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    Ghibellino
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    Predefinito Morte di Mussolini: fine di una vulgata

    (I° Parte)
    I motivi e le prove oggettive che rendono la
    “storica versione” assolutamente inattendibile
    Di Maurizio Barozzi
    “Quella morte doveva essere raffigurata comunque come vile, spregevole, infame e abietta: ed ecco la necessità di ricorrere, senza timori di essere smentiti, alla più smaccata e sistematica manipolazione dei fatti”. (A. Zanella, L’ora di Dongo – Rusconi 1993).
    La impropriamente detta “storica versione” o “versione ufficiale”, raccontata dal colonnello Valerio, alias Walter Audisio, sulla morte del Duce, così tanto impasticciata e contraddittoria, dopo essersi malamente barcamenata per oltre 60 anni di fronte alle tante e sacrosante critiche che gli sono state elevate, si può dire che sia stata, almeno ufficiosamente, liquidata quando il regista Carlo Lizzani già autore del film “Mussolini ultimo atto” del 1974, che tanto aveva contribuito a divulgarla nell’immaginario collettivo, in un passaggio del suo libro di memorie, ha reso noto nel 2007 che Sandro Pertini, un pezzo da novanta della Resistenza, subito dopo aver visto il film, gli scrisse una lettera nella quale affermò: <<...e poi non fu Audisio a eseguire la “sentenza”, ma questo non si deve dire oggi>> [1].
    Ciò che ha consentito a questa vulgata, come la definiva Renzo De Felice, di sopravvivere per tanti anni è dovuto, oltre alle necessità politiche del tempo, soprattutto al fatto di rappresentare comunque una parte della verità, anche se “una parte” stravolta in alcuni episodi determinanti, spesso verosimile, ma non veritiera, la quale miscelava fatti veri ad altri inventati, ma pur sempre e almeno in parte, attestabili qua e là, nella raccolta delle testimonianze visto che certi eventi si erano effettivamente verificati anche se non nei termini in cui venivano raccontati.
    Occorre premettere che questa “storica versione” è articolata attraverso multiformi resoconti che possono riassumersi nei seguenti passaggi, ai quali dobbiamo giocoforza riferirci nonostante le profonde contraddizioni che presentano tra di loro:

    1. Il primo anonimo resoconto, pubblicato dall’Unità il 30 aprile 1945;
    2. i 24 articoli pubblicati dall’Unità dal 18 novembre al 24 dicembre 1945, su relazioni del colonnello Valerio, avallati da due righe di presentazione scritte da Luigi Longo, già comandante delle Brigate Garibaldi e vice comandante del CVL;
    3. i sei articoli, nomati “Il Colonnello Valerio racconta”, pubblicati ancora sull’Unità a partire dal 25 marzo del 1947 e questa volta firmati da Walter Audisio;
    4. il libro postumo “In nome del Popolo italiano” Edizioni Teti 1975, di Walter Audisio;[2]
    5. la “Relazione riservata al partito” del 1972 di Aldo Lampredi (Guido Conti) resa nota integralmente dall’Unità, il 26 gennaio del 1996;
    6. le testimonianze di Michele Moretti (Pietro Gatti), raccolte da Giusto Perretta, al tempo presidente dell’Istituto comasco per la storia del movimento di Liberazione, nel libro Dongo, 28 aprile 1945. La verità, Ed. riveduta Actac 1997.
    Visto che non venne mai resa una relazione ufficiale al CLNAI, al tempo rappresentante del governo italiano al Nord Italia, nè al CVL (Corpo Volontari della Libertà, praticamente il comando militare della Resistenza) e neppure in seguito, agli organi dello Stato italiano, sono questi i testi base che possono definirsi “ufficiali” della “storica versione”, ma in realtà occorre dire che la stessa storiografia di parte resistenziale ha prodotto, in tutti questi anni, un certo revisionismo non dichiarato, più che altro apparente, con il quale ha ridimensionato molti degli sproloqui e delle fanfaronate raccontati da Walter Audisio, oggi considerati come una necessità del dopoguerra, atta alla smitizzazione del mito del Duce.
    Questo revisionismo apparente può già riscontrarsi nella stessa Relazione riservata di Aldo Lampredi del 1972, con la quale l’autore ridimensionò sensibilmente molte delle fanfaronate di Audisio, ma in ogni caso si può dire che, nonostante queste precisazioni, la “storica versione” di Audisio è rimasta sostanzialmente immutata, in particolare per gli episodi decisivi che attestano la fucilazione del Duce e riguardano il luogo (il cancello di Villa Belmonte in via XXIV maggio a Giulino di Mezzegra), l’orario (le 16,10 del 28 aprile 1945) e il terzetto dei partigiani comunisti presenti (Walter Audisio Valerio, Aldo Lampredi Guido, e Michele Moretti Pietro) con Audisio nel ruolo di “sparatore”.
    Qualche autore revisionista ha tuttavia lasciato un piccolo margine di incertezza, supponendo che a sparare a Mussolini non sia stato il solo Audisio, ma forse, in una fase caotica di quei momenti, anche il Michele Moretti e/o il Lampredi così come sosteneva Luigi Carissimi-Priori al tempo capo dell’ufficio politico della questura di Como [3],
    Riassumendo, in estrema sintesi, questa “storica versione” possiamo dire che essa vorrebbe attestare quanto segue:
    Mussolini e la Petacci nascosti all’alba del 28 aprile ‘45 a Bonzanigo in casa dei contadini De Maria; incarico segreto assegnato, nella notte precedente, dal comando generale del CVL e da Luigi Longo in particolare, a Walter Audisio, alias colonnello Valerio, coadiuvato da Aldo Lampredi Guido, per andare a fucilare sbrigativamente il Duce e gli altri ministri e personalità del fascismo arrestate a Dongo; partenza di Audisio e Lampredi da Milano per Dongo verso le 7 del mattino del 28 aprile, passando per le autorità locali del CLN nella Prefettura di Como, scortati da un plotone dell’Oltrepò pavese di circa 12 partigiani più i loro comandanti Alfredo Mordini Riccardo e Giovanni Orfeo Landini Piero; lunga sosta in Prefettura a Como per presentazioni, chiarimenti e incomprensioni varie con gli esponenti locali del CLN.
    Di seguito, arrivo di Audisio a Dongo verso le 14,10 e, quasi contemporaneamente, di Lampredi (giunto con alcuni dirigenti della Federazione comunista di Como) che in Prefettura si era separato da Audisio; spiegazioni con i comandi della 52° Brigata Garibaldi; diversivo pomeridiano verso Bonzanigo del trio “giustizialista” Audisio, Lampredi e Moretti, accompagnati dall’autista requisito sul posto Giovanbattista Geninazza e fucilazione alle 16,10 del Duce e della Petacci nella sottostante Giulino di Mezzegra davanti al cancello di Villa Belmonte; ritorno a Dongo di Audisio e gli altri e fucilazione pubblica di 15 esponenti, o presunti tali, del governo e del fascismo, più Marcello Petacci, ecc.
    E’ questo il quadro generale della versione ufficiale, raccontata con il corollario di molte incongruenze, nominativi e particolari poi smentiti o variati da una versione all’altra, tanto che possiamo dire che essa costituisce una parte di verità, ma non tutta!
    Ferma restando la spedizione di Valerio a Como e Dongo, infatti, basta inserire in questo quadro il diversivo, rimasto segreto, di una sbrigativa e proditoria uccisione del Duce al mattino, tramite un altro commando appositamente partito da Milano o reperito sul posto (Como e dintorni) e quindi la messa in scena, nel pomeriggio, di una finta fucilazione a Villa Belmonte, perché i pezzi del mosaico vadano a posto e si spieghino tutte quelle incongruenze e assurdità e le tante testimonianze spesso inverosimili o altrimenti incomprensibili che più avanti illustreremo.
    E la supposizione di questo “diversivo”, non è un esercizio gratuito o aleatorio, ma scaturisce dalla constatazione di elementi e fatti oggettivi, oltre ad alcune importanti testimonianze, che lo possono ragionevolmente far ricostruire con molta attendibilità.
    Lo scopo di questo nostro studio, però, non è quello di svelare e ricostruire quanto esattamente accadde quel giorno a Bonzanigo e Giulino di Mezzegra, ma dimostrare innanzi tutto la assoluta inattendibilità della “storica versione”.
    Gli irriducibili paladini di questa “vulgata”, infatti, sostengono che essa può essere smontata soltanto da documenti accertati nella loro validità e da testimonianze comprovate[4].
    Una asserzione certamente legittima se non fosse che documenti e testimonianze mancano del tutto, proprio laddove si vuole attestare l’episodio più determinante di questa “versione”, cioè quello che alle 16,10 del 28 aprile 1945, in Giulino di Mezzegra, davanti al cancello di Villa Belmonte furono fucilate due persone ancora in vita![5]
    Mai come in questo caso, infatti, la raccolta delle testimonianze, più o meno veritiere, non porta da nessuna parte per il semplice motivo che quel pomeriggio, al cancello di Villa Belmonte venne inscenata, alla chetichella, una fucilazione con tanto di sparatoria, così come poco prima ci fu il breve transito di due soggetti, presunti Mussolini e la Petacci per la piazza del Lavatoio in Bonzanigo, episodi questi che si sono sovrapposti ad altri episodi, mistificando tutta la realtà dei fatti.[6]
    Viceversa alcuni elementi oggettivi e molti altri di enorme rilevanza, stanno a dimostrare che, prendendo ad uno ad uno certi eventi narrati da questa multiforme e inattendibile “storica versione”, si nota subito come per alcuni di loro è impossibile che si siano effettivamente verificati nei termini in cui sono stati narrati, altri hanno una evidente assurdità di fondo perché sono privi di un minimo di logica o troppo incongruenti ed altri ancora non sono credibili perché pongono seri dubbi e non collimano con molte testimonianze e dati di fatto.
    Parafrasando lo scomparso Franco Bandini, possiamo dire che ognuno dei singoli attestati della “storica versione”, che noi ora andremo a mettere in dubbio, mostra una massima inverosimiglianza, spesso un grado zero di credibilità. Presi tutti insieme, mettono a nudo l’impossibilità fisica che le cose siano andate come si è voluto far credere.[7]
    Nel presentare la nostra controinformazione, dobbiamo premettere che essa è il frutto di un attento studio delle documentazioni inerenti questa materia, della comparazione e dell’incrocio delle testimonianze riconosciute dalla stessa storiografia resistenziale, scartando invece quella letteratura in argomento che risulta alquanto inattendibile [8] e applicando a tutto questo un minimo di logica per gli avvenimenti narrati, sia pure considerando le imprevedibili contingenze di quei caotici e difficili momenti.
    Riporteremo ora di seguito tutti i motivi per i quali la “storica versione”, comunque la si prenda, risulta assolutamente inattendibile. Per non estendere a dismisura la presente trattazione, abbiamo escluso tante contraddizioni e variazioni di minor conto, anche se pur sempre significative, che si riscontrano comparando tra loro le varie versioni di Audisio.
    Il nostro studio, comunque, coinvolgerà sia episodi e testimonianze che potrebbero anche avere un carattere relativo, nel senso di riguardare particolari magari introdotti nella “storica versione” per motivi denigratori o necessità politiche, e che forse potrebbero costituire solo un “falso espositivo”, ma non sostanziale e sia particolari che invece, comunque li si consideri, dimostrano oggettivamente la non verità degli eventi raccontati.
    In ogni caso, tutto l’insieme di questa “versione”, ovvero le alterazioni per esigenze politiche e le alterazioni per mistificare la realtà dei fatti, ne costituiscono la sua sconfessione piena.
    Useremo tre termini, Non credibile, Assurdo ed Impossibile per qualificare, con un diverso grado di importanza e gravità, i fatti insoliti, i dubbi, le incongruenze, le assurdità e le impossibilità di fatto della versione ufficiale. Questi termini però non sono categorici.
    - In pratica, con Non credibile, vogliamo intendere che quanto ci è stato, a volte anche contraddittoriamente raccontato, ha poca credibilità anche se non ci sono prove oggettive per dimostrare il contrario e rientrando l’episodio o la testimonianza in un minimo di logica non può neppure essere definito assurdo: può quindi anche essere andata, almeno in buona parte, come raccontato, ma si stenta a crederlo.
    - Assurdo, invece, è proprio ciò che viene attestato, ma che oltre a non essere credibile è anche privo di una certa logica. Quindi è molto probabile, anche se non è oggettivamente e pienamente dimostrabile, che il fatto in questione non sia come riportato, perché è difficile che possa essersi verificato nella realtà anche se, certi avvenimenti, possono spesso realizzarsi dietro logiche, fatti e risvolti assurdi oppure a seguito di circostanze non conosciute.
    - Impossibili infine sono quei fatti e quelle testimonianze che ogni logica e/o un minimo di prove ne attestano la loro impossibilità ad essersi effettivamente verificati.

    Non è credibile, Assurdo, Impossibile
    NON È CREDIBILE. Iniziamo con un evento che per l’aleatorietà dei fatti raccontati e la mancanza di attestazioni comprovabili, non consente di indagarlo a fondo e resta di minore importanza rispetto alla confutazione della “storica versione”. Parliamo del castelletto di racconti che, in parte, potrebbero anche essere veritieri, ma sicuramente non nelle modalità e finalità di come sono stati riferiti. Si tratta del viaggio intrapreso da Dongo, dai comandanti della 52a Brigata la notte tra il 27 e 28 aprile ‘45 e terminato con il nascondere Mussolini e la Petacci a Bonzanigo dopo esser passati (dicono) per Moltrasio.
    Le giustificazioni rese, più che altro dal Bellini e successivamente dal Moretti Pietro, con l’aggiunta di contraddittorie testimonianze da parte di Raffaele Cadorna o di Giovanni Sardagna (Comando del CVL a Milano e referente a Como), tutte poi modificate negli anni e contraddicendosi alquanto per il loro insieme nebuloso, per gli scopi ambigui presupposti dalla missione, per i presunti e fantasiosi piani di salvataggio del Duce e per la loro dinamica indefinibile, fanno risaltare una inverosimiglianza nello svolgersi di quelle vicende notturne.[9]
    Con quel poco e contraddittorio che ci è stato fatto conoscere, non è possibile stabilire con certezza e dove trovasi la falsità dei racconti. Una testimonianza che forse dimostrerebbe il viaggio a Moltrasio è quella del comunista Alonso Caronti, che vide due macchine dove in una c’era una donna ed un uomo con la testa fasciata, ma si riportano anche le stesse testimonianze in modo divergente.[10] Come possiamo fidarci?
    Comunque sia, per prima cosa, non convincono affatto le spiegazioni fornite sul “perchè” a Mussolini venne aggiunta la Petacci, esponendo in tal modo la donna a rischi mortali. Tra tante personalità e gerarchi importanti (per esempio Pavolini) si va a scegliere una donna che non ha ricoperto ruoli nella politica o nelle Istituzioni. Si consideri poi che si era in un epoca in cui le donne, pur poco considerate dal punto di vista socio-politico, erano però ritenute pressoché intoccabili persino dalla malavita ed è quindi evidente che si agì in tal modo dietro precisi ordini, ma di chi? In sede locale a Dongo, visto che a Milano forse neppure sapevano che con Mussolini c’era una donna? O qualcuno lo sapeva? Un altrettanto preciso ordine (di chi?) mosse questo gruppo da Dongo, dopo aver caricato anche la Petacci, dopo le 2,30 di notte verso una meta ben precisa. Difficilmente a Dongo, senza ordini superiori, avrebbero potuto prendersi queste responsabilità. Dai partigiani del posto, al massimo, può essere stato consigliato e approntato il precedente provvisorio trasporto di Mussolini nella vicina casermetta delle G.d.F. di Germasino, ma non un ordine di occultamento in luogo segreto e distante, con tutti i rischi di trasporto che ne conseguono (da Dongo all’imbarcadero di Moltrasio sono quasi 45 Km. da farsi in una nottata dove poteva ancora accadere di tutto e di tutto si poteva incontrare).
    E a questi ordini, il trio Pier Bellini delle Stelle, Luigi Canali, Michele Moretti (tra l’altro con posizioni e storie politiche e personali diverse), si è conformato, nonostante qualsiasi divergenza possa poi essere subentrata durante il viaggio.
    Si racconta, o meglio si “romanza”, che questo trio di comandanti, dietro un fantomatico progetto poi revocato, di Cadorna e Sardagna, avrebbero dovuto portare i due prigionieri (con Mussolini bendato da garze sulla testa per non farlo riconoscere), fino a Moltrasio dove una imbarcazione li doveva prelevare per conto del CLNAI-CVL e portarli nella villa dell’ingegnere caseario Remo Cadermartori.
    Non è chiaro però chi sia al corrente di questo progetto, che di fatto prevede una successiva consegna di Mussolini agli Alleati.
    Si dice che forse ne è a conoscenza solo il Bellini Pedro¸ mentre gli altri sanno che i prigionieri devono finire in una base segreta presso Brunate (sulla montagna di S. Maurizio, 1.000 mt. sopra Como), altri dicono che è proprio Brunate la meta di tutti (chi dice la Baita Noè, chi la baita dell’artigiano tessile Felice Noseda, chi una dependance di Villa Baffa, ecc. Ed inoltre chi dice che era una base comunista, chi dice di no, chi dice che la conosceva soprattutto il Canali, altri dissentono, e così via).[11]
    Perchè Bellini, Canali e Moretti si mossero, dicesi con la paura di farsi sequestrare il prigioniero dagli Alleati quando, in pratica, il piano di Sardagna implicava proprio una consegna del Duce agli Alleati, mentre il trasferimento a Brunate (non si capisce nella mani di chi), era altrettanto pericoloso dovendo comunque scendere il lago proprio verso le zone di un probabile arrivo degli Alleati?
    Moretti raccontò: <<Nella notte del 27 quando stavamo portando l’ex duce a Brunate, di fronte alle luci che si vedevano brillare verso Como, all’altezza di Moltrasio mi sono impuntato perchè ritornassimo indietro. Ricordo soltanto che il Neri e Pedro erano contrari e si è corso davvero il rischio di consegnare Mussolini agli alleati....>>.[12]
    Si dice comunque che poi ci furono contrordini al progetto Sardagna, contrordini che arrivarono a notte inoltrata direttamente a Moltrasio, ma è tutta una vicenda avvolta in un susseguirsi di eventi imperscrutabili e piena zeppa di racconti fantasiosi uno diverso dall’altro. La tesi più sostenuta (si fa per dire) è che la barca (portata da un certo Alonso Caronti) che doveva prelevare i prigionieri a Moltrasio, non arriverebbe, e quindi le due macchine, dopo una breve attesa, fanno marcia indietro. Si sostiene anche che furono intravisti in lontananza razzi e luci verso Como e si presuppose che vi erano arrivati gli Alleati (i quali invece arrivarono verso le 10 del 28 aprile) e quindi, dopo discussioni e incertezze, per non farsi sequestrare il prigioniero si decise, sul momento, di fare marcia indietro verso il nascondiglio segreto di Bonzanigo.
    Intanto, che abbiano potuto vedere dai pressi di Moltrasio, razzi (così in lontananza avrebbero dovuto anche essere altissimi nel cielo) è alquanto difficile; per le stesse luci poi, la cosa lascia perplessi (anche se si racconta, forse a proposito, di accensioni di luci cittadine o fuochi d’artificio per festeggiare gli eventi di quei momenti). Scrisse giustamente Urbano Lazzaro:
    <<Carate dista più di 11 km. da Como, e Moltrasio 9. Il promontorio dov’è sita villa Este a Cernobbio da un lato, e la punta di Geno dall’altro lato del Lago, occultano totalmente la vista di Como a chi si trova a Carate o a Moltrasio. Chi di voi aveva l’orecchio tanto fino da percepire, tra il rombo del motore e la pioggia sferzante, spari, ripeto spari, non cannonate, a 11 o 9 km. di distanza? E chi di voi era munito di periscopio per riuscire a scorgere luci a Como? E chi accendeva fuochi sulla montagna durante il diluvio di quella notte?>>.[13]
    Ma soprattutto come credere che il nascondiglio di casa De Maria a Bonzanigo fu escogitato di punto in bianco, ritornando indietro, quando poi non fu neppure comunicato a Sardagna o a Milano l’improvviso cambiamento di programma ed il Bellini delle Stelle, uomo di collegamento con Sardagna o comunque il CVL, all’alba si defila ed esce di scena?
    Non c’è certezza su tutti questi racconti, nè sul quando, come e da chi, vennero emanati ordini e contrordini e si ha la sensazione che l’attestare un cambiamento di programma improvviso (Bonzanigo) e l’andirivieni da Moltrasio, implichi la logica giustificazione per i fantomatici “contrordini” e l’asserita paura che gli Alleati sequestrino il prigioniero).[14]
    Tecnicamente, Urbano Lazzaro Bill, ha cercato di dimostrare con una certa logica, ma partendo dalla sua attestazione che era presente alle 2,45 al momento della partenza delle macchine da Dongo (Mussolini e la Petacci sembra che vennero ricongiunti al ponte sull’Albano detto anche della ferriera appena fuori Dongo), che considerando le distanze e le attese per i tanti posti di blocco (oltre 10) di quella notte, più una sosta sia pure non prolungata a Moltrasio, non era possibile un andirivieni tra Dongo, Moltrasio e poi indietro ad Azzano (Bonzanigo), nel numero di ore che la versione ufficiale indica.
    Nulla si è mai potuto appurare con certezza e si può sospettare la presenza di varie forze contrastanti in gioco e la necessità da parte del Comando del CVL di mascherare, con una cortina fumogena, quanto invece “qualcuno” voleva fare (uccisione di Mussolini).
    In ogni caso, dovendo fare varie congetture per poi scegliere la più probabile, dobbiamo almeno partire da alcuni presupposti, che pur non avendone le prove, la logica e il buon senso ci dicono siano verosimili:
    1. Dal momento della cattura di Mussolini e fin oltre l’1 di notte, quando lo andarono a prendere, è ragionevole pensare che il PCI aveva già dato disposizioni a Moretti e forse anche al Canali e/o il CVL al Bellini e forse anche al Canali.
    2. Questi ordini, volenti o nolenti, trovarono consenzienti, prima, durante e dopo, tutti e tre questi partigiani che pur avevano storie e riferimenti diversi.

    NON È CREDIBILE, che un incarico prioritario di rintracciare, prelevare e uccidere il Duce prima che se ne impossessi qualcun altro e che richiede doti decisionali e militari non indifferenti venga affidato da Luigi Longo, la notte del 27 aprile 1945 presso il Comando generale del CVL di Milano, soltanto ad un uomo militarmente sprovveduto come il ragioniere Walter Audisio, ma ancor più non è credibile il fatto che Audisio venga fatto partire verso le 7 del mattino, con meta Dongo, previo passaggio alle autorità cielleniste di Como, quando si doveva almeno sapere che Mussolini a Dongo non c’era.[15]
    Ma altrettanto stride il fatto che, di fronte ad evidenti difficoltà incontrate durante la missione, Audisio non prende una qualunque iniziativa finalizzata a raggiungere prima il Duce che, a differenza dei gerarchi prigionieri a Dongo, ha una custodia problematica, a causa di svariate forze concorrenti che per motivi diversi se lo vogliono accaparrare.
    Oltretutto il partito comunista a Como, informato verso le 7 (se non prima) da il Canali e il Moretti sul trasferimento notturno di Mussolini,[16] per tutta la mattinata non informerebbe Milano e quindi il PCI da Milano non avviserebbe Valerio di queste novità e lo lascerebbe a perdere tempo in Prefettura a Como e infine andare a Dongo dove arriverà alle 14,10.
    Evidentemente chi aveva affidato la missione a Valerio prescindeva dal raggiungere subito Mussolini, perché a questo compito ci stavano già pensando anche altri!

    E’ ASSURDO, sia da quanto appena accennato e sia da quanto ora illustreremo, che possa essere andata come ci è stato raccontato.
    Dicesi che il 28 aprile ‘45 verso le 7 di mattina, Audisio alias Valerio è stato fatto partire dal Comando CVL di Milano per recarsi a Dongo, passando per le autorità cielleniste di Como, per andare a fucilare sul posto Mussolini e gli altri gerarchi arrestati il giorno prima [17].
    Già qui è difficile credere che non si sappia (e quindi non sia stato detto ad Audisio) che Mussolini, il più importante e super ricercato dei prigionieri, è stato trasferito nella tarda notte, da tizio e caio¸ in altra località e a Dongo non c’è! tanto che Audisio, ignaro, resterà poi invischiato per ore in litigi e richieste inconcludenti nella Prefettura di Como prima di proseguire per Dongo (dove, ripetiamo, Mussolini non c’è).
    Ma facciamo finta di credere che a Milano, al primo mattino, pochissimo si sapeva del trasferimento notturno di Mussolini, anche se poi è ancor più difficile credere che i partigiani della 52a brigata Garibaldi abbiano nascosto Mussolini di loro iniziativa o comunque senza informare, almeno a grandi linee, chi di dovere.
    Alle ore 11 però, ci dice la storica versione, Audisio telefona al Comando a Milano e parla con Longo (chi dice con altri dirigenti, ma anche questo non cambia le cose) per risolvere i suoi problemi in Prefettura, e qui la leggenda dice che gli sarebbe stato detto, a brutto muso, più o meno: “O fucilate lui o sarete fucilati voi!”[18].
    Ma ancora nessuno gli dice che Mussolini, il prigioniero più importante ed in custodia più critica, a Dongo non c’è!
    Nessuno gli dice, almeno, che invece dovrebbe subito recarsi li vicino, alla Federazione comunista di Como, appena trasferitasi in Palazzo Terragni, perché proprio lì hanno informazioni aggiornate o addirittura dovrebbe esserci chi sa dove si trova il Duce e ve lo può accompagnare. E così Audisio resta in Prefettura a discutere e a cercare di ottenere un grosso camion per più di un altra ora ancora (partirà da Como per Dongo dopo le 12)!
    Eppure, attesta sempre la storica versione, verso le 7 del mattino (ma addirittura Giovanni Aglietto, disse verso le 6!) [19] Moretti e Neri, reduci da Bonzanigo, sono arrivati in Federazione comunista a Como ed hanno informato i compagni e, sia che gli abbiano fornito il preciso indirizzo o li abbiano solo (improbabile) messi al corrente dei fatti notturni, qui in federazione gli hanno detto che bisognava informare il partito a Milano ed attendere ordini [20].
    Dunque, almeno al PCI a Milano dovevano per forza essere al corrente della situazione anche perché, viceversa, non si spiegherebbe l’apparente tranquillità del partito e dello stesso Longo, tanto datosi da fare la sera e la notte precedente ed ora apparentemente affaccendato in altre incombenze, tanto che dopo le 14 se ne va ad incontrare Moscatelli e le sue divisioni.
    Ma il PCI a Milano, dalle 7 del mattino, partito Valerio sembra che sostanzialmente non faccia più niente di niente! Come niente fa il Comando del CVL, sembrano tutti in attesa che Valerio, abbandonato a sè stesso, compia la sua missione.
    Non è logico pensare che se veramente il partito non sapeva nulla di dove, come e chi ha tradotto Mussolini in un luogo segreto, non sarebbe certo rimasto con le mani in mano visto il pericolo di imprevisti, tradimenti e sorprese che avrebbero potuto sottrarlo alla morte? Quindi al partito sanno!
    E allora perché non informano il loro uomo, Audisio, che si dice sia l’unica spedizione organizzata per andarlo a fucilare sul posto ed oltretutto si trova in difficoltà con quelli del CLN e della Prefettura di Como?
    Perché, ancor prima, non si sarebbe informata la federazione comunista dell’imminente arrivo di Valerio e Guido a Como ? Perché non si è fatto attendere al Moretti e al Canali l’arrivo di questa missione? [21]
    Non c’era una maledetta fretta, data dal pericolo di farsi soffiare il Duce?
    Si lascia invece Valerio a perdere tempo in Prefettura a Como e lo si lascia poi andare a Dongo dove Mussolini non c’è, anche se ci sono i gerarchi da fucilare, ma quelli di certo non li libera nessuno. Assurdo!
    In federazione comunista ci va invece Lampredi, ma dice lui, di sua iniziativa e unicamente per trovare un aiuto (??) ai problemi sorti a Valerio in Prefettura (anche se poi in Prefettura neppure ci tornerà).[22]
    Finisce che Audisio infatti, ignaro di tutto, partirà dopo le ore 12 proprio per Dongo, dove Mussolini non c’è e dovrà poi andarlo ad ammazzare (dice lui) dopo le 15!
    Questo svolgersi irreale degli avvenimenti, così come sono stati narrati, dimostra, da solo, la falsità della versione ufficiale, e indica chiaramente che, mentre Audisio deve necessariamente perdere tempo in Prefettura per coinvolgere tutte le componenti della Resistenza nelle imminenti fucilazioni, altri stanno provvedendo al Duce!

    E’ ASSURDO, quindi, tutto l’atteggiamento di Valerio e Lampredi in quella mattina del 28 aprile con il genere di incarico che dovrebbero avere ed il pericolo che Mussolini possa essere soffiato da un momento all’altro.
    Infatti, Valerio, già poco e mal giustificatosi per essere partito tardi da Milano, arriva a Como, e si infila nel caos di problemi e incomprensioni trovati in Prefettura perdendo l’intera mattinata (come se volesse, più che altro, lasciare un attestato ufficiale del suo incarico) a cercare un grosso camion ed a litigare con le autorità locali.
    Lampredi, invece, arrivato a Como, svicola dalla Prefettura e da Valerio e a sua insaputa, portandosi dietro il comandante del plotone dell’Oltrepò Alfredo Mordini e l’autista Giuseppe Perotta, fa un salto in Federazione comunista alla ricerca di notizie e di aiuti (dice lui, per Audisio in difficoltà in Prefettura),[23] quindi entrambi spariscono all’improvviso per riapparire solo molte ore dopo a Dongo, dove il Duce non c’è ed infatti giustificano questo viaggio sostenendo di essere andati a incontrare Moretti e il Canali che sanno dove sia.
    Come è possibile credere che in Federazione non trovarono l’indirizzo di Bonzanigo e che quindi non abbiano fatto una preliminare deviazione a mezza strada per Azzano per andare almeno a controllare i prigionieri?
    Come credere che, partiti da Como prima di Valerio, arrivino invece alcuni minuti dopo o comunque (a dar retta a Lampredi) partiti invece poco dopo, nessuno dei due gruppi sappia del passaggio dell’altro nonostante avessero percorso una lunga strada a fettuccia piena di posti di blocco, ma non certo di traffico? [24]
    Ma, oltretutto, giova ripeterlo, come è possibile credere che Canali e Moretti alle 7 del mattino (o verso le 6 come disse Giovanni Aglietto), dopo aver riferito in federazione comunista della messa in custodia di Mussolini, siano stati lasciati andar via, proprio loro che, conosciuti dai guardiani del Duce, possono e sanno come arrivare a Bonzanigo?
    Ed invece, visto che Audisio si muoverà per andare a Bonzanigo dopo le 15, si è tutti arcisicuri che i prigionieri, i padroni di casa e gli stanchi carcerieri, ignorati da tutti, stanno buoni, tranquilli e protetti, in casa De Maria!
    Il capitano Neri, Luigi Canali, fino all’alba vero organizzatore di tutte le vicende del trasbordo notturno di Mussolini in quella casa, sparisce di scena.
    Pedro, il Pier Bellini delle Stelle, pomposo e orgoglioso comandante dell’eroica impresa, se ne va a Dongo e lì resta affaccendato senza riferire, chiedere o dare ordini per Mussolini.
    Eppure era lui il comandante della 52a Brigata che aveva, assieme al Canali e Moretti, condotto Mussolini nel nascondiglio di Bonzanigo (prendendosi anche la responsabilità di aggiungerci una donna, la Petacci), e come mai che, uscito all’alba da quella casa a lui fino a quel momento sconosciuta, si defila poi in questo modo e neppure informa Como o Milano delle novità e cambiamenti notturni? E soprattutto: se non fosse arrivato alle 14 a Dongo l’inaspettato Valerio, fino a quando continuava a ignorare il “problema Mussolini”?
    Non è invece eloquente che sono state date precise disposizioni di comportarsi così, perché al Duce si sta già provvedendo in altro modo?

    segue............Il Duce: Benito Mussolini e La Storia del Fascismo - La morte di Mussolini
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    Predefinito Re: Morte di Mussolini: fine di una vulgata

    (II° Parte)
    I motivi e le prove oggettive che rendono la
    “storica versione” assolutamente inattendibile
    Di Maurizio Barozzi
    “Quella morte doveva essere raffigurata comunque come vile, spregevole, infame e abietta: ed ecco la necessità di ricorrere, senza timori di essere smentiti, alla più smaccata e sistematica manipolazione dei fatti”. (A. Zanella, L’ora di Dongo – Rusconi 1993).
    E' ASSURDO, sia pure prendendo tutto con estrema cautela, che si riscontrino troppe anomalie nella fucilazione di Villa Belmonte. Particolari problematici, anche se alcuni deducibili solo in via ipotetica o rilevabili dallo studio critico dell'autopsia, nonchè dall'esame di svariate foto, ma che comunque non collimano o mal si adattano alla versione di Valerio, di un solo tiratore che agisce da tre passi, per esempio: [49]
    - una strana fucilazione che si presuppone eseguita a poca distanza dal condannato e quindi alquanto innaturale e persino pericolosa se poi gli sparatori sono in due; [50]
    - la probabile azione contemporanea di sparo di due tiratori e con armi diverse (mitra e pistola), con corpi stranamente in movimento scomposto, come viene dimostrato dalle traiettorie polidirezionali dei colpi all'emisoma destro e a quello sinistro, e quelle inclinate mostrate dalle ferite sotto al mento (dal basso in alto), al fianco dx (dall'alto in basso) e al braccio dx di Mussolini con foro di uscita e traiettoria quasi tangenziale e non perforante, più altre ferite un po' ovaliformi, tutte distribuite con una certa distanzialità tra loro. [51]
    Tutti riscontri che non confermano la versione di Audisio.
    - la sventagliata di mitra alla schiena (quasi inspiegabile) alla Petacci; [52]
    - la tumefazione, sicuramente pre mortale, nella zona dello zigomo destro riscontrabile sulla Petacci stessa che attesta o una violenza da viva o un improvviso impatto mentre colpita proditoriamente a morte piombava al suolo; [53]
    - un condannato messo al muro, a cui addirittura si pronuncia una breve pseudo sentenza, il quale alzerebbe istintivamente la mano a schermo (evento questo non impossibile, ma psicologicamente estremamente improbabile in un "fucilando"). [54]
    - il muretto, alto circa 1,24 cm. che rimarrà colpito da qualche colpo, come se si fosse sparato al petto verso soggetti dell'altezza di un nano. [55]

    E' ASSURDO (ma forse dovremmo dire "impossibile", per la somma di tutti questi singoli elementi considerati anche nei rispettivi opposti casi), che la morte di Mussolini e della Petacci sia avvenuta alle ore 16,10 del 28 aprile:

    a) sia pure con molta cautela e qualche riserva, per il fatto che lo stomaco del Duce, nonostante la "vecchia" versione ufficiale attesti che avesse mangiato polenta (forse) e un po' di pane e salame è risultato privo di ogni residuo di cibo e con poco liquido torbido bilioso (anche se ci sarebbe la possibilità fisiologica di una completa digestione di un pasto, ma solo se estremamente scarno, consumato intorno alle ore 12,30, la presenza del sia pur poco liquido torbido bilioso indica un digiuno più prolungato). [56]
    Quindi l'allestimento dei resti del pasto nella stanza sarebbe una messa in scena; [57]
    oppure, viceversa, come nella "nuova" versione ufficiale riveduta, [58] dicesi che non aveva affatto mangiato, ma allora ci sarebbe una contraddizione con la richiesta o l'offerta accettata di cibo del mezzogiorno e il non averlo poi consumato, pur digiuni dalla sera prima e addirittura fino alle 16. Anche in questo caso è legittimo sospettare una messa in scena (con il pasto in mostra nella stanza e intatto fin dopo le 16) avallata dai coniugi De Maria.

    b) le testimonianze, anche se poi se ne ritrovano alcune contrarie (però chiaramente di parte), che hanno notato il particolare del rigor mortis presente alla raccolta dei cadaveri davanti a villa Belmonte e poi al caricamento, al bivio di Azzano, dei corpi sull'autocarro che li ha portati a Milano (i due cadaveri sono stati maneggiati per caricarli, prima sull'auto e poi sul camion, verso sera, poco meno di 3 ore dopo le 16, ma se risultavano già rigidi, si deve concludere che la morte è avvenuta molto prima). A queste vanno aggiunte le testimonianze che hanno notato il pochissimo, quasi inesistente residuo di sangue davanti al cancello di Villa Belmonte. [59]
    c) la valutazione, sia pure indicativa, problematica e presa con tutte le cautele (vista la mancanza di una precisa indagine necroscopica e le vicissitudini subite dai cadaveri), delle foto dei due cadaveri, tra il tardo pomeriggio e l'alba del 29/30 aprile (non si sa) nei corridoi dell'obitorio che mostrano i due corpi già abbastanza sciolti al collo, al tronco, al polso e alle braccia, indicando una risoluzione in stato avanzato e quindi una morte anticipata di alcune ore, rispetto alla versione ufficiale (16,10 del 28 aprile). Una constatazione questa che, per sua natura, seppur non di certo assoluta per risalire all'ora del decesso, pone però gravi interrogativi almeno per il rilievo trascritto dal professor Cattabeni nel suo verbale autoptico dove scrisse: «Rigidità cadaverica risolta alla mandibola, persistente agli arti». [60]

    NON È CREDIBILE, che il colpo post mortem notato sulla nuca di Mussolini, gettato a terra sul selciato di piazzale Loreto ed adagiato sul petto della Petacci (foto dunque ripresa non molto tempo dopo l'arrivo dei cadaveri in piazza), sia stato sparato ad un cadavere, con arma tenuta quasi rasoterra e orizzontale, in mezzo alla gente. [61]
    Quando fu sparato quel colpo post mortem sulla nuca del Duce? Forse durante la finta fucilazione di villa Belmonte? E si è forse è voluto simulare goffamente un colpo di grazia?

    NON È CREDIBILE, né giustificabile, che sia stato ritenuto (o addirittura dato un ordine) di non eseguire l'autopsia sul cadavere della Petacci se non ci fossero stati dei gravi motivi per impedirlo. E soprattutto non è credibile neppure il fatto che il fantomatico "Guido, Generale medico della Direzione Generale di Sanità del Comando Generale del CVL", firmatario del verbale di Cattabeni, sia sparito nel nulla, nè abbia mai più dato segni di vita, se non avesse avuto altrettanti gravi motivi per agire in questo modo. Ed altrettanti buoni motivi li hanno avuti le fonti resistenziali a non indicarlo!

    È ASSURDO, che non sia stata consegnata alla storia della Resistenza l'arma (il mitra e aggiungiamoci anche la pistola) impiegato in questa decantata impresa di giustizia popolare, per la quale si richiese un alta onorificenza.
    Perché far credere per anni che l'arma fosse stata smembrata ed i pezzi donati come cimeli, oppure che è stata spedita a Mosca, [62] o ancora che la conservasse Moretti [63] ed infine invece, come oggi si dice, ma non tutti ci credono (e sempre che poi sia l'arma effettivamente usata per uccidere il Duce e non magari quella usata per la sceneggiata della finta fucilazione), fatta sparire nel 1957 in Albania, dodici anni dopo i fatti, con l'impegno di tenerla segreta? Ma il professor Paolo Murialdi Paolo, storico e al tempo capo Stato Maggiore delle Divisioni dell'Oltrepò, affermò in proposito: «Il mitra di Mussolini a Tirana? Ogni anno esce una versione diversa sulla fine fatta dall'arma che ha ucciso il Duce. Sono state dette tante sciocchezze, ma questa è una delle più grosse che ho sentito finora». [64]
    Eppure la consegna dell'arma alle autorità, descritta persino con l'indicazione di un nastrino rosso alla canna e numero di matricola, oltre che ad assolvere ad un dovere storico verso la Resistenza, avrebbe potuto chiarire i tanti dubbi che nel frattempo si addensavano su le famose e contraddittorie versioni di Valerio.
    Se questo non è stato fatto è perché c'era una grave ragione per agire così!

    È ASSURDO, che non molto tempo dopo quei fatti, si siano avute molte testimonianze, anche se la maggior parte delle quali solo successivamente e approssimativamente rese note, di chi aveva potuto vedere o sentire particolari da testimoni vari presenti quel giorno a Bonzanigo e Giulino di Mezzegra: particolari non ben collimanti con la versione ufficiale, ma come depositari di un qualcosa di diversamente accaduto.
    Per esempio: strani via vai di partigiani al mattino, spari nel paese, arrivi di macchine, gruppetti di partigiani che bloccano l'accesso a determinate strade poco prima che arrivi Valerio, ecc., tutti eventi che non avrebbero dovuto verificarsi se, come si sostiene, nessuno sapeva dove erano rinchiusi Mussolini e la Petacci (casa De Maria) e Valerio era partito da Dongo per Bonzanigo solo alle 15,10. [65]
    Altrettanto assurdo è il fatto che, anni dopo, ex attori di quegli eventi (vedi per esempio Piero, Orfeo Landini, Bill, Urbano Lazzaro, il Geninazza e tanti altri attori minori) hanno potuto, soprattutto grazie a queste incongruenze, sostenere le più disparate, divergenti e spesso inattendibili versioni sia su quei fatti, che sul nome dei partecipanti alla fucilazione in buona parte o totalmente, in contrasto con la versione ufficiale. [66]

    SONO ASSURDI, i pochi racconti che si sono ricavati dai coniugi De Maria; soprattutto il fatto che il padrone di casa Giacomo se ne era andato tranquillamente a veder passare il Duce prigioniero, quando lo aveva in casa e comunque lasciando la moglie molte ore da sola con i prigionieri e gli uomini armati!
    Addirittura poi non è neppure escluso che anche la De Maria, alle 15,30 del 28 aprile, si trovasse sulla statale con il resto della gente ad aspettare che passassero i prigionieri (come raccontato da una certa Rosa di Rizzo) fatto questo che dimostrerebbe la falsità di tutta la versione ufficiale e di tutti i racconti strappati negli anni alla stessa De Maria.
    Suona di artefatto, inoltre, anche l'accurata messa in scena della stanza dei prigionieri, realizzata con minuzia di particolari e foto: la tuta della Petacci appesa all'attaccapanni, il suo baschetto da pilota, la cassapanca con i panini ed il resto del cibo, la coperta sul letto, ecc. Notò giustamente A. Zanella: «questo aspetto è parallelo alla sovrabbondanza di oggetti della Petacci trovati davanti al cancello di Villa Belmonte». [67]

    NON È CREDIBILE, che il subdolo "invito" (sembra organizzato dagli uomini di Martino Caserotti, "Roma") per spedire la gente di Azzano, Giulino e Bonzanigo a lasciare le loro case e a recarsi sulla provinciale a veder transitare nel pomeriggio un Mussolini prigioniero, sia un fatto marginale e non sia in relazione invece con la finta fucilazione a Villa Belmonte.
    Sembra che lo stesso Michele Moretti si sia lasciato sfuggire un «Non volevamo essere disturbati in quello che dovevamo fare», [68] frase che anche se è in relazione alla fucilazione delle 16,10 già lascia perplessi, visto che Valerio non ebbe tutto questo tempo per preavvertire del suo arrivo, ma potrebbe essere invece indicativa proprio per la sceneggiata da mettere in atto davanti al cancello della Villa.
    Ma ancor di più tutta la falsità di quegli avvenimenti è dimostrata dal fatto (ben testimoniato anche se prove certe a suo tempo non vennero cercate) che forse intorno alle 13 venne sparsa nel paese questa voce relativa ad un transito di Mussolini prigioniero nel primo pomeriggio. Fatto questo che praticamente svuotò le case dei circa 50 abitanti di Bonzanigo e dintorni.
    Visto che a quell'ora Valerio doveva trovarsi in viaggio verso Dongo ed ancora non sapeva del luogo dove era custodito Mussolini, è praticamente impossibile per la versione ufficiale giustificare questa manovra diversiva, finalizzata per la discrezione di Valerio, fatta con così largo anticipo. [69] Ancor meno credibile è il presupporre che questo avvenimento avvenne per cause indipendenti dalla fucilazione di Mussolini.

    È ASSURDO che ci siano, come già detto, varie testimonianze di persone che trovatesi quel pomeriggio del 28 aprile nei pressi del luogo dell'esecuzione attestano inequivocabilmente che la zona di Giulino di Mezzegra era stata isolata e bloccata da nord e da sud da svariati partigiani armati già da almeno mezz'ora prima della fucilazione. Quindi Valerio non arrivò improvviso ed inaspettato, non scelse sul momento il fatidico cancello per eseguirvi l'esecuzione, non c'era lui solo, con Guido, Pietro e l'autista, ma c'erano indaffarati molti elementi sia del luogo che venuti da fuori, c'era già da tempo in atto un qualcosa di preordinato e di completamente diverso!
    Ed analogamente, altrettante testimonianze sia pure incontrollate, attestano strani via vai di partigiani armati al mattino, spari sospetti e quant'altro, tutti particolari questi che non dovevano assolutamente verificarsi visto che nessuno sapeva che in casa De Maria c'erano, tranquilli a riposare, Mussolini e la Petacci e quindi il paesino avrebbe dovuto essere relativamente immerso nell'anonimato. [70]
    Per il momento dell'esecuzione al cancello della Villa poi, non sono attendibili le tardive testimonianze, come quella della signora Edvige Rumi, moglie di Edoardo Leoni, che dopo molti anni asserì di essere partita da Dongo con alcuni curiosi per andare dietro ad Audisio e guarda caso arrivarono nel punto giusto proprio per godersi lo spettacolo, da un specie di boschetto (quale?) di fronte a Villa Belmonte e nel momento esatto, oltretutto non visti dai 3 "giustizieri" all'opera, che pur si premunirono di cacciare anche via i pochi abitanti della Villa che si stavano avvicinando. È indubbio che ci troviamo di fronte ad un racconto, sia pure in buona fede, frutto della sceneggiata davanti al cancello della Villa e di quello che si potè vedere subito dopo quella "fucilazione" e delle tante voci che presero a circolare in zona. [71]

    .......segue

    Il Duce: Benito Mussolini e La Storia del Fascismo - La morte di Mussolini
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  3. #3
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Morte di Mussolini: fine di una vulgata

    Una doverosa postilla, i due lunghi articoli sono stati postati solo ed unicamente dal punto di vista storico, senza nessuna implicazione politica e/o di giudizio sul fatto sull'uccisione di Mussolini e di Claretta Petacci. Ognuno rimane della sua idea e se cioè si sia trattato di un atto di legittima giustizia di guerra o un infame delitto. Ripeto io inviterei tutti coloro che leggessero i due lunghi articoli, che vanno letti per intero, a farsi un giudizio storico e di cronaca su cosa realmente accadde in quei tragici giorni. La morte di Mussolini ha sempre dato adito a tantissimi dubbi, come tantissimi dubbi riguardano non tanto chi decise la sua morte e cioè NON il CLN ma il ristrettissimo comitato insurrezionale composto da Longo, Sereni, Pertini e Valiani (e questo è storicamente assodato), ma chi e con quali modalità vennero eseguite le condanne del Duce e della sua donna. Io mi sono letto qualche cosa al riguardo (Ombre sul lago di Giorgio Cavalleri, Gli ultimi cinque secondi di Mussolini di Giorgio Pisanò e L'ora di Dongo di Alessandro Zanella), e mi sono fatto l'idea anzi la certezza (che è di tutti coloro che si sono interessati al caso) che l'uccisore di Mussolini non fu sicuramente Walter Audisio, che la morte non avvenne a Villa Belmonte, ma che gli uccisiori di Mussolini e della Petacci furono Moretti, Lampredi e con ogni probabilità Luigi Longo.
    Ultima modifica di Gianky; 24-06-13 alle 09:39
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  4. #4
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    Predefinito Re: Morte di Mussolini: fine di una vulgata

    La fine del fascismo e l'inizio della Repubblica sulla falsariga di tutta la storia d'Italia, misteri e intrighi. Menzogne e massacri sanguinosi e il popolo italiano, al solito, nella ignoranza e disinteresse più totale
    Ultima modifica di Gianky; 24-06-13 alle 20:30
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  5. #5
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    Predefinito Re: Morte di Mussolini: fine di una vulgata

    Quello che ha dell'incredibile, ma neanche tanto, è che non esista un documento ufficiale, una relazione, una storiografia definitiva da parte delle istituzioni della Repubblica italiana che illustrino definitivamente questo che può essere considerato come la data ufficiale della nascita della repubblica. Oltretutto le decine di delitti che hanno insanguinato la sponda occidentale del lario nei giorni e nelle settimane successive all'uccisione del duce del fascismo e degli altri gerarchi è sicuramente sintomatica che i fatti non sono andati sicuramente come le fanfaronate di Audisio e della vulgata resistenziale hanno divulgato negli anni. Del resto una repubblica dei misteri e delle stragi non poteva che nascere in questa maniera.
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  6. #6
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Morte di Mussolini: fine di una vulgata

    Ripartiamo da De Felice; addirittura fin dal Mussolini il rivoluzionario (1966), nella cui prefazione Cantimori in merito alla morte di Mussolini poteva già rinviare all’«ultimo volume» dell’intera opera di De Felice in cui sarebbero stati forniti «documenti e particolari tali» da modificare la versione tradizionale dei fatti: cioè della fucilazione di Mussolini e della Petacci a Giulino di Mezzegra il 28 aprile ’45 alle 16.10. Trent’anni dopo De Felice, alla vigilia della morte, affidava al Rosso e nero (1995) la sintetica anticipazione di quanto non riuscì a completare: «Nessuno ha mai avuto il coraggio di raccontare che cosa è veramente successo fra il 27 e il 28 aprile a Salò e a Giulino di Mezzegra.
    . di Paolo Simoncelli da “Avvenire” dell’8 settembre 2011
    .
    Tutto è rimasto oscuro, alla mercé delle più terribili dietrologie». Nel frattempo si sono avute diciassette diverse versioni di quell’esecuzione e sono progressivamente apparsi al proscenio una decina di esecutori. Oggi aiuta a far luce un importante Dvd curato da Fabio Andriola e Alessandra Gigante, Mussolini. Una morte da riscrivere (Storia in rete, euro 14,90). Nessun sensazionalismo; una ricostruzione asciutta, seria, fatta incrociando dati storici e novità scientifiche nel campo medico-legale.
    Ad operare queste nuove analisi è Giovanni Pierucci del policlinico San Matteo di Pavia con i suoi collaboratori (Gianluca Bello, Gabriella Carlesi e Francesco Gavazzeni). Pierucci era già stato chiamato a pronunciarsi sulla morte di Mussolini da Giorgio Pisanò che in appendice al volume su Gli ultimi cinque secondi di Mussolini (1996; tra i maggiori contributi alla ripresa delle discussioni) ne pubblicò la Consulenza medico-legale sul famoso referto autoptico del corpo del Duce operato la mattina del 30 aprile 1945 all’obitorio comunale di Milano dal professor Cattabeni. Nel frattempo, un altro medico settore, Aldo Alessiani, nel 1989 aveva sottoposto ad una serrata critica le conclusioni autoptiche del Cattabeni rilevandone nel referto clamorose reticenze: Cattabeni non avrebbe indicato l’ora della morte di Mussolini; addirittura non avrebbe contato bene neanche i colpi sul corpo.
    La copertina del DVD di "Storia in Rete" "Mussolini una morte da riscrivere" di Fabio Andriola e Alessandra Gigante

    Per Alessiani analisi balistiche ricavabili dalle diverse fotografie del corpo del Duce e dalle dolose lacune nel referto di Cattabeni portavano a individuare una doppia serie di colpi maggiori e una “polispazialità” di traiettorie che facevano credere che Mussolini fosse morto durante una colluttazione ben prima delle 16.10, dunque non fucilato davanti al cancello di Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra. Seppure sulla base di una serie ridotta di analisi fotografiche, il professor Baima Bollone nel 2005 era però rimasto convinto della tesi tradizionale.
    Utilizzando nuove, straordinarie tecniche sviluppatesi in questi ultimi anni (quasi alla Csi, Cold Case ecc.) Pierucci e la sua squadra, intervistati da Andriola, tornano oggi in argomento e offrono nuove risultanze. Intanto, con maggior garbo rispetto alle critiche di Alessiani, intervengono sul testo del referto di Cattabeni: formalmente non un’“autopsia giudiziaria” che risponde a diversi quesiti posti dalla magistratura, ma un semplice “riscontro diagnostico” diretto ad indicare solo la causa del decesso; senza contare le circostanze eccezionali in cui Cattabeni operò: tra partigiani e giornalisti che entravano e uscivano dalla sala, affollando il tavolo anatomico ecc. Tuttavia anche Pierucci rileva diverse anomalie nell’analisi di Cattabeni: intanto vennero del tutto trascurati gli indumenti indossati da Mussolini al momento della morte; il corpo del Duce venne presentato al tavolo anatomico già lavato (impedendo quindi altre analisi essenziali per una corretta autopsia); non furono individuati tutti i colpi, e neanche la corrispondenza tra fori d’entrata e fori d’uscita dei proiettili dal corpo.
    Sappiamo così ora che ben undici furono i colpi che attinsero Mussolini in vita, anziché gli otto indicati da Cattabeni; di questi undici, tre sono raggruppati nell’emitorace destro ed esplosi con un’angolazione di 35°-40°, quattro nell’emitorace sinistro ed esplosi in perpendicolare; un colpo all’anca, due nella zona addominale e uno all’avambraccio destro. I colpi risultano esplosi da una distanza variabile tra i venti e i quaranta centimetri. Questa circostanza esclude una fucilazione rituale (in genere a qualche metro di distanza dal bersaglio); indica piuttosto un’esecuzione spiccia, come desumibile anche dal colpo sull’avambraccio destro, piegato a circa 90° a protezione del volto: gesto istintivo tipico di chi si trova a subire un improvviso atto offensivo.
    Non solo: gli indumenti di Mussolini, riscontrabili già nelle terribili foto e filmati di piazzale Loreto, non riportano alcun foro d’entrata di proiettili. Evidentemente è stato colpito prima di essere rivestito; le analisi della cosiddetta “scala dei grigi”, atta a individuare macchie di sangue e aloni incombusti di polvere, dimostrano che Mussolini, al momento della morte, aveva indosso solo una maglietta. Andriola e Gigante, con l’ausilio di altra documentazione storica confortano l’ormai facile critica della “vulgata”: mentre a Dongo tutta la popolazione venne invitata ad assistere alla fucilazione dei gerarchi sulla spalletta del lungolago, a Giulino di Mezzegra la via XXIV Maggio, dove s’affaccia il cancello di Villa Belmonte, venne chiusa dai partigiani in entrambi i sensi di marcia per nascondere ad eventuali passanti occasionali la fucilazione di Mussolini e della Petacci. Ancora: Claretta non era stata condannata a morte da nessun organo del Cln, nemmeno dal famigerato Comitato insurrezionale (composto da Longo, Pertini, Valiani e Sereni).
    Eppure il “colonnello Valerio” nel tragico appello fatto nel pomeriggio a Dongo dei gerarchi prigionieri e relativa sentenza, dice: «Claretta Petacci, a morte!»; così come: «Mussolini, a morte!», e uno per uno tutti gli altri. Ma la Petacci non era in quell’elenco. Il “colonnello Valerio” a Dongo nel pomeriggio sapeva quindi che lei e Mussolini erano già morti. A che ora dunque erano stati ammazzati? Le precedenti risultanze del referto di Cattabeni, le critiche di Alessiani e il primo intervento di Pierucci avevano concordemente indicato l’assenza di tracce di cibo nello stomaco di Mussolini; Lia De Maria, padrona della casa dove Mussolini e la Petacci avevano trascorso le poche ore della notte del 27 e la mattina del 28 aprile, disse di aver dato da mangiare a Mussolini a mezzogiorno. Questa testimonianza sarebbe stata incompatibile con le risultanze autoptiche precedenti: Mussolini era stato ucciso prima di mangiare.
    Ora invece Pierucci non ritiene incompatibile l’ora ufficiale della morte, le 16.10, con il pranzo delle 12.00. Possiamo però aggiungere elementi ulteriori a proposito dell’ora della morte: il “rilasciamento” del corpo che interviene dopo la rigidità cadaverica si manifesterebbe circa quarantott’ore dopo la morte. I l referto autoptico di Cattabeni, che iniziò a operare alle 7.30 del 30, aprile indica una «rigidità cadaverica risolta alla mandibola. Persistente agli arti». Ma un testimone d’eccezione presente quel giorno all’obitorio, il giornalista Bruno Romani, scrisse su “Risorgimento liberale” del 5 maggio seguente che «ad ogni movimento la sua testa (di Mussolini) dondolava pesante come quella di una bambola di segatura». A prender per buona questa testimonianza, la morte di Mussolini sarebbe dunque occorsa nella mattina del 28 aprile, non alle 16.10. E cambia naturalmente lo scenario: non più il cancello di Villa Belmonte, dove sarebbe stata solo inscenata una finta fucilazione, ma casa De Maria a Bonzanigo (poco a nord di Giulino di Mezzegra). Pisanò raccolse la testimonianza straordinaria di una vicina di casa dei De Maria, Dorina Mazzola, che sentì prima un grande trambusto e, nascosta, vide poi buona parte delle drammatiche scene occorse intorno alle 10.00 con l’uccisione di Mussolini e, alle 12.00, con quelle della Petacci.
    Questa testimonianza e le nuove risultanze medico-legali non sono affatto in contraddizione. Andriola e Gigante chiudono in modo apprezzabilmente cauto l’inchiesta: sappiamo oggi cosa non è accaduto; non ancora ciò che realmente è occorso. Ne approfittiamo per qualche rilievo conclusivo che apre a nuove ricerche: intanto perché questa omertà pertinace nel nascondere le vere circostanze della morte di Mussolini? Un’assurdità che di fronte già alle varie e contraddittorie versioni sull’esecuzione di Mussolini fornite da Walter Audisio, ha legittimato ipotesi alternative d’ogni genere, alimentato fertili fantasie, moltiplicato i giustizieri. Dunque quella versione ufficiale nascondeva qualcosa di grosso, doveva celare qualche segreto importante; da cui i morti ammazzati sopraggiunti immediatamente tra i testimoni e i protagonisti dell’evento che avevano manifestato qualche segno di cedimento dinanzi alla consegna del silenzio.
    Non a caso ad essere ucciso subito fu “Lino”, uno dei due partigiani che avevano custodito Mussolini e la Petacci dal loro arrivo a casa De Maria alla loro morte. “Lino” venne ammazzato appena una settimana dopo Mussolini; pochi giorni dopo fu la volta del “capitano Neri”, il mese dopo della sua compagna, “Gianna”, che ne cercava notizie. Le risultanze dell’inchiesta (come già la ricostruzione di Pisanò), affievoliscono di molto la “pista inglese”, sostenuta plausibilmente fino ad oggi dalle testimonianze di uno dei molti possibili esecutori del Duce, Bruno Lonati, assieme al capitano inglese John Maccarone (testimonianze ritrasmesse nel luglio 2010 da Rai3). Secondo questa ipotesi, la “prima” vera morte di Mussolini sarebbe stata dovuta alla necessità di sottrargli la documentazione scottante che aveva con sé, in particolare il carteggio segreto con Churchill occorso poco prima e soprattutto dopo l’entrata in guerra dell’Italia.
    Le due circostanze possono coesistere senza essere necessariamente correlate: la documentazione segreta di Mussolini era già stata sequestrata dai partigiani; a volerlo morto erano sì gli inglesi, non meno dei comunisti, anzi del già visto Comitato insurrezionale del Cln timoroso che, come ne disse lo stesso Longo, se Mussolini fosse stato consegnato agli Alleati e processato dai loro tribunali, forse non sarebbe stato condannato a morte. All’esistenza di quel carteggio continuò a credere De Felice; riteneva che quelle lettere di Churchill avrebbero potuto riservare «qualche sorpresa»; probabilmente relativa alle vere cause dell’intervento in guerra dell’Italia.

    Simoncelli: ?sulla morte del Duce ora sappiamo cosa non quadra? ? Storia In Rete
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    Predefinito Re: Morte di Mussolini: fine di una vulgata

    per quanto mi riguarda io credo alla riscostruzione di Pisano' : con la testimonianza della testimone Dorina Mazzola

    Mussolini tento' di avvelenarsi col cianuro che aveva nella capsula di un dente la mattina del 28 aprile
    questi privo di sensi fu legato alla stalla di casa De Maria e ucciso con delle raffiche di mitra attorno alle 9,30-10 di quel giorno
    tra i partigiani che lo uccisero sicuramente c'erano degli inglesi
    la Petacci fu ripetutamente violentata e poi uccisa attorno alle 11-12 con dei colpi alla schiena

    tutto il resto è messinscena
    Ultima modifica di FrancoAntonio; 27-06-13 alle 15:21

  8. #8
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    Predefinito Re: Morte di Mussolini: fine di una vulgata

    Citazione Originariamente Scritto da Candido Visualizza Messaggio
    per quanto mi riguarda io credo alla riscostruzione di Pisano' : con la testimonianza della testimone Dorina Mazzola

    Mussolini tento' di avvelenarsi col cianuro che aveva nella capsula di un dente la mattina del 28 aprile
    questi privo di sensi fu legato alla stalla di casa De Maria e ucciso con delle raffiche di mitra attorno alle 9,30-10 di quel giorno
    tra i partigiani che lo uccisero sicuramente c'erano degli inglesi
    la Petacci fu ripetutamente violentata e poi uccisa attorno alle 11-12 con dei colpi alla schiena

    tutto il resto è messinscena
    Anche secondo me la versione di Pisanò è quella che più si avvicina al reale. Riguardo alla sorte dello stesso Duce e della sua compagna PRIMA dell'uccisione non saprei, certamente vedendo la situazione di allora e i brutti ceffi che infestavano le bande partigiane non mi sentirei di escludere quello che affermi. Altra cosa probabilissima fu il fatto che i partigiani comunisti seguissero le istruzioni degli inglesi, sopratutto riguardo agli incartamenti del Duce.
    Ultima modifica di Gianky; 28-06-13 alle 11:09
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    Predefinito Re: Morte di Mussolini: fine di una vulgata

    Citazione Originariamente Scritto da ULTIMA LEGIONE Visualizza Messaggio
    Anche secondo me la versione di Pisanò è quella che più si avvicina al reale. Riguardo alla sorte dello stesso Duce e della sua compagna PRIMA dell'uccisione non saprei, certamente vedendo la situazione di allora e i brutti ceffi che infestavano le bande partigiane non mi sentirei di escludere quello che affermi. Altra cosa probabilissima fu il fatto che i partigiani comunisti seguissero le istruzioni degli inglesi, sopratutto riguardo agli incartamenti del Duce.
    Mussolini aveva questa capsula di cianuro nel dente e prima o poi l'avrebbe usata perchè scrisse piu' volte che non voleva cadere vivo in mano agli angloamericani, quindi attese in qualche modo che la Petacci uscisse dalla stanza per fare i suoi bisogni per rompere la capsula dentale, presumo attorno alle 8-9 del mattino.
    Dà li' nacque tutto il trambusto dei partigiani che lo vollero fucilare subito per evitare che gli morisse sotto il naso

    A questo punto penso con tristezza al calvario della Petacci che non soltanto vide morire in questo modo il suo uomo ma che per alcune ore fu l'oggetto di ogni sevizia da parte dei partigiani, (che ci sia stata violenza carnale o solo schiaffi e pugni è da vedere) che poi, probabilmente infastiditi delle sue urla, la fucilarono alla schiena, i buchi sulla pelliccia che indossava parlano chiaro

    La Mazzola racconta di urla straziate della Petacci e di partigiani che le dicevano "taci puttana"

    Ho il libro di Pisano'
    Ultima modifica di FrancoAntonio; 28-06-13 alle 11:43

  10. #10
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    Predefinito Re: Morte di Mussolini: fine di una vulgata

    L'ipotesi del tentato suicidio con la capsula di cianuro è da scartare per varie ragioni. Soprattutto, perché non ci sono prove o testimonianze dell'innesto all'interno della protesi dentaria e dagli esami effettuati sul corpo di Mussolini non sono risultati segni di avvelenamento. Peraltro, la testimonianza su cui si baserebbe l'ipotesi presenta una incongruenza significativa: si sostiene che il Duce avesse timore di essere avvelenato dai partigiani, ma che poi si sia avvelenato a sua volta...
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