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    Predefinito Come la guerra economica americana provocò l’attacco a Pearl Harbor

    Questo discorso fa parte della Conferenza di Arthur M. Krolman in occasione del 30° Anniversario del Summit dei Sostenitori del Ludwig von Mises Institute, Callaway Gardens, Georgia, del 26 Ottobre 2012. Visibile anche su youtube: YouTube
    Come la guerra economica americana provocò l’attacco a Pearl Harbor

    di: Robert Higgs*
    info@rinascita.eu
    a cura di Robert Higgs

    Molte persone vengono fuorviate dalle convenzionalità. Ritengono, ad esempio, che gli Stati Uniti andarono in guerra contro la Germania e il Giappone soltanto dopo la loro dichiarazione di guerra a queste nazioni nel dicembre del 1941. In verità, gli Stati Uniti erano già in guerra ben prima di fare queste dichiarazioni, una guerra che aveva forme molteplici. Ad esempio, la Marina degli Stati Uniti aveva l’ordine di “sparare a vista” sui convogli marittimi tedeschi, convogli che potevano includere anche navi inglesi, nell’Atlantico del Nord nonché su gran parte della rotta di navigazione tra l’America e la Gran Bretagna, nonostante i smarini tedeschi avessero l’ordine di astenersi (e si astennero!) dall’attaccare i bastimenti americani. Stati Uniti e Gran Bretagna si misero d’accordo per condividere controspionaggio, sviluppo di armamenti, test militari congiunti e per intraprendere altre forme di cooperazione correlate alla guerra. L’apparato militare americano collaborò con quello britannico in operazioni di combattimento contro i tedeschi, ad esempio, allertando la marina inglese sull’avvistamento aereo o marino di smarini tedeschi che venivano poi attaccati dagli inglesi. Il governo americano si impegnò numerose volte nel fornire forniture e assistenza militare, o di altro tipo, agli inglesi, ai francesi e ai sovietici, che stavano combattendo i tedeschi. Il governo statunitense forni aiuti e assistenza militare, inclusi aerei da guerra e piloti, ai cinesi che erano in guerra col Giappone (1). I militari americani si impegnarono attivamente assieme agli inglesi, ai paesi del Commonwealth britannico e alle Indie orientali olandesi per future operazioni belliche congiunte contro il Giappone. Ancora più importante il fatto che il governo americano si impegnò in una serie di sempre maggiori stringenti e ostili misure economiche che spinsero i giapponesi in una difficile situazione e che le autorità americane sapevano che sarebbe stata la miccia che avrebbe spinto il Giappone ad attaccare territori e forze americane nella regione del Pacifico nel tentativo di assicurarsi l’approvvigionamento delle materie prime essenziali che americani, inglesi e olandesi (governo in esilio) avevano messo s embargo (2).
    Esaminate queste dichiarazioni riassuntive di George Victor, non certo un critico di Roosevelt, nel suo ben documentato libro: The Pearl Harbor Myth (il mito di Pearl Harbor):
    “ Roosevelt aveva cond gli Stati Uniti in guerra contro la Germania già nella primavera del 1941, una guerra su piccola scala. Da allora in poi egli incrementò gradualmente la partecipazione militare americana. L’attacco del Giappone il 7 Dicembre 1941 lo mise nella posizione di incrementarlo ulteriormente e di ottenere una dichiarazione di guerra. Pearl Harbor viene considerato come la fine di una lunga catena di eventi, col contributo degli Stati Uniti che perseguivano una strategia formulata dopo la caduta della Francia. Agli occhi di Roosevelt e dei suoi consiglieri, le iniziative prese agli inizi del 1941 giustificavano una dichiarazione di guerra tedesca contro gli Stati Uniti, una dichiarazione che, con loro grande delusione, non arrivava. Roosevelt disse al suo ambasciatore in Francia, William Bullitt, che l’entrata in guerra americana contro la Germania era certa ma che bisognava aspettare un “incidente” ed egli era fiducioso che i tedeschi glielo avrebbero dato. Stabilire quindi un precedente in cui il nemico avrebbe sparato il primo colpo, era un tema che faceva parte delle tattiche di Roosevelt. Pare infine che fosse arrivato alla conclusione, rivelatasi poi corretta, che il Giappone sarebbe stato più facile da provocare, facendolo attaccare gli Stati Uniti, di quanto lo fosse stato per la Germania (3). Il principio che il Giappone attaccò gli Stati Uniti senza provocazione era tipica retorica. La cosa funzionò perché il pubblico non sapeva che l’amministrazione americana si aspettava una risposta bellica alle iniziative anti-giapponesi intraprese nel Luglio 1941.
    Temendo di perdere la guerra con gli Stati Uniti, ed in modo disastroso, i dirigenti politici giapponesi avevano tentato disperatamente di negoziare. Su questo punto, la maggior parte degli storici concordano da tempo. Nel frattempo sono emerse le prove che Roosevelt e Hull rifiutarono di trattare in modo persistente. Il Giappone offrì compromessi e concessioni, alle quali gli Stati Uniti si opponevano con richieste sempre maggiori. Solo dopo aver appreso della decisione del Giappone di entrare in guerra con gli Stati Uniti che Roosevelt decise di interrompere tutti i negoziati. Secondo il procuratore Generale Francis Biddle, Roosevelt disse di sperare in un “incidente” nel Pacifico per portare gli Stati Uniti nel teatro di guerra europeo (4). “
    Questi fatti e numerosi altri che puntano nella stessa direzione, non rappresentano per lo più niente di nuovo. Molti di questi erano disponibili al pubblico fin dagli anni 40. Già nel 1953 chiunque poteva leggere una raccolta di saggi fortemente documentati sui vari aspetti della politica estera americana a fine degli anni 30 e inizi anni 40, pubblicati da Harry Elmer Barnes, i quali provavano i numerosi modi dei quali il governo americano era responsabile per il coinvolgimento della nazione nella Seconda Guerra Mondiale. In poche parole si dimostrava che l’amministrazione Roosevelt voleva portare il paese in guerra e lavorò alacremente in varie direzioni per assicurarsi, presto o tardi che ce l’avrebbe fatta, preferibilmente in un modo che avrebbe unito l’opinione pubblica sulla guerra facendo passare gli Stati Uniti come la vittima di un aggressione deliberata (5). Come testimoniò il Segretario della Guerra, Henry Stimson, dopo il conflitto: “avevamo bisogno che i giapponese facessero il primo passo” (6)
    Oggi comunque, a oltre settantenni da quegli eventi, probabilmente nemmeno un americano su mille, o forse su diecimila, ha una vaga conoscenza di questa storia. La fazione pro-Roosevelt, pro-americana, pro-Seconda Guerra Mondiale è stata così efficace in questo paese da dominare l’insegnamento e la narrativa popolare circa l’impegno americano nella “Buona Guerra”.
    Verso la fine del 19° secolo l’economia del Giappone iniziò a crescere e si andava verso una rapida industrializzazione. Poiché il Giappone ha poche risorse naturali, molte delle sue industrie nascenti dovevano contare su materie prime importate, come carbone, minerale di ferro, cascami di acciaio, stagno, rame, bauxite, gomma e petrolio. Senza l’accesso a queste importazioni, molte delle quali provenivano dagli Stati Uniti o da colonie europee nel sud-est asiatico, l’economia industriale giapponese si sarebbe paralizzata. Impegnandosi tuttavia nel commercio internazionale, i giapponesi, già nel 1941, avevano costruito un economia industriale moderatamente avanzata. Allo stesso tempo costruirono un complesso militare-industriale per sostenere un esercito e una marina sempre più forti. Queste forze armate consentivano al Giappone di estendere il suo potere verso varie località del Pacifico e dell’Asia Orientale, inclusa la Corea e la Cina del Nord, un po’ come fecero gli Stati Uniti usando la loro crescente potenza industriale per attrezzare le loro forze armate che proiettavano il potere americano verso i Caraibi, l’America Latina e persino nelle lontane Isole Filippine.

    Quando Franklin D. Roosevelt divenne presidente nel 1933, il governo americano cadde s il controllo di un uomo al quale non piacevano i giapponesi e che coltivava una romantica simpatia per i cinesi in quanto, così come avrebbero ipotizzato alcuni scrittori, gli avi di Roosevelt avevano fatto i soldi con il commercio con la Cina (7). A Roosevelt non piacevano in genere nemmeno i tedeschi ed in particolare Adolf Hitler, tendendo a favorire i britannici nei suoi rapporti personali e negli affari internazionali. Egli non si curò in modo particolare della politica estera fintanto che il suo New Deal non si esaurì nel 1937. A partire da quel momento egli faceva pesantemente affidamento sulla politica estera per realizzare le sue ambizioni politiche, incluso il suo desiderio di essere rieletto per una terza volta senza precedenti.

    Quando la Germania iniziò a riarmarsi ed a cercare in modo aggressivo il suo Lebensraum (spazio vitale) alla fine degli anni 30, l’amministrazione Roosevelt collaborò strettamente con i britannici e i francesi in modo da ostacolare l’espansione tedesca. Dopo l’inizio della guerra mondiale nel 1939, questa assistenza americana crebbe sempre di più andando a creare misure come il cosìdetto Destroyer Deal (accordo sulle cacciatorpediniere) e l’ingannevole programma chiamato Lend-Lease (prestito e affitto). Nell’anticipo all’entrata in guerra degli USA, gli staff militari britannici e americani idearono segretamente dei piani per operazioni congiunte. Le forze americane cercavano di creare un incidente che giustificasse una guerra cooperando con la marina inglese nell’attaccare i sottomarini tedeschi nell’Atlantico del Nord, ma Hitler si rifiutò di abboccare all’amo, negando così a Roosevelt il pretesto che cercava per trasformare gli Stati Uniti un belligerante dichiarato a tutti gli effetti, una belligeranza che la grande maggioranza degli americani non voleva.

    Nel Giugno del 1940, Henry L. Stimson, che era stato Segretario alla Guerra sotto la presidenza di William Howard Taft e Segretario di Stato sotto quella di Herbert Hoover, divenne nuovamente Segretario alla Guerra. Stimson era un leone dell’alta classe anglofila nordorientale e non era un amico dei giapponesi. A sostegno della cosidetta “Politica della Porta Aperta” per la Cina, Stimson appoggiò l’uso di sanzioni economiche per ostacolare l’avanzata giapponese in Asia. Il Segretario del Tesoro Henry Morgenthau ed il Segretario agli Interni Harold Ickes avallarono con vigore questa politica. Roosevelt sperava che queste sanzioni avrebbero spronato i giapponesi a commettere un imprudente errore lanciando un attacco bellico contro gli Stati Uniti che avrebbe coinvolto la Germania perché Giappone e Germania erano alleati.

    Mentre l’amministrazione Roosevelt liquidava bruscamente le aperture diplomatiche giapponesi per armonizzare i rapporti, di fatto impose una serie di sanzioni sempre più severe al Giappone. Il 2 Luglio 1940 Roosevelt firmò il Decreto sul Controllo delle Esportazioni, che autorizzava il Presidente a concedere o a vietare l’esportazione di materiali strategici vitali. In virtù di questo Decreto il 31 Luglio 1940 le esportazioni di carburanti per motori d’aereo e lubrificanti nonché materiali di ferro per fusione e scarti di acciaio, furono limitate. Poi, sempre muovendosi contro il Giappone, Roosevelt appioppò un embargo, con decorrenza 16 Ottobre 1940, su tutte le esportazioni su materiali in ferro e acciaio destinate a paesi che non fossero la Gran Bretagna o nazioni dell’emisfero occidentale. Infine, il 26 Luglio 1941, Roosevelt congelò i depositi giapponesi negli USA, mettendo quindi la parola fine alle relazioni commerciali fra le due nazioni. Una settimana dopo Roosevelt pose l’embargo sulle esportazioni di alcuni tipi di petrolio che facevano ancora parte del flusso commerciale col Giappone. (8) Gli inglesi e gli olandesi seguirono a ruota ponendo sotto embargo le esportazioni verso il Giappone provenienti dalle loro colonie del sudest asiatico.
    Roosevelt e i suoi subalterni sapevano di mettere il Giappone in una situazione insostenibile e che il governo giapponese avrebbe presto tentato di sfuggire allo strangolamento entrando in guerra. Avendo decriptato il codice diplomatico giapponese, i dirigenti americani sapevano, fra le altre cose, cosa aveva comunicato il Ministro degli Esteri Tijiro Toyoda all’Ambasciatore Kichisaburo Nomura in data 31 Luglio 1941: “ I rapporti economici e commerciali fra il Giappone e i paesi terzi, guidati da Inghilterra e Stati Uniti, stanno gradualmente diventando così orribilmente tesi da non poter più sopportare a lungo. Pertanto, il nostro Impero, per salvaguardare la propria esistenza, deve prendere le misure per assicurarsi le materie prime dei Mari del Sud “ (9)

    Poiché i criptografi americani avevano anche decriptato il codice navale giapponese, i leaders di Washington sapevano che le “misure” del Giappone avrebbero incluso un attacco a Pearl Harbor (10). Anzi, nascosero questa seria informazione ai comandanti allae Hawaii i quali avrebbero potuto affrontare l’attacco o prepararsi per difendersi. Che Roosevelt e i suoi scagnozzi non abbiano dato l’allarme ha perfettamente un senso: dopo tutto l’incombente attacco rappresentava esattamente ciò che stavano cercando da tempo. Come Stimson scrisse nel suo diario dopo una riunione del Gabinetto di Guerra il 25 Novembre 1941: “ la questione era come dovevamo manovrarli (i giapponesi) per portarli a sparare il primo colpo senza causare troppi danni a noi stessi”. Dopo l’attacco Stimson ammise che “ il mio primo pensiero fu il sollievo…..che si stava delinenando una crisi che avrebbe unito tutto il nostro popolo” (11).

    Traduzione di
    Gian Franco Spotti
    Fonte: Mises Daily (Robert Higgs - Mises Daily Archive)

    Note:
    1) Vedi “Flying Tigers” (le tigri volanti), Wikipedia. Flying Tigers - Wikipedia, the free encyclopedia
    2) Robert Higgs, “How U.S Economic Warfare Provoked Japan’s Attack on Pearl Harbor” (come la Guerra economica degli USA provocò l’attacco giapponese a Pearl Harbor), The Freeman 56 (Maggio 2006), pag. 36-37
    3) George Victor, The Pearl Harbor Myth: Rethinking the Unthinkable (il mito di Pearl Harbor: ripensare l’impensabile), Dulles, Va.: Potomac Books, 2007, pag. 179-180, 184, 185,
    4) Ibid., pag. 15, 202, 240
    5) Vedi “Perpetual War for Perpetual Peace: A Critical Examination of the Foreign Policy of Franklin Delano Roosevelt and Its Aftermath” (Guerra perpetua per la pace perpetua: un esame critico della politica estera di F.D. Roosevelt e le sue conseguenze), edito da Harry Elmer Barnes (Caldwell, Id., Caxton printers, 1953)
    6) Stimson come citato in “Pearl Harbor Myth” (il mito di Pearl Harbor) di Victor, pag. 105
    7) Harry Elmer Barnes, “Summary and Conclusions” (riassunto e conclusioni) nella “Guerra perpetua per la pace perpetua: un esame critico della politica estera di F.D. Roosevelt e le sue conseguenze”, edito da Harry Elmer Barnes (Caldwell, Idaho: Caxton Printers, 1953), pag. 682-83
    8) Tutte le citazioni in questo paragrafo sono di George Morgenstern, “The Actual Road to Pearl Harbor” (la vera strada per Pearl Harbor), nell’edizione di barnes “Guerra perpetua per la pace perpetua”, pag. 322-23, 327-28
    9) Citato in “la vera strada per Pearl Harbor” di Morgenstern, pag. 329
    10) Robert B. Stinnett: “Day of Deceit: The Truth About FDR and Pearl Harbor” (il giorno dell’inganno: la verità du F.D. Roosevelt e Pearl Harbor), New York, Free Press, 2000
    11) Citato in “la vera strada per Pearl Harbor” di Morgenstern, pag. 343, 384

    BIO
    Robert Higgs è membro anziano in economia politica per l’Independent Institute ed editore del The Independent Review. E’ stato il destinatario nel 2007 del Premio Gary G. Schlarbaum per il “Lifetime Achievement in the Cause of Liberty”. Potete inviargli un email a: rhiggs2377@aol.com

    http://forum.termometropolitico.it/f...newthread&f=35
    Ultima modifica di Ringhio; 29-03-13 alle 14:53
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    Ghibellino
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    Predefinito Re: Come la guerra economica americana provocò l’attacco a Pearl Harbor

    Sull’11 settembre 2001 molti hanno suggerito spiegazioni complottiste. Pochi invece hanno parlato del grande inganno della Casa Bianca dietro l’attacco giapponese di Pearl Harbor, laddove i documenti dimostrano ampiamente come davvero – in quel caso – la presidenza americana volle, cercò ed ottenne un attacco proditorio da parte dei giapponesi per avere un casus belli in grado di trascinare l’intera nazione americana in un’avventura bellica.
    di Stefano Schiavi

    L’11 settembre 2001 è una delle tante date storiche per gli Stati Uniti e per il mondo intero. Un giorno che difficilmente potrà essere dimenticato e che verrà celebrato nei libri di scuola come l’inizio del grande scontro tra l’Occidente e l’integralismo islamico. Un giorno che grida vendetta e che ha inorridito il mondo. Proprio come l’alba del 7 dicembre 1941. Un giorno come tanti per le isole Hawaii dove il clamore della guerra non giunge nemmeno attraverso la radio. Gli Stati Uniti del New Deal sono tranquilli, il presidente Franklin Delano Roosevelt ha assicurato che non entrerà in guerra al fianco dei cugini britannici che laggiù, in Europa, rischiano seriamente di capitolare dinanzi la forza distruttrice delle truppe di Adolf Hitler. Il non intervento era stato uno dei cavalli di battaglia per la terza rielezione del presidente che era riuscito a dare un nuovo corso a quell’America uscita con le ossa rotte dalla catastrofe economico-finanziaria che era stata la grande depressione del 1929.
    Eppure quel giorno di routine come tanti, sarebbe entrato nella storia degli Stati Uniti e del resto del mondo. Un giorno che avrebbe cambiato le sorti della Seconda guerra mondiale. Ma che cosa hanno in comune l’attacco a Pearl Harbor con quello alle Torri Gemelle? Molto. Più di quanto si possa immaginare. Soprattutto per quel che riguarda l’intelligence e la ragion di Stato. Anche se per quanto concerne l’11 settembre 2001 la verità è ancora lontana e difficilmente riusciremo a saperla in breve tempo. Resta il fatto che tutti e due i tragici accadimenti sono stati la scintilla che ha scatenato l’intervento militare statunitense. Insomma, almeno per quanto riguarda Pearl Harbor, una “scusa” necessaria, voluta e cercata nonostante l’alto tributo di sangue che ne sarebbe derivato. Un attacco proditorio ed impensabile fino a quel giorno, tranne che per Franklin Delano Roosevelt, il capitano di fregata Arthur McCollum ed i vertici dell’intelligence statunitense.
    Ma cosa c’entrano questi uomini con l’attacco scatenato dalle Flotte Combinate dell’Imperatore Hirohito? C’entrano per il semplice motivo che furono loro gli artefici di quello che passò alla storia come “l’attacco di Pearl Harbor”. La solita propaganda antiamericana propinata agli ignari lettori proprio mentre nel mondo infuriano guerra e distruzione?
    Nulla di tutto questo. La storia, si sa, ha i suoi tempi di “decantazione” e dopo molti anni rivela all’opinione pubblica quanto di più nascosto, ed indicibile, era riposto nel fondo degli scrigni della memoria ma, soprattutto, nel fondo degli archivi dei servizi segreti.
    Ogni nazione che si rispetti ha i suoi scheletri nell’armadio e Washington non fa eccezione. Il “grande inganno di Pearl Harbor” è forse uno dei più importanti. Inganno, che a ben guardare, sarebbe più esatto classificare come, rimanendo in tema con l’attualità dei nostri giorni, “la madre di tutti gli inganni”. Uno “splendido” lavoro dell’allora nascente intelligence statunitense.

    Il Freedom Of Information Act
    La verità di quel terribile 7 dicembre 1941, che tante similitudini sembra appunto avere con l’11 settembre 2001, era nascosta nelle pieghe delle migliaia di documenti classificati “Top Secret” che affollano gli archivi della Cia, del Fbi, del Pentagono, del Dipartimento di Stato, del servizio di intelligence della Us Navy, del più recente Nsa e della miriade di servizi segreti che costellano il panorama politico-militare statunitense.
    Se la verità su quell’improvviso (?) attacco giapponese alla flotta del Pacifico degli Stati Uniti è venuta a galla, lo si deve alla tenacia e a ben 14 anni di ricerche effettuate da Robert Stinnet, un giornalista americano, che ha rivelato al mondo come, nonostante le apparenze, non fu poi tutta colpa di Tokyo se Washington entrò in guerra. Nel libro “Day of deceit. The truth about Fdr and Pearl Harbor”, Stinnet mette a nudo il cinismo di quello che tutti gli americani, di ogni estrazione sociale, fede politica, razza e religione, consideravano (dopo Washington, Franklin e Lincoln) uno dei padri della patria. Fu infatti Roosevelt, senza ombra di dubbio, a condurre una vera e propria politica della provocazione per indurre l’Imperatore giapponese a firmare l’ordine d’attacco.
    Il presidente statunitense era costantemente al corrente di quanto stava accadendo e pur sapendo che la guerra era ormai alle porte si guardò bene dall’informare i comandi delle truppe di stanza alle isole Hawaii.
    Follia, incredulità, calcoli sbagliati? Nulla di tutto questo. Roosevelt voleva che tutto accadesse senza curarsi di danni e vittime. Effetti collaterali, come li chiameremmo oggi, necessari ad uno scopo irrinunciabile: l’entrata in guerra al fianco della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica. Insomma, la Casa Bianca lasciò deliberatamente che Tokyo attuasse indisturbata un atto di guerra nei suoi confronti per consentire al democratico ed anti-interventista (ma solo a fini elettorali) Roosevelt di entrare in guerra.

    Il memorandum che incrimina la Casa Bianca
    Nel marasma dei documenti analizzati ve ne è uno di particolare importanza: il Memorandum McCollum. Arthur H. McCollum, nato e vissuto in Giappone, da genitori americani, di cui conosceva usi costumi ma soprattutto la lingua e la mentalità, era un capitano di fregata della Marina statunitense e come tale aveva prestato servizio, seppur per un breve periodo, presso l’ambasciata Usa di Tokyo. McCollum, però era soprattutto un agente del Nio, il Naval Intelligence Office di Washington l’unico abilitato a fornire informazioni di intelligence e documenti di analisi strategica alla Casa Bianca. Fu proprio McCollum a fornire al presidente Roosevelt il Memorandum che lo convinse sulla necessità di sacrificare tante vite americane pur di avere l’opportunità di entrare in guerra contro la Germania e l’Italia degli odiati dittatori Hitler e Mussolini. Il 7 ottobre 1941, due mesi prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, l’agente del Nio entrò nella Sala Ovale della Casa Bianca consegnando al presidente statunitense quel documento che cambierà la storia. Sui pochi fogli redatti dall’ufficiale si ipotizzava uno scenario a dir poco apocalittico: l’Europa occupata dalle truppe nazi-fasciste e, con la sconfitta militare britannica, un quasi immediato “effetto domino” in America dove i territori posti sotto il controllo di Londra in America centrale, meridionale e nei Carabi ma anche il Canada sarebbero caduti nelle mani di Berlino così come la flotta del Mediterraneo e dell’Atlantico. Era ovvio che da un simile catastrofico scenario ad uno che prevedesse l’attacco diretto agli Usa il passo era breve. Era dunque evidente, e necessario, entrare in guerra al fianco di Londra se non altro per tenere lontana la guerra dal proprio territorio. C’era però un problema non da poco, per la Casa Bianca, da dover risolvere: come avrebbero preso una tale scelta gli elettori americani? Non certo bene a giudicare dai dati di un sondaggio effettuato nel settembre del 1940 (ad un anno dall’inizio della guerra in Europa) secondo il quale quasi il 90% degli americani era ben deciso a rimanere fuori dal conflitto. In più c’era una sorta di “patto” con la nazione da dover rispettare. Roosevelt aveva infatti assicurato gli elettori (“I assure you again, and again, and again…”), e le famiglie americane, che mai nessun “nessun ragazzo americano sarà sacrificato su campi di battaglia stranieri”.
    Come era possibile ovviare a questo problema di non poco conto? A fornire la risposta fu sempre il “Memorandum McCollum” (un documento simile a quello nel quale la Cia, 60 anni dopo, assicurava che l’Iraq di Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa). Si doveva provocare il Giappone e costringerlo ad attaccare gli Stati Uniti e, per effetto del “Patto Tripartito” firmato tra Germania, Italia e Giappone il 27 settembre del 1940 a Berlino, Washington sarebbe automaticamente scesa in guerra al fianco del cugino britannico contro il “RoBerTo” (una sorta di “stati canaglia” dell’epoca). In fondo Londra era rimasta l’unico baluardo alla straripante potenza delle forze dell’Asse che ora, con l’alleato giapponese, potevano espandere le loro mire anche nel Pacifico. Washington non poteva dunque rimanere a guardare.
    McCollum, dimostratosi un accorto stratega oltre ad un ottimo agente di intelligence propose al Presidente otto linee di azione per provocare l’inevitabile risposta di Tokyo:
    1 ) accordarsi con Londra per l’utilizzo della base navale di Singapore.
    2 ) Accordarsi con l’Olanda, il cui governo era in esilio in Gran Bretagna, per l’utilizzo delle basi nelle Indie olandesi (Sumatra, Borneo, Giava etc…).
    3 ) Incrementare gli aiuti al governo nazionalista cinese in guerra con il Giappone.
    4 ) Inviare incrociatori pesanti a ridosso delle acque territoriali giapponesi.
    5 ) Inviare sommergibili sempre nelle stesse acque di cui sopra.
    6 ) Mantenere la flotta americana, all’epoca nel Pacifico, a Pearl Harbor.
    7 ) Fare pressioni sull’Olanda affinché negasse le materie prime delle Indie Olandesi al Giappone, compreso il petrolio necessario per la guerra in Cina.
    8 ) Imporre un embargo totale al Giappone, d’intesa con Londra, per strangolare l’economia del Sol Levante.
    Roosevelt decise di applicare alla lettera l’elenco di “pressioni-provocazioni” intraprendendo una serie di azioni che porteranno poi all’attacco di Pearl Harbor ed al conseguente ingresso nel conflitto mondiale.

    Nel settembre 1940 Roosevelt fa approvare dal Congresso il “Draft Act” che gli conferisce la facoltà di aiutare la Gran Bretagna e di convertire le industrie nazionali alla produzione bellica.Nell’ottobre 1940 la Casa Bianca decide di trattenere alla Hawaii le navi di stanza nel Pacifico per un’esercitazione sguarnendo tutte le altre basi della costa continentale. Alla fine del 1940 scatta un embargo petrolifero congiunto al quale aderisce l’Olanda. Vengono avviate trattative che risulteranno poi volutamente inutili. Nel 1941, la Us Navy invia più volte incrociatori nelle acque territoriali giapponesi. Vibranti proteste di Tokyo. Nel febbraio 1941, viene ristrutturata la flotta americana. Fino ad allora unica, viene divisa in Flotta Atlantica e Flotta del Pacifico, questa agli ordini dell’ammiraglio Husband Kimmel. L’11 marzo 1941, il Congresso approva il Lend-Lease Act che attribuisce al presidente Usa la facoltà di aiutare tutti i paesi in guerra contro Italia, Germania e Giappone, con prestiti volti all’acquisto del materiale bellico che le industrie americane stavano producendo.

    Verso la guerra
    L’embargo petrolifero messo in atto dagli olandesi e dagli statunitensi cominciava a mettere alle corde il Giappone che cadde nel piano organizzato da Roosevelt. Le riserve scarseggiavano, e i negoziati stagnavano, a tal punto che il neo governo giapponese decise l’invasione delle Indie olandesi fonte di approvvigionamento. Prima dell’occupazione, però, bisognava “immobilizzare” la flotta statunitense. Era il settembre 1941 quando l’alto Ammiragliato giapponese, nella persona dell’ammiraglio Isoroku Yamamoto, cominciò a pianificare l’attacco che prevedeva due direttrici principali: la prima avrebbe colpito Pearl Harbor con una serie di bombardamenti aerei (come poi avvenne). La seconda, poche ore dopo le Hawaii, prevedeva lo sbarco anfibio di un’armata d’occupazione nelle Filippine (all’epoca colonia statunitense). Il 2 novembre dello stesso anno l’Imperatore Hirohito dà il proprio assenso. Tutto andava secondo i piani della Casa Bianca. Mancava solo un particolare: il fattore sorpresa. Nessuna forza statunitense avrebbe dovuto interferire con l’azione giapponese. Già il 3 novembre il piano nipponico divenne operativo. Cominciò un incessante scambio di messaggi cifrati tra ambasciate, consolati, comandi navali e di truppe. Venne anche individuata la baia di Hitokappu (nell’arcipelago delle Curili) come località di concentramento per la flotta che avrebbe attaccato Pearl Harbor.

    Le intercettazioni
    Tutti i messaggi vennero intercettati dallo “Splendid arrangement”, decriptati e consegnati a Roosevelt e a “pochissimi intimi”. Durante le intercettazioni si venne a scoprire anche il punto geografico di raduno della flotta giapponese.
    L’unico a non sapere dei movimenti e delle intenzioni nipponiche era proprio l’ammiraglio Kimmel che da poco aveva assunto il comando della flotta americana del Pacifico trattenuta a Pearl Harbor come esca. Anche se era cosciente che la concentrazione rappresentava un pericolo. Ne era talmente convinto che decise di organizzare un’esercitazione navale di 4 giorni, dal 21 al 24 novembre, “Exercise 191” dove si prevedeva un attacco nipponico alla flotta di stanza alle Hawaii. Ma quindici ore prima dell’inizio Washington ordinò a Kimmel di fare dietrofront e rientrare in porto con la flotta proprio per non “provocare i giapponesi”! L’esercitazione, insomma, non si doveva fare.
    Il 26 novembre la flotta imperiale giapponese, al comando del vice ammiraglio Chuichi Nagumo, salpa le ancore verso il suo obiettivo.
    Trentuno navi, tra cui 6 portaerei con 423 aerei, solcavano il mare verso la guerra. L’arrivo sull’obiettivo doveva avvenire poco dopo l’orario d’inizio ufficiale delle ostilità, non ancora fissata. L’obiettivo dell’attacco venne “intercettato” da Washington il giorno prima della partenza della flotta giapponese, cioè il 24 novembre (il 23 data delle Hawaii): mancava solo la data finale dell’attacco che Tokyo non aveva comunicato nemmeno ai vertici militari. A Kimmel venne comunicato soltanto una vaga notizia riguardante una flotta giapponese salpata da Hitokappu con probabile destinazione le Filippine o la Malacca.

    Le strane manovre di Washington
    Nel Pacifico c’erano tre grandi portaerei americane, due a Pearl Harbor, la Lexington e la Enterprise e una a San Diego, la Saratoga. Il 28 novembre Washington dà l’ordine di partenza alla Enterprise, e ad 11 navi da scorta tra incrociatori e cacciatorpediniere. Il loro compito era quello di portare 12 aerei ai marine di stanza nell’isola di Wake (molto distante dalle Hawaii). Il 5 dicembre riceve un altro ordine da Washington la Lexington. Anche per lei aerei da consegnare ai marine. Stavolta sono 18 con destinazione le Midway. Con lei partono alte 8 navi di scorta. Con queste apparentemente inutili missioni Washington aveva messo in salvo tutte le portaerei e altre 21 modernissime navi da guerra. A Pearl Harbor rimangono 90 unità, tutte relativamente vecchie comprese 8 corazzate con oltre trent’anni di “carriera”.
    Facciamo un passo indietro e torniamo alla fine di novembre. Il 27 il capo di Stato Maggiore dell’esercito, generale Marshall, invia un messaggio al tenente generale Short nel quale si annuncia un non meglio precisato attacco giapponese, ma che il governo “desiderava” che fosse Tokyo a fare il “primo passo”. Dunque, mettere in stato d’allerta le truppe ma non la popolazione. Il giorno seguente lo stesso identico messaggio giunge all’ammiraglio Kimmel.
    Allarmare le truppe senza dare nell’occhio a presunte spie giapponesi ma, soprattutto, alla popolazione era veramente arduo. Così i due comandi militari decisero per un basso profilo.

    Gli ultimi atti
    Intanto la flotta giapponese era incappata in una tempesta che aveva letteralmente disperso la formazione tanto da rendere impossibile lo scambio di messaggi luminosi tra nave e nave. Il 30 novembre il vice ammiraglio Nagumo si vede costretto a interrompere il silenzio radio per ricompattare la flotta d’attacco. I messaggi radio vennero puntualmente intercettati, decriptati e inviati a Roosevelt. Tutto questo, però, venne tenuto segreto a Kimmel e a Short. Il 2 dicembre l’ammiraglio Yamamoto trasmette via radio una frase: “Niitaka-yama nobore 12 08” (scalare il monte Niitaka l’8 dicembre). Era l’ordine d’attacco fissato per l’8 dicembre (il 7, data di Tokyo). Nemmeno questo messaggio venne consegnato a Kimmel e Short. E non furono informati nemmeno dei 4 cablogrammi trasmessi in codice “purple” tra Tokyo e l’ambasciatore a Washington, intercettati dall’intelligence Usa. I primi due contenevano una comunicazione a Washington suddivisa in 13 parti nella quale si poneva fine ad ogni tipo di negoziato. Il terzo ed il quarto, trasmessi la mattina del 7 dicembre, contenevano la quattordicesima parte nella quale si comunicava la rottura delle relazioni diplomatiche e l’ordine di consegnare la dichiarazione i guerra un ora prima dell’attacco, cioè alle 13,00 ora di Washington. Queste ultime due parti furono poste in visione a Roosevelt alle ore 10,00, 4 ore prima l’attacco. Sulla base di tali informazioni il comando generale statunitense compilò un messaggio d’allerta per le Hawaii. Messaggi che “inspiegabilmente” giunsero a destinazione ad attacco avvenuto. Il 16 dicembre l’ammiraglio Kimmel ed il tenente generale Short, inconsapevoli vittime delle manovre di Roosevelt, vengono rimossi dall’incarico e degradati per negligenza nel comando. In fondo la ragion di Stato conta più della buonafede delle persone.
    Stefano Schiavi

    Pearl Harbor: il grande inganno di Franklin Delano Roosevelt ? Storia In Rete
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  3. #3
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    Predefinito Re: Come la guerra economica americana provocò l’attacco a Pearl Harbor

    l'intenzione di provocare una guerra in realtà non c'era da parte USA, ma c'era sicuramente uno scontro di interessi

    c'erano ovviamente le divergenze economiche, questo perchè agli USA e il Giappone interessavano il Sud Est asiatico

    ma che ci sia una sorta di complotto assolutamente no, gli USA sottovalutarono l'attacco Giapponese a Pearl Harbur, perchè pensavano che attaccavano le Filippine, dopotutto la Guerra mondiale era già scoppiata è normale che gli USA già preparavano le manovre per la Guerra
    (Gv 3, 20-21)
    Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio

  4. #4
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    Predefinito Re: Come la guerra economica americana provocò l’attacco a Pearl Harbor

    Se permetti, dissento e visto che ci siamo, la sintesi qui sopra, potrà non piacere, potrà non essere giusta, potra non essere condivisibile, ma non si può dire che non sia correttamente circostanziata e avvalorata da tutta una serie di ragionamenti e di prove, insomma, ci cedo a quello che dici, ma questo non basta, gradirei comprendere quali elementi riscontrabili ti abbiano portato alla tua stringata conclusione.
    Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti.
    Eraclito


    VUOI SAPERE COS'E' L'ANTIFASCISMO? E' non avere cura del Creato, disboscando, inquinando, cementificando tutto nel nome dello Sviluppo.

  5. #5
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    Predefinito Re: Come la guerra economica americana provocò l’attacco a Pearl Harbor

    Citazione Originariamente Scritto da Haxel Visualizza Messaggio
    l'intenzione di provocare una guerra in realtà non c'era da parte USA, ma c'era sicuramente uno scontro di interessi

    c'erano ovviamente le divergenze economiche, questo perchè agli USA e il Giappone interessavano il Sud Est asiatico

    ma che ci sia una sorta di complotto assolutamente no, gli USA sottovalutarono l'attacco Giapponese a Pearl Harbur, perchè pensavano che attaccavano le Filippine, dopotutto la Guerra mondiale era già scoppiata è normale che gli USA già preparavano le manovre per la Guerra
    Diciamo che le opinioni possono essere diverse, vedendo come poi le cose si sono sviluppate, direi che l'ipotesi di una provocazione americana è la più probabile.
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  6. #6
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    Predefinito Re: Come la guerra economica americana provocò l’attacco a Pearl Harbor

    Citazione Originariamente Scritto da ULTIMA LEGIONE Visualizza Messaggio
    Sull’11 settembre 2001 molti hanno suggerito spiegazioni complottiste. Pochi invece hanno parlato del grande inganno della Casa Bianca dietro l’attacco giapponese di Pearl Harbor, laddove i documenti dimostrano ampiamente come davvero – in quel caso – la presidenza americana volle, cercò ed ottenne un attacco proditorio da parte dei giapponesi per avere un casus belli in grado di trascinare l’intera nazione americana in un’avventura bellica.
    di Stefano Schiavi

    L’11 settembre 2001 è una delle tante date storiche per gli Stati Uniti e per il mondo intero. Un giorno che difficilmente potrà essere dimenticato e che verrà celebrato nei libri di scuola come l’inizio del grande scontro tra l’Occidente e l’integralismo islamico. Un giorno che grida vendetta e che ha inorridito il mondo. Proprio come l’alba del 7 dicembre 1941. Un giorno come tanti per le isole Hawaii dove il clamore della guerra non giunge nemmeno attraverso la radio. Gli Stati Uniti del New Deal sono tranquilli, il presidente Franklin Delano Roosevelt ha assicurato che non entrerà in guerra al fianco dei cugini britannici che laggiù, in Europa, rischiano seriamente di capitolare dinanzi la forza distruttrice delle truppe di Adolf Hitler. Il non intervento era stato uno dei cavalli di battaglia per la terza rielezione del presidente che era riuscito a dare un nuovo corso a quell’America uscita con le ossa rotte dalla catastrofe economico-finanziaria che era stata la grande depressione del 1929.
    Eppure quel giorno di routine come tanti, sarebbe entrato nella storia degli Stati Uniti e del resto del mondo. Un giorno che avrebbe cambiato le sorti della Seconda guerra mondiale. Ma che cosa hanno in comune l’attacco a Pearl Harbor con quello alle Torri Gemelle? Molto. Più di quanto si possa immaginare. Soprattutto per quel che riguarda l’intelligence e la ragion di Stato. Anche se per quanto concerne l’11 settembre 2001 la verità è ancora lontana e difficilmente riusciremo a saperla in breve tempo. Resta il fatto che tutti e due i tragici accadimenti sono stati la scintilla che ha scatenato l’intervento militare statunitense. Insomma, almeno per quanto riguarda Pearl Harbor, una “scusa” necessaria, voluta e cercata nonostante l’alto tributo di sangue che ne sarebbe derivato. Un attacco proditorio ed impensabile fino a quel giorno, tranne che per Franklin Delano Roosevelt, il capitano di fregata Arthur McCollum ed i vertici dell’intelligence statunitense.
    Ma cosa c’entrano questi uomini con l’attacco scatenato dalle Flotte Combinate dell’Imperatore Hirohito? C’entrano per il semplice motivo che furono loro gli artefici di quello che passò alla storia come “l’attacco di Pearl Harbor”. La solita propaganda antiamericana propinata agli ignari lettori proprio mentre nel mondo infuriano guerra e distruzione?
    Nulla di tutto questo. La storia, si sa, ha i suoi tempi di “decantazione” e dopo molti anni rivela all’opinione pubblica quanto di più nascosto, ed indicibile, era riposto nel fondo degli scrigni della memoria ma, soprattutto, nel fondo degli archivi dei servizi segreti.
    Ogni nazione che si rispetti ha i suoi scheletri nell’armadio e Washington non fa eccezione. Il “grande inganno di Pearl Harbor” è forse uno dei più importanti. Inganno, che a ben guardare, sarebbe più esatto classificare come, rimanendo in tema con l’attualità dei nostri giorni, “la madre di tutti gli inganni”. Uno “splendido” lavoro dell’allora nascente intelligence statunitense.

    Il Freedom Of Information Act
    La verità di quel terribile 7 dicembre 1941, che tante similitudini sembra appunto avere con l’11 settembre 2001, era nascosta nelle pieghe delle migliaia di documenti classificati “Top Secret” che affollano gli archivi della Cia, del Fbi, del Pentagono, del Dipartimento di Stato, del servizio di intelligence della Us Navy, del più recente Nsa e della miriade di servizi segreti che costellano il panorama politico-militare statunitense.
    Se la verità su quell’improvviso (?) attacco giapponese alla flotta del Pacifico degli Stati Uniti è venuta a galla, lo si deve alla tenacia e a ben 14 anni di ricerche effettuate da Robert Stinnet, un giornalista americano, che ha rivelato al mondo come, nonostante le apparenze, non fu poi tutta colpa di Tokyo se Washington entrò in guerra. Nel libro “Day of deceit. The truth about Fdr and Pearl Harbor”, Stinnet mette a nudo il cinismo di quello che tutti gli americani, di ogni estrazione sociale, fede politica, razza e religione, consideravano (dopo Washington, Franklin e Lincoln) uno dei padri della patria. Fu infatti Roosevelt, senza ombra di dubbio, a condurre una vera e propria politica della provocazione per indurre l’Imperatore giapponese a firmare l’ordine d’attacco.
    Il presidente statunitense era costantemente al corrente di quanto stava accadendo e pur sapendo che la guerra era ormai alle porte si guardò bene dall’informare i comandi delle truppe di stanza alle isole Hawaii.
    Follia, incredulità, calcoli sbagliati? Nulla di tutto questo. Roosevelt voleva che tutto accadesse senza curarsi di danni e vittime. Effetti collaterali, come li chiameremmo oggi, necessari ad uno scopo irrinunciabile: l’entrata in guerra al fianco della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica. Insomma, la Casa Bianca lasciò deliberatamente che Tokyo attuasse indisturbata un atto di guerra nei suoi confronti per consentire al democratico ed anti-interventista (ma solo a fini elettorali) Roosevelt di entrare in guerra.

    Il memorandum che incrimina la Casa Bianca
    Nel marasma dei documenti analizzati ve ne è uno di particolare importanza: il Memorandum McCollum. Arthur H. McCollum, nato e vissuto in Giappone, da genitori americani, di cui conosceva usi costumi ma soprattutto la lingua e la mentalità, era un capitano di fregata della Marina statunitense e come tale aveva prestato servizio, seppur per un breve periodo, presso l’ambasciata Usa di Tokyo. McCollum, però era soprattutto un agente del Nio, il Naval Intelligence Office di Washington l’unico abilitato a fornire informazioni di intelligence e documenti di analisi strategica alla Casa Bianca. Fu proprio McCollum a fornire al presidente Roosevelt il Memorandum che lo convinse sulla necessità di sacrificare tante vite americane pur di avere l’opportunità di entrare in guerra contro la Germania e l’Italia degli odiati dittatori Hitler e Mussolini. Il 7 ottobre 1941, due mesi prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, l’agente del Nio entrò nella Sala Ovale della Casa Bianca consegnando al presidente statunitense quel documento che cambierà la storia. Sui pochi fogli redatti dall’ufficiale si ipotizzava uno scenario a dir poco apocalittico: l’Europa occupata dalle truppe nazi-fasciste e, con la sconfitta militare britannica, un quasi immediato “effetto domino” in America dove i territori posti sotto il controllo di Londra in America centrale, meridionale e nei Carabi ma anche il Canada sarebbero caduti nelle mani di Berlino così come la flotta del Mediterraneo e dell’Atlantico. Era ovvio che da un simile catastrofico scenario ad uno che prevedesse l’attacco diretto agli Usa il passo era breve. Era dunque evidente, e necessario, entrare in guerra al fianco di Londra se non altro per tenere lontana la guerra dal proprio territorio. C’era però un problema non da poco, per la Casa Bianca, da dover risolvere: come avrebbero preso una tale scelta gli elettori americani? Non certo bene a giudicare dai dati di un sondaggio effettuato nel settembre del 1940 (ad un anno dall’inizio della guerra in Europa) secondo il quale quasi il 90% degli americani era ben deciso a rimanere fuori dal conflitto. In più c’era una sorta di “patto” con la nazione da dover rispettare. Roosevelt aveva infatti assicurato gli elettori (“I assure you again, and again, and again…”), e le famiglie americane, che mai nessun “nessun ragazzo americano sarà sacrificato su campi di battaglia stranieri”.
    Come era possibile ovviare a questo problema di non poco conto? A fornire la risposta fu sempre il “Memorandum McCollum” (un documento simile a quello nel quale la Cia, 60 anni dopo, assicurava che l’Iraq di Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa). Si doveva provocare il Giappone e costringerlo ad attaccare gli Stati Uniti e, per effetto del “Patto Tripartito” firmato tra Germania, Italia e Giappone il 27 settembre del 1940 a Berlino, Washington sarebbe automaticamente scesa in guerra al fianco del cugino britannico contro il “RoBerTo” (una sorta di “stati canaglia” dell’epoca). In fondo Londra era rimasta l’unico baluardo alla straripante potenza delle forze dell’Asse che ora, con l’alleato giapponese, potevano espandere le loro mire anche nel Pacifico. Washington non poteva dunque rimanere a guardare.
    McCollum, dimostratosi un accorto stratega oltre ad un ottimo agente di intelligence propose al Presidente otto linee di azione per provocare l’inevitabile risposta di Tokyo:
    1 ) accordarsi con Londra per l’utilizzo della base navale di Singapore.
    2 ) Accordarsi con l’Olanda, il cui governo era in esilio in Gran Bretagna, per l’utilizzo delle basi nelle Indie olandesi (Sumatra, Borneo, Giava etc…).
    3 ) Incrementare gli aiuti al governo nazionalista cinese in guerra con il Giappone.
    4 ) Inviare incrociatori pesanti a ridosso delle acque territoriali giapponesi.
    5 ) Inviare sommergibili sempre nelle stesse acque di cui sopra.
    6 ) Mantenere la flotta americana, all’epoca nel Pacifico, a Pearl Harbor.
    7 ) Fare pressioni sull’Olanda affinché negasse le materie prime delle Indie Olandesi al Giappone, compreso il petrolio necessario per la guerra in Cina.
    8 ) Imporre un embargo totale al Giappone, d’intesa con Londra, per strangolare l’economia del Sol Levante.
    Roosevelt decise di applicare alla lettera l’elenco di “pressioni-provocazioni” intraprendendo una serie di azioni che porteranno poi all’attacco di Pearl Harbor ed al conseguente ingresso nel conflitto mondiale.

    Nel settembre 1940 Roosevelt fa approvare dal Congresso il “Draft Act” che gli conferisce la facoltà di aiutare la Gran Bretagna e di convertire le industrie nazionali alla produzione bellica.Nell’ottobre 1940 la Casa Bianca decide di trattenere alla Hawaii le navi di stanza nel Pacifico per un’esercitazione sguarnendo tutte le altre basi della costa continentale. Alla fine del 1940 scatta un embargo petrolifero congiunto al quale aderisce l’Olanda. Vengono avviate trattative che risulteranno poi volutamente inutili. Nel 1941, la Us Navy invia più volte incrociatori nelle acque territoriali giapponesi. Vibranti proteste di Tokyo. Nel febbraio 1941, viene ristrutturata la flotta americana. Fino ad allora unica, viene divisa in Flotta Atlantica e Flotta del Pacifico, questa agli ordini dell’ammiraglio Husband Kimmel. L’11 marzo 1941, il Congresso approva il Lend-Lease Act che attribuisce al presidente Usa la facoltà di aiutare tutti i paesi in guerra contro Italia, Germania e Giappone, con prestiti volti all’acquisto del materiale bellico che le industrie americane stavano producendo.

    Verso la guerra
    L’embargo petrolifero messo in atto dagli olandesi e dagli statunitensi cominciava a mettere alle corde il Giappone che cadde nel piano organizzato da Roosevelt. Le riserve scarseggiavano, e i negoziati stagnavano, a tal punto che il neo governo giapponese decise l’invasione delle Indie olandesi fonte di approvvigionamento. Prima dell’occupazione, però, bisognava “immobilizzare” la flotta statunitense. Era il settembre 1941 quando l’alto Ammiragliato giapponese, nella persona dell’ammiraglio Isoroku Yamamoto, cominciò a pianificare l’attacco che prevedeva due direttrici principali: la prima avrebbe colpito Pearl Harbor con una serie di bombardamenti aerei (come poi avvenne). La seconda, poche ore dopo le Hawaii, prevedeva lo sbarco anfibio di un’armata d’occupazione nelle Filippine (all’epoca colonia statunitense). Il 2 novembre dello stesso anno l’Imperatore Hirohito dà il proprio assenso. Tutto andava secondo i piani della Casa Bianca. Mancava solo un particolare: il fattore sorpresa. Nessuna forza statunitense avrebbe dovuto interferire con l’azione giapponese. Già il 3 novembre il piano nipponico divenne operativo. Cominciò un incessante scambio di messaggi cifrati tra ambasciate, consolati, comandi navali e di truppe. Venne anche individuata la baia di Hitokappu (nell’arcipelago delle Curili) come località di concentramento per la flotta che avrebbe attaccato Pearl Harbor.

    Le intercettazioni
    Tutti i messaggi vennero intercettati dallo “Splendid arrangement”, decriptati e consegnati a Roosevelt e a “pochissimi intimi”. Durante le intercettazioni si venne a scoprire anche il punto geografico di raduno della flotta giapponese.
    L’unico a non sapere dei movimenti e delle intenzioni nipponiche era proprio l’ammiraglio Kimmel che da poco aveva assunto il comando della flotta americana del Pacifico trattenuta a Pearl Harbor come esca. Anche se era cosciente che la concentrazione rappresentava un pericolo. Ne era talmente convinto che decise di organizzare un’esercitazione navale di 4 giorni, dal 21 al 24 novembre, “Exercise 191” dove si prevedeva un attacco nipponico alla flotta di stanza alle Hawaii. Ma quindici ore prima dell’inizio Washington ordinò a Kimmel di fare dietrofront e rientrare in porto con la flotta proprio per non “provocare i giapponesi”! L’esercitazione, insomma, non si doveva fare.
    Il 26 novembre la flotta imperiale giapponese, al comando del vice ammiraglio Chuichi Nagumo, salpa le ancore verso il suo obiettivo.
    Trentuno navi, tra cui 6 portaerei con 423 aerei, solcavano il mare verso la guerra. L’arrivo sull’obiettivo doveva avvenire poco dopo l’orario d’inizio ufficiale delle ostilità, non ancora fissata. L’obiettivo dell’attacco venne “intercettato” da Washington il giorno prima della partenza della flotta giapponese, cioè il 24 novembre (il 23 data delle Hawaii): mancava solo la data finale dell’attacco che Tokyo non aveva comunicato nemmeno ai vertici militari. A Kimmel venne comunicato soltanto una vaga notizia riguardante una flotta giapponese salpata da Hitokappu con probabile destinazione le Filippine o la Malacca.

    Le strane manovre di Washington
    Nel Pacifico c’erano tre grandi portaerei americane, due a Pearl Harbor, la Lexington e la Enterprise e una a San Diego, la Saratoga. Il 28 novembre Washington dà l’ordine di partenza alla Enterprise, e ad 11 navi da scorta tra incrociatori e cacciatorpediniere. Il loro compito era quello di portare 12 aerei ai marine di stanza nell’isola di Wake (molto distante dalle Hawaii). Il 5 dicembre riceve un altro ordine da Washington la Lexington. Anche per lei aerei da consegnare ai marine. Stavolta sono 18 con destinazione le Midway. Con lei partono alte 8 navi di scorta. Con queste apparentemente inutili missioni Washington aveva messo in salvo tutte le portaerei e altre 21 modernissime navi da guerra. A Pearl Harbor rimangono 90 unità, tutte relativamente vecchie comprese 8 corazzate con oltre trent’anni di “carriera”.
    Facciamo un passo indietro e torniamo alla fine di novembre. Il 27 il capo di Stato Maggiore dell’esercito, generale Marshall, invia un messaggio al tenente generale Short nel quale si annuncia un non meglio precisato attacco giapponese, ma che il governo “desiderava” che fosse Tokyo a fare il “primo passo”. Dunque, mettere in stato d’allerta le truppe ma non la popolazione. Il giorno seguente lo stesso identico messaggio giunge all’ammiraglio Kimmel.
    Allarmare le truppe senza dare nell’occhio a presunte spie giapponesi ma, soprattutto, alla popolazione era veramente arduo. Così i due comandi militari decisero per un basso profilo.

    Gli ultimi atti
    Intanto la flotta giapponese era incappata in una tempesta che aveva letteralmente disperso la formazione tanto da rendere impossibile lo scambio di messaggi luminosi tra nave e nave. Il 30 novembre il vice ammiraglio Nagumo si vede costretto a interrompere il silenzio radio per ricompattare la flotta d’attacco. I messaggi radio vennero puntualmente intercettati, decriptati e inviati a Roosevelt. Tutto questo, però, venne tenuto segreto a Kimmel e a Short. Il 2 dicembre l’ammiraglio Yamamoto trasmette via radio una frase: “Niitaka-yama nobore 12 08” (scalare il monte Niitaka l’8 dicembre). Era l’ordine d’attacco fissato per l’8 dicembre (il 7, data di Tokyo). Nemmeno questo messaggio venne consegnato a Kimmel e Short. E non furono informati nemmeno dei 4 cablogrammi trasmessi in codice “purple” tra Tokyo e l’ambasciatore a Washington, intercettati dall’intelligence Usa. I primi due contenevano una comunicazione a Washington suddivisa in 13 parti nella quale si poneva fine ad ogni tipo di negoziato. Il terzo ed il quarto, trasmessi la mattina del 7 dicembre, contenevano la quattordicesima parte nella quale si comunicava la rottura delle relazioni diplomatiche e l’ordine di consegnare la dichiarazione i guerra un ora prima dell’attacco, cioè alle 13,00 ora di Washington. Queste ultime due parti furono poste in visione a Roosevelt alle ore 10,00, 4 ore prima l’attacco. Sulla base di tali informazioni il comando generale statunitense compilò un messaggio d’allerta per le Hawaii. Messaggi che “inspiegabilmente” giunsero a destinazione ad attacco avvenuto. Il 16 dicembre l’ammiraglio Kimmel ed il tenente generale Short, inconsapevoli vittime delle manovre di Roosevelt, vengono rimossi dall’incarico e degradati per negligenza nel comando. In fondo la ragion di Stato conta più della buonafede delle persone.
    Stefano Schiavi

    Pearl Harbor: il grande inganno di Franklin Delano Roosevelt ? Storia In Rete


    Bello e ben fatto, grazie.
    Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti.
    Eraclito


    VUOI SAPERE COS'E' L'ANTIFASCISMO? E' non avere cura del Creato, disboscando, inquinando, cementificando tutto nel nome dello Sviluppo.

 

 

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