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Discussione: L’armonia Del Mondo Fondata Sulla Parola, Secondo Il Rito Vedico

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    Predefinito L’armonia Del Mondo Fondata Sulla Parola, Secondo Il Rito Vedico

    L’armonia Del Mondo Fondata Sulla Parola, Secondo Il Rito Vedico
    ( tratto da un articolo di A. Grossato)

    Nel suo articolo Indirect Suggestions in Poetry (Proceedings of the Am. Phil. Soc.) Franklin Edgerton prende in esame i due termini dhvani e rasa.
    Il primo, che letteralmente significa «tono, risonanza, riverbero», è impiegato dall’ars poetica indù per esprimere «significati poetici non detti o suggeriti» (i significati «suggeriti» essendo i soli veramente poetici); essi sono l’«anima» (il «respiro vitale») della poesia, di contro al suo «corpo», proprio come il fascino di una donna bella è qualcosa di distinto dalla bellezza fisica, più o meno analizzabile, della sua anatomia.
    Anche se Edgerton non cerca di trovare un equivalente europeo al termine sanscrito, è facile scorgere una somiglianza con la nostra Stimmung.
    Il secondo termine, rasa, letteralmente «aroma, sapore», costituisce un’importante specificazione del generico termine letterario dhvani, in quanto si applica in particolare al teatro; si distinguono in arte otto diversi tipi di rasa : erotico, eroico, etc.
    Jacobi (cit. da Edgerton) ha reso con Stimmung solo quest’ultimo termine (Edgerton da parte sua propone [p. 701] per l’inglese il termine (flavor); direi che ambo i termini sono paralleli a Stimmung in quanto metafore derivate dalla percezione sensoriale («tono», «gusto») ed entrano nella terminologia tecnica della poetica; tuttavia, dato il loro limitato uso quali metafore, l’ambito della loro varietà di significato è assai più ristretto.
    Sulla scorta dell’indologo Franklin Edgerton, Spitzer aveva iniziato a percorrere una strada giusta. Se c’è infatti un’area culturale dell’Eurasia dove l’idea di armonia è stata svolta con maggiore intensità, ricchezza di termini e di concetti e in tutti gli ambiti del sapere e delle arti, in particolare quella musicale, questa è certamente l’india. Ma Spitzer non arrivò a comprendere che, diversamente dall’Europa, in india l’armonia è sempre stata intesa come più essenzialmente legata al linguaggio che alla musica. E persino in tedesco sussiste un’eco precisa di questa più antica concezione.
    Esiste infatti un altro termine sanscrito, più antico di dhvani e rasa, nel quale davvero echeggia, in tutta la sua ricchezza e complessità, l’idea di armonia, oltretutto riferita contemporaneamente sia al mondo che all’anima dell’uomo. Inoltre questo termine, esprime assai fedelmente il significato etimologico proprio di Stimmung. Stimmung, nel suo significato più semplice, vale per “espressione linguistica, udibile”, come ricorda lo stesso Spitzer, facendo riferimento alla voce del Deutsche Worterbuch. Infatti rinvia al termine Stimme, che significa anche canto, e può indicare persino il verso degli uccelli, ma il cui significato principale è quello di voce. Proprio in Stimmung, dunque, nella sua stessa etimologia vi è forse l’eco di un’idea ancora più arcaica di armonia, e di un retaggio che non è stato solo occidentale ma eurasiatico. Tale idea originaria di armonia invece che sulla musica, si fondava direttamente sulla voce umana, e quindi sul linguaggio, e sul suo uso magico-rituale. Voce, in latino Vox, è un termine che richiama a sua volta quello sanscrito Vàc, che significa sia voce che parola e linguaggio. Come scrive Malamoud, uno dei più profondi studiosi del rito sacrificale vedico,
    Nella prosa vedica, il termine vàc oscilla in un movimento incessante fra le tre accezioni che gli vengono attribuite già negli inni:
    1. vàc è innanzitutto la ‘parola’ in quanto facoltà di parlare, facoltà che si realizza in atti infinitamente diversi, in cui si esprimono il vero come il falso, dal momento che questa dualità, questo essere arma a ‘doppio taglio’, è una caratteristica della parola umana;
    2. è poi la parola in quanto totalità del testo vedico, considerato nel suo contenuto e nella sua forma, motivo di lussureggianti speculazioni sul simbolismo degli schemi metrici;
    3. e infine la dea Parola, figura della femminilità, eroina di miti o di quasi-miti in cui appare carica di tutti gli stereotipi relativi alla donna: è una seduttrice, amica dei piaceri frivoli; è inafferrabile, sempre pronta alla fuga, ed anche molto preoccupata di veder riconosciuta la propria supremazia.
    Inoltre, «La parola vedica, invece, è increata: è stata oggetto di rivelazioni di diverso tipo, ha forme concentrate e forme ampliate, ma in sé stessa non ha mai avuto inizio. Il primo modo di pensare l’Assoluto, in India, è di percepirlo come la quintessenza della parola vedica: è questo il senso fondamentale di brahman».
    La parola e il mondo
    A questo punto è necessario ricordare il ruolo cosmogonico che ha Vac, la parola personificata, secondo una concezione attestata in diversi inni vedici. La descrizione è talvolta molto sintetica, come ad esempio in Rigveda VIII, 100, 10-11:
    Quando la parola parlante, armoniosa sovrana degli dèi, ebbe preso posto fra gli esseri privi di pensiero, diede da mungere (dalla sua mammella) quattro colate: cibo, latte. Dov’è dunque andato a finire il meglio di lei? Gli dèi han fatto nascere la dea Parola. È lei che viene parlata dagli animali di ogni forma. Questa vacca armoniosa, che ci dà da mungere il cibo, nostra forza, questa parola rettamente celebrata, possa ella venire a noi.
    Altre volte ci si profonde nei dettagli, come in Rigveda X, 125:
    Io avanzo con gli dèi tremendi e con gli dèi buoni,
    io avanzo con gli dèi incommensurabili e con tutti gli dèi.
    Io porto alla realtà presente Mitra e Varuna, che governano la terra e il cielo,
    io porto Indra, il generoso dio del fulmine e Agni, il luminoso dio del fuoco,
    io porto i due Ashvina, benefici cavalieri divini.
    io porto il latte acido che rigonfia,
    io porto il dio creatore, la Prosperità, il Destino;
    io faccio accumulare ricchezza a chi offre, a chi con attenta precisione sacrifica e preme il latte acido.
    io sono la regina,
    colui che riunisce le cose buone che hanno valore,
    colei che capisce, la prima a cui si deve fare il sacrificio.
    Gli dèi mi posero in tutte le parti, ed io sono in molti luoghi e faccio penetrare in molti.
    Per merito mio mangia il cibo chi vede, chi respira, chi ode ciò che è stato detto;
    senza saperlo, costui risiede in me.
    Ascolta, o persona degna di essere ascoltata, ti dico una cosa che è degna di essere creduta.
    io spontaneamente dico ciò che è grato agli dèi ed agli uomini:
    di chi amo, faccio un potente, un conoscitore della formula, un poeta, un saggio.
    io al Dio Tremendo tendo l’arco perché distrugga con la freccia i nemici della formula;
    io faccio nascere nell’uomo la brama di contendere;
    io sono andata ad abitare cielo e terra.
    io ho partorito il padre all’origine di questo mondo;
    la mia origine è nelle acque e nell’insieme primordiale del loro fluire:
    di là mi diffondo per ogni essere e tocco il cielo stesso con la parte più alta di me.
    io spiro come il vento, penetrando in ogni essere e facendolo mio;
    oltre il cielo, oltre i confini della terra, tale in potenza sono diventata.

    Secondo una versione più ortodossa, fornita dallo Shatapata Bràhmana, la parola non agì allora direttamente, ma solo in quanto paredra di Prajapati, il dio manifestatore del mondo:
    Attraverso il manas, Prajapati si unì in mithuna alla Parola. Restò incinto (garbhin) di otto gocce (drapsa): questa fu la creazione delle otto (divinità) Vasu; egli le insediò su questa terra.
    Attraverso il manas egli si unì in mithuna alla Parola. Restò incinto di undici gocce: questa fu la creazione delle undici (divinità) Rudra; egli le insediò nell’atmosfera. Attraverso il manas egli si unì in mithuna alla Parola. Restò incinto di dodici gocce: questa fu la creazione delle dodici (divinità) Aditya; egli li insediò nel cielo. Attraverso il manas egli si unì in mithuna alla Parola. Restò incinto: creò Tutti-gli-dèi; gli insediò nei punti cardinali.
    Del resto, persino il corpo di Prajapati è costituito di parole. E l’altare a forma di aquila sul quale si compie il sacrificio viene costruito con mille mattoni proprio per ricordare, simbolicamente, le innumerevoli parti in cui egli fu allora smembrato. Secondo la tradizione brahmanica, le parole che compongono i versi poetici del Veda sono quelle che in origine componevano il corpo del dio, e che hanno prodotto tutti gli esseri e gli enti nella loro singolarità, dagli dèi alle pietre, e quindi il mondo.
    Scrivere o recitare il Veda, così come costruire l’altare sacrificale, significa quindi contribuire direttamente alla ricostituzione in divinis dell’armonia di un mondo ormai frammentato e disarmonizzato.
    Simmetricamente, l’uccisione e il successivo smembramento di una vita umana, animale o vegetale è una sorta di restituzione di queste esistenze separate.
    Come il corpo di Prajapati, anche quello degli altri dèi è similmente costituito di parole, quelle stesse parole che compongono i versi delle scritture vediche. Così, ad esempio, è detto che il corpo più caro che Agni ami rivestire, fra le sue molte forme manifestate, è proprio quello costituito dagli schemi metrici della poesia sacra. Ed Indra, il saettatore, dopo la sua vittoria sul serpente cosmico Vritra scompare dalla scena del mondo, e sussiste solo in un certo metro vedico.
    È detto inoltre che, a somiglianza del Dio, anche la parola originaria fu a sua volta divisa, ma in sole quattro parti. E che gli dèi tennero per sé le tre parti corrispondenti al Cielo, all’Atmosfera e alla Terra, mentre la quarta parte fu destinata a contenere tutto ciò che è falso e menzogniero, e fu data per questo agli uomini. Secondo un’altra versione, la quarta parte corrisponderebbe invece all’Ineffabile, cioè al supremo Brahman (si noti il genere neutro).
    La parola e l’uomo
    In sanscrito l’idea dell’armonia del mondo intesa nel suo senso più alto, quello divino, viene espressa con svariati termini, a seconda del contesto, ma principalmente da quelli più universali di rita e di dharma. In particolare rita, analogo anche come significato al latino ritus, è inteso come l’ordine armonico del mondo, di tutte le cose del mondo, stabilito fin dal principio dall’intenzione divina, e garantito successivamente dall’azione responsabile dell’uomo, soprattutto mediante l’uso della parola, e del suo contrario, il silenzio, durante l’azione sacrificale. Per dirla con le parole di Spitzer, un perfetto esempio di «accordo dell’uomo e della natura con il tono di Dio, l’Archimusicus». È comunque sempre nel linguaggio, prima ancora che nella musica, che secondo i sacerdoti vedici risiedeva la virtù di accordare insieme il divino, il cosmo e l’uomo, in particolare tramite colui che compiva il sacrificio. E questo fin dalla nascita. È infatti interessante ricordare che quando gli nasceva un figlio, il bramano lo metteva sulle ginocchia e gli sussurrava all’orecchio che lui era la parola, che era il Veda, e da quel momento Veda diveniva addirittura il suo nome segreto. Al bramano era attribuito il periglioso compito di fare un uso estremamente attento della parola nell’ambito delle diverse e complesse fasi del rito, senza mai violare le regole rigidissime fissate a questo riguardo dalla tradizione riportata dai Veda e dai Bràhmana, il sacrificante doveva formulare, prima di compiere il rito, il voto di verità (satyavrata) e quello di «limitarsi alla parola divina» ( daivim vàcham yacchàmi).
    Va ricordato che la parola nel rito vedico era salmodiata e cantata, e questo anticipa le profonde connessioni simboliche che la tradizione medievale indiana stabilirà e svilupperà, nei secoli successivi, fra la musica e l’armonia del mondo.
    I sacerdoti vedici dovevano accordare, soprattutto interiormente, il loro dire, e persino il loro silenzio, all’armonia fondata sulle strofe e sugli inni del Veda. Il sacrificante doveva diventare un essere il cui spirito (àtman) consistesse di metri vedici (chandomaya). Come scrive Malamoud: Egli non è più nient’altro che la stessa poesia vedica, perché il sé tutto intero entra nella parola, diviene fatto di parola (Kaushitaki Bràhmana ii, 7).
    Scrive ancora Malamoud che i metri poetici, metonimia per la poesia vedica nel suo complesso e le melodie sulle quali questa poesia viene cantata, non sono dunque soltanto un mezzo per raggiungere la perfezione (sacrificale) di sé: sono il fine stesso. Identificarsi con la parola vedica: tale è la forma di sublimazione che il sacrificante sperimenta quando si libera del suo essere profano.
    Per il sacrificante, trasformarsi in un «sé fatto di metri poetici» significa dunque anche identificarsi con il processo sacrificale. La parola (vac) era l’essenza del sacrificio vedico, e di fatto nel corso del rito essa si articolava nella pronuncia delle strofe contenute nel Rigveda, di queste stesse strofe messe in musica nel Samaveda, e delle formule dello Yajurveda. La parola vedica inoltre era, assieme all’oblazione (ahuti), l’elemento costitutivo del sacrifici. Scrive Malamoud:
    Come intendere, in questa preoccupazione di mettere tutto in relazione con la parola, l’incessante insistenza sulla forma metrica? A quanto sembra, essa dipende dal fatto che, nella dottrina del sacrificio esposta nei Brahmana, la parola, vac (= latino vox), non è la facoltà del linguaggio o la capacità di creare o scoprire componimenti poetici, com’è invece negli inni: nella prosa vedica, ciò che viene designato con il termine “parola” non è altro che l’insieme già costituito (se non addirittura chiuso) delle raccolte vediche di componimenti poetici; la recitazione di questi testi, frammentati e ricombinati in gruppi di mantra, è un elemento essenziale del rito. Insistere sui metri significa ricordare che la parola di cui è fatto il corpo sublimato del sacrificante non è altro che il corpus dei mantra, e delle composizioni cantate rigorosamente codificate e già fissate a cui i mantra danno origine.
    Tra gli officianti impiegati nel sacrificio lo hotri, che è specializzato nella recitazione delle strofe del Veda viene considerato ‘femminile’, mentre lo hudgatri, che è incaricato di cantare le melodie, viene considerato ‘maschile’. Invece l’adhvaryu, con la sua squadra di collaboratori, incarna l’azione, e quindi usa solo delle formule vediche (yajus) tagliate e adattate ai propri gesti. Ma più importante di tutte è una quarta figura, il brahman (al maschile), incaricata di rappresentare il silenzio (mauna, neutro), e che non agisce né parla se non per indicare gli errori commessi dagli altri e i mezzi per porvi rimedio.
    Ucci Do and euvitt like this.
    ci si rivede, forse.

    •   Alt 

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  2. #2
    soave
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    Predefinito Re: L’armonia Del Mondo Fondata Sulla Parola, Secondo Il Rito Vedico

    loleggerò più avanti. Oggi sto volandodi qua e di là.

    Grazie comunque, sembra interessante !

  3. #3
    libero
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    Predefinito Re: L’armonia Del Mondo Fondata Sulla Parola, Secondo Il Rito Vedico

    Poi c'è tutto il discorso del silenzio...perchè il suono-parola lascia strascichi all'infinito...
    Ultima modifica di Ucci Do; 03-07-13 alle 10:10

  4. #4
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    Predefinito Re: L’armonia Del Mondo Fondata Sulla Parola, Secondo Il Rito Vedico

    Citazione Originariamente Scritto da zucchetta Visualizza Messaggio
    Va ricordato che la parola nel rito vedico era salmodiata e cantata, e questo anticipa le profonde connessioni simboliche che la tradizione medievale indiana stabilirà e svilupperà, nei secoli successivi, fra la musica e l’armonia del mondo.
    Questa è la parte che mi ha sempre colpito di più.
    Ucci Do likes this.
    Ma quanti figli del Perozzi in giro...
    Travel is fatal to prejudice, bigotry, and narrow-mindedness...
    Chi abbandona gli animali è un bastardo!

 

 
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