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Risultati da 1 a 5 di 5

Discussione: I Boschi Sacri

  1. #1
    Ghibellino
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    Predefinito I Boschi Sacri

    I primi luoghi di culto nell'antichità, sacri territori silenziosi in cui riflettere e raccogliere le idee, sono stati i boschi.
    Ancor prima che l'uomo edificasse templi e chiese, il bosco ha rappresentato con la sua occulta oscurità e le sue ombre enigmatiche, il luogo eletto in cui l'animo può entrare in contatto con la sacralità.


    Nel bosco il mistero si respira nell'aria: lo stormire delle fronde è la voce della natura che parla solo agli iniziati, le ombre e i giochi di luce tra i rami trasformano il paesaggio e confondono il tempo, le radure si rivelano improvvise tra gli alberi e ne custodiscono i segreti.

    La radura è lo spazio celato e protetto in cui compiere i Sacri riti, gli alberi diventano con le loro continue metamorfosi i padroni del tempo, ieratici e intoccabili.


    Il bosco regala la vita, ospita piante e animali che permettono all'uomo di sopravvivere, mangiare, riscaldarsi, ripararsi.
    Ma è anche un luogo di paura, nasconde insidie e pericoli, la luce penetra a fatica, smarrire la strada è molto facile.

    L'uomo vede nel bosco la dimora per eccellenza di strane creature: dei, folletti, ninfe, fate, fauni e satiri tutti da ingraziarsi con preghiere o offerte votive da lasciare su pietre nascoste in luoghi segreti.
    Canti, balli, erbe magiche sottoforma di offerte garantiscono il perpetrarsi dei ritmi della natura in un tempo in cui l'Europa è ricoperta di boschi.


    I popoli che maggiormente eleggono il bosco come luogo sacro di culto sono Celti, Romani, Germanici, Greci.

    Nella tradizione celtica, i Druidi celebrano i loro magici riti in spazi riservati alle cerimonie nel cuore delle foreste in cui alcuni alberi vengono ritenuti sacri.
    I Celti chiamano il bosco sacro "Nemeton" (nemus = bosco), meglio identificato in una radura carica di potere benefico e forza.


    Per i Romani invece, il bosco sacro è il "Lucus" o "Nemus", ed indica la radura nel bosco in cui riesce a giungere la luce del sole.
    Sono le donne le prime sacerdotesse ad entrare in contatto col mondo magico del bosco, a danzare per i numi, trarre i vaticini e offrire erbe in un misto di scienza e magia.
    Il loro matriarcato è legato alla capacità di procreare, segreto che custodiscono gelosamente, fino alla supremazia maschile che trasforma il sacerdozio loro prerogativa.

    Nell'Italia centrale i Boschi sacri sono numerosissimi, molti nel tempo vengono ridotti a semplici spazi recintati o piccole zone racchiuse che con il tempo si dotano di altari in pietra, statue sino ad un ultima evoluzione di eredità etrusca: quella del tempio.


    La motivazione di non concepire l'intero bosco come area sacra è di tipo pratico, aumento della popolazione con conseguente speculazione edilizia, necessità di utilizzare il legname, urbanizzazione.

    A Roma numerosi Boschi sacri vengono sacrificati: alle falde dell'Aventino dove si colloca la vicenda di Remo; sul Viminale, Celio, Esquilino, Campo Marzio, ai Fori ecc...
    Le tracce sono giunte fino a noi sottoforma di are, statuette votive, ceppaie millenarie, scritti di autori famosi.

    Lago di Nemi

    Tra i Boschi sacri più noti vorrei ricordare il "Nemus Aricinum" presso il lago di Nemi, tra i colli Albani.
    Bosco e lago sono reputati sacri, il lago è lo specchio della dea considerata protettrice delle donne e della loro prole, custode di sacri fuochi, onorata all'interno di un santuario antichissimo, ricco di leggende e misteri.
    La fonte Egeria del Bosco sacro di Diana è venerata per le proprietà terapeutiche, numerosi gli ex voto rinvenuti che raffigurano parti malate del corpo.

    Lex spoletina

    Altro sito importante si trova a Monteluco di Spoleto dove è stata reperita un'iscrizione su pietra del III sec. a.C. che riporta regole e punizioni per chi osi profanare il Sacro bosco dedicato a Giove.

    La toponomastica di molti luoghi del Centro Italia ci indica come in passato il sito fosse sede di un Bosco sacro : Piediluco, Luco dei Marsi, Monteluco, Poggio a Luco, Luco di Mugello e tantissimi altri ancora.

    Quercia secolare

    Alcune piante dei boschetti erano ritenute sacre e venivano associate al culto di una specifica divinità, come le quercie per Giove, il mirto e il cipresso per Venere, la rosa canina per Diana, il melograno per Giunone, l'ulivo per Minerva, il pino per Cibele, il rosmarino per Marte, l'alloro per Apollo.
    L'alloro era utilizzato dalle sacerdotesse, oltre per cingersi la fronte, anche per raggiungere l'estasi poetica mediante la masticazione delle foglie.

    Alloro

    Al sacro Bosco i profani non possono accedere che in feste pubbliche in cui i sacerdoti compiono i sacri riti sull'altare; il popolo partecipa alle processioni, si ricevono benedizioni e si può portare via un pezzetto di ramo dell'albero sacro ospitato nel sacello.

    Poi arriva il Medioevo, il Cristianesimo prende il sopravvento e i Sacri Boschi assumono un significato allegorico, diventano luoghi di oscuro smarrimento e tentazione in cui uomini santi vengono insidiati da demoni malvagi.
    Le divinità secondarie come ninfe, satiri e fauni vengono relegati a spiritelli malvagi per leggende e folklore, i grandi dei del Pantheon sostituiti da Santi cristiani nel faticoso tentativo di sbiadire i loro ricordi.


    Pene e censure sono molto severe per chi continua ad entrare nei Sacri Boschi e profferire offerte e preghiere per gli spiriti arborei, ma è molto difficoltoso cancellare dal popolo gli antichi riti pagani.
    Le antiche sacerdotesse druide, esperte conoscitrici di erbe curative, propagatrici dei riti primitivi, sono etichettate come streghe e bruciate legate a quegli alberi sacri di cui le loro antenate erano custodi.

    Il sabba delle streghe si compie sempre in radure dei boschi, sotto particolari alberi (famoso quello di Benevento).


    Non è per puro caso che Dante si perde in una selva oscura o che Merlino si ritira mella magica foresta di Brocéliandé dove i Cavalieri della Tavola Rotonda si perdono alla ricerca del Graal o che sempre in una foresta nelle fiabe si abbandonano bambini innocenti o povere fanciulle indifese.

    La selva stregata è simbolo di ignoranza in cui si devono ritrovare le proprie facoltà intellettive, per i cavalieri è un percorso iniziatico da cui si potrà rinascere dopo incredibili prove.

    Spesso nel mondo romano e greco l'ingresso ai regni dell'Oltretomba è celato all'interno di boschi o foreste ricchi di creature mostruose e pericolose.


    Anche se sono passati molti secoli dall'esistenza e l'utilizzo dei sacri boschi, nell'animo umano rimangono tracce ataviche di queste lontane tradizioni,
    legami indissolubili con la natura e patrimoni culturali da non dimenticare.

    Il giardino delle Naiadi: BOSCHI SACRI
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

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  2. #2
    paracadute zen
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    Predefinito Re: I Boschi Sacri

    Interessante e sempre affascinante il contrasto tra la religiosità e le tradizioni europee legate al bosco da una parte e, dall'altra, la religiosità orientale "desertica".
    Trollhunter delle 2 Sicilie.

  3. #3
    Ghibellino
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    Predefinito Re: I Boschi Sacri

    In Bosco, la Natura viva, gli animali, il vento lieve, ecco la differenza tra la religiosità e la filosofia pagane e quelle monoteiste. Religioni, queste ultime, nate nei deserti e figlie del deserto. Religioni a noi estranee e che tali avrebbero dovuto rimanere.
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  4. #4
    Ghibellino
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    Predefinito Re: I Boschi Sacri

    IL DRUIDO-SACERDOTE ED IL PAGANESIMO DRUIDICO
    Ho definito il druido un "saggio sciamano" ma ovviamente ciò non escludeva la coesistenza con la funzione sacerdotale; a questa l'aspirante druido perveniva, attraverso iniziazione, con un percorso articolato su tre gradi:

    Al primo grado l'adepto conseguiva la qualifica di Bardo; poteva aspirare al grado successivo colui che avesse acquisito conoscenze basilari sulla mitologia e la filosofia druidica;

    Al secondo grado, l'aspirante veniva iniziato ai sacri misteri;

    Al terzo grado, ovverosia a Druido, l'adepto perveniva quando fosse divenuto tanto maturo e saggio da poter trasmettere ad altri proprie personali conoscenze.

    Ai Druidi venivano riconosciuti poteri che erano potenzialmente al limite del soprannaturale; tra l'altro essi avevano la facoltà di comandare agli elementi della natura (quella che di lì a qualche secolo sarebbe diventata la magia tempestaria di memoria medievale e si sarebbero trasformati in stregoni in odore di satanismo).
    Ma il loro potere maggiore funzionava con la "parola" e consisteva nella capacità di lanciare maledizioni o incantesimi a distanza (fatture: in gaelico "glamm dicinn"); Mediante la parola si riteneva che il druido riuscisse ad incidere anche sull'aspetto fisico del maledetto.
    In effetti i druidi erano considerati capaci di praticare varie forme di magia naturale; ad esempio potevano far impazzire un uomo ("dfui fulla") e ne potevano causare la morte ("briamon smethraige").

    Oltre che la magia, i druidi praticavano la mantica del volo degli uccelli ed erano degli attenti osservatori delle interiora degli animali sacrificati: una sorta di "psicometria" che veniva attuata attraverso una strofa di divinazione chiamata "teinm laegda").
    Essenzialmente però i druidi erano, come ho più volte detto, degli sciamani, vale a dire dei "medicine men", pratici di magia e di medicina.
    Quanto ai luoghi bei quali esercitavano le proprie funzioni, bisogna considerare che ci troviamo in una Europa coperta di boschi: Qui i druidi si trovavano a loro agio dovunque: perché i loro templi erano i boschi sacri ("nemeton") nei quali le querce erano gli alberi sacri per eccellenza.
    Il poeta Lucano (in "Farsalia") declama: "Nemora alta remotis incolitis": abitate in luoghi remoti nel profondo dei boschi [sacri].
    In particolare le funzione sacrale dei boschi era triplice: sacri come bosco in sé, sacri come dimora di gnomi ed elfi (cioè di quegli essere che nel medioevo saranno denominati il "Piccolo Popolo") e, infine, sacri per il fatto di essere raccolti intorno ad una fonte con al centro una pietra sacrificale tonda (come il cerchio e la ruota della vita). Ci troviamo, in pratica, in presenza di un'estensione simbolica dei più antichi circoli megalitici (32). L'esistenza di questo circolo, che era l'immagine del dio vivente, ci riporta alla memoria gli antichissimi culti matriarcale della Grande Madre, della Veneri Steatopigiche, ma anche il luogo del sacrificio umano del divino Paredro dopo che aveva assolto alla sua funzione procreatrice. Qui in origine veniva esercitato il culto delle forze naturali con il suo nutrito pantheon comprendente, nel complesso, più di 400 divinità con larghi influssi per il sincretismo e, quindi, senza contare i nuovi apporti.
    Il divino druidico corrisponde, di conseguenza, ad un "divino" allargato che, tutto sommato, spiega la facilità con cui il Cristianesimo attecchì presso le popolazioni celtiche. Ci parla anche di un periodo abbastanza lungo nel quale i culti restarono sovrapposti e la utilizzazione di luoghi druidici per la edificazione dei luoghi di culto cristiani.
    E non mi sembra un caso che si possa parlare di questa ipotetica "religione druidica", della quale non resta documentazione scritta, né mi sembra un caso che essa sia stata conosciuta attraverso i monaci che nel corso di IV° secolo arrivarono in Irlanda e ne raccolsero le tradizioni orali.
    L'Irlanda, in particolare, fu l'ultimo rifugio dei Druidi, depositari non solo della religione, ma anche della tradizione storica, giuridica, religiosa e politica dei popoli celtici.
    E non si mi sembra strano che i sopravvissuti alle stragi romane riuscissero abbastanza facilmente a buona parte di questo patrimonio culturale dal quale ebbe origine il ciclo arturiano.
    Eliphas Levi vide nei druidi i veri figli "...dei magi e la loro iniziazione proveniva dall'Egitto e dalla Caldea, cioè dalle fonti pure della Kabbalah primitiva. Essi adoravano la trinità ...: Iside o Ileso (l'armonia suprema); Belen o Bel o Belenos (in assiro il signore corrispondente di Adonai); Camul o Camael (la giustizia divina)".
    Non bisogna a questo punto sottovalutare la significativa presenza della donna-vergine (vale a dire la vestale) (33). Anche in questo caso non è azzardato notare la coincidente della presenza di una Vergine della tradizione cristiana probabilmente di risonanza ampliata dalla risonanza celtica.
    Qualcuno (ad esempio l'amico Antonio Bruno) ha sviluppato, sul tema del druidismo, l'interessante possibilità che i druidi credessero in una sorta di reincarnazione.
    Afferma Bruno: "Rifacendoci alla reincarnazione, dunque, ed affacciandosi per un attimo sul magico ed affascinante mondo celtico, vediamo che gli antichi Druidi conoscevano benissimo tale dottrina".

    Quello che mi è apparso più interessante nello sviluppo del lavoro del Bruno è la contestazione dell'esistenza di un'accoppiata tra l'attributo di "barbaro" e del termine di "reincarnazione" che mi sembra una contraddizione in termini. La reincarnazione, in realtà, è una filosofia molto sofisticata che si unisce ad un altissimo senso del religioso e del mistico. Non credo che possano esistere motivi per definire questo credo un barbarismo.
    Purtroppo il Bruno non ci dice da quali fonti abbia modo estrarre tali convincimenti soprattutto per ciò che riguarda la pratica della reincarnazione e soprattutto la conservazione del suo ricordo.

    Soprattutto questo ultimo aspetto ci riporta inevitabilmente alle origini centroasiatiche degli indoeuropei. Non a caso di un ricordo della reincarnazione si parla nella filosofia religiosa egiziana (Thoth è un reincarnato cosciente) e soprattutto nella filosofia vedica (il Gahthama è parimenti un reincarnato che ha conservato memoria delle sue vite precedenti.
    Ma le argomentazioni che ne il Bruno fa seguire mi sembrano esternante importanti.
    Ciò vale certamente per tutto ciò che attiene la presenza attiva della parte spirituale dell'uomo (quella che i druidi avrebbero definito Awen).
    Purtroppo il resto del lavoro di Bruno più che i Druidi riguarda le opinioni del ricercatore Atkinson.
    Dello stesso Bruno, maggiormente attinente al nostro tema, un secondo lavoro (concernente i Druidi, in rapporto a reincarnazione e Tesosofia). Qui il Bruno affronta un tema che ci riguarda molto più da vicino: quello della presenza di sacerdotesse celtiche, vale a dire una sorta di vestali celtiche che venivano ammesse a far parte dell'ordine druidico.

    Di questi druidi al femminile parlano vari autori latini (soprattutto biografi imperiali), tra i quali Tacito. Nel Libro XIV (capitoli 29 e 30) dei suoi "Annales" Tacito ci racconta di una battaglia che ebbe luogo nel 61 d.C. sull'Isola di Mona (l'odierna Isola Anglesey).
    In quell'occasione i Romani, erano comandati dal console Svetonio Paolino e si scontrarono con i Celti di Britannia; nel corso della battaglia attaccarono il centro druidico, distruggendone il Sacro centro Druidico di Britannia e massacrandone tutti i rappresentanti.
    Tacito descrive questo evento e non omette di sottolineare la presenza, accanto ai Druidi, di donne vestite di scuro con i lunghi capelli sciolti al vento che agitavano fiaccole (probabilmente druidesse).
    Quelle donne in pratica esercitavano influenze su questioni di carattere certamente spirituale ma anche e soprattutto politico.
    Purtroppo, non possiamo dire con certezza se si trattasse di Sacerdotesse druidiche.
    Ma torniamo al normale druidismo.

    Per comprendere appieno cosa significasse appartenere alla casta druidica basti pensare che tutte le conoscenze e tutti i relativi segreti erano gestiti dai druidi, non importa se uomini o donne.

    Probabilmente all'inizio, essi costituivano un'unica casta.
    Col passare del tempo la loro organizzazione si sviluppò, divenne sufficientemente complessa al punto da articolarsi in classi diverse, sia per sesso che per specialità.
    Le notizie che possediamo differiscono sia da autore ad autore, sia in ragione del periodo di riferimento. Per lo più, comunque, la notizie tendono a completarsi vicendevolmente.
    Sappiamo, per questa via, che - ad esempio - i druidi (custodi del calendario) scandivano il tempo con rituali che risalivano alla notte dei tempi: la base per il calcolo del tempo, per i Celti, era determinato dalle fasi lunari; dalla luna dipendevano infatti i cicli della fecondità muliebre ed essa era basata su quattro grandi eventi stagionali, dei quali l'Irlanda ha custodito la memoria.
    Tutta la cultura celtica si basava su opposti: così, ad esempio, l'anno cominciava il 1° maggio, con la stagione dei giorni più lunghi (35).

    Al suo opposto i bretoni collocavano i "mesi neri", vale a dire l'inverno.

    In Gallia i druidi-Vates, erano specialisti di sociologia, di storia e di scienze naturali; al capo sociale opposto c'erano i Bardes, poeti e cantastorie ufficiali della società celtica ma soprattutto cronisti.
    In Irlanda, ai Filid erano demandate funzioni scientifiche e poetiche; i Filid avevano dignità uguale a quella dei druidi.
    Gli antichi avevano sentito parlare dei druidi fin dal IV° secolo a.C. e ne avevano un grande rispetto per la loro saggezza e sapienza.
    Quale fosse l'insegnamento impartito ai druidi o da questi, non sappiamo, ma sappiamo che certamente non era un insegnamento esoterico o segreto; ciononostante esso era riservato agli allievi delle scuole di druidismo che erano frequentate dai figli dell'aristocrazia celtica.

    Tra le cose più sacre era collocata la quercia dalla quale i druidi potevano raccoglieva il vischio. I boschi erano i luoghi nei quali si manifestava la presenza del divino. E faceva per ciò stesso parte integrante della cultura Celtica.
    Per i Romani diventò di importanza capitale abbattere i loro santuari forestali, almeno quanto lo era sconfiggerli in battaglia.

    Qualunque fosse l'opinione e la strategia dei romani, è certo che i druidi operavano in un mondo al limite del magico: essi si ponevano sul gradino più alto nella rappresentazione dell'unità delle varie nazioni celtiche.
    Erano allo stesso tempo detentori della sapienza e signori degli elementi pitagorici.
    Va da sé che la sconfitta dei Celti-Galli dovesse passare attraverso la soppressione della casta. Si cominciò con la proibizione delle riunioni e si proseguì con l'abolizione del culto: era l'unico modo per colpire al cuore la società celtica.


    da : www.edicolaweb.net
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  5. #5
    Ghibellino
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    Predefinito Re: I Boschi Sacri

    Nelle rappresentazioni, Fauno è barbuto e abbigliato in pelli di capra. Impugna la clava del pastore e la cornucopia, simbolo di abbondanza e di fertilità dei campi.

    Alcuni studiosi hanno ricondotto il suo nome sia al verbo «favere» (proteggere, da cui «fausto», «buono»), sia al verbo «fari» (parlare). Secondo altri, invece, il suo nome significava originariamente «strangolatore, lupo», talché egli, pur avendo corna di capra, è un dio lupo. Infatti era identificato con Luperco, che derivava da «lupo», come il nome sacrale dei Luperci, i quali, nei Lupercali, erano lupi, e servivano e rappresentavano un dio lupo. In quanto tale, Fauno, al pari di altri numi, è associato al mondo infero e alla purificazione. Era detto anche Inuo, come Pan era chiamato dai Romani e accostato a Luperco. Silvano era il nome che Fauno assumeva nel culto privato.

    Se è corretto identificarlo con Agrio (il «selvaggio»), allora Fauno è figlio di Kirke e di Odisseo. Secondo un’altra tradizione, invece, è figlio di Kirke e di Pico, primevo nume oracolare, trasformato in picchio dalla dèa stessa quando ha osato rifiutarne l’amore. Come Kirke, vive nella foresta ed è Signore degli Animali. Sia come cornuto e caprino, sia come lupesco, è connesso al mondo infero.





    Fauno e Ninfa in un mosaico da Taranto (II sec. d.C.)



    Sia Fauno sia Pico, «entrambi divinità della terra italica» (Ovidio, «Fasti», III, 291, traduzione di Luca Canali), sono detti «numi silvestri» e «divinità dei boschi» (Ovidio, «Fasti», III, 303, 309). Lo stesso Fauno, «scuotendo le corna», afferma: « […] “il nostro potere è limitato. Siamo divinità agresti, il nostro dominio è sugli alti monti”» (Ovidio, «Fasti», III, 314-316). Di loro, su consiglio di Egeria, si serve re Numa affinché, con un rito, evochino Giove come si attira il fulmine sulla Terra.

    «Sotto l’Aventino v’era un tenebroso bosco di ombrosi lecci, alla cui vista avresti potuto dire: “Qui c’è un nume”», riferisce Ovidio («Fasti», III, 295 ss). «Nel mezzo, un prato; e coperta di verdeggiante muschio, da una roccia sgorgava una vena d’acqua perenne: ad essa quasi soltanto Fauno e Pico si dissetavano».

    Narra invece Virgilio, che re Latino «si rivolge agli oracoli di Fauno, il padre profetico, e consulta i divini boschi sotto l’alta Albunea, massima tra le selve, che risuona dal sacro fonte ed esala violenti vapori mefitici» («Eneide», VII, 81-84, traduzione di Luca Canali). Là si chiedono responsi, si giace in incubazione per avere visioni, per comunicare con i numi e con il mondo infero.

    Antica ninfa italica, Albunea dimora nel profondo di una selva e parla dal recesso di una fonte sacra, fornendo responsi e ammonimenti profetici, in parte evidenti e diretti, in parte allusivi e misteriosi, agli umani che la consultano. Similmente, Fauno parla profeticamente attraverso lo stormire del vento nelle fronde, o il bisbiglio delle foglie nel bosco, e per questo è soprannominato Fatuus. Al tempo stesso, è nume ispiratore e invasante, che scarica la propria azione ossessiva e possessiva sulle sue paredre, le Ninfe delle fonti e delle sorgenti, le quali, di conseguenza, divengono simili alle Sibille nel loro profetare.

    Talvolta Fauno fa risuonare la propria voce nelle selve e invia sogni profetici a chi giace in incubazione o è invasato dall’estasi. È inoltre l’inventore degli antichissimi versi saturnii su cui si fonda la poesia latina. È dunque dio d’ispirazione profetica e poetica, come Pan e come le Ninfe a cui è connesso.

    È associato al timor panico: le apparizioni spaventose e le voci soprannaturali sono opera sua. Ma non sempre la sua voce incute terrore, anzi, talvolta rassicura ed incoraggia. Infatti è un nume buono e fausto, protettore degli animali domestici, delle greggi e delle coltivazioni.

    Secondo Virgilio, è marito di Marica, ninfa dei boschi, venerata in un bosco sacro, la quale, tuttavia, potrebbe essere un’immagine o un aspetto della Signora degli Animali, dell’antica Potnia, altri aspetti della quale sono Fauna e Kirke. Secondo un’altra tradizione è fratello e marito di Fauna, Signora degli Animali come Kirke e come Diana, nonché identificata con Bona Dea, e soprannominata a sua volta Fatua. In un’altra versione, Bona Dea è sua figlia, e lo respinge, quando lui la insidia. In seguito, però, egli riesce a congiungersi con lei dopo essersi trasformato in serpente. Tutto ciò rimanda al suo legame con gli animali, con la foresta, con la Natura, con il mondo infero, con la Madre, di cui potrebbe essere figlio e paredro. Tutto ciò, inoltre, lo accosta a Pan, che ha simili caratteristiche.

    È possibile che le somiglianze tra Fauno e Fauna siano dovute a una sorta di sdoppiamento, o che come tali siano state considerate, e che a ciò sia dovuta la loro moltiplicazione in Fauni e Faune, Fatui e Fatue, divinità boscherecce simili ai Silvani e alle Ninfe: i Fauni, simili ai Satiri, sono per metà umani e per metà caprini, cornuti, talvolta zoccoluti. Nel medioevo, tutte queste divinità attirarono l’astio dei cristiani non soltanto per il loro aspetto «diabolico» e per i loro doni profetici, bensì anche per il loro spiccato carattere erotico, connesso ai culti della fertilità. Di conseguenza Agostino, in un celebre passo de «La città di Dio», scrisse che «secondo testimoni degni di fede», Silvani e Fauni era volgarmente chiamati «incubi» e avevano rapporti erotici con le donne umane. Successivamente, Marziano Capella aggiunse che le foreste inaccessibili agli umani, i boschi sacri, i laghi, le fonti e i fiumi erano popolati di Fauni, di Satiri, di Silvani e di Ninfe, di Fatui e di Fatue, esseri dotati di poteri profetici e talmente longevi da apparire agli umani immortali, sebbene tali non fossero. Naturalmente erano pericolosi per i cristiani, di cui risulta evidente, da questa descrizione, il terrore e l’orrore nutrito nei confronti della Natura selvaggia, viva, numinosa, e dunque, ai loro occhi, diabolica: la stessa Natura con cui la Strega era in armonia, e destinata, per questo, ad essere perseguitata.

    Oltre ai «Faunalia rustica», celebrati il 5 dicembre nelle campagne, erano consacrati a Fauno i Lupercali, celebrati il 15 febbraio, cioè durante i «dies parentales», i giorni di onoranza dei defunti, dal 12 al 21 dello stesso mese, il cui nome, «Februarius», è connesso a «februum», «ciò che purifica», e a «Februus», «il Purificatore», cioè Dispater, il dio del mondo infero in aspetto di purificatore.

    In questo periodo, allorché l’equilibrio fra il mondo umano e il mondo naturale si rompeva, Fauno diveniva selvaggio, si scatenava, anche in senso erotico. Nei Lupercali, festa che precedeva il rinnovamento primaverile, i Luperci correvano seminudi e sferzavano con cinghie in pelle di capra coloro che incontravano per purificarli, secondo il principio per cui ciò che ferisce, può guarire. La «Purificata» della festa era Iuno, dèa abbigliata in pelli di capra, e il rito di purificazione rendeva feconde le donne. Il Luperco (lupo) rappresentava la purificazione, mentre la frusta (capra) rappresentava la procreazione.

    Attraverso i Lupercali, Fauno, in quanto dio lupo, si può forse collegare anche ai riti d’iniziazione dei guerrieri e dei cacciatori che includono metamorfosi animale, di cui abbiamo già trattatto nella discussione sul Lupo e in quella sulla Caccia Selvaggia.


    FONTI

    Adriani, Maurilio, «Italia magica: La magia nella tradizione italica», Roma, Biblioteca di Storia Patria, a cura dell’Ente per la diffusione e l’educazione storica, 1970.
    Del Ponte, Renato, «Dèi e miti italici», Genova, ECIG, 1998.
    Esiodo, «Teogonia», 1011 ss.
    Grimal, Pierre, «Enciclopedia dei miti», Milano, Garzanti, 1997.
    Harf-Lancner, Laurence, «Les Fées au Moyen Age: Morgane et Mélusine, La Naissance de fées», Paris, Champion, 1984.
    Kerényi, Karoly, «Lupo e capra nella festa dei Lupercalia», in «Miti e misteri», Torino, Bollati Boringhieri, 2000, pp. 270-278.
    Ovidio, «Fasti», III, 291 ss.
    Virgilio, «Eneide», VII, 47, 48, 81-84, 103, 213, 254, 368

    L'Isola Incantata delle Figlie della Luna - PAGANESIMO ITALICO: Fauno
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