di BEPI MARTELLOTTA
Nichi Vendola, leader di opposizione a Roma (alla guida di Sel) e leader di maggioranza a Bari (nelle vesti di governatore), traccia il quadro dei nodi politici e amministrativi che in queste settimane attraversano il Paese.
Guardando il premier Letta in tv ha lanciato un paragone su twitter: «impressionante lo stile: una specie di Forlani 2.0». Perché? Parla di sensazioni positive, arrotonda le spigolosità, evita i punti di criticità e sparge ottimismo a piene mani. Il contrasto di questo vocabolario con la condizione sociale del Paese è evidente: l’Italia si sta incamminando verso il declino e non servono provvedimenti tampone, né cure palliative, né spot propagandistici, per aggredire gli elementi strutturali della crisi, che sono due: le diseguaglianze sociali, col trasferimento della ricchezza dall’economia reale ai mercati finanziari; la perdita di produzione industriale. Sul primo punto, dico solo che se ci dovesse essere una maggiore pressione fiscale, il rischio è davvero di un collasso per il Paese. Sul secondo, ricordo che negli ultimi otto anni si è perso un quarto della produzione industriale del Paese, ma da decenni non se ne discute.
Dunque, non è tutta colpa del governo delle «larghe intese». Non mi pare sia cambiato molto dall’allegra «vacanza» al governo dell’eterno Berlusconi alla olimpica indifferenza del governo Monti. Si vive sulle emergenze, grazie al lodevole impegno del sottosegretario De Vincenti, ma non si discute di quale riqualificazione industriale avviare nel Paese, nel mentre le grandi imprese tracollano e le campagne si spopolano. Non c’è il lavoro, la domanda di occupazione è esplosiva, un’intera generazione è ormai espulsa dal mercato e nei salotti o nei palazzi che contano si discute ancora di ricette sbagliate, come la maggiore flessibilità, o di chimere, come la famigerata agenda digitale. E non dimentichiamoci delle celebri «riforme» del governo Monti: mi auguro non si voglia cancellare dall’agenda di governo la parola esodati, migliaia di essere umani che sono ancora oggi testimoni dell’inaffidabilità e della slealtà di uno Stato che li ha ingannati e abbandonati per strada.
Cosa chiede, allora? Ci vuole un grande intervento pubblico di promozione del lavoro, un piano straordinario per l’occupazione che assomigli al new deal roosveltiano. E si potrebbe cominciare dal prossimo Consiglio d’Europa, dove chiedo a Letta di conquistare maggiore autonomia e determinazione politica nel porre come discriminante assoluta la questione della nettizzazione dai vincoli del Patto di Stabilità di tutte le spese per investimenti: libereremmo decine e decine di miliardi di euro in Italia per trasformarli in cantieri dedicati alla manutenzione stradale, al riassetto idrogeologico piuttosto che alla ristrutturazione di scuole e ospedali.
Ma scusi, allora perché non ci è entrata anche Sel in questo governo, vista l’alleanza col Pd? Perché per il Pd questa esperienza di governo assomiglia tanto al titolo di un celebre film: «Balla coi lupi». Chiariamoci: io non tifo per l’insuccesso del governo Letta e non mi sono mai iscritto al partito del tanto peggio tanto meglio. Ma aspetto ancora che si esca dalla genericità e dalla vaghezza, dal tono propagandistico, per poter atterrare nel pianeta della realtà quotidiana, quella che - ad esempio - hanno proposto in piazza i sindacati, tornati finalmente uniti dopo dieci anni per alzare la bandiera del diritto al lavoro. E invece, in questo governo, mi ritrovo con casi come quello del ministro Josefa Idem.
Si spieghi. Le sue dimissioni, dopo che è scoppiato il caso della sua casa-palestra, credo siano un atto dovuto. Ma a chiederle a gran voce, un vero paradosso, è la stampa berlusconiana. Parliamo cioé di un ministro di governo il cui azionista principale è stato condannato per ciclopiche evasioni fiscali, di un governo che nasce con il repertorio della invocata responsabilità nazionale ma che di responsabile ha solo i principi che enuncia, salvo contraddirli nella realtà. |