La stamperia che conserva i segreti delle incisioni d’arte
A Dogliani una bottega salva le tecniche d’antan
Paola Scola
Il tempo si è fermato, fra odori di inchiostro, cigolii di macchine e pile di carta, nella bottega d’arte a Dogliani Castello, quartiere superiore della città di Einaudi, da cui si vedono vigneti e tetti del borgo. Ivan Terreno dopo la laurea in Architettura non pensava che sarebbe rimasto e avrebbe trasformato tutto in una storia di vita. Invece l’aiuto a sua sorella, la pittrice Teresita, e al marito Antonio Liboà, artefici della stamperia, ha finito con il conquistarlo. E il piccolo scrigno d’arte - la calcografia «Il Pozzo» - è diventato una passione. Dove, con i segreti della tecnica e l’abilità manuale, prendono forma perfette incisioni, come nei libri d’un tempo.
Quella dei Terreno è una delle ultime stamperie specializzate. C’è anche la tipografia artistica, competenza di Toni, che con monotype e linotype ha preparato opere per Soffiantino, Tabusso, Chessa, Francesco Casorati, rilegandovi insieme le incisioni. La regina delle macchine per comporre - tutto meccanico, niente di elettronico - è stata battezzata «la Ferrari della tipografia». «Toni ha anche realizzato un prototipo di torchio - racconta Ivan -, per migliorare la resa dell’inchiostro».
Ivan è attrezzato di camice, guanti e «tarlatana», lo straccio per le rifiniture. «La bottega è nata 40 anni fa a Crava, dopo che mia sorella e Antonio, conosciutisi in bus, si sono fidanzati - spiega Ivan -. Lui lavorava alla Michelin, lei insegnava. Poi curiosità e passione per le incisioni hanno prevalso. Negli Anni 80 siamo saliti in Castello, dove le botteghe artigiane sembrano aver una casa naturale». Non a caso Ivan, 44 anni e un passato da campione di pallapugno, è tra i fondatori di «Castello c’è» comitato di quartiere di cui la calcografia fa parte e lui conosce ogni segreto. «Per preparare un’incisione a mano servono anche 20 giorni - spiega -. Si parte da una lastra vergine di zinco e la si lucida. Facciamo tutto noi, perché non si trova più nessuno. Così come non ci sono più cartiere con materiale adatto: ci riforniamo in Germania». La carta dev’essere «al 100% di cotone, morbida, ma resistente sulla lastra. Ogni sera, si prepara la fase del mattino bagnandola con una spugna».
Al Pozzo si lavora quasi come ai tempi degli artigiani rinascimentali: si provano i disegni (miniati, ma anche grandi), si distende la cera e cura la «morsura» (l’acido che corrode il metallo e lascia il segno). Il tampone toglie la tinta in eccesso, quindi con una velina in parte opaca il palmo della mano lucida. Poi, ancora, tre giorni sotto pressione. Infine la copia ufficiale. «La tradizione pura prevede il bianco e nero - sottolinea Ivan Terreno -, ma la modernità richiede anche colori. Li realizziamo miscelando terre, pigmenti e olii di lino cotto». Una tecnica antica e complessa, che si va perdendo. «Lo sappiamo, per questo cerchiamo di spiegarla alle scuole che vengono a visitarci. Anche questo è un piccolo gioiello della storia artistica di Dogliani».
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