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Discussione: FLI: cosa sarebbe dovuta essere.Viaggio all'interno di un interessante esperimento

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    Predefinito FLI: cosa sarebbe dovuta essere.Viaggio all'interno di un interessante esperimento

    Buonasera a tutti.

    Ho deciso di aprire questo thread per analizzare quello che poteva essere una rivoluzione partitica in Italia. Futuro e Libertà , che si condivida il suo messaggio o meno, è stato il più interessante esperimento politico degli ultimi anni. La sua fine tragica , a mio modestissimo modo di vedere le cose, è dovuta alle scelte scellerate del suo leader.
    Gianfranco Fini, pur avendo mostrato un coraggio da leone, era un politico sputtanato per vari motivi, non era più il Fini di AN che riusciva a rapire chi lo ascoltava, era diventato la seconda scelta dell'ex di Gaucci, l'uomo in grado di bruciarsi un patrimonio grazie alla protervia assunta dallo scranno più alto della Camera dei Deputati. Lui forse lo aveva capito solo che fece l'enorme errore di delegare tutto a Menia e Bocchino, che in tre anni hanno distrutto un partito con il potenziale dell' 8% (secondo me in crescita). Altro grave errore è stata l'alleanza con Monti. Fli doveva essere superpartes, partito di intellettuali e professionisti. Così ce l'avrebbe fatta.

    Ora una serie di articoli su FLI. Inizio con quelli di Falasca su Libertiamo che ripercorrono la storia di Futuro e Libertà dal punto di vista della corrente liberale e libertaria capeggiata da Benedetto della Vedova, persona a me distante ideologicamente ma alla quale riconosco signorilità.

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    Predefinito Re: FLI: cosa sarebbe dovuta essere.Viaggio all'interno di un interessante esperiment

    - Una telefonata pomeridiana a Benedetto Della Vedova, un messaggio d’incoraggiamento. Gianfranco Finilo chiamò appena letto il comunicato stampa con cui annunciavamo che in quattro gatti avremmo trascorso davanti a Palazzo a Chigi la notte tra il 5 e il 6 febbraio del 2009, in protesta contro la decisione del governo Berlusconi di emanare un decreto-legge che impedisse a Beppino Englaro di procedere all’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale di sua figlia Eluana. Con quella telefonata, Fini incroció per la prima volta l’attivitá politica di quel parlamentare eterodosso, laico e liberale del PdL e del suo gruppo di amici. Da lí a poco noi avremmo creato Libertiamo, una “polarità liberale, liberista e libertaria” di quello che speravamo potesse diventare un centrodestra di stampo occidentale, aperto e plurale, capace di “istituzionalizzare” l’anomalia Berlusconi e di competere al rialzo con il neonato Partito Democratico. Il PdL era stato una lista alle elezioni del 2008, il partito sarebbe nato solo a marzo del 2009 e la speranza (simmetrica a quella che animava i democratici) era che in un recinto piú ampio rispetto ai singoli partiti della coalizione di centrodestra si potesse superare l’assetto leaderistico. Parlavamo di forma partito, di primarie, di competizione delle idee… ma le cose pian piano si deteriorarono.
    La “crisi dei subprime” si stava evolvendo in una crisi globale, contagiando le economie europee, deboli per una loro strutturale anemia da bassa produttività ed elevato indebitamento pubblico. Ai primi inequivocabili segnali di deterioramento del sistema produttivo italiano, il governo aveva risposto nel modo peggiore possibile: spargendo sicumera e negando che la crisi stesse colpendo l’Italia. Giulio Tremontinascondeva la polvere sotto il tappeto con operazioni di maquillage finanziario e fiscale: la “Robin Hood Tax”, il gioco delle tre carte sui fondi Fas, i tagli lineari. Questi ultimi, in particolare, erano la cifra del malcelato intento di tirare a campare: tagliando tutto in percentuale e per decreto, si colpivano indifferentemente settori diversi e di differente utilità pubblica, peraltro lasciando intatti i comportamenti reali di spesa delle pubbliche amministrazioni. Se io dico ad un Comune di spendere non più 100 ma 95, ma non incido sulla governance dell’ente, questo continuerà a spendere 100: 95 li pagherà e per altri 5 finirà per indebitarsi nei confronti dei suoi fornitori. É una semplificazione brutale, ma in soldoni é il lascito dei tagli lineari tremontiani all’economia italiana.
    L’altro protagonista indiscusso del governo Berlusconi era il ministro del Welfare Maurizio Sacconi. La sua difesa retorica dello status quo del mercato del lavoro e del sistema degli ammortizzatori sociali sembrava luciferina. Rivendicava la superiorità di meccanismi discrezionali, iniqui e corporativi di tutela economica – la cassa integrazione straordinaria e la cassa in deroga – e giustificava quasi come un valore il dualismo delle formule contrattuali, mentre nel “paese reale” pian piano centinaia di migliaia di giovani lavoratori venivano espulsi senza alcuna rete di protezione dal mercato. Quando non fu più possibile negare la crisi, il governo conió il suo mantra: “Ma comunque siamo messi meglio degli altri“. Non era vero e se pure lo fosse stato non avrebbe avuto alcun senso: se stai male, non ti aiuta sapere che altri stanno peggio; mal comune in economia non é mezzo gaudio.
    Di tutto ciò – dalla primavera del 2009 – noi scrivevamo su Libertiamo.it e, di tanto in tanto, Della Vedova parlava a Fini, con il quale si sviluppava man mano un’intesa e un’amicizia. L’ex delfino di Almirante non ha mai avuto particolare dimestichezza con i fatti e le logiche dell’economia, ma si fidava di Mario Baldassarri e in quelle settimane iniziò a fidarsi di Benedetto. Intorno a lui, peraltro, era da tempo emersa una schiera di politici a loro agio con le idee “fiscal conservative” e pro-mercato: Adolfo Urso ed Enzo Raisi, per citare i piú noti. Successivamente, avremmo poi avuto modo di scoprire come proprio la debolezza di Fini sui temi economici fosse la piú marcata ambiguità del gruppo di parlamentari e di associazioni cultural-politiche che si andava raccogliendo intorno a lui. In quella fase, in cui a prevalere era la contestazione alle politiche del governo della “nostra” parte politica, tali distonie erano coperte dalla comune matrice “oppositiva”. In fondo – e quando non é così nella politica italiana? – era Berlusconi ad unire, per antitesi. Su questo tornerò nei prossimi articoli.
    Dal 2009, Benedetto prima e Carmelo Palma poi, insieme al rappresentante di GayLib Daniele Priori, iniziarono a curare una rubrica settimanale sul Secolo d’Italia: “Noi libertari”. Fu la direttrice Flavia Perina, credo d’accordo con Luciano Lanna (un passato ad Ideazione per quest’ultimo) a cercare l’ibridazione del suo quotidiano con le idee liberali. Il Secolo divenne in pochi mesi lo strumento per comunicare all’opinione pubblica, anche tramite l’attenzione che gli altri giornali riservavano alle provocazioni dei “finiani”, che anche nel centrodestra c’era chi si opponeva ad un’agenda di governo piena di becere armi di distrazione di massa (dal reato di clandestinitá, con la proposta di obbligare medici e insegnanti a denunciare gli immigrati irregolari, alla deriva eticista e clericale). Dove avrebbe mai potuto scrivere Priori di amore omosessuale odelle battaglie di Harvey Milk, se non sul Secolo periniano? Della Vedova scrisse di legalizzazione delle droghe leggere, Palma recensìLaicità. Le sue radici, le sue ragioni” di Dario Antiseri. Per quegli articoli Perina riceveva telefonate infuocate di La Russa e Gasparri, che vedevano come una violenza che froci e radicali (termini per loro quasi equipollenti) imbrattassero le pagine del “loro” quotidiano.
    E poi c’era Farefuturo, con le attività della fondazione finiana diretta da Adolfo Urso e da Alessandro Campi e con il webmagazine di Filippo Rossi. Ma questo sará oggetto del prossimo articolo.

    Noi che fummo Futuristi Liberali, a torto o a ragione ? Prima puntata | Libertiamo.it

  3. #3
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    Predefinito Re: FLI: cosa sarebbe dovuta essere.Viaggio all'interno di un interessante esperiment

    Nel 2009 e nel 2010 Fare Futuro era una calamita, attraeva persone e idee. Adolfo Urso, Alessandro Campi e Mario Ciampi (rispettivamente segretario, direttore scientifico e direttore politico) reggevano una fondazione che provava a ispirarsi alle migliori esperienze europee, con un rapporto privilegiato con la tedesca Fondazione Adenauer e una costante attività convegnistica ed editoriale di qualità. Era nella sede di Farefuturo che si provava a “dirimere” la diatriba tra cattolici e laici sul tema del fine vita: il frutto di quei confronti, con parlamentari di opinione diversa seduti intorno ad un tavolo a discutere, sarebbe stato in seguito un emendamento condiviso Della Vedova-Buonfiglio (un laico e un cattolico) al ddl sul testamento biologico. Un tentativo di governare la pluralità e non di usarla a pretesto per la caciara perpetua.
    Personalmente, fui coinvolto da Ciampi in un un gruppo di lavoro incaricato di elaborare proposte in materia di lavoro e welfare, con l’obiettivo di offrire al dibattito interno alla maggioranza di governo una piattaforma programmatica alternativa al conservatorismo che, di fatto, vedeva il ministro Sacconi dalla stessa parte della barricata dei sindacati. Retoricamente battagliavano, ma non si muoveva foglia.
    L’anima pop di Farefuturo era una rivista online dal nome impronunciabile – Ffwebmagazine – diretta da Filippo Rossi, che in breve diventò lo strumento principale di polemica quotidiana della nascente “galassia finiana”. Il webmagazine quasi si mangiò la fondazione, ad un certo punto. Nei mesi di massima tensione intra-PdL tra Berlusconi e Fini, persino un articolo sui cartoni animati rischiava di finire sulle agenzie stampa come messaggio di chissà quale significato politico e strategico. A volte Rossi e i suoi redattori (tra cui i miei amici Federico Brusadelli, Domenico Naso, Cecilia Moretti e Rosalinda Cappello) sparavano nel mucchio, più spesso dalle pagine del webmagazine si produceva autentica azione politica.
    Con un articolo di Sofia Ventura contro il “velinismo”, nelle settimane di compilazione delle liste elettorali per le Europee del 2009, l’opinione pubblica italiana si accorse che Fini faceva sul serio: non era tollerabile che il grande partito di centrodestra appena nato offrisse agli italiani delle candidature più consone per una sfilata di moda o di un quiz televisivo che per le istituzioni comunitarie. La polemica rimbalzò sulla stampa e arrivò direttamente in casa del Cavaliere, dove il clima era già turbolento per la vicenda Noemi Letizia: sua moglie Veronica Lario parló in una lettera aperta di “ciarpame senza pudore” e più di una velina (non tutte per la verità) perse il posto in lista. Il Re non era nudo, ma i finiani avevano mostrato agli italiani che quanto meno era in mutande.
    Grazie al Secolo d’Italia, a Farefuturo e in piccolo anche alla nostra Libertiamo, migliaia di italiani in giro per il Paese provavano il gusto di partecipare alla costruzione di un’opzione diversa di centrodestra. Come diceva Benedetto Della Vedova in quei mesi, se l’interpretazione della dialettica interna al PdL fosse stata quella competitiva e inclusiva proposta dal Foglio di Ferrara (con il finianologo Salvatore Merlo) e non quella divisiva e dietrologica de Il Giornale e di Libero, non si sarebbe mai giunti alla famigerata Direzione Nazionale del 22 aprile 2010 – quella del “che fai, mi cacci?” – e in luglio alla espulsione de facto di Fini.
    Il primo aprile 2010 era nata Generazione Italia, annunciata da Italo Bocchino già all’inizio di gennaio. Il nome si ispirava a Generation France (promossa da Jean-Francois Copé, esponente dell’UMP) e voleva essere uno strumento associativo capace di raccogliere quelle migliaia di italiani che condividevano le “rotture” finiane. Bocchino, all’epoca vicecapogruppo del PdL, aveva trascorso la primavera e l’estate del 2009 a barcamenarsi tra le diatribe del partito. Ricordo perfettamente la violenza verbale che usó nell’estate del 2009 a Gubbio, durante la scuola di formazione politica promossa da Sandro Bondi, a proposito delle posizioni pro-choice sul fine vita, salvo riconoscere a Fini una sorta di diritto ad un pensiero di minoranza. Ma l’ex collaboratore di Pinuccio Tatarella é sempre stato astuto e tatticamente rapido e già a fine anno aveva fiutato l’opportunità di entrare a pieno titolo nel finismo – ormai in auge – fornendo ciò che al momento mancava a Farefuturo, l’organizzazione territoriale.
    L’annuncio di gennaio non era stato né anticipato a Fini né condiviso con gli altri parlamentari. Della Vedova mi raccontò quanto Urso da un lato e la Perina dall’altro fossero contrariati: da settimane si stava ragionando alla “territorializzazione” di Farefuturo. Fini come sempre lasciò correre. Uno dei suoi problemi – che infettó poi FLI – é sempre stato quello.
    L’entusiasmo per Generazione Italia fu immediato e il “dito alzato” rappresentò un vero propellente. La gente aderiva all’iniziativa politica di Fini, ma Bocchino fu bravo a raccontarsi come il fautore o comunque il facilitatore di quel successo. Ma di quel che fu in bene e in male Generazione Italia e soprattutto di quel che avvenne nella restante parte del 2010 e poi nel 2011 parleremo nel prossimo articolo.

    Qui concludiamo con quel che avvenne il 9 aprile del 2010. Da un lato, un’iniziativa pubblica organizzata dall’allora assessore alla Cultura del Comune di Roma, Umberto Croppi, con la quale l’ideatore dei famosi Campi Hobbit riconosceva a Gianfranco Fini una maturazione sui temi etici e civili che, a distanza di anni, lo faceva ormai riconciliare con la vecchia “sinistra” rautiana dell’Msi, da sempre alla ricerca di nuovi tracciati di interpretazione della realtà. Il secondo avvenimento fu un pranzo tra Gianfranco Fini e Giuliano Ferrara, propiziato da Benedetto allo scopo di favorire la “civilizzazione” della crisi tra il presidente della Camera e il Cavaliere. Al pranzo parteciparono sia Della Vedova che Bocchino. L’auspicio di quella colazione di lavoro cadde nel vuoto, e non per colpa di Ferrara. Tra Bocchino e Della Vedova cominciava in quel momento una diarchia conflittuale che sarebbe durata fino alla fine della legislatura.
    Noi che fummo Futuristi Liberali, a torto o a ragione ? Seconda puntata | Libertiamo.it


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    Predefinito Re: FLI: cosa sarebbe dovuta essere.Viaggio all'interno di un interessante esperiment

    - A Torino c’era un circolo di Generazione Italia chiamato “Circolo Cavour”. Il suo coordinatore – il giovane imprenditore Andrea Mariscotti – si convinse ad aderire a GI dopo aver assistito in tv alla direzione nazionale del PdL del 22 aprile, quella del dito alzato per intendersi. Ora, un circolo dedicato al conte di Cavour rende abbastanza l’idea dello spirito e della cultura di riferimento di chi lo aveva fondato. Se parli con un altro del gruppo piemontese, Mauro Martini, lui ti racconterà la biografia di qualche deputato del Regno d’Italia appartenente alla cosiddetta Destra Storica. Dal vivo, Marescotti e Martini hanno l’aspetto di due elettori repubblicani californiani, laici e libertari dagli abiti fino al midollo. In giro per l’Italia ne trovavi tanti così, altro che nostalgici fascisti. A Lecco Luca Cesana, un ex radicale che aveva partecipato con Benedetto e Carmelo all’esperienza dei Riformatori Liberali, aveva aperto il suo circolo ed era attivissimo sul web. A Roma prese forma il circolo “Falcone e Borsellino” con Massimiliano Tancioni, insieme ad un coacervo di attivisti (mi piace ricordare, tra gli altri, Peppe Trudu poi detto “Peppe FLI” e le sorelle Maregotto) dalla provenienza culturale e politica disparata, uniti dall’idea di un centrodestra nuovo, modernizzatore, legalitario, liberale e orgogliosamente italiano. Sempre ai due giudici era intitolato il circolo di Cagliari, promosso da Riccardo Lo Monaco, un trentenne che – dopo qualche anno di distacco dalla politica attiva, a causa di un centrodestra che vedeva troppo conservatore sui temi civili – aveva trovato nelle parole recenti di Gianfranco Fini una nuova scintilla d’interesse. A Reggio Calabria era attivissimo Cosimo Caridi, un dirigente pubblico di quelli di cui il Sud avrebbe molto bisogno, insieme alla deputata Angela Napoli, paladina della lotta alla criminalità organizzata, sempre meno a suo agio nel PdL di Cosentino.
    Ma accanto a queste luci, c’erano molte ombre, di cui mi capitava spesso di discutere con gli amici di Farefuturo. Eravamo consapevoli dell’ambiguità di fondo di Generazione Italia, tra la primavera e l’estate del 2010: l’entusiasmo era tuttavia tale, che ad avanzare dubbi si veniva additati come detrattori. Se la territorializzazione dell’iniziativa finiana fosse stata guidata da Farefuturo e da Adolfo Urso, probabilmente si sarebbe preservata una spinta ideale e ci sarebbe stato un filtro di merito e di metodo all’adesione dei singoli in giro per l’Italia. L’obiettivo non sarebbe stato affatto “elitario”, ma di coerenza con il percorso politico-culturale compiuto dai Fini negli ultimi anni. Invece, Italo Bocchino – il suo staff campano, la falange siciliana di Carmelo Briguglio e quella pugliese di Tatarella – operarono per imbarcare chiunque, a cominciare da quanti erano rimasti fuori dal PdL perché troppo “spostato al centro” per continuare con esponenti politici locali interessati più ad avere un pennacchio che al merito del “finismo”. Lo scopo di Bocchino era avere le truppe per la guerriglia interna (come ci saremmo accorti durante la nefasta stagione congressuale del 2011), ciò che queste persone pensassero era indifferente. La bolla dell’ambiguità si gonfiava e si affermava il principio secondo il quale la creazione del PdL sarebbe stato un errore in sé e non, come fino ad allora Fini aveva detto, una cosa opportuna distrutta dalle persone sbagliate.
    L’accelerazione impressa dai fatti di luglio – l’espulsione di fatto di Fini dal PdL – cristallizzò la situazione. Bisognava che i parlamentari finiani si “contassero” e c’era da cercare un nome per il nuovo gruppo parlamentare. Mentre La Russa mostrava al Cavaliere i suoi conteggi al ribasso (“Non saranno più di dieci o dodici…“), Fini poteva già contare sulla firma di 36 deputati e 10 senatori. Sul nome del nuovo gruppo fioccarono le proposte: nel giorno della sua costituzione, facevano capolino sulle agenzie stampa le ipotesi più disparate. Telefonavo compulsivamente a Benedetto per sapere se c’erano novità. Ricordo che mi disse: “A me va bene tutto, purché ci mettano la parola “libertà”…“. Ad un certo punto sembrava prendere quota “Area Nazionale” (i nostalgici dell’acronimo An erano all’opera…), poi Fini optò per una rivisitazione del titolo del suo ultimo libro: “Il futuro della libertà”. Luca Barbareschi rivendicava di averlo suggerito lui al presidente della Camera, ad ogni modo la genesi del nome rassicurò noi liberali: se la lettera aperta di Fini ai giovani nati nel 1989 era lo spunto per il nome del nuovo gruppo, potevamo sperare che le ambiguità culturali fossero risolte. Che illusione!
    “Futuro e Libertà” era un bel nome, il problema era un altro: tranne Della Vedova e Chiara Moroni (che avrebbe ufficialmente aderito qualche settimana dopo), il resto degli aderenti ai gruppi parlamentari di Camera e Senato era composto esclusivamente da ex-An o da parlamentari di prima nomina indicati “in quota Fini”. Che questo fosse un handicap era consapevole fin da subito lo stesso presidente della Camera, che pure nei due anni precedenti aveva raccolto intorno alle sue posizioni parlamentari esponenti di ogni anima del PdL. Al momento dello strappo, nessuno di questi aveva accettato il salto nel vuoto.
    La sera che precedette la conferenza stampa di Gianfranco Fini con la quale si annunciava la nascita dei gruppi parlamentari di Futuro e Libertà, molti dei finiani ricevettero telefonate allettanti. Qualsiasi cosa sia accaduto dopo, in un Paese che si accanisce con gli sconfitti, bisognerebbe sempre ricordare che quei parlamentari rifiutarono laute offerte per tornare sui propri passi e restare nell’alveo berlusconiano. A scissione avvenuta, scoppiò il caso della casa di Montecarlo. Ma non sta a me raccontarvelo. A settembre ci sarebbe stato l’incontro di Mirabello.

    Noi che fummo Futuristi Liberali, a torto o a ragione ? Terza puntata | Libertiamo.it

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    Predefinito Re: FLI: cosa sarebbe dovuta essere.Viaggio all'interno di un interessante esperiment

    Di Mirabello e della sua festa annuale io non avevo mai sentito parlare prima dell’estate del 2010. Eppure la “Festa del Tricolore” si tiene dal 1982, ritrovo annuale dell’MSI prima, di AN poi e del PdL nel biennio 2008-2009. Fu dal palco di Mirabello che nel 1987 Giorgio Almirante designò suo delfino il trentacinquenne Gianfranco Fini, che da allora considera quel paesotto del ferrarese come un suo talismano. In un pomeriggio di settembre il caldo della pianura emiliana è asfissiante, ma di sera la temperatura è piacevole e la prospettiva dell’autunno alle porte ti fa eccedere a tavola, anche perché il vino è buono, i cappelletti preparati per mesi dai volontari sono eccellenti e il sottofondo dell’orchestra di liscio concilia l’appetito e il buon umore. Il patron della festa di Mirabello, fin dalla prima edizione, è un imprenditore locale, Vittorio Lodi, ormai amico personale di Gianfranco Fini. Il programma politico della sei giorni era stato invece affidato adEnzo Raisi e a Luca Bellotti, bolognese il primo e rodigino il secondo (nota a margine: Bellotti avrebbe lasciato FLI nel febbraio del 2011 e sarebbe stato poi nominato a maggio sottosegretario del governo Berlusconi).
    Parlando con Lodi – la sera del 4 settembre 2010, alla vigilia del discorso del presidente della Camera – compresi meglio quanto un certo mondo di destra fosse stato persuaso dei “salti” politici e culturali finiani essenzialmente dalla fiducia nel leader, dalla credibilità che gli riconoscevano. Forse per l’entusiasmo da stato nascente, forse per la convinzione che la portata di quel che stavamo facendo era troppo grande, consideravamo le vestigia del vecchio mondo missino di cui erano addobbati gli stand di Mirabello come dei vezzi. A quale festa dell’Unità, d’altronde, non trovi cimeli comunisti? A cena con gli amici di Farefuturo e di Libertiamo, forzavamo volutamente e scherzosamente i percorsi storico-culturali della destra, cercando nel testo assimilazionista di Faccetta Nera – in quel “sarai romana” – i prodromi della proposta sullo ius soli temperato di Fabio Granata.
    I volti che incontravo a Mirabello li avrei rivisti a Bastia Umbria a novembre, poi mai più. Dopo il 14 dicembre 2010 (la tentata sfiducia a Berlusconi), ma soprattutto dopo il congresso di Rho di marzo 2011, Futuro e Libertà avrebbe subito una mutazione genetica che l’avrebbe portata inesorabilmente all’estinzione. Ma lì, a Mirabello, erano spontaneamente accorse da tutta Italia molte migliaia di persone sinceramente speranzose che dal discorso di Fini potesse prendere il là un centrodestra nuovo, riformatore, plurale, onesto e deberlusconizzato. C’era gente che non aveva mai partecipato ad alcuna organizzazione politica, curiosi di ogni provenienza. Ancora oggi, tra i mille rivoli delle organizzazioni di ispirazione liberale, ritrovo casualmente persone che all’epoca vennero a Mirabello o che seguirono a distanza, ma con interesse, il discorso di Fini.
    Il termine “futuristi liberali” mi frullava dalla testa dal primo agosto di quell’anno, grazie ad un articolo diAlessandro De Nicola (poi tra i fondatori di Fermare il Declino, due anni dopo) sul Sole 24 Ore, con il quale venivano poste domande esplicite sulle posizioni di politica economica del neonato movimento: “pur nell’auspicio che il lavoro rimanga in Italia, ritiene anche Fini che Fiat abbia diritto di produrre dove è più conveniente? Il contratto unico nazionale ha ancora senso?”; “È d’accordo il presidente Fini che è necessaria una riduzione generalizzata delle aliquote (ivi comprese quelle per i redditi più alti) e delle tasse?”. L’articolo si chiudeva così: “Fare domande non equivale ad avere diritto a risposte ma, soprattutto ai lettori di questo giornale, le idee economiche dei Futuristi Liberali potrebbero interessare molto. Vedremo”. Era un’apertura di credito. De Nicola ci confessò che con quell’articolo sperava di dare man forte a Della Vedova e aBaldassarri nel tentativo di “occupare” con le proprie posizioni la proposta economica del nuovo mondo finiano. Ed oggettivamente, i discorsi che sentivi in giro per gli stand di Mirabello confortavano e non poco sulla ricettività a quelle posizioni del coacervo di persone che lì si era riunito.
    Poco prima dell’intervento di Gianfranco Fini, programmato per le 18 del 5 settembre, la piazza era gremita all’inverosimile. La scena che più mi divertì fu vedere Mirko Tremaglia passare in mezzo alle bandiere di GayLib. Tremaglia stava con Fini per quel che era stato, GayLib stava con Fini per quel che era in quel momento e per quel che sarebbe dovuto essere in futuro: c’era una coerenza in tutto questo, o almeno ci sarebbe stato se Fini fosse stato nei mesi successivi meno accondiscendente con le derive nostalgiche e destrorse di dirigenti politici ben più giovani di Tremaglia. A differenza di quanto avvenne un anno dopo (quando alcuni dirigenti del partito trovarono “sconveniente” uno striscione dell’associazione di centrodestra per i diritti degli omosessuali), quella volta le bandiere colorate del gruppo capeggiato da Enrico Oliari,Daniele Priori, Michele Beozzo e Luca Maggioni sventolavano indisturbate e pienamente legittimate in quella piazza.
    Non si torna nel PdL, semplicemente perché non si può tornare in qualcosa che non esiste più. Il Pdl come lo avevamo immaginato e conosciuto non esiste più, è finito il 29 luglio”. A questa parole di Fini, ci fu un boato in piazza. Certo, non si abbandonava la maggioranza di governo, ma si ponevano paletti e condizioni: “Cercheremo di dar vita a quello che è stato chiamato un patto di legislatura per arrivare al termine dei 5 anni e riempire di fatti concreti gli anni che separano dal voto. Un nuovo patto di legislatura che non sia un tavolo a due gambe. Dov’è finito quel punto del programma – domanda – dove si prevedeva l’abolizione delle province? E quello che riguardava la privatizzazione e liberalizzazione delle municipalizzate?”. Si riconosceva il diritto di Berlusconi a governare, ma non a stravolgere lo stato di diritto con leggi ad personam infilate nei meandri dei decreti-legge da qualche emendamento del “dottor Stranamore Ghedini”. Sulla giustizia, “tutti vogliono che i processi si concludano in tempi brevi, ma la cosa inaccettabile è che una volta definiti i tempi congrui, li si renda retroattivi, lasciando così le parti lese e le vittime con un pugno di mosche in mano”. E si diceva apertamente quello che molti italiani avevano pensato, guardando le immagini di Berlusconi che accoglieva Gheddafi a Roma con sorrisi e salamelecchi: “uno spettacolo poco decoroso quello con cui è stato accolto un personaggio che non può insegnare nulla né del rispetto delle donne né della dignità della persona”.
    Fu un successo, milioni di italiani colsero in quell’intervento il tentativo di un leader politico di affrancarsi dal peso di un’alleanza con Berlusconi necessaria all’inizio della Seconda Repubblica, obbligata e difficile poi, ma ormai insostenibile. Eppure, c’era un problema. Mentre nei gruppi parlamentari c’erano “falchi” e “colombe”, era ormai chiaro che la neonata “base” futurista non si sarebbe accontentata di nient’altro che di un divorzio totale con il Cavaliere e il suo governo. E Fini, che a Mirabello non volle arrivare a tanto, cedette alla posizione più dirompente negli ultimi minuti dell’intervento di Bastia Umbra.
    Dì così: “caro presidente Berlusconi, non sarò io l’alibi del tuo insuccesso”, tieni il punto ma non lasciamo la maggioranza”, gli consigliò tra gli altri Della Vedova quel 7 novembre alla fiera perugina. Ed anche Adolfo Urso – che con Antonio Buonfiglio, Roberto Menia e Andrea Ronchi si era appena dimesso dal governo – spingeva per questa soluzione. Ma dopo un intervento che in buona parte ricalcava quello di Mirabello, a Bastia Umbra il presidente della Camera compì lo strappo finale. La folla radunata nel padiglione fieristico esultò, ebbi i brividi in quel momento. Ero con Carmelo Palma e Sofia Ventura, in piedi alla destra del palco: “Ha avuto ragione Filippo Rossi – era molto colpito Carmelo, raccontandomi che aveva scommesso col direttore di Ffwebmagazine che Fini alla fine non avrebbe ceduto ai falchi – è andato fino in fondo”. Sembrava la cosa giusta, si rivelò una scelta fatale.

    Noi che fummo Futuristi Liberali, a torto o a ragione ? Quarta puntata | Libertiamo.it

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    Predefinito Re: FLI: cosa sarebbe dovuta essere.Viaggio all'interno di un interessante esperiment

    “Ma voi che ci facevate con Fini?” È una domanda che mi sono sentito rivolgere innumerevoli volte. Se chi me la pone avesse visitato lo stand di Libertiamo, durante la convention di Futuro e Libertà tenutasi a novembre 2010 a Bastia Umbra, avrebbe capito. Tra le migliaia di persone che vi parteciparono e che visitarono il nostro stand, per conoscere il webmagazine, le attività e le campagne, noi ci sentivamo a casa. A Mirabello c’era stato più spontaneismo, alla fiera perugina c’era più consapevolezza di quel che si stava creando.
    Such a long journey, so far still to travel“. Qalche mese prima, ad agosto, l’Economist aveva dedicato a Gianfranco Fini un articolo nella sezione “Leaders” ed un secondo pezzo più articolato sulla crisi interna al centrodestra (con un bel gioco di parole: “A FLI in his ear”, una mosca che ronza nell’orecchio di Berlusconi).La proverbiale diffidenza del settimanale britannico per l’Italia ed il suo centrodestra si accompagna ad una moderata apertura di credito nei confronti del presidente della Camera.
    Con le sue posizioni liberaldemocratiche sui temi social (incluso l’intento a limitare l’influenza della Chiesa Cattolica nella vita italiana), la ferma condanna della corruzione e un’idea di partito opposta a quella “strumentale” di Berlusconi, Gianfranco Fini era considerato dal magazine internazionale come il politico italiano più talentuoso, a cui veniva ora chiesto di mostrare la sua stoffa. Non mancavano interrogativi sulla sua strategia politica, sulla sua visione economica, sulla vicenda della casa di Montecarlo sollevata da Il Giornale, ma il giudizio era ampiamente positivo. Dagli anni in cui i media internazionali gli davano del fascista, Fini aveva ormai compiuto un lungo e credibile percorso, le cui tappe cruciali erano considerate le visite in Israele e ad Auschwitz, la condanna delle leggi razziali, il suo incarico di rappresentante italiano presso la Convenzione Europea presieduta da Giscard d’Estaing.
    All’ombra del leader, tuttavia, c’erano anche miserie da cortile. A Bastia Umbra nacque ufficialmente il movimento giovanile di FLI, prima denominato Generazione Giovani e poi Generazione Futuro. Nonostante la contrarietà di molti alla costituzione di un organo giovanile, per un movimento che non era ancora partito e che sarebbe dovuto essere “tutto giovane”, Italo Bocchino affidò al suo collaboratore Gianmario Mariniello il compito di organizzare un comitato promotore del movimento giovanile. Avevo compiuto 30 anni ad ottobre e decisi di restarne fuori, preferendo non farmi rinchiudere nel recinto della politica giovanile. Bocchino chiese a Della Vedova di indicargli un nome (uno solo) per il costituendo comitato promotore e Benedetto gli segnalò Lucio Scudiero. Gli chiesi perchè avesse fatto un solo nome, Benedetto mi rispose: “Italo mi ha detto che sarà una cosa piccola, transitoria e solo organizzativa…“. Non era così, tanto che a Bastia Umbra con un verbale mai redatto di una riunione mai tenuta di quel folto comitato promotore, Mariniello fu scelto come coordinatore nazionale. Nessuno protestò, molti dei componenti del comitato promotore erano poco avvezzi ai colpi di mano della politica politicante, qualcuno avrà pensato che la riunione di cui il verbale parlava c’era stata davvero e di non averne saputo l’esistenza per propria negligenza, altri si saranno auto-convinti di avervi persino partecipato. L’indomani, in attesa dell’intervento conclusivo di Gianfranco Fini, lo affrontai a muso duro: “Avete fatto una cosa indegna e assolutamente irregolare, dovevate solo organizzare il movimento e promuovere un congresso a breve…“. Risposta: “Non c’era tempo, non si poteva fare altrimenti…“. Fine di un rapporto fino a quel momento competitivo ma, tutto sommato, civile.
    Le vicende del movimento giovanile di FLI – dispiace per chi vi aveva riposto la propria passione – si limitavano ad essere la rappresentazione delle ambizioni parlamentari del suo coordinatore nazionale e le aspirazioni di accreditamento politico di pochi fedelissimi. A questo si aggiungeva l’uso spregiudicato di Generazione Futuro come veicolo per la diffusione di materiale pubblicitario e propagandistico (felpe, magliette, cappelline, spille, penne e volantini di ogni sorta) realizzato da una società – la Ita2020 srl – con sede ad Aversa (città di provenienza di Bocchino e Mariniello), uno dei cui soci era Dino Carratù, altro membro dello staff dell’allora capogruppo alla Camera e amico personale del coordinatore dei giovani. Gli stand di Generazione Futuro, durante gli eventi di FLI, offrivano ben pochi contenuti politici, ma erano provvisti di gadget per ogni gusto. Tutto assolutamente legale, tutto assolutamente inopportuno.
    Eppure in Generazione Futuro c’erano persone di estremo valore, tra i quali tantissimi giovani di estrazione riformatrice e liberale che avevano sperato di trovare nell’iniziativa finiana lo spazio per la propria partecipazione e passione civile. L’ossatura di quella che sarebbe poi stata Zero+ si era formata in GF, un movimento che con i metodi usati dai suoi piccoli dirigenti è stato più rapido della stessa FLI a spegnere gli entusiasmi di tanti suoi attivisti. Il vulnus del movimento giovanile era, in scala, lo stesso che poi attanagliò FLI, condannandola pian piano all’estinzione: da un lato il “bocchinismo”, cioè il tatticismo esasperato finalizzato alla conquista del potere personale, assolutamente “agnostico” in termini di contenuti politici;dall’altro, il “nostalgismo”, cioè l’invasione del partito da parte di quanti speravano di sfogare in FLI le frustrazioni per l’antistoricismo della loro destra nazionalista e identitaria, a volte omofoba e antisemita, ormai inadatta alla contemporaneità.
    Al congresso di Milano, nel marzo del 2011, dopo la bocciatura della mozione di sfiducia parlamentare a Berlusconi, Gianfranco Fini si affidò proprio a Italo Bocchino, nella speranza che la macchina organizzativa che questi gli prometteva di imbastire (a partire da Generazione Italia) potesse essere sufficiente a rivitalizzare il movimento politico. Di fatto, da quel momento, Fini si sarebbe sostanzialmente disinteressato del partito, lasciandolo nelle mani di Bocchino. Nonostante l’indicazione di Benedetto Della Vedova come nuovo capogruppo (nota a margine: Benedetto offrì a Urso il suo posto, per scongiurare il suo abbandono di FLI; Urso, ringraziandolo, declinò l’invito), il bocchinismo e il nostalgismo si erano impossessati del partito, marginalizzando le tre anime dalla cui ibridazione il “futurismo” era nato: l’anima liberalconservatrice di Adolfo Urso e della fondazione Farefuturo, le istanze riformatrici, laiche e liberali che con Libertiamo provavamo a interpretare e quel coacervo magmatico e inquieto di suggestioni libertarie della “sinistra rautiana” di Flavia Perina, Umberto Croppi, Luciano Lanna, Filippo Rossi, Monica Centanni e Peppe Nanni.Se c’era una chance, nel 2011, di far sopravvivere e consolidare FLI quella sarebbe passata per queste tre anime, non per il nostalgismo e il bocchinismo. Fini scelse questi ultimi, e c’è chi ritiene che alla base vi siano ragioni inconfessabili.
    La storia di FLI, per quella che sarebbe potuta essere e non è stata, potrebbe terminare a questo punto. Sarebbe continuata ancora per due anni, fino alle elezioni politiche del 2013, ma come mera resistenza ad un declino inevitabile. A luglio del 2012, dopo l’ennesimo tentativo di convincere Fini a superare definitivamente FLI e di fare della “Assemblea dei Mille” un tentativo autentico di novità e di apertura a nuovi protagonisti, Della Vedova disse in privato al presidente della Camera: “Da questo momento, considerami solo federato a FLI, attraverso di te“. Tutta la stagione del governo Monti fu per FLI un travaglio tra chi cercava di mollare gli ormeggi e provare una navigazione in mare aperto e chi aveva già messo in cantiere di presentarsi alle elezioni del 2013 con la piccola lista, per conquistare quei pochi seggi utili a negoziare da posizioni di forza il “ritorno a Itaca” (cioè la riunione della “destra”).
    Noi che, a torto o a ragione, siamo stati autenticamente futuristi, cioè convinti che l’Italia abbia bisogno di una rivoluzione di modernità, tra gli opposti conservatorismi che la bloccano in ogni ambito dell’economia e della vita civile, non siamo pentiti del percorso che abbiamo fatto. Non siamo più “finiani”, ma saremo ancora futuristi e modernizzatori. Such a long journey, so far still to travel.
    DEDICA. Questa serie di cinque articoli è dedicata a quattro persone, la cui conoscenza in questi anni mi ha profondamente arricchito umanamente e politicamente: Flavia Perina, Enzo Raisi, Monica Centanni e Peppe Nanni. Piacerà a Flavia, Enzo e Monica che io spenda qualche riga per Peppe. Un giorno, un po’ come per Socrate, dovremo provare a raccogliere le sue idee, essendo Nanni molto parco di scrittura tanto quanto è munifico di pensiero e parole. Una delle conversazioni più interessanti che ho avuto con lui ha avuto come tema il giardino rinascimentale, come paradigma dello sforzo dell’uomo di piegare la natura selvaggia alle proprie esigenze, al proprio gusto del bello e dell’utile, contrapposto al mito della natura selvaggia, mantra contemporaneo di un collettivismo antiscientista camuffato da ambientalismo. L’uomo al centro della riflessione e dell’azione politica, era questo il punto d’incontro delle nostre diverse prospettive.

    Noi che fummo Futuristi Liberali, a torto o a ragione ? Quinta e ultima puntata | Libertiamo.it




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    Predefinito Re: FLI: cosa sarebbe dovuta essere.Viaggio all'interno di un interessante esperiment

    Sempre da Libertiamo ecco un articolo di Flavia Perina che ripercorre la storia dal Referendum sulla fecondazione assistita

    - Il caso Eluana certo, come ha raccontato Piercamillo Falasca. Ma noi, noi del “Secolo” delle sintonie tra Benedetto della Vedova e Gianfranco Fini ce n’eravamo accorti già un po’ prima.
    Al congresso fondativo del Pdl, Fini aveva stupito tutti qualificando la sua posizione all’interno del nuovo soggetto in modo molto diverso da quello che si aspettavano gli ex-An: non il capo della componte “di destra”, ma il punto di riferimento di una idea laica ed “europea” del centrodestra, pronto a mettere in discussione i tabù della sua area di provenienza per cercare sintonie trasversali, capaci di spezzare i recinti delle appartenenze.
    Sui diritti aveva fatto già strappi significativi ai tempi della procreazione assistita. Da vicepremier (era il 2005) si era espresso per tre sì ai referendum abrogativi, polemizzando duramente contro chi invitava all’astensione: “Voglio che la mia motivata decisione non si confonda con l’ignavia di chi non ha opinione, o di chi non vota perchè rinuncia ad esercitare la cittadinanza attiva. Viviamo in uno Stato laico e come cittadini non siamo chiamati ad un atto di fede“. Dentro An era successo un putiferio, quasi tutto il partito era schierato per l’astensione o i quattro no, ed è lì che si verificò la prima importante lacerazione tra Fini e i suoi Colonnelli.
    Tre anni più tardi, da presidente della Camera, Fini ricomincia a dire e fare cose “bizzarre” sui diritti, la legalità, l’integrazione, la bioetica, la libertà della Rete (uno dei suoi primi atti, senza precedenti in Italia, è ricevere una delegazione delle associazioni gay a Montecitorio). Quasi sempre i suoi amici tacciono, quasi sempre l’Ansa “batte” una dichiarazione di sostegno di Benedetto della Vedova. Quasi sempre noi del “Secolo” la riportiamo, e cominciamo a incuriosirci di questa inedita sintonia. Il mondo degli ex-An è basito.So soltanto io quanto ho faticato per tenere buona la base per far digerire le frasi di Fini“, racconterà Ignazio La Russa a Bruno Vespa (“Il cuore e la spada”). E Alemanno: “Su immigrazione, bioetica, coppie di fatto, Fini ha assunto posizioni inconciliabili con le mie“.
    Al “Secolo”, intanto, sta cambiando tutto. Ad amministrare il giornale è arrivato Enzo Raisi, che ha avviato una profonda ristrutturazione legata al nuovo progetto editoriale di Luciano Lanna e mio: fare dell’ex organo di An un quotidiano che esca dalla categoria del bollettino di partito e sia capace di fare opinione.Chiediamo articoli a Benedetto della Vedova. In ultima pagina piazziamo una serie di rubriche “lunghe” su ecologia, diritti, donne, coinvolgendo firme eterodosse: Carmelo Palma e Daniele Priori per “Noi Libertari”, Fiorello Cortiana (poi grande sponsor di Pisapia e Ambrosoli a Milano) sui temi dell’ecologia, Roberta Tatafiore su donne e femminismo.
    C’è qualche mugugno dei Colonnelli, ma intanto si crea una sinergia “istintiva” con Libertiamo, la fondazione Fare Futuro e il suo webmagazine diretto da Filippo Rossi. È un piccolissimo network, fatto da poche persone, che però diventa all’improvviso visibilissimo all’esterno. Io mi stupisco dell’empatia che Piercamillo, Carmelo, Lucio e gli altri trovano di primo acchitto con alcuni miei vecchissimi amici: Peppe Nanni, Monica Centanni, Umberto Croppi. C’è un clima di “stato nascente” che non avevo mai sperimentato prima e per noi – “noi di destra”, intendo dire – l’intensità emotiva è importante, così come i legami personali che (incredibilmente) si creano.
    Arriverà poi la fase divisiva, fatta di impuntature ideologiche e di ritorno alle rispettive “case”, i liberali da una parte e i “fascisti” dall’altra, a guardarsi in cagnesco e a sgambettarsi, come sempre succede quando lo spazio vitale si restringe (e, in politica, quando le prospettive elettorali si riducono). L’alleanza con Casini depotenzia il “Fini laico”. La perdita del “Secolo”, di Fare Futuro e del web magazine inaridiscono il dibattito. I temi economici diventano preponderanti nel dibattito pubblico proprio mentre all’interno di Fli ciascuno è ormai tornato a chiudersi nel suo recinto, a marcare le distanze nel nome delle rispettive tradizioni culturali e si è persa ogni voglia di confronto e di sintesi.
    Noi che fummo futuristi liberali, a torto o a ragione“, ha titolato Piercamillo. Vi dico come vi ho visti io, che liberale non sono mai stata: persone abbastanza coraggiose da attraversare il confine almeno per un attimo, e al momento giusto, il che in politica è tutto o quasi tutto. Per qualche mese, “movimentisti vostro malgrado”. Voi così ordinati, competenti, rigorosi, scientifici, trascinati in un’avventura caotica e – chissà perché – improvvisamente solidali per istintiva simpatia dell’ala più antropologicamente e politicamente lontana da voi: la sottoscritta, Filippo, Umberto, Peppe, e tanti altri che con il liberismo, davvero, avevano poco a che spartire. Oggi che è tutto finito mi incuriosisce soprattutto questo. Perché è questo sentimento di vicinanza, credo, che sopravviverà alla fine della storia di Fli.

    A proposito di futuristi liberali | Libertiamo.it

  8. #8
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    Predefinito Re: FLI: cosa sarebbe dovuta essere.Viaggio all'interno di un interessante esperiment

    Da Libertiamo passo a Destra di Popolo di Riccardo Fucile. Animatore genovese della corrente rautiana dell' MSI diventa membro del Direttivo genovese di Futuro e Libertà uscendo in forte polemica col bocchiniano Enrico Nan. Tempo dopo mi trovai a riflettere con Fabrizio Molinari, altro Rautiano storico del genovese. Lui si chiedeva il come mai tanti rautiani avessero seguito Fini, arrivammo alla conclusione che in fondo Fini e Rauti ebbero un percorso culturale molto simile, da Destra a Sinistra. La differenza è che Pino Rauti aveva una cultura e un'intelligenza sopra la media...

    Gli articoli sono molto numerosi e copiarli e incollarli occuperebbe giornate...li trovate qui

    http://www.destradipopolo.net/?cat=155
    Ultima modifica di Makaveli; 04-06-13 alle 01:51

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    Predefinito Re: FLI: cosa sarebbe dovuta essere.Viaggio all'interno di un interessante esperiment

    CARO GIANFRANCO, GRAZIE COMUNQUE PER QUEL DITO ALZATO

    SE OGGI BERLUSCONI NON E’ PIU’ PREMIER LO SI DEVE ALLA CORAGGIOSA PATTUGLIA DI FUTURO E LIBERTA’… E DA PARTE DI CHI NON E’ MAI STATO UN SUO FAN E’ GIUSTO IN QUESTO MOMENTO DISTINGUERSI DALLA MUTA DI SCIACALLI E DI INGRATI
    C’è chi a destra a Gianfranco Fini deve molto, in termini di affermazione politica e di carriera personale.
    Alla sua corte di “miracolati” hanno in passato messo radici personaggi di bassa cucina, ducetti di periferia, colonnelli che amavano guidare le truppe dalle retrovie, ma sempre pronti ad appuntarsi medaglie in caso di vittoria.
    Venti anni di militanza nel Msi non sono pochi, tanti congressi combattuti o scontati, mai una volta che ho votato per te o per la tua mozione.
    Sono al di sopra di ogni sospetto.
    Dall’altra parte, dalla tua parte, ho visto passare una pletora di caporali di giornata: quelli che oggi gioiscono per la tua mancata rielezione in Parlamento.
    Personaggi senza dignità e pudore che hai allevato e promosso, pensando che potessero costituire il ricambio generazionale della destra italiana.
    Piccoli uomini che dopo aver ricevuto immeritate gratificazioni e prebende oggi fanno a gara a conquistare la prima fila degli aspiranti boia, tuonando volgarità dalle cucine dove pulivano fino a ieri le stoviglie.
    Sono coloro che, anche grazie ai tuoi silenzi, hanno portato la destra italiana allo sfascio, che parlano di etica e coltivano solo clientele, che recitano a memoria valori che non applicano mai, che invocano criteri di meritocrazia purchè non si applichino a loro. Sono quei cortigiani che per troppi anni ti sei tenuto accanto pensando che fossero sinceri, che hai difeso anche qundo erano indifendibili, sacrificando realtà locali a vantaggio dei capibastone.
    Fino all’esperienza di Futuro e Libertà, il partito “diverso” che tale non hai saputo rendere, demandando a personaggi sbagliati e atti al compromesso incarichi che avrebbero dovuto essere affidati solo in base al tanto decantato merito.
    Fino a disamorarti di questa creatura, a impostare una campagna elettorale spenta, quasi per dovere, in attesa di una rendita minimale che invece non è arrivata.
    E’ mancato l’atto di coraggio di fare un passo indietro al momento giusto, subito dopo l’esito della votazione sulla fiducia al governo Berlusconi, affidando il partito ad altri e sottraendolo e sottraendoti alla quotidiana macchina del fango.
    Troppi errori seriali, troppa incorenza tra principi enunciati e prassi politica per essere politicamente assolto.
    Ma anche un gesto che non si può dimenticare: quel dito alzato contro l’arroganza del potere, contro chi si crede ingiudicabile, contro chi ha reso l’Italia la barzelletta del mondo, contro chi impedisce da venti anni che anche il nostro Paese possa avere una destra moderna, sociale e legalitaria.
    Un gesto che rimarrà d’esempio alle giovani generazioni, perché a destra non devono esistere servi e padroni, principi e sudditi, ma solo una grande comunità umana di persone oneste e pensanti.
    Molti oggi dimenticano che senza quel tuo gesto Berlusconi sarebbe ancora ben saldo al suo posto di esecutore testamentario della destra italiana.
    Hai pagato, tra tanti tuoi errori, anche quell’atto di coraggio e di dignità.
    Che ha impedito, tra l’altro, vale la pena ricordarlo, assassini di profughi inermi e immunità speciali di fronte alla giustizia.
    Oggi si chiude un ciclo, anche tuo personale, ma una vera destra sociale non potrà dimenticare e prescindere dal significato di quel dito alzato contro l’arroganza del potere.

    destra di popolo » Blog Archive » CARO GIANFRANCO, GRAZIE COMUNQUE PER QUEL DITO ALZATO





    Non sono un finiano e ritengo che uno dei handicap che ha patito Futuro e Libertà è stato il non essere futuristi ma eterni finiani. Però ricordo quella direzione con piacere. E rivendico con orgoglio quel dito alzato. Bravo Gianfranco, grazie ancora per aver sfidato il vero male assoluto. Ti mancò la fortuna, non il coraggio.

  10. #10
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    Predefinito Re: FLI: cosa sarebbe dovuta essere.Viaggio all'interno di un interessante esperiment

    UMBERTO CROPPI: “FLI NON ESISTE PIU’, MA C’E’ CHI GUARDA AL TESORETTO DI AN”

    Giugno 1st, 2013 admin“FLI DOVEVA ESSERE UNA FASE PER NUOVE AGGREGAZIONI, NON UN PARTITO”… “FINI DOVEVA INDICARE LA ROTTA, NON LASCIARE LA GESTIONE AI COLONNELLI”…”400 MILIONI DI IMMOBILI E 80 MILIONI DI LIQUIDI: IL PATRIMONIO DELLA FONDAZIONE AN SONO CONGELATI DALLE DIVISIONI INTERNE: QUALCUNO ORA SPERA DI AVERE VOCE IN CAPITOLO NELLA SPARTIZIONE”
    Dopo aver lasciato il posto di assessore alla Cultura nella giunta Alemanno, Umberto Croppi è stato uno dei più accesi sostenitori della terza via finiana, di un nuovo contenitore che andasse oltre le appartenenze tradizionali.
    Il fallimento di Futuro e Libertà e l’appoggio al sindaco uscente al ballottaggio annunciato da Roberto Menia, dunque, non possono averlo lasciato indifferente. Intervistato da Intelligo, Croppi non si mostra sorpreso dagli ultimi sviluppi e, sul tentativo di ricomposizione della destra italiana, ha una teoria che farà discutere.
    Cosa pensa dell’appoggio di Fli ad Alemanno per il ballottaggio?
    «Fli non c’è più, ammesso che ci sia mai stato. Mi fa solo sorridere la cosa. L’ho scritto anche quando ne ero un dirigente: la metafora del Fli era una esigenza di fase, che Fini aveva anche un po’subito, ma nessuno, Fini soprattutto, aveva mai immaginato che potesse diventare un partito».
    In che senso?
    «Già prima del risultato elettorale, si era dimostrato che la consistenza politica di Futuro e Libertà era inesistente. Dopo si è sostanzialmente sciolto, con l’abbandono di Fini. Fli non c’è più. La dichiarazione di un ex parlamentare, che aveva una carica in questo partito, senza una espressione diretta di chi a Roma aveva costituito Fli, non ha proprio nessun valore».
    E allora che senso ha questo endorsement?
    «È un’uscita che si giustifica alla luce di un altro motivo. Io non ho mai aderito ad An o al Pdl, quindi non faccio parte di questa storia, ma è in atto un tentativo di ricomposizione di un nucleo di vertice di ex esponenti di Alleanza Nazionale legato alla pura speranza di avere voce in capitolo sul patrimonio della Fondazione An, costituito da 400 milioni di immobili e 80 milioni di liquidi, oggi congelati dalla magistratura proprio a seguito delle divisioni che si erano verificate nel Cda».
    I tre anni di vita di Fli, anche alla luce di questo epilogo, sono stati del tutto inutili?
    «Sì, perché Fini ha svolto un altro ruolo. Doveva diventare il coagulo di una aggregazione di tipo nuovo, più vasto, con altri protagonisti. La costituzione di un partito, che lui stesso ha subito, tant’è vero che più volte ha parlato di un superamento di Fli, era una necessità di passaggio molto limitante, che conteneva già nella sua nascita tutti gli elementi che l’hanno poi portato a diventare un frammento».
    Qualche responsabilità Fini ce l’ha?
    «Certo, è chiaro. Lui aveva tutta la forza per indicare la rotta Invece lo ha fatto nel modo in cui aveva gestito An, cioè immaginando che i colonnelli potessero sgravarlo da responsabilità».
    Ma secondo lei questa “cosa” di destra nascerà?
    «Guardi, non mi riguarda».

    Domenico Naso
    (da “Intelligo news“)

 

 
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