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Da Garibaldi a Gomorra, viaggio nella “questione meridionale”/ 2
La Rivoluzione del 1799
Fu il duca di Medinaceli, penultimo viceré di Napoli, a riunire nel Palazzo Reale, dal 1698 al 1701, gli intellettuali meridionali nell’Accademia che proprio da lui avrebbe preso nome. Gli studiosi chiamati a raccolta dal Medinaceli non si lasciarono sfuggire l’occasione di suggerire ad una persona tanto più potente di loro le norme del buon governo e lo fecero, pur con mille cautele. Le loro lezioni restano il primo segno di un pensiero civile autonomo nel Mezzogiorno, affermando un principio che ancor oggi non tramonta, con cui si invita chi governa a non essere ignorante e ad assecondare le naturali attitudini del proprio popolo, conquistandone il libero consenso con l’altezza delle leggi.
«Gli accademici di Medinaceli - osserva Michele Rack - distinguono l’etica dell’individuo da quella della collettività, ma non ne risolvono il rapporto. Non lo farà nemmeno Giambattista Vico che, comunque, verrà abbagliato, seguendo proprio le lezioni dell’Accademia, dal corso della Storia per cui i grandi imperi nascono e muoiono come le etiche. Tuttavia, in questo perenne cambiamento c’è qualcosa che non muta e cioè il diritto delle genti di essere bene amministrate avvicinandosi per questa via alla felicità».
Una lezione, questa, che Gaetano Filangieri raccoglierà attraverso la mediazione degli illuministi siciliani nella sua Scienza della Legislazione, per trasmetterla ai patrioti napoletani del 1799, primo fra tutti Francesco Mario Pagano che, accantonando per la prima volta la prudente posizione degli intellettuali meridionali, decide di assumere una diretta responsabilità di governo nella Repubblica Napoletana.
«Gli illuministi napoletani - nota Rack- si decidono nel 1799 ad agire, lasciandosi alle spalle l’incerto mestiere di consiglieri del principe perché capiscono che, volendo solo dar consigli a chi governa, corrono comunque il rischio di essere considerati da chi detiene il potere solo dei “grilli parlanti”, tanto che un celebre adagio napoletano ammonisce da sempre che, se i consigli valessero veramente qualcosa, sarebbero o ascoltati o pagati!».
Sulla Rivoluzione napoletana si è soffermato con particolare lucidità Michel Vovelle, professore emerito alla Sorbona:
«Dalla scoperta progressiva che i francesi fecero della Rivoluzione napoletana nacque in loro una presa di coscienza tragica che nella primavera-estate del 1799 li spinse a gridare che “la Rivoluzione di Napoli è la nostra Rivoluzione! Le notizie che allora arrivavano da Napoli erano riprese dai giornali e rimbalzavano in assemblea. Fu questa Francia a identificarsi con l’esperienza tragica di Napoli ed essa sperò fino alla fine, e anche al di là di questa, anche dopo la caduta di Napoli, che la Rivoluzione nel Mezzogiorno si potesse ancora difendere. Quanto alle differenze tra le due Rivoluzioni, se quella francese sperimentò per prima uno spirito nuovo e una nuova identità, quella napoletana germogliò da sola, voluta ed iniziata dai patrioti meridionali che, al pari di quelli francesi, avevano raccolto l’eredità dell’Illuminismo. La Rivoluzione napoletana trovò radici profonde nell’assetto sociale delle campagne che era pesantemente condizionato dalla feudalità, tanto che ci si domanda perché mai una tale situazione di carattere prerivoluzionario non abbia dato luogo spontaneamente ad un rivolgimento della società. Ciò dipese dalla circostanza che nel Mezzogiorno mancò, tra élite illuminata -che includeva anche esponenti dell’aristocrazia- e la plebe -espressa a livello urbano dai “lazzaroni”- quella classe sociale intermedia che in Francia fu costituita dai “sanculotti”, i piccoli contadini proprietari che, collegandosi tra di loro, condizionarono il corso degli eventi. Naturalmente gravarono su Napoli non solamente i condizionamenti socio-economici, ma anche quelli culturali, questi ultimi riconoscibili nella pesante presenza della religione e nel diffuso analfabetismo popolare che impedirono il crearsi dei presupposti stessi per l’ingresso delle masse nella Rivoluzione».
La Repubblica napoletana dura meno di sei mesi, dopo i quali sui patrioti si riversa la vendetta selvaggia di Ferdinando IV di Borbone, tornato, con l’aiuto inglese, in quella Napoli da dove era fuggito come un ladro di notte. Non si conteranno gli intellettuali saliti sul patibolo in quella carneficina che avrebbe privato l’intero Mezzogiorno delle migliori intelligenze, concorrendo al ritardato sviluppo delle regioni meridionali. Quella violenza selvaggia, che nemmeno i vincitori del secondo conflitto mondiale avrebbero esercitato sugli scienziati dell’Asse, scava un solco incolmabile tra i Borbone e la parte migliore dei loro sudditi, un baratro che l’ambiguo comportamento di Ferdinando II nel 1848 avrebbe approfondito ancora di più, fino a convincere i liberali meridionali che solo l’unificazione sabauda della Penisola avrebbe potuto porre rimedio al disastro civile del Mezzogiorno.
«I patrioti meridionali fautori dell’Unità italiana - spiega Giuseppe Galasso - avevano puntato decisamente sulla formazione del nuovo Stato nazionale, visto come strumento per superare le arretratezze del Mezzogiorno. Per la classe dirigente di allora, liberale o democratica che fosse, lo Stato nazionale non passava sopra la testa delle popolazioni meridionali, non solo perché c’era stato il Plebiscito che, pur con tutto il suo dubbio valore, conservava tuttavia un proprio significato, ma soprattutto perché lo stesso Stato liberal-nazionale era lo strumento che questa classe credeva, in nome della cultura, di mettere al servizio del progresso meridionale».
L’esodo dei contadini nel secondo dopoguerra
Pur apprezzando le intenzioni dei patrioti meridionali che presero parte attiva al Risorgimento nazionale, molti dei loro auspici sarebbero stati traditi proprio dallo Stato unitario che, sceso a patti coi latifondisti del Mezzogiorno, poco avrebbe fatto per l’emancipazione delle plebi rurali, le cui condizioni sarebbero peggiorate nel corso del ventennio fascista, al di là della propaganda di parte. Infatti, negli anni Venti e Trenta del Novecento era peggiorato nel Mezzogiorno il già precario rapporto tra popolazione e risorse per il blocco dell’emigrazione ed il conseguente forte aumento demografico. Rispetto al primo Dopoguerra gli abitanti del Sud passano da 12 a 16 milioni, aumentando di 1/3 e questo innesca la crisi del regime fascista che sperimenta, già nella prima fase della guerra, esplosioni di collera popolare dai tratti antichi, spesso guidati da donne: in qualche caso assalto ai municipi, all’ufficio ammassi, alla stazione dei carabinieri.
In questo quadro sopraggiungono l’8 settembre, il disfacimento dello Stato e lo sbarco alleato a Salerno. Su questo sfondo comune tornano ad incrociarsi due Italie, talora estranee ed ostili l’una all’altra.
«Quando verrà il 25 aprile del 1945 - osserva Enzo Forcella - l’Italia liberata prima della Liberazione ha già vissuto tre crisi di governo, lo sfilacciamento dell’unità antifascista, il fallimento dell’epurazione, gli effetti devastanti di un’inflazione massiccia, la riorganizzazione delle forze moderate, la repressione dei primi moti contadini».
Il Regno del Sud era stato liberato dai nazi-fascisti, ma non dalla sua atavica debolezza.
«Qui -sottolinea Guido Crainz - la speranza della fame finita sarà presto delusa: quasi completamente inerte l’industria, da sempre povera ed ora disastrata l’agricoltura. E intanto cresce la fame».
La fuga dei giovani
Il 27 marzo 1945 Francesco Chilanti in un articolo dal titolo emblematico, “La miseria sale sul treno. Un viaggio da Roma a Reggio Calabria”, fa la cronaca del viaggio:
«Poi viene la sera tra le rupi e il mare di Calabria. Altri bambini, altre donne, pensose e cupe, rincorrono il treno che rallenta; vendono arance, sigarette e vino. Ma i loro visi sono emaciati e nessuna solidarietà li unisce…Più tardi, nell’ombra della notte, ombre di uomini sovraccarichi di sacchi aspettano che il treno rallenti. Sono i contrabbandieri calabresi, coloro cioè che fanno il più pericoloso ed il meno redditizio anello della catena del mercato clandestino che porta l’olio fino a Roma».
Da questo scenario di miseria fuggono le popolazioni meridionali nel secondo dopoguerra, in una seconda secessione forse meno dolorosa di quella postunitaria, ma certamente essa pure senza scampo.
Col miracolo economico degli anni Sessanta gli addetti all’agricoltura si riducono al 18,4 della popolazione attiva, ormai prevalentemente occupata nei settori della trasformazione e dei servizi.
L’esodo dalle campagne colpisce le aree più marginali del Centro e del Nord, ma diventa un’emorragia soprattutto nel Mezzogiorno, dove intere contrade vengono abbandonate e addirittura sembrano svanire nel nulla, lasciate morire dalla fuga di cinque milioni di residenti, partiti alla volta del triangolo industriale o di altri paesi europei o d’Oltreoceano.
In particolare sono i giovani che se ne vanno, lasciando il Mezzogiorno in balia del clientelismo e del malaffare e per di più anche senza la speranza di un riscatto!
Il Meridione nella morsa della delinquenza organizzata
La Criminalità organizzata per il Sud è nello stesso tempo causa e conseguenza di sottosviluppo.
Amartja K. Sen, nella raccolta di saggi che compongono La ricchezza della ragione osserva che il ruolo ricoperto dalla mafia nella corruzione, negli omicidi e in altri crimini, la rendono uno dei più grandi flagelli in Italia ed altrove.
Dobbiamo tuttavia capire - egli aggiunge - le basi economiche dell’influenza della mafia, affiancando al riconoscimento delle bombe e delle pistole una comprensione di alcune delle attività economiche che rendono la mafia una parte funzionalmente rilevante dell’economia.
Questa importanza funzionale, sostiene Piero Luigi Vigna (in un suo intervento alla PRIMA GIORNATA DEL MEZZOGIORNO, convegno tenuto a Napoli nel giugno del 2007 presso l’ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI) verrebbe meno nel momento in cui l’influenza congiunta della garanzia legale del rispetto dei contratti e di una conformità di comportamenti basati sulla fiducia reciproca rendessero ridondante, sotto questo profilo, il ruolo della mafia. La stessa “globalizzazione” è stata accompagnata da uno spiccato aumento della criminalità transnazionale che si manifesta in sempre più molteplici forme e che, poiché la società vive nella paura del crimine organizzato, quei delitti costituiscono una minaccia non solo per i cittadini e la comunità stessa, ma sono anche una minaccia globale che mina alle fondamenta la democrazia e l’economia della società tramite gli investimenti di denaro illecito da parte dei cartelli internazionali e la corruzione delle istituzioni, con la caduta della fiducia nello Stato di diritto.
La fiducia, intesa come il sentimento di sicurezza che si prova nei confronti degli altri componenti di una comunità e verso chi la rappresenta, in quanto ritenuti capaci di esaudire le nostre aspettative, è il collante della vita collettiva, un vero e proprio capitale sociale.
Questo ha compreso, ormai da decenni, la mafia, che ha attuato una strategia ben più complessa e vantaggiosa, per i suoi fini, di quella cui miravano omicidi e stragi che, pure, in taluni casi, ne fungevano da supporto: sradicare la fiducia di un’ampia quota della società nei confronti delle istituzioni per orientarla verso le proprie strutture, offrendo, nel contempo, “sostituti assicurativi” come quello di consentire, ovviamente con il ricorso a mezzi illeciti, all’imprenditore legale la possibilità di svolgere la propria attività.
La mafia, dunque, ha eretto la sfiducia a proprio “capitale simbolico”, la cui circolazione le consente di esprimere al meglio le proprie potenzialità, inducendo anche una minor disapprovazione verso le pratiche illecite e devianti come, ad esempio, quella della raccomandazione, vera chiave di ingresso in molte porte in territori mafiosi.
Non a caso taluni economisti si sono interrogati sulle cause del non sempre deciso contrasto dell’economia illegale da parte di quella legale, prospettando ipotesi alternative che vanno dall’intreccio di interessi al timore che le norme anticriminalità intralcino la normale conduzione degli affari.
Lo Stato medesimo, in certe epoche, ha tollerato l’affermarsi di attività illegali – come il contrabbando di sigarette a Napoli, considerate una sorta di “ammortizzatore sociale”, una compensazione al mancato o incerto sviluppo dell’economia legale. Quando poi si è corsi ai ripari perché quelle condotte producevano danni sul piano sociale e morale ed anche sotto il profilo dello sviluppo economico, non si sono potuti cancellare i processi di adattamento delle due facce - legale ed illegale - dell’economia che nel frattempo erano entrati in gioco.
Tutto questo produce “regolazione”, fenomeno caratterizzato dalla prevalenza dell’incertezza del diritto (dovuta anche alla lentezza delle procedure, a dispetto della loro «ragionevole durata» evocata dall’art. 111 della Costituzione), dell’opportunismo, dell’infiltrazione delle organizzazioni mafiose nella pubblica amministrazione, negli apparati politici (specie, ora, in quelli degli enti locali), della mancanza di fiducia istituzionale con effetti ampiamente distorsivi anche nei mercati. Tutto ciò non si sarebbe potuto verificare se i gruppi mafiosi avessero potuto contare solo sulle persone “formalmente” inserite, attraverso le varie forme di affiliazione, nei loro ranghi.
La sfiducia, che si esprime nei confronti delle istituzioni ed in particolare della burocrazia, ha creato nel rapporto mafia-società, un “blocco sociale mafioso”, la cosiddetta “zona grigia” o “borghesia mafiosa” che, pur non essendo parte organica del gruppo criminale, ne è talvolta complice, talaltra connivente o, nel migliore dei casi, portatrice di una indifferente neutralità che sembra riecheggiare il detto che, alle prime manifestazioni brigatiste, era sulla bocca di molti: «Né con lo Stato, né con le B. R.».
Varia è la composizione di quella “zona grigia”: ne fanno parte burocrati, tecnici, professionisti, imprenditori e politici, operatori bancari ed intermediari finanziari. È proprio qui , in questa “zona”, in queste “strutture intermedie” o “di servizio”, che si radica la potenza della mafia: esse le consentono, infatti, di fruire di consulenze, di appoggi e di leve di manovra del potenziale economico che le deriva dai traffici totalmente illeciti e da quelli solo “apparentemente” legali.
È per questa ragione che gli stessi analisti del CENSIS (Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2006) hanno rilevato, bene a ragione, che
«resta abissale la qualità ed il tenore dello sviluppo economico tra il Mezzogiorno ed il resto del Paese, pur con gli sforzi compiuti negli ultimi anni. Gli elementi di eccellenza, nel Sud Italia, faticano ad emergere nel sociale come nel tessuto produttivo e, quando emergono, hanno vita difficile: troppi veti incrociati della politica, troppe attività fuori delle regole, troppi condizionamenti al libero mercato e all’attività imprenditoriale a causa di molti fattori a cominciare dalla criminalità»,
I mercati illeciti delle organizzazioni mafiose si sono, nel tempo, sviluppati in una tale molteplicità di settori da poter plasticamente essere rappresentati come una catena dove ciascun nodo si aggiunge all’altro. Una caratteristica fondamentale di questo fenomeno sta nel fatto che, all’apertura di un nuovo mercato, i gruppi criminali non abbandonano quello in precedenza praticato, ma aggiungono il nuovo al vecchio.L’implementazione dei mercati illeciti è in gran parte effetto del mutamento della natura dei beni sui quali si sono appuntati gli interessi delle mafie.
Se queste, nell’immediato dopoguerra, avevano rivolto le loro “attenzioni” ai beni immobili, quali il settore agricolo e quello edilizio, successivamente le aspettative, poi ampiamente realizzate, di maggiori profitti, hanno orientato il loro interessamento al traffico di “cose” mobili. Queste (tabacchi, stupefacenti, armi, rifiuti pericolosi, prodotti contraffatti, esseri umani oggetto di tratta a fini lavorativi o sessuali) debbono essere trasferiti da un Paese di provenienza a quello di destinazione, attraverso i territori di Stati-ponte. Tutto ciò ha prodotto la transnazionalità - o globalizzazione - delle mafie, dovuta alla necessità, per garantire quei tipi di mercato, di instaurare sinergie con i gruppi criminali stranieri, dei Paesi di origine o di transito, alcuni dei quali (albanesi, russi, nigeriani, cinesi,…) hanno anche stabilito “teste di ponte” nel nostro territorio. Anche le mafie si sono dunque globalizzate, così come l’economia, i servizi ed i commerci.
Il premio Nobel Joseph E. Stiglitz ha definito la globalizzazione come «una maggiore integrazione tra i Paesi ed i popoli del mondo, determinata dall’enorme riduzione dei costi dei trasporti e delle comunicazioni e dall’abbattimento delle barriere artificiali alla circolazione internazionale di beni, servizi, capitali, conoscenze e persone”
La globalizzazione della criminalità organizzata ha implicato, invece, una maggiore integrazione non tra i popoli, ma tra gruppi criminali, mentre per le mafie non hanno mai costituito un problema i costi dei trasporti e delle comunicazioni, ampiamente compensati dai ritorni degli investimenti, né le barriere di qualunque tipo, eluse anche mediante la pratica della corruzione. Le stesse regole giuridiche dettate per l’economia legale sono inadeguate a fronteggiare la sua globalizzazione.
Sabino Cassese, in un suo recente studio (Oltre lo Stato) rileva che a ridurre l’asimmetria tra economia senza confini e diritti nazionali provvedono circa duemila organizzazioni internazionali, più di cento tribunali dello stesso tipo, altrettanti organi quasi-giurisdizionali, un grandissimo numero di norme universali, dirette sia alle amministrazioni nazionali che ai privati, ma nota anche che, mentre l’espansione globale dell’economia appare ormai irreversibile, la globalizzazione del diritto è ancora precaria, che il sistema delle regole valide per tutti è instabile, che l’ordine giuridico globale è denso di strutture ibride.
Anche questa situazione ha facilitato l’affermarsi della dimensione transnazionale delle organizzazioni mafiose che, del resto, hanno, tra le loro caratteristiche fondamentali, non solo quella della violazione delle leggi o della loro elusione, facilitata dalla disomogeneità di queste, ma di essere, esse medesime, creatrici di regole munite di sicura effettività, assicurata dal patrimonio di violenza e di intimidazione del quale ogni gruppo dispone. L’implementazione di larga parte dei mercati illeciti, come quelli sopra ricordati, dipende anche dalla ampia disponibilità dei consumatori dei prodotti trattati dalle organizzazioni mafiose: vi è chi offre, ma anche chi vuole acquistare. Ai proventi derivanti dai mercati transnazionali debbono poi aggiungersi quelli acquisiti mediante la commissione dei delitti “territoriali”, con particolare riferimento al business del gioco illegale, alle pratiche usurarie, a quelle estorsive, allo sfruttamento di risorse pubbliche.
....continua...




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