Con il termine “repubblica delle banane” oggi s’intende un paese corrotto ai confini del ridicolo, ma l’espressione è nata da una tragedia ormai secolare.
Il termine è apparso per la prima volta nel libro Cabbages and Kings del 1904, opera dello scrittore statunitense O. Henry in riferimento all’Honduras e al tragico dominio imposto dalla United Fruit sul paese. Il nome della United Fruit diventerà poi sinonimo di golpe, di pilastro dell’oligarchia e gran corruttrice dei governi centramericani, e sarà chiamata in causa molte volte da numerosi scrittori, da Pablo Neruda che denunciò il dominio delle corporation della frutta nella politica di molti stati latinoamericani nel poema “La United Fruit Co.“, a Gabriel Garcia Marquez che racconta l’impatto dei bananieri su Macondo.
Peter Chapman nel recente “Bananas”, la presenta come ” più potente di molti stati nazionali… che impone la sua legge e abituata a guardare alle repubbliche come il suo feudo privato”. Dal decennio che ha preceduto l’inizio del ’900 ad oggi, la United Fruit non ha mai smesso un solo giorno d’ingerire in maniera spesso criminale nella politica dei paesi compresi in questo feudo, che comprende la costa caraibica di Colombia ed Ecuador oltre alle isole caraibiche, all’Honduras, Guatemala e Costarica, senza tuttavia trascurare aree in Belize, El Salvador, Nicaragua e Panama.
A far scattare la corsa alla banana fu l’infatuazione degli americani per il frutto, dalle ottime qualità nutritive, gradito ai bambini e terribilmente economico. Presto la United Fruit, che era arrivata a controllare l’80% del mercato americano, trovò un formidabile concorrente nella Standard Fruit Company, oggi Dole Food Company che ne copiò i metodi, ma che le contese il dominio del mercato mondiale delle banane, più che combatterla nei feudi centramericani, dove la U.F. estese una linea di trasporti marittimi e finanziò le infrastrutture utili al business, sostenendo le oligarchie locali contro l’avanzamento di qualsiasi piattaforma a favore dei lavoratori. Lavoratori sottomessi a uno sfruttamento spesso inumano e intollerabile negli Stati Uniti, ma tollerato per più di un secolo a poche centinaia di chilometri dalle proprie frontiere, nel mitico “cortile di casa” dove le aziende americane hanno sempre potuto fare quel che era vietato in patria. Paesi che per di più videro il loro sviluppo bloccato e gli investimenti finalizzati quasi esclusivamente all’export delle banane, condizione che li rese ancora di più dipendenti dai voleri delle corporation prima americane e poi multinazionali.
Non c’è quindi niente da ridere quando si parla di repubbliche delle banane, perché quelle oligarchie sono rimaste al potere con l’esercizio della violenza e i bananieri hanno finanziato golpe, terrorismo, massacri e in genere buona parte degli orrori che hanno scosso la regione nel secolo scorso e anche in questo. Anche la United Fruit ha cambiato nome nel tempo, diventando nel 1970 la United Brands Company e nel 1984 la Chiquita Brands International, quella delle banane con il bollino blu e oggi il duopolio si è allargato a comprendere anche la Del Monte.
Nel 1930 l’azienda era il principale datore di lavoro del Centramerica, lavoro umile e duro, pagato una miseria, sotto la supervisione di capisquadra spesso armati o, quando non bastavano, dell’esercito, che s’incaricava anche di sloggiare i contadini dalle terre che interessavano alla multinazionale. Coinvolte nel dopoguerra nella guerra anticomunista, le corporation bananiere fungeranno da leva stabilizzante o destabilizzante a seconda delle occasioni, influenzando per decenni ancora la politica di molti governi anche nel resto del mondo, rendendosi complici dei più efferati delitti, come di stragi che hanno fatto epoca. Basti il dato per il quale si contano come incidenti isolati i casi nei quali i governi dittatoriali e antidemocratici della regione non sono stati in perfetta sintonia con i bananieri.
Fece epoca ad esempio lo scandalo scoperto dalla U.S. Securities and Exchange Commission e battezzato Bananagate, con l’azienda scoperta a corrompere il presidente dell’Honduras Oswaldo López Arellano che eliminando una tassa sull’export dimezzo il costo delle banane per la compagnia, permettendole di mandare all’aria il tentativo di cartello dellUPEB (Unión de Países Exportadores de Banano) con il quale i paesi della regione cercavano d’imitare l’OPEC e di ottenere maggiore potere contrattuale nei confronti delle corporation. A margine dello scandalo fu coinvolta anche l’Italia, perché una robusta mazzetta viaggiò anche verso Roma per ottenere l’abbassamento delle tasse sull’import delle banane giuste.
Purtroppo non si tratta di storia antica e la fine della Guerra Fredda non ha influenzato molto lo stile delle stesse corporation, che ora parlano di responsabilità sociale e di business sostenibile, ma che ancora non possono esibire un sufficiente lasso di tempo per dimostrare una genuina transizione verso comportamenti più virtuosi o anche solo meno criminali. È di pochi giorni fa la notizia che la Chiquita Brands International ha presentato una richiesta per invertire la la decisione di rendere pubblici alcuni documenti ottemperanza del Freedom of Information Act, che regola l’accesso ai documenti variamente riservati. In particolare si vuole bloccare la pubblicazione presso i National Security Archives dei documenti relativi ai pagamenti effettuati dall’azienda a diversi gruppi terroristici colombiani.
Migliaia di documenti che l’azienda ha dovuto consegnare alla Securities and Exchange Commission (SEC) dal 1998 al 2004, come parte di un’indagine sui rapporti tra l’azienda e gruppi criminali o paramilitari, di destra come di sinistra, in Colombia, con le FARC come con le AUC e gli squadroni della morte governativi. Due anni fa dalla pubblicazione dei “Chiquita Papers,” documenti dell’azienda in questo caso consegnati al FBI, erano emersi pagamenti milionari alle AUC nell’arco di sei anni, tre dei quali dopo che il gruppo era stato classificato come terrorista dalle autorità americane. Dai quei documenti nacque un processo spento da un accordo nel quale Chiquita ha ammesso alle autorità americane più di dieci anni di pagamenti a diversi gruppi paramilitari o guerriglieri in Colombia e domani da questi potrebbero nascere altre cause da parte delle vittime dei gruppi assassini con il bollino blu, delle stesse amministrazioni colombiane o di chiunque si riconosca danneggiato da comportamenti illegali dell’azienda.
Secondo Chiquita in quell’occasione i titoli fondati su quei documenti si tradussero in una “campagna mediatica per diffondere rappresentazioni dolose e sbagliate dei documenti”. Non che la materia sia troppo controversa, Chiquita non può certo lamentare l’esistenza di titoli di stampa negativi nell’occasione in cui è emerso che ha pagato terroristi, narcotrafficanti e squadroni della morte, il tutto dopo averlo ovviamente negato per anni, anche quando le azioni di alcuni di questi gruppi sono risultate straordinariamente utili agli interessi dell’azienda, che invece si piange vittima di estorsioni e dice di aver pagato per difendere i propri dipendenti. Dipendenti e persone che hanno interagito per conto o con l’azienda e che oggi potrebbero trovarsi nominati e descritti mentre sono impegnati in azioni molto discutibili, mentre l’accordo con la SEC ha il fantastico pregio di mettere una pietra sopra alle responsabilità personali, mai offerte alla curiosità pubblica. Parte del ricorso di Chiquita cita addirittura i diritto al giusto processo, che sarebbe alterato dalla pubblicazione dei documenti in due casi nei quali Chiquita sta già affrontando le denunce di alcune vittime del terrorismo. Ipotesi fortunatamente già dismessa dalle autorità americane.
Proclami d’innocenza che cozzano contro l’evidente tentativo di censurare i documenti che permetterebbero a chiunque di giudicare e riconoscere questa innocenza, se ci fosse, e che quindi dovrebbe essere interesse stesso dell’azienda rendere pubblici, per dimostrare che veramente ha pagato riscatti e non affittato i servizi di questo o quel brigante. Gruppi e persone che comunque si sono rese responsabili delle peggiori efferatezze nel corso del conflitto colombiano, peraltro egregiamente alimentato anche dalla fallimentare “war on drugs” intrapresa da Washington nel paese. Se c’era bisogno della dimostrazione che lo stile delle corporation bananiere nei confronti dei paesi istituzionalmente più poveri, deboli e corrotti, non è cambiato poi molto da quello di un secolo fa, eccola raggiunta. La corruzione continua a far parte dell’armamentario dei leader del mercato, decisi ad imporre la propria legge e a difendere la propria supremazia anche ricorrendo a pratiche illegali, quando non addirittura ad assumersi la responsabilità di veri e propri massacri o a farsi complici di azioni eversive.
Ma il dato forse più impressionante è che nessuno ha mai pagato per oltre un secolo di crimini gravissimi che hanno portato morte e miseria a milioni di persone nei paesi conquistati dai bananieri e nessuno ha neppure mai pensato di chiedere scusa. In fondo le corporation sono società a responsabilità limitata, gli azionisti sono responsabili solo nella misura del loro investimento e hanno tutto l’interesse a chiamarsi fuori e a fare orecchie da mercante o a mostrarsi stupiti dell’emersione di queste vecchie storie. Se la United Fruit fosse stata una nazione i suoi leader sarebbero probabilmente stati accusati di crimini contro l’umanità diverse volte nell’arco della sua storia, ma invece è una corporation che, anche se è più potente di diversi stati, è dotata di uno schermo a prova di bomba per chi, al suo riparo, prende decisioni non meno assassine di quelle normalmente imputate ai peggiori tiranni o criminali.
Assassini con il bollino blu | Mazzetta









Rispondi Citando