edera e appesantita a un'estremità con pigne, la cui unica funzione era quella di sbilanciare la danzatrice.
Il culto era presieduto da un sacerdote chiamato falloforo e gli adepti, prima di essere ammessi alle pratiche misteriche, dovevano superare un periodo iniziatico. Scopo del rito era il temporaneo ritorno a una condizione quanto più possibile naturale, rito che spesso culminava in una cerimonia cruenta: le carni di un animale sacrificale venivano smembrate (sparagmos) e divorate crude (omophagia).
«Pieno ha l'animo di dolcezza quando sui monti, avvolto dalla nèbride sacra, dalla corsa del tìaso il dio s'abbatte al suolo, mentre è in caccia del sangue del capro da uccidere, delizia del pasto crudo» (Euripide – Baccanti, 135-138). A partire dal VI sec., questa brutale procedura fu progressivamente sostituita con una rappresentazione simbolica. Dalla liturgia dionisiaca che accompagnava il sacrificio (quasi sempre un capro, tragos in greco), nacque la tragedia.