User Tag List

Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
    Ghibellino
    Data Registrazione
    22 May 2009
    Messaggi
    48,886
    Mentioned
    94 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito La morte di Mussolini: fine di una vulgata

    Posto anche qui su SN un thread che ho pubblicato sul forum di Storia che mi sembra molto interessante. Sono due parti di un solo articolo, un po' lunghetti, ma estremamente interessanti per chi, come me, è interessato ai fatti poco noti e assai meno spiegati della nostra storia più o meno recente



    1. (I° Parte)
    2. I motivi e le prove oggettive che rendono la
      “storica versione” assolutamente inattendibile
      Di Maurizio Barozzi
      “Quella morte doveva essere raffigurata comunque come vile, spregevole, infame e abietta: ed ecco la necessità di ricorrere, senza timori di essere smentiti, alla più smaccata e sistematica manipolazione dei fatti”. (A. Zanella, L’ora di Dongo – Rusconi 1993).

    3. La impropriamente detta “storica versione” o “versione ufficiale”, raccontata dal colonnello Valerio, alias Walter Audisio, sulla morte del Duce, così tanto impasticciata e contraddittoria, dopo essersi malamente barcamenata per oltre 60 anni di fronte alle tante e sacrosante critiche che gli sono state elevate, si può dire che sia stata, almeno ufficiosamente, liquidata quando il regista Carlo Lizzani già autore del film “Mussolini ultimo atto” del 1974, che tanto aveva contribuito a divulgarla nell’immaginario collettivo, in un passaggio del suo libro di memorie, ha reso noto nel 2007 che Sandro Pertini, un pezzo da novanta della Resistenza, subito dopo aver visto il film, gli scrisse una lettera nella quale affermò: <<...e poi non fu Audisio a eseguire la “sentenza”, ma questo non si deve dire oggi>> [1].
      Ciò che ha consentito a questa vulgata, come la definiva Renzo De Felice, di sopravvivere per tanti anni è dovuto, oltre alle necessità politiche del tempo, soprattutto al fatto di rappresentare comunque una parte della verità, anche se “una parte” stravolta in alcuni episodi determinanti, spesso verosimile, ma non veritiera, la quale miscelava fatti veri ad altri inventati, ma pur sempre e almeno in parte, attestabili qua e là, nella raccolta delle testimonianze visto che certi eventi si erano effettivamente verificati anche se non nei termini in cui venivano raccontati.
      Occorre premettere che questa “storica versione” è articolata attraverso multiformi resoconti che possono riassumersi nei seguenti passaggi, ai quali dobbiamo giocoforza riferirci nonostante le profonde contraddizioni che presentano tra di loro:

      1. Il primo anonimo resoconto, pubblicato dall’Unità il 30 aprile 1945;
      2. i 24 articoli pubblicati dall’Unità dal 18 novembre al 24 dicembre 1945, su relazioni del colonnello Valerio, avallati da due righe di presentazione scritte da Luigi Longo, già comandante delle Brigate Garibaldi e vice comandante del CVL;
      3. i sei articoli, nomati “Il Colonnello Valerio racconta”, pubblicati ancora sull’Unità a partire dal 25 marzo del 1947 e questa volta firmati da Walter Audisio;
      4. il libro postumo “In nome del Popolo italiano” Edizioni Teti 1975, di Walter Audisio;[2]
      5. la “Relazione riservata al partito” del 1972 di Aldo Lampredi (Guido Conti) resa nota integralmente dall’Unità, il 26 gennaio del 1996;
      6. le testimonianze di Michele Moretti (Pietro Gatti), raccolte da Giusto Perretta, al tempo presidente dell’Istituto comasco per la storia del movimento di Liberazione, nel libro Dongo, 28 aprile 1945. La verità, Ed. riveduta Actac 1997.
      Visto che non venne mai resa una relazione ufficiale al CLNAI, al tempo rappresentante del governo italiano al Nord Italia, nè al CVL (Corpo Volontari della Libertà, praticamente il comando militare della Resistenza) e neppure in seguito, agli organi dello Stato italiano, sono questi i testi base che possono definirsi “ufficiali” della “storica versione”, ma in realtà occorre dire che la stessa storiografia di parte resistenziale ha prodotto, in tutti questi anni, un certo revisionismo non dichiarato, più che altro apparente, con il quale ha ridimensionato molti degli sproloqui e delle fanfaronate raccontati da Walter Audisio, oggi considerati come una necessità del dopoguerra, atta alla smitizzazione del mito del Duce.
      Questo revisionismo apparente può già riscontrarsi nella stessa Relazione riservata di Aldo Lampredi del 1972, con la quale l’autore ridimensionò sensibilmente molte delle fanfaronate di Audisio, ma in ogni caso si può dire che, nonostante queste precisazioni, la “storica versione” di Audisio è rimasta sostanzialmente immutata, in particolare per gli episodi decisivi che attestano la fucilazione del Duce e riguardano il luogo (il cancello di Villa Belmonte in via XXIV maggio a Giulino di Mezzegra), l’orario (le 16,10 del 28 aprile 1945) e il terzetto dei partigiani comunisti presenti (Walter Audisio Valerio, Aldo Lampredi Guido, e Michele Moretti Pietro) con Audisio nel ruolo di “sparatore”.
      Qualche autore revisionista ha tuttavia lasciato un piccolo margine di incertezza, supponendo che a sparare a Mussolini non sia stato il solo Audisio, ma forse, in una fase caotica di quei momenti, anche il Michele Moretti e/o il Lampredi così come sosteneva Luigi Carissimi-Priori al tempo capo dell’ufficio politico della questura di Como [3],
      Riassumendo, in estrema sintesi, questa “storica versione” possiamo dire che essa vorrebbe attestare quanto segue:
      Mussolini e la Petacci nascosti all’alba del 28 aprile ‘45 a Bonzanigo in casa dei contadini De Maria; incarico segreto assegnato, nella notte precedente, dal comando generale del CVL e da Luigi Longo in particolare, a Walter Audisio, alias colonnello Valerio, coadiuvato da Aldo Lampredi Guido, per andare a fucilare sbrigativamente il Duce e gli altri ministri e personalità del fascismo arrestate a Dongo; partenza di Audisio e Lampredi da Milano per Dongo verso le 7 del mattino del 28 aprile, passando per le autorità locali del CLN nella Prefettura di Como, scortati da un plotone dell’Oltrepò pavese di circa 12 partigiani più i loro comandanti Alfredo Mordini Riccardo e Giovanni Orfeo Landini Piero; lunga sosta in Prefettura a Como per presentazioni, chiarimenti e incomprensioni varie con gli esponenti locali del CLN.
      Di seguito, arrivo di Audisio a Dongo verso le 14,10 e, quasi contemporaneamente, di Lampredi (giunto con alcuni dirigenti della Federazione comunista di Como) che in Prefettura si era separato da Audisio; spiegazioni con i comandi della 52° Brigata Garibaldi; diversivo pomeridiano verso Bonzanigo del trio “giustizialista” Audisio, Lampredi e Moretti, accompagnati dall’autista requisito sul posto Giovanbattista Geninazza e fucilazione alle 16,10 del Duce e della Petacci nella sottostante Giulino di Mezzegra davanti al cancello di Villa Belmonte; ritorno a Dongo di Audisio e gli altri e fucilazione pubblica di 15 esponenti, o presunti tali, del governo e del fascismo, più Marcello Petacci, ecc.
      E’ questo il quadro generale della versione ufficiale, raccontata con il corollario di molte incongruenze, nominativi e particolari poi smentiti o variati da una versione all’altra, tanto che possiamo dire che essa costituisce una parte di verità, ma non tutta!
      Ferma restando la spedizione di Valerio a Como e Dongo, infatti, basta inserire in questo quadro il diversivo, rimasto segreto, di una sbrigativa e proditoria uccisione del Duce al mattino, tramite un altro commando appositamente partito da Milano o reperito sul posto (Como e dintorni) e quindi la messa in scena, nel pomeriggio, di una finta fucilazione a Villa Belmonte, perché i pezzi del mosaico vadano a posto e si spieghino tutte quelle incongruenze e assurdità e le tante testimonianze spesso inverosimili o altrimenti incomprensibili che più avanti illustreremo.
      E la supposizione di questo “diversivo”, non è un esercizio gratuito o aleatorio, ma scaturisce dalla constatazione di elementi e fatti oggettivi, oltre ad alcune importanti testimonianze, che lo possono ragionevolmente far ricostruire con molta attendibilità.
      Lo scopo di questo nostro studio, però, non è quello di svelare e ricostruire quanto esattamente accadde quel giorno a Bonzanigo e Giulino di Mezzegra, ma dimostrare innanzi tutto la assoluta inattendibilità della “storica versione”.
      Gli irriducibili paladini di questa “vulgata”, infatti, sostengono che essa può essere smontata soltanto da documenti accertati nella loro validità e da testimonianze comprovate[4].
      Una asserzione certamente legittima se non fosse che documenti e testimonianze mancano del tutto, proprio laddove si vuole attestare l’episodio più determinante di questa “versione”, cioè quello che alle 16,10 del 28 aprile 1945, in Giulino di Mezzegra, davanti al cancello di Villa Belmonte furono fucilate due persone ancora in vita![5]
      Mai come in questo caso, infatti, la raccolta delle testimonianze, più o meno veritiere, non porta da nessuna parte per il semplice motivo che quel pomeriggio, al cancello di Villa Belmonte venne inscenata, alla chetichella, una fucilazione con tanto di sparatoria, così come poco prima ci fu il breve transito di due soggetti, presunti Mussolini e la Petacci per la piazza del Lavatoio in Bonzanigo, episodi questi che si sono sovrapposti ad altri episodi, mistificando tutta la realtà dei fatti.[6]
      Viceversa alcuni elementi oggettivi e molti altri di enorme rilevanza, stanno a dimostrare che, prendendo ad uno ad uno certi eventi narrati da questa multiforme e inattendibile “storica versione”, si nota subito come per alcuni di loro è impossibile che si siano effettivamente verificati nei termini in cui sono stati narrati, altri hanno una evidente assurdità di fondo perché sono privi di un minimo di logica o troppo incongruenti ed altri ancora non sono credibili perché pongono seri dubbi e non collimano con molte testimonianze e dati di fatto.
      Parafrasando lo scomparso Franco Bandini, possiamo dire che ognuno dei singoli attestati della “storica versione”, che noi ora andremo a mettere in dubbio, mostra una massima inverosimiglianza, spesso un grado zero di credibilità. Presi tutti insieme, mettono a nudo l’impossibilità fisica che le cose siano andate come si è voluto far credere.[7]
      Nel presentare la nostra controinformazione, dobbiamo premettere che essa è il frutto di un attento studio delle documentazioni inerenti questa materia, della comparazione e dell’incrocio delle testimonianze riconosciute dalla stessa storiografia resistenziale, scartando invece quella letteratura in argomento che risulta alquanto inattendibile [8] e applicando a tutto questo un minimo di logica per gli avvenimenti narrati, sia pure considerando le imprevedibili contingenze di quei caotici e difficili momenti.
      Riporteremo ora di seguito tutti i motivi per i quali la “storica versione”, comunque la si prenda, risulta assolutamente inattendibile. Per non estendere a dismisura la presente trattazione, abbiamo escluso tante contraddizioni e variazioni di minor conto, anche se pur sempre significative, che si riscontrano comparando tra loro le varie versioni di Audisio.
      Il nostro studio, comunque, coinvolgerà sia episodi e testimonianze che potrebbero anche avere un carattere relativo, nel senso di riguardare particolari magari introdotti nella “storica versione” per motivi denigratori o necessità politiche, e che forse potrebbero costituire solo un “falso espositivo”, ma non sostanziale e sia particolari che invece, comunque li si consideri, dimostrano oggettivamente la non verità degli eventi raccontati.
      In ogni caso, tutto l’insieme di questa “versione”, ovvero le alterazioni per esigenze politiche e le alterazioni per mistificare la realtà dei fatti, ne costituiscono la sua sconfessione piena.
      Useremo tre termini, Non credibile, Assurdo ed Impossibile per qualificare, con un diverso grado di importanza e gravità, i fatti insoliti, i dubbi, le incongruenze, le assurdità e le impossibilità di fatto della versione ufficiale. Questi termini però non sono categorici.
      - In pratica, con Non credibile, vogliamo intendere che quanto ci è stato, a volte anche contraddittoriamente raccontato, ha poca credibilità anche se non ci sono prove oggettive per dimostrare il contrario e rientrando l’episodio o la testimonianza in un minimo di logica non può neppure essere definito assurdo: può quindi anche essere andata, almeno in buona parte, come raccontato, ma si stenta a crederlo.
      - Assurdo, invece, è proprio ciò che viene attestato, ma che oltre a non essere credibile è anche privo di una certa logica. Quindi è molto probabile, anche se non è oggettivamente e pienamente dimostrabile, che il fatto in questione non sia come riportato, perché è difficile che possa essersi verificato nella realtà anche se, certi avvenimenti, possono spesso realizzarsi dietro logiche, fatti e risvolti assurdi oppure a seguito di circostanze non conosciute.
      - Impossibili infine sono quei fatti e quelle testimonianze che ogni logica e/o un minimo di prove ne attestano la loro impossibilità ad essersi effettivamente verificati.
    4. Non è credibile, Assurdo, Impossibile

    5. NON È CREDIBILE. Iniziamo con un evento che per l’aleatorietà dei fatti raccontati e la mancanza di attestazioni comprovabili, non consente di indagarlo a fondo e resta di minore importanza rispetto alla confutazione della “storica versione”. Parliamo del castelletto di racconti che, in parte, potrebbero anche essere veritieri, ma sicuramente non nelle modalità e finalità di come sono stati riferiti. Si tratta del viaggio intrapreso da Dongo, dai comandanti della 52a Brigata la notte tra il 27 e 28 aprile ‘45 e terminato con il nascondere Mussolini e la Petacci a Bonzanigo dopo esser passati (dicono) per Moltrasio.
      Le giustificazioni rese, più che altro dal Bellini e successivamente dal Moretti Pietro, con l’aggiunta di contraddittorie testimonianze da parte di Raffaele Cadorna o di Giovanni Sardagna (Comando del CVL a Milano e referente a Como), tutte poi modificate negli anni e contraddicendosi alquanto per il loro insieme nebuloso, per gli scopi ambigui presupposti dalla missione, per i presunti e fantasiosi piani di salvataggio del Duce e per la loro dinamica indefinibile, fanno risaltare una inverosimiglianza nello svolgersi di quelle vicende notturne.[9]
      Con quel poco e contraddittorio che ci è stato fatto conoscere, non è possibile stabilire con certezza e dove trovasi la falsità dei racconti. Una testimonianza che forse dimostrerebbe il viaggio a Moltrasio è quella del comunista Alonso Caronti, che vide due macchine dove in una c’era una donna ed un uomo con la testa fasciata, ma si riportano anche le stesse testimonianze in modo divergente.[10] Come possiamo fidarci?
      Comunque sia, per prima cosa, non convincono affatto le spiegazioni fornite sul “perchè” a Mussolini venne aggiunta la Petacci, esponendo in tal modo la donna a rischi mortali. Tra tante personalità e gerarchi importanti (per esempio Pavolini) si va a scegliere una donna che non ha ricoperto ruoli nella politica o nelle Istituzioni. Si consideri poi che si era in un epoca in cui le donne, pur poco considerate dal punto di vista socio-politico, erano però ritenute pressoché intoccabili persino dalla malavita ed è quindi evidente che si agì in tal modo dietro precisi ordini, ma di chi? In sede locale a Dongo, visto che a Milano forse neppure sapevano che con Mussolini c’era una donna? O qualcuno lo sapeva? Un altrettanto preciso ordine (di chi?) mosse questo gruppo da Dongo, dopo aver caricato anche la Petacci, dopo le 2,30 di notte verso una meta ben precisa. Difficilmente a Dongo, senza ordini superiori, avrebbero potuto prendersi queste responsabilità. Dai partigiani del posto, al massimo, può essere stato consigliato e approntato il precedente provvisorio trasporto di Mussolini nella vicina casermetta delle G.d.F. di Germasino, ma non un ordine di occultamento in luogo segreto e distante, con tutti i rischi di trasporto che ne conseguono (da Dongo all’imbarcadero di Moltrasio sono quasi 45 Km. da farsi in una nottata dove poteva ancora accadere di tutto e di tutto si poteva incontrare).
      E a questi ordini, il trio Pier Bellini delle Stelle, Luigi Canali, Michele Moretti (tra l’altro con posizioni e storie politiche e personali diverse), si è conformato, nonostante qualsiasi divergenza possa poi essere subentrata durante il viaggio.
      Si racconta, o meglio si “romanza”, che questo trio di comandanti, dietro un fantomatico progetto poi revocato, di Cadorna e Sardagna, avrebbero dovuto portare i due prigionieri (con Mussolini bendato da garze sulla testa per non farlo riconoscere), fino a Moltrasio dove una imbarcazione li doveva prelevare per conto del CLNAI-CVL e portarli nella villa dell’ingegnere caseario Remo Cadermartori.
      Non è chiaro però chi sia al corrente di questo progetto, che di fatto prevede una successiva consegna di Mussolini agli Alleati.
      Si dice che forse ne è a conoscenza solo il Bellini Pedro¸ mentre gli altri sanno che i prigionieri devono finire in una base segreta presso Brunate (sulla montagna di S. Maurizio, 1.000 mt. sopra Como), altri dicono che è proprio Brunate la meta di tutti (chi dice la Baita Noè, chi la baita dell’artigiano tessile Felice Noseda, chi una dependance di Villa Baffa, ecc. Ed inoltre chi dice che era una base comunista, chi dice di no, chi dice che la conosceva soprattutto il Canali, altri dissentono, e così via).[11]
      Perchè Bellini, Canali e Moretti si mossero, dicesi con la paura di farsi sequestrare il prigioniero dagli Alleati quando, in pratica, il piano di Sardagna implicava proprio una consegna del Duce agli Alleati, mentre il trasferimento a Brunate (non si capisce nella mani di chi), era altrettanto pericoloso dovendo comunque scendere il lago proprio verso le zone di un probabile arrivo degli Alleati?
      Moretti raccontò: <<Nella notte del 27 quando stavamo portando l’ex duce a Brunate, di fronte alle luci che si vedevano brillare verso Como, all’altezza di Moltrasio mi sono impuntato perchè ritornassimo indietro. Ricordo soltanto che il Neri e Pedro erano contrari e si è corso davvero il rischio di consegnare Mussolini agli alleati....>>.[12]
      Si dice comunque che poi ci furono contrordini al progetto Sardagna, contrordini che arrivarono a notte inoltrata direttamente a Moltrasio, ma è tutta una vicenda avvolta in un susseguirsi di eventi imperscrutabili e piena zeppa di racconti fantasiosi uno diverso dall’altro. La tesi più sostenuta (si fa per dire) è che la barca (portata da un certo Alonso Caronti) che doveva prelevare i prigionieri a Moltrasio, non arriverebbe, e quindi le due macchine, dopo una breve attesa, fanno marcia indietro. Si sostiene anche che furono intravisti in lontananza razzi e luci verso Como e si presuppose che vi erano arrivati gli Alleati (i quali invece arrivarono verso le 10 del 28 aprile) e quindi, dopo discussioni e incertezze, per non farsi sequestrare il prigioniero si decise, sul momento, di fare marcia indietro verso il nascondiglio segreto di Bonzanigo.
      Intanto, che abbiano potuto vedere dai pressi di Moltrasio, razzi (così in lontananza avrebbero dovuto anche essere altissimi nel cielo) è alquanto difficile; per le stesse luci poi, la cosa lascia perplessi (anche se si racconta, forse a proposito, di accensioni di luci cittadine o fuochi d’artificio per festeggiare gli eventi di quei momenti). Scrisse giustamente Urbano Lazzaro:
      <<Carate dista più di 11 km. da Como, e Moltrasio 9. Il promontorio dov’è sita villa Este a Cernobbio da un lato, e la punta di Geno dall’altro lato del Lago, occultano totalmente la vista di Como a chi si trova a Carate o a Moltrasio. Chi di voi aveva l’orecchio tanto fino da percepire, tra il rombo del motore e la pioggia sferzante, spari, ripeto spari, non cannonate, a 11 o 9 km. di distanza? E chi di voi era munito di periscopio per riuscire a scorgere luci a Como? E chi accendeva fuochi sulla montagna durante il diluvio di quella notte?>>.[13]
      Ma soprattutto come credere che il nascondiglio di casa De Maria a Bonzanigo fu escogitato di punto in bianco, ritornando indietro, quando poi non fu neppure comunicato a Sardagna o a Milano l’improvviso cambiamento di programma ed il Bellini delle Stelle, uomo di collegamento con Sardagna o comunque il CVL, all’alba si defila ed esce di scena?
      Non c’è certezza su tutti questi racconti, nè sul quando, come e da chi, vennero emanati ordini e contrordini e si ha la sensazione che l’attestare un cambiamento di programma improvviso (Bonzanigo) e l’andirivieni da Moltrasio, implichi la logica giustificazione per i fantomatici “contrordini” e l’asserita paura che gli Alleati sequestrino il prigioniero).[14]
      Tecnicamente, Urbano Lazzaro Bill, ha cercato di dimostrare con una certa logica, ma partendo dalla sua attestazione che era presente alle 2,45 al momento della partenza delle macchine da Dongo (Mussolini e la Petacci sembra che vennero ricongiunti al ponte sull’Albano detto anche della ferriera appena fuori Dongo), che considerando le distanze e le attese per i tanti posti di blocco (oltre 10) di quella notte, più una sosta sia pure non prolungata a Moltrasio, non era possibile un andirivieni tra Dongo, Moltrasio e poi indietro ad Azzano (Bonzanigo), nel numero di ore che la versione ufficiale indica.
      Nulla si è mai potuto appurare con certezza e si può sospettare la presenza di varie forze contrastanti in gioco e la necessità da parte del Comando del CVL di mascherare, con una cortina fumogena, quanto invece “qualcuno” voleva fare (uccisione di Mussolini).
      In ogni caso, dovendo fare varie congetture per poi scegliere la più probabile, dobbiamo almeno partire da alcuni presupposti, che pur non avendone le prove, la logica e il buon senso ci dicono siano verosimili:
      1. Dal momento della cattura di Mussolini e fin oltre l’1 di notte, quando lo andarono a prendere, è ragionevole pensare che il PCI aveva già dato disposizioni a Moretti e forse anche al Canali e/o il CVL al Bellini e forse anche al Canali.
      2. Questi ordini, volenti o nolenti, trovarono consenzienti, prima, durante e dopo, tutti e tre questi partigiani che pur avevano storie e riferimenti diversi.

      NON È CREDIBILE, che un incarico prioritario di rintracciare, prelevare e uccidere il Duce prima che se ne impossessi qualcun altro e che richiede doti decisionali e militari non indifferenti venga affidato da Luigi Longo, la notte del 27 aprile 1945 presso il Comando generale del CVL di Milano, soltanto ad un uomo militarmente sprovveduto come il ragioniere Walter Audisio, ma ancor più non è credibile il fatto che Audisio venga fatto partire verso le 7 del mattino, con meta Dongo, previo passaggio alle autorità cielleniste di Como, quando si doveva almeno sapere che Mussolini a Dongo non c’era.[15]
      Ma altrettanto stride il fatto che, di fronte ad evidenti difficoltà incontrate durante la missione, Audisio non prende una qualunque iniziativa finalizzata a raggiungere prima il Duce che, a differenza dei gerarchi prigionieri a Dongo, ha una custodia problematica, a causa di svariate forze concorrenti che per motivi diversi se lo vogliono accaparrare.
      Oltretutto il partito comunista a Como, informato verso le 7 (se non prima) da il Canali e il Moretti sul trasferimento notturno di Mussolini,[16] per tutta la mattinata non informerebbe Milano e quindi il PCI da Milano non avviserebbe Valerio di queste novità e lo lascerebbe a perdere tempo in Prefettura a Como e infine andare a Dongo dove arriverà alle 14,10.
      Evidentemente chi aveva affidato la missione a Valerio prescindeva dal raggiungere subito Mussolini, perché a questo compito ci stavano già pensando anche altri!

      E’ ASSURDO, sia da quanto appena accennato e sia da quanto ora illustreremo, che possa essere andata come ci è stato raccontato.
      Dicesi che il 28 aprile ‘45 verso le 7 di mattina, Audisio alias Valerio è stato fatto partire dal Comando CVL di Milano per recarsi a Dongo, passando per le autorità cielleniste di Como, per andare a fucilare sul posto Mussolini e gli altri gerarchi arrestati il giorno prima [17].
      Già qui è difficile credere che non si sappia (e quindi non sia stato detto ad Audisio) che Mussolini, il più importante e super ricercato dei prigionieri, è stato trasferito nella tarda notte, da tizio e caio¸ in altra località e a Dongo non c’è! tanto che Audisio, ignaro, resterà poi invischiato per ore in litigi e richieste inconcludenti nella Prefettura di Como prima di proseguire per Dongo (dove, ripetiamo, Mussolini non c’è).
      Ma facciamo finta di credere che a Milano, al primo mattino, pochissimo si sapeva del trasferimento notturno di Mussolini, anche se poi è ancor più difficile credere che i partigiani della 52a brigata Garibaldi abbiano nascosto Mussolini di loro iniziativa o comunque senza informare, almeno a grandi linee, chi di dovere.
      Alle ore 11 però, ci dice la storica versione, Audisio telefona al Comando a Milano e parla con Longo (chi dice con altri dirigenti, ma anche questo non cambia le cose) per risolvere i suoi problemi in Prefettura, e qui la leggenda dice che gli sarebbe stato detto, a brutto muso, più o meno: “O fucilate lui o sarete fucilati voi!”[18].
      Ma ancora nessuno gli dice che Mussolini, il prigioniero più importante ed in custodia più critica, a Dongo non c’è!
      Nessuno gli dice, almeno, che invece dovrebbe subito recarsi li vicino, alla Federazione comunista di Como, appena trasferitasi in Palazzo Terragni, perché proprio lì hanno informazioni aggiornate o addirittura dovrebbe esserci chi sa dove si trova il Duce e ve lo può accompagnare. E così Audisio resta in Prefettura a discutere e a cercare di ottenere un grosso camion per più di un altra ora ancora (partirà da Como per Dongo dopo le 12)!
      Eppure, attesta sempre la storica versione, verso le 7 del mattino (ma addirittura Giovanni Aglietto, disse verso le 6!) [19] Moretti e Neri, reduci da Bonzanigo, sono arrivati in Federazione comunista a Como ed hanno informato i compagni e, sia che gli abbiano fornito il preciso indirizzo o li abbiano solo (improbabile) messi al corrente dei fatti notturni, qui in federazione gli hanno detto che bisognava informare il partito a Milano ed attendere ordini [20].
      Dunque, almeno al PCI a Milano dovevano per forza essere al corrente della situazione anche perché, viceversa, non si spiegherebbe l’apparente tranquillità del partito e dello stesso Longo, tanto datosi da fare la sera e la notte precedente ed ora apparentemente affaccendato in altre incombenze, tanto che dopo le 14 se ne va ad incontrare Moscatelli e le sue divisioni.
      Ma il PCI a Milano, dalle 7 del mattino, partito Valerio sembra che sostanzialmente non faccia più niente di niente! Come niente fa il Comando del CVL, sembrano tutti in attesa che Valerio, abbandonato a sè stesso, compia la sua missione.
      Non è logico pensare che se veramente il partito non sapeva nulla di dove, come e chi ha tradotto Mussolini in un luogo segreto, non sarebbe certo rimasto con le mani in mano visto il pericolo di imprevisti, tradimenti e sorprese che avrebbero potuto sottrarlo alla morte? Quindi al partito sanno!
      E allora perché non informano il loro uomo, Audisio, che si dice sia l’unica spedizione organizzata per andarlo a fucilare sul posto ed oltretutto si trova in difficoltà con quelli del CLN e della Prefettura di Como?
      Perché, ancor prima, non si sarebbe informata la federazione comunista dell’imminente arrivo di Valerio e Guido a Como ? Perché non si è fatto attendere al Moretti e al Canali l’arrivo di questa missione? [21]
      Non c’era una maledetta fretta, data dal pericolo di farsi soffiare il Duce?
      Si lascia invece Valerio a perdere tempo in Prefettura a Como e lo si lascia poi andare a Dongo dove Mussolini non c’è, anche se ci sono i gerarchi da fucilare, ma quelli di certo non li libera nessuno. Assurdo!
      In federazione comunista ci va invece Lampredi, ma dice lui, di sua iniziativa e unicamente per trovare un aiuto (??) ai problemi sorti a Valerio in Prefettura (anche se poi in Prefettura neppure ci tornerà).[22]
      Finisce che Audisio infatti, ignaro di tutto, partirà dopo le ore 12 proprio per Dongo, dove Mussolini non c’è e dovrà poi andarlo ad ammazzare (dice lui) dopo le 15!
      Questo svolgersi irreale degli avvenimenti, così come sono stati narrati, dimostra, da solo, la falsità della versione ufficiale, e indica chiaramente che, mentre Audisio deve necessariamente perdere tempo in Prefettura per coinvolgere tutte le componenti della Resistenza nelle imminenti fucilazioni, altri stanno provvedendo al Duce!

      E’ ASSURDO, quindi, tutto l’atteggiamento di Valerio e Lampredi in quella mattina del 28 aprile con il genere di incarico che dovrebbero avere ed il pericolo che Mussolini possa essere soffiato da un momento all’altro.
      Infatti, Valerio, già poco e mal giustificatosi per essere partito tardi da Milano, arriva a Como, e si infila nel caos di problemi e incomprensioni trovati in Prefettura perdendo l’intera mattinata (come se volesse, più che altro, lasciare un attestato ufficiale del suo incarico) a cercare un grosso camion ed a litigare con le autorità locali.
      Lampredi, invece, arrivato a Como, svicola dalla Prefettura e da Valerio e a sua insaputa, portandosi dietro il comandante del plotone dell’Oltrepò Alfredo Mordini e l’autista Giuseppe Perotta, fa un salto in Federazione comunista alla ricerca di notizie e di aiuti (dice lui, per Audisio in difficoltà in Prefettura),[23] quindi entrambi spariscono all’improvviso per riapparire solo molte ore dopo a Dongo, dove il Duce non c’è ed infatti giustificano questo viaggio sostenendo di essere andati a incontrare Moretti e il Canali che sanno dove sia.
      Come è possibile credere che in Federazione non trovarono l’indirizzo di Bonzanigo e che quindi non abbiano fatto una preliminare deviazione a mezza strada per Azzano per andare almeno a controllare i prigionieri?
      Come credere che, partiti da Como prima di Valerio, arrivino invece alcuni minuti dopo o comunque (a dar retta a Lampredi) partiti invece poco dopo, nessuno dei due gruppi sappia del passaggio dell’altro nonostante avessero percorso una lunga strada a fettuccia piena di posti di blocco, ma non certo di traffico? [24]
      Ma, oltretutto, giova ripeterlo, come è possibile credere che Canali e Moretti alle 7 del mattino (o verso le 6 come disse Giovanni Aglietto), dopo aver riferito in federazione comunista della messa in custodia di Mussolini, siano stati lasciati andar via, proprio loro che, conosciuti dai guardiani del Duce, possono e sanno come arrivare a Bonzanigo?
      Ed invece, visto che Audisio si muoverà per andare a Bonzanigo dopo le 15, si è tutti arcisicuri che i prigionieri, i padroni di casa e gli stanchi carcerieri, ignorati da tutti, stanno buoni, tranquilli e protetti, in casa De Maria!
      Il capitano Neri, Luigi Canali, fino all’alba vero organizzatore di tutte le vicende del trasbordo notturno di Mussolini in quella casa, sparisce di scena.
      Pedro, il Pier Bellini delle Stelle, pomposo e orgoglioso comandante dell’eroica impresa, se ne va a Dongo e lì resta affaccendato senza riferire, chiedere o dare ordini per Mussolini.
      Eppure era lui il comandante della 52a Brigata che aveva, assieme al Canali e Moretti, condotto Mussolini nel nascondiglio di Bonzanigo (prendendosi anche la responsabilità di aggiungerci una donna, la Petacci), e come mai che, uscito all’alba da quella casa a lui fino a quel momento sconosciuta, si defila poi in questo modo e neppure informa Como o Milano delle novità e cambiamenti notturni? E soprattutto: se non fosse arrivato alle 14 a Dongo l’inaspettato Valerio, fino a quando continuava a ignorare il “problema Mussolini”?
      Non è invece eloquente che sono state date precise disposizioni di comportarsi così, perché al Duce si sta già provvedendo in altro modo?

      segue............Il Duce: Benito Mussolini e La Storia del Fascismo - La morte di Mussolini



    Re: Morte di Mussolini: fine di una vulgata

    (II° Parte)
    I motivi e le prove oggettive che rendono la
    “storica versione” assolutamente inattendibile
    Di Maurizio Barozzi
    “Quella morte doveva essere raffigurata comunque come vile, spregevole, infame e abietta: ed ecco la necessità di ricorrere, senza timori di essere smentiti, alla più smaccata e sistematica manipolazione dei fatti”. (A. Zanella, L’ora di Dongo – Rusconi 1993).
    E' ASSURDO, sia pure prendendo tutto con estrema cautela, che si riscontrino troppe anomalie nella fucilazione di Villa Belmonte. Particolari problematici, anche se alcuni deducibili solo in via ipotetica o rilevabili dallo studio critico dell'autopsia, nonchè dall'esame di svariate foto, ma che comunque non collimano o mal si adattano alla versione di Valerio, di un solo tiratore che agisce da tre passi, per esempio: [49]
    - una strana fucilazione che si presuppone eseguita a poca distanza dal condannato e quindi alquanto innaturale e persino pericolosa se poi gli sparatori sono in due; [50]
    - la probabile azione contemporanea di sparo di due tiratori e con armi diverse (mitra e pistola), con corpi stranamente in movimento scomposto, come viene dimostrato dalle traiettorie polidirezionali dei colpi all'emisoma destro e a quello sinistro, e quelle inclinate mostrate dalle ferite sotto al mento (dal basso in alto), al fianco dx (dall'alto in basso) e al braccio dx di Mussolini con foro di uscita e traiettoria quasi tangenziale e non perforante, più altre ferite un po' ovaliformi, tutte distribuite con una certa distanzialità tra loro. [51]
    Tutti riscontri che non confermano la versione di Audisio.
    - la sventagliata di mitra alla schiena (quasi inspiegabile) alla Petacci; [52]
    - la tumefazione, sicuramente pre mortale, nella zona dello zigomo destro riscontrabile sulla Petacci stessa che attesta o una violenza da viva o un improvviso impatto mentre colpita proditoriamente a morte piombava al suolo; [53]
    - un condannato messo al muro, a cui addirittura si pronuncia una breve pseudo sentenza, il quale alzerebbe istintivamente la mano a schermo (evento questo non impossibile, ma psicologicamente estremamente improbabile in un "fucilando"). [54]
    - il muretto, alto circa 1,24 cm. che rimarrà colpito da qualche colpo, come se si fosse sparato al petto verso soggetti dell'altezza di un nano. [55]

    E' ASSURDO (ma forse dovremmo dire "impossibile", per la somma di tutti questi singoli elementi considerati anche nei rispettivi opposti casi), che la morte di Mussolini e della Petacci sia avvenuta alle ore 16,10 del 28 aprile:

    a) sia pure con molta cautela e qualche riserva, per il fatto che lo stomaco del Duce, nonostante la "vecchia" versione ufficiale attesti che avesse mangiato polenta (forse) e un po' di pane e salame è risultato privo di ogni residuo di cibo e con poco liquido torbido bilioso (anche se ci sarebbe la possibilità fisiologica di una completa digestione di un pasto, ma solo se estremamente scarno, consumato intorno alle ore 12,30, la presenza del sia pur poco liquido torbido bilioso indica un digiuno più prolungato). [56]
    Quindi l'allestimento dei resti del pasto nella stanza sarebbe una messa in scena; [57]
    oppure, viceversa, come nella "nuova" versione ufficiale riveduta, [58] dicesi che non aveva affatto mangiato, ma allora ci sarebbe una contraddizione con la richiesta o l'offerta accettata di cibo del mezzogiorno e il non averlo poi consumato, pur digiuni dalla sera prima e addirittura fino alle 16. Anche in questo caso è legittimo sospettare una messa in scena (con il pasto in mostra nella stanza e intatto fin dopo le 16) avallata dai coniugi De Maria.

    b) le testimonianze, anche se poi se ne ritrovano alcune contrarie (però chiaramente di parte), che hanno notato il particolare del rigor mortis presente alla raccolta dei cadaveri davanti a villa Belmonte e poi al caricamento, al bivio di Azzano, dei corpi sull'autocarro che li ha portati a Milano (i due cadaveri sono stati maneggiati per caricarli, prima sull'auto e poi sul camion, verso sera, poco meno di 3 ore dopo le 16, ma se risultavano già rigidi, si deve concludere che la morte è avvenuta molto prima). A queste vanno aggiunte le testimonianze che hanno notato il pochissimo, quasi inesistente residuo di sangue davanti al cancello di Villa Belmonte. [59]
    c) la valutazione, sia pure indicativa, problematica e presa con tutte le cautele (vista la mancanza di una precisa indagine necroscopica e le vicissitudini subite dai cadaveri), delle foto dei due cadaveri, tra il tardo pomeriggio e l'alba del 29/30 aprile (non si sa) nei corridoi dell'obitorio che mostrano i due corpi già abbastanza sciolti al collo, al tronco, al polso e alle braccia, indicando una risoluzione in stato avanzato e quindi una morte anticipata di alcune ore, rispetto alla versione ufficiale (16,10 del 28 aprile). Una constatazione questa che, per sua natura, seppur non di certo assoluta per risalire all'ora del decesso, pone però gravi interrogativi almeno per il rilievo trascritto dal professor Cattabeni nel suo verbale autoptico dove scrisse: «Rigidità cadaverica risolta alla mandibola, persistente agli arti». [60]

    NON È CREDIBILE, che il colpo post mortem notato sulla nuca di Mussolini, gettato a terra sul selciato di piazzale Loreto ed adagiato sul petto della Petacci (foto dunque ripresa non molto tempo dopo l'arrivo dei cadaveri in piazza), sia stato sparato ad un cadavere, con arma tenuta quasi rasoterra e orizzontale, in mezzo alla gente. [61]
    Quando fu sparato quel colpo post mortem sulla nuca del Duce? Forse durante la finta fucilazione di villa Belmonte? E si è forse è voluto simulare goffamente un colpo di grazia?

    NON È CREDIBILE, né giustificabile, che sia stato ritenuto (o addirittura dato un ordine) di non eseguire l'autopsia sul cadavere della Petacci se non ci fossero stati dei gravi motivi per impedirlo. E soprattutto non è credibile neppure il fatto che il fantomatico "Guido, Generale medico della Direzione Generale di Sanità del Comando Generale del CVL", firmatario del verbale di Cattabeni, sia sparito nel nulla, nè abbia mai più dato segni di vita, se non avesse avuto altrettanti gravi motivi per agire in questo modo. Ed altrettanti buoni motivi li hanno avuti le fonti resistenziali a non indicarlo!

    È ASSURDO, che non sia stata consegnata alla storia della Resistenza l'arma (il mitra e aggiungiamoci anche la pistola) impiegato in questa decantata impresa di giustizia popolare, per la quale si richiese un alta onorificenza.
    Perché far credere per anni che l'arma fosse stata smembrata ed i pezzi donati come cimeli, oppure che è stata spedita a Mosca, [62] o ancora che la conservasse Moretti [63] ed infine invece, come oggi si dice, ma non tutti ci credono (e sempre che poi sia l'arma effettivamente usata per uccidere il Duce e non magari quella usata per la sceneggiata della finta fucilazione), fatta sparire nel 1957 in Albania, dodici anni dopo i fatti, con l'impegno di tenerla segreta? Ma il professor Paolo Murialdi Paolo, storico e al tempo capo Stato Maggiore delle Divisioni dell'Oltrepò, affermò in proposito: «Il mitra di Mussolini a Tirana? Ogni anno esce una versione diversa sulla fine fatta dall'arma che ha ucciso il Duce. Sono state dette tante sciocchezze, ma questa è una delle più grosse che ho sentito finora». [64]
    Eppure la consegna dell'arma alle autorità, descritta persino con l'indicazione di un nastrino rosso alla canna e numero di matricola, oltre che ad assolvere ad un dovere storico verso la Resistenza, avrebbe potuto chiarire i tanti dubbi che nel frattempo si addensavano su le famose e contraddittorie versioni di Valerio.
    Se questo non è stato fatto è perché c'era una grave ragione per agire così!

    È ASSURDO, che non molto tempo dopo quei fatti, si siano avute molte testimonianze, anche se la maggior parte delle quali solo successivamente e approssimativamente rese note, di chi aveva potuto vedere o sentire particolari da testimoni vari presenti quel giorno a Bonzanigo e Giulino di Mezzegra: particolari non ben collimanti con la versione ufficiale, ma come depositari di un qualcosa di diversamente accaduto.
    Per esempio: strani via vai di partigiani al mattino, spari nel paese, arrivi di macchine, gruppetti di partigiani che bloccano l'accesso a determinate strade poco prima che arrivi Valerio, ecc., tutti eventi che non avrebbero dovuto verificarsi se, come si sostiene, nessuno sapeva dove erano rinchiusi Mussolini e la Petacci (casa De Maria) e Valerio era partito da Dongo per Bonzanigo solo alle 15,10. [65]
    Altrettanto assurdo è il fatto che, anni dopo, ex attori di quegli eventi (vedi per esempio Piero, Orfeo Landini, Bill, Urbano Lazzaro, il Geninazza e tanti altri attori minori) hanno potuto, soprattutto grazie a queste incongruenze, sostenere le più disparate, divergenti e spesso inattendibili versioni sia su quei fatti, che sul nome dei partecipanti alla fucilazione in buona parte o totalmente, in contrasto con la versione ufficiale. [66]

    SONO ASSURDI, i pochi racconti che si sono ricavati dai coniugi De Maria; soprattutto il fatto che il padrone di casa Giacomo se ne era andato tranquillamente a veder passare il Duce prigioniero, quando lo aveva in casa e comunque lasciando la moglie molte ore da sola con i prigionieri e gli uomini armati!
    Addirittura poi non è neppure escluso che anche la De Maria, alle 15,30 del 28 aprile, si trovasse sulla statale con il resto della gente ad aspettare che passassero i prigionieri (come raccontato da una certa Rosa di Rizzo) fatto questo che dimostrerebbe la falsità di tutta la versione ufficiale e di tutti i racconti strappati negli anni alla stessa De Maria.
    Suona di artefatto, inoltre, anche l'accurata messa in scena della stanza dei prigionieri, realizzata con minuzia di particolari e foto: la tuta della Petacci appesa all'attaccapanni, il suo baschetto da pilota, la cassapanca con i panini ed il resto del cibo, la coperta sul letto, ecc. Notò giustamente A. Zanella: «questo aspetto è parallelo alla sovrabbondanza di oggetti della Petacci trovati davanti al cancello di Villa Belmonte». [67]

    NON È CREDIBILE, che il subdolo "invito" (sembra organizzato dagli uomini di Martino Caserotti, "Roma") per spedire la gente di Azzano, Giulino e Bonzanigo a lasciare le loro case e a recarsi sulla provinciale a veder transitare nel pomeriggio un Mussolini prigioniero, sia un fatto marginale e non sia in relazione invece con la finta fucilazione a Villa Belmonte.
    Sembra che lo stesso Michele Moretti si sia lasciato sfuggire un «Non volevamo essere disturbati in quello che dovevamo fare», [68] frase che anche se è in relazione alla fucilazione delle 16,10 già lascia perplessi, visto che Valerio non ebbe tutto questo tempo per preavvertire del suo arrivo, ma potrebbe essere invece indicativa proprio per la sceneggiata da mettere in atto davanti al cancello della Villa.
    Ma ancor di più tutta la falsità di quegli avvenimenti è dimostrata dal fatto (ben testimoniato anche se prove certe a suo tempo non vennero cercate) che forse intorno alle 13 venne sparsa nel paese questa voce relativa ad un transito di Mussolini prigioniero nel primo pomeriggio. Fatto questo che praticamente svuotò le case dei circa 50 abitanti di Bonzanigo e dintorni.
    Visto che a quell'ora Valerio doveva trovarsi in viaggio verso Dongo ed ancora non sapeva del luogo dove era custodito Mussolini, è praticamente impossibile per la versione ufficiale giustificare questa manovra diversiva, finalizzata per la discrezione di Valerio, fatta con così largo anticipo. [69] Ancor meno credibile è il presupporre che questo avvenimento avvenne per cause indipendenti dalla fucilazione di Mussolini.

    È ASSURDO che ci siano, come già detto, varie testimonianze di persone che trovatesi quel pomeriggio del 28 aprile nei pressi del luogo dell'esecuzione attestano inequivocabilmente che la zona di Giulino di Mezzegra era stata isolata e bloccata da nord e da sud da svariati partigiani armati già da almeno mezz'ora prima della fucilazione. Quindi Valerio non arrivò improvviso ed inaspettato, non scelse sul momento il fatidico cancello per eseguirvi l'esecuzione, non c'era lui solo, con Guido, Pietro e l'autista, ma c'erano indaffarati molti elementi sia del luogo che venuti da fuori, c'era già da tempo in atto un qualcosa di preordinato e di completamente diverso!
    Ed analogamente, altrettante testimonianze sia pure incontrollate, attestano strani via vai di partigiani armati al mattino, spari sospetti e quant'altro, tutti particolari questi che non dovevano assolutamente verificarsi visto che nessuno sapeva che in casa De Maria c'erano, tranquilli a riposare, Mussolini e la Petacci e quindi il paesino avrebbe dovuto essere relativamente immerso nell'anonimato. [70]
    Per il momento dell'esecuzione al cancello della Villa poi, non sono attendibili le tardive testimonianze, come quella della signora Edvige Rumi, moglie di Edoardo Leoni, che dopo molti anni asserì di essere partita da Dongo con alcuni curiosi per andare dietro ad Audisio e guarda caso arrivarono nel punto giusto proprio per godersi lo spettacolo, da un specie di boschetto (quale?) di fronte a Villa Belmonte e nel momento esatto, oltretutto non visti dai 3 "giustizieri" all'opera, che pur si premunirono di cacciare anche via i pochi abitanti della Villa che si stavano avvicinando. È indubbio che ci troviamo di fronte ad un racconto, sia pure in buona fede, frutto della sceneggiata davanti al cancello della Villa e di quello che si potè vedere subito dopo quella "fucilazione" e delle tante voci che presero a circolare in zona. [71]

    .......segue

    Il Duce: Benito Mussolini e La Storia del Fascismo - La morte di Mussolini
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    Ghibellino
    Data Registrazione
    22 May 2009
    Messaggi
    48,886
    Mentioned
    94 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito Re: La morte di Mussolini: fine di una vulgata

    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  3. #3
    Ghibellino
    Data Registrazione
    22 May 2009
    Messaggi
    48,886
    Mentioned
    94 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito Re: La morte di Mussolini: fine di una vulgata

    Morte Mussolini: ecco come è andata

    Maurizio Barozzi

    In questo sito, sul quotidiano "Rinascita", sulla rivista "Storia del Novecento" ed in altri ambiti, abbiamo pubblicato molti articoli di una lunga controinchiesta su la morte di Mussolini, con la quale crediamo di aver dimostrato con fondate deduzioni, testimonianze attendibili e alcuni elementi oggettivi, che la "storica versione" ovvero la "vulgata" tramandata da Walter Audisio e dal Pci (fucilazione di Mussolini e la Petacci alle 16,10 del 28 aprile 1945 davanti al cancello di Villa Belmonte in Giulino di Mezzegra) è inattendibile, quindi un falso storico.
    Il nostro, tutto sommato, non è stato un compito difficile, viste le contraddizioni e le assurdità che quella versione presentava e che già erano state denunciate da valenti giornalisti e storici, molto prima di noi.
    Quello che invece, non abbiamo fatto è il fornire una nostra personale ricostruzione, una nostra ipotesi su come possa essersi svolta quella misteriosa uccisione, anche se abbiamo sempre intercalato nei nostri articoli di controinformazione alcune ipotesi alternative ai fatti esaminati.
    Non lo abbiamo fatto in quanto, non essendo disponibili e verificabili evidenti prove, la nostra "ipotesi alternativa" sarebbe rimasta come tale.
    In ogni caso, visto che qualche elemento concreto per sostenere una ricostruzione attendibile di quei fatti pur esiste, senza viaggiare di fantasia, vogliamo ora descrivere, con un certo disincanto e per linee generali, come potrebbe essere andata quella storia: un duplice e misterioso omicidio in piena regola, il primo all'alba dell'era "democratica e antifascista", al quale negli anni successivi molti altri ne sono seguiti, da Enrico Mattei ad Aldo Moro a Roberto Calvi e così via.
    Lo faremo sintetizzando al massimo tutta la vicenda, attenendoci il più possibile ai fatti e astenendoci in questa sede dal presentare e commentare approfonditamente le opportune dimostrazioni di quanto andiamo sostenendo, ma chi ha seguito i nostri articoli precedenti saprà trovare i vari riferimenti.

    Mussolini nelle mani della 52a Brigata Garibaldi
    Come noto il pomeriggio del 27 aprile 1945 a Milano giunse la notizia che Mussolini era stato catturato (circa verso le 15,30) e si trovava a Dongo nelle mani del comando della 52a Brigata Garibaldi "Luigi Clerici", uno sparuto gruppetto di partigiani che agiva nell'alto Lago, vale a dire:
    Pier Bellini delle Stelle Pedro, comandante ad interim della 52a Brigata Garibaldi, ex ufficiale dell'esercito badogliano, senese di nobili origini e di tendenze e riferimenti non comunisti; quindi Michele Moretti Pietro Gatti, un fedele comunista di vecchia data, commissario politico di quella Brigata; ed infine Luigi Canali Neri, un comunista idealista, atipico per quel partito e ultimamente caduto in disgrazia con il partito e con il comando Lombardo delle Brigate, tanto da essere stato condannato a morte per tradimento, anche se poi la condanna era rimasta sospesa.
    Il Canali, ex comandante di quella 52a Brigata ed ora con l'anomalo grado di capo di Stato Maggiore della stessa (conferitogli in quelle ore per non dover ricambiare tutti i gradi già in essere) era riapparso a Dongo proprio nel tardo pomeriggio del 27 aprile a cattura del Duce avvenuta.
    Ai suddetti "capi" della 52a Brigata, occorre poi aggiungere Urbano Lazzaro Bill vice commissario politico, un ex finanziere che in qualche modo ebbe un suo ruolo negli avvenimenti di Dongo, così come lo ebbero i brigadieri della Guardia di Finanza Giorgio Buffelli e Antonio Scappin Carlo.
    In quelle zone del comasco, a parte alcune basi segrete dei servizi anglo americani, le uniche strutture con un minimo di efficienza erano gli spezzoni della Guardia di Finanza, una istituzione passata negli ultimi giorni definitivamente dalla parte della Resistenza e le cellule del partito comunista. È infatti dal brigadiere della G. d. F. Antonio Scappin Carlo, che da Gera Lario arrivò a Milano, tra le 17,30 e poco dopo le 18 circa, la notizia della cattura del Duce al colonnello Alfredo Malgeri comandante della Legione milanese della GdF, e sicuramente anche in qualche altro modo arrivò alla direzione del PCI.
    Verso sera giunse poi a Milano la notizia del trasferimento, per motivi di sicurezza, di Mussolini in una adibita casermetta della GdF di Germasino, pochi chilometri sopra Dongo.
    Quel che traspare con tutta evidenza dalla cronaca di quegli avvenimenti riportati con versioni eterogenee, contraddittorie ed edulcorate, che per la loro inaffidabilità noi aggireremo basandoci esclusivamente su fatti e conseguenze accertate, è che questa vicenda venne subito presa in mano da Luigi Longo, vice comandante del CVL, comandante delle Brigate Garibaldi, membro del CLNAI e massimo dirigente del Pci nel nord Italia (in pratica il n. 2 dopo Togliatti) il quale a sera, ad un preoccupato Sandro Pertini, preoccupato perché il Duce potesse salvarsi venendo catturato dagli Alleati, ebbe a dire, con evidente sottointeso: «non ti preoccupare, vatti a fare un giretto».
    Al Comando del CVL (la struttura militare della Resistenza), installatosi in Palazzo Cusani, angolo via Brera dove comandante, ma più che altro nominale, era il generale Raffaele Cadorna, in quelle ore fu tutto un andirivieni e un fibrillare di eterogenee iniziative.
    Sembra che, in qualche modo, venne proposto (impegnato in questa bisogna fu proprio Walter Audisio che in quel momento al Comando aveva compiti di Polizia Militare) ad alcuni comandanti di Divisioni garibaldine ed allo stesso colonnello della G. d. F. Alfredo Malgeri, l'incarico di andare a prendere Mussolini, di cui ancora non si avevano notizie precise, facendo capire, sotto metafora, di sopprimerlo con la scusa di un tentativo di fuga. Ma furono proposte aleatorie, vaghe e non se ne fece nulla, anche perché, a quanto sembra, un po' tutti reclinarono l'incarico.
    Non ci si deve però fare illusioni perché era comunque auspicato e dato per scontato da molti che Mussolini venisse eliminato alla svelta e Luigi Longo non soltanto era favorevole a una sua sbrigativa uccisione per convinzione di partito e personale, ma egli interpretava in Italia anche la volontà di Stalin (tramite Togliatti), senza la quale il PCI non muoveva foglia.
    Il PCI è oramai appurato che aveva con le "intelligence" inglesi un rapporto di stretta collaborazione (continuato da Togliatti e Churchill anche nel dopoguerra e risoltosi con gentili consegne di preziose documentazioni requisite a Mussolini allo statista britannico) come si evince anche dal libro del comunista Maurizio Valenzi, ebreo italo tunisino, futuro senatore del Pci e sindaco di Napoli: "Confesso che mi sono divertito", Pironti editore 2007, laddove ricorda quando venne spedito a Napoli, prima ancora dell'arrivo di Togliatti a Salerno, a organizzare le strutture comuniste e tutta la situazione logistica e finanziaria venne organizzata dal servizio segreto inglese. Al nord poi, i rapporti tra gli ufficiali delle basi segrete inglese e i dirigenti comunisti erano di vecchia data.


    segue............

    Morte Mussolini: ecco come è andata
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  4. #4
    Ghibellino
    Data Registrazione
    22 May 2009
    Messaggi
    48,886
    Mentioned
    94 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito Re: La morte di Mussolini: fine di una vulgata

    Questa è una storia che nessuno vuole raccontare, ma che riguarda ciascuno di noi. E' una storia che tocca tre generazioni: quella dei ventenni che fa finta di saperla, quella dei quarantenni che fa finta di ricordarla e quella dei sessantenni che fa finta di averla dimenticata. Ciò che ho voluto raccontare è una ragionevole provocazione della storia. A chi ama il mistero della verità, a chi ha il coraggio di aprire gli armadi in cui sono nascosti gli scheletri del passato e a chi accetta il giallo delle congetture, è dedicato questo articolo che ha il sapore di un impegno, quello di indagare Mussolini.Bonzanigo, Comune di Mezzegra, circondario del lago di Como. 28 aprile del 1945, tra le 4 e le 6 del mattino. Piove e fa freddo. Tutto è silenzioso intorno a un grande fabbricato intonacato di bianco. In lontananza il canto di un assiuolo e qualche latrato di cane alla catena. Claretta Petacci, reclusa con Benito Mussolini nel cascinale dei coniugi Giacomo e Lia De Maria, si assenta per fare delle abluzioni nel "bagno" rustico che sta nell'ampio cortile dell'abitazione rurale. Ha un problema periodico tutto femminile che la costringe più
    volte ad assentarsi sotto sorveglianza (testimonianza di Lia De Maria). Dopo aver lavato e strizzato le mutandine, perché sporche di sangue mestruale, le ripone in una tasca della pelliccia e rientra in camera. La sorpresa è sconvolgente: trova il Duce agonizzante, ha la bava alla bocca, rantola ed è in preda a crisi convulsive. La donna, terrorizzata, si mette ad urlare. A tutto pensa meno che a mettere ad asciugare l'indumento intimo. Lo lascia dove si trova, nella tasca della pelliccia che ha indosso.
    I due partigiani di guardia (Giuseppe Frangi, Lino, e Guglielmo Cantoni, Sandrino) entrano di corsa nella stanza. Non ci sono dubbi: Mussolini ha cercato di suicidarsi avvelenandosi. Pensare al cianuro è scontato, quasi un obbligo. Bisogna ovviare, non può finire così, sarebbe uno smacco per tutto il movimento partigiano e per i comunisti in particolar modo. Il Duce è una preda ventennale troppo ambita. Non può sfuggire dalle loro mani per un "fortuito" imprevisto. "Bisogna ucciderlo come un cane tignoso", aveva detto il socialista Sandro Pertini pochi giorni prima. Gli fa da eco il leader comunista Palmiro Togliatti parlando da Radio Bari: "Lo si deve sopprimere subito dopo l'accertamento d'identità". Luigi Longo (numero due del PCI) era in perfetta sintonia: "Va fatto fuori immediatamente senza frasi storiche, senza teatralità". Queste raccomandazioni il Frangi non se l'è fatte ripetere due volte.

    segue........

    Il suicidio di Mussolini
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

 

 

Discussioni Simili

  1. Morte di Mussolini: fine di una vulgata
    Di Gianky nel forum Storia
    Risposte: 39
    Ultimo Messaggio: 06-09-13, 21:36
  2. 28 APRILE MORTE DI MUSSOLINI
    Di SEMPRE LIBERO nel forum Storia
    Risposte: 110
    Ultimo Messaggio: 28-04-10, 22:43
  3. Mussolini: archiviata inchiesta su morte
    Di lupodellasila nel forum Destra Radicale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 01-10-07, 17:26
  4. Morte di Mussolini...
    Di Totila nel forum Storia
    Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 11-12-03, 10:00
  5. Suicida su luogo morte Mussolini
    Di pincopallino (POL) nel forum Destra Radicale
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 28-04-03, 11:57

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226