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    Predefinito L' ambiguo comportamento dell' Italia nel "Patto d' Acciaio"

    L?ambiguo comportamento dell?Italia nel ?patto d?acciaio? | Storia | Rinascita.eu - Quotidiano di Sinistra Nazionale
    Nell’ultimo numero (75, giugno 2013, assolutamente da comprare) della pregevole rivista “L’uomo Libero), un eccellente saggio di Piero Sella (già autore di testi di grande importanza per la storiografia contemporanea) svela per la prima volta i subdoli marchingegni e gli accorgimenti introdotti nella traduzione del Mein Kampf di Hitler, pubblicato nelle edizioni italiane anteguerra.
    Questo sottile sabotaggio di un opera che poteva essere fondamentale per le correnti politiche del tempo, avvenne a causa di una editoria sostanzialmente in mano ad editori legati all’Occidente. Non dimentichiamo che in Italia, l’americanizzazione del costume, della letteratura e delle mode avvenne, nella prima metà del secolo scorso, ad opera della corrispondenza con i tanti immigrati nel nuovo mondo, del Cinema hollywoodiano e di alcune case Editrici, in particolare, ma non solo, Bompiani (editore del Mein Kampf), Nerbini e Mondadori.
    Del resto la nostra editoria si era sviluppata prevalentemente dietro gli impulsi finanziari e culturali di stampo massonico post Risorgimentale e quelle ne erano le conseguenze.
    Come però, giustamente, fa anche capire l’autore del saggio, la manipolazione del testo di Hitler, venne resa anche possibile da una certa contrapposizione che divideva la politica italiana da quella tedesca, determinando posizioni diverse ed evidenti divergenze tra il fascismo e il nazionalsocialismo.
    Il risultato nefasto di tutto questo, lo scontammo nella seconda guerra mondiale, dove queste e altre divergenze, produssero gravissime falle nella comune economia di guerra.
    Se quindi analizziamo, a posteriori, i tanti sabotaggi, se non dei veri e propri tradimenti, perpetrati dall’Italia verso l’alleato, non possiamo che condannarli e giudicarli esiziali per l’esito bellico.
    Sella ha accennato ad alcune di queste divergenze, incomprensioni e sabotaggi, come per esempio nel comportamento di Ciano, che di fatto sabotò la politica dell’Asse, dopo averla scriteriatamente cementata con il cosiddetto “Patto di Acciaio” (ma non dimentichiamoci che se Ciano ci mise del “suo”, in virtù di una mentalità occidentale e stupidamente antitedesca, molte sue “iniziative” e uscite, avevano il consenso di Mussolini) o nella provocatoria costruzione del famoso Vallo Alpino, palesemente antitedesco, ovvero contro il nostro alleato in guerra, ma ci sarebbe da dire in tutta la cosiddetta strategia della “guerra parallela” a fianco, ma non “con” la Germania (tanto che alcuni storici vi hanno anche intravisto un sottile comportamento italiano “contro” la Germania).
    Vorrei ora apportare delle considerazioni, più che altro, per cercare di dare una “spiegazione” di come e perchè tutto questo è potuto accadere, assolvendo in parte Mussolini artefice di quella politica.
    Intendiamoci, non vengo a smentire Sella, anche perchè alla luce delle ricerche storiche, questo sarebbe impossibile, ma esporre il quadro geopolitico del tempo, nel quale fu costretto a muovesi Mussolini, per capirne fatti, antefatti e conseguenze.
    In definitiva e a mio modo di vedere, l’azione politica di Mussolini in campo internazionale, non era sbagliata, tenendo conto delle costanti storiche ed essendo consona agli interessi geopolitici della Nazione, interessi ai quali Mussolini si è sempre attenuto, anche se, colmo del paradosso, oggi con il senno del poi, possiamo dire che purtroppo risultò errata e deleteria per l’esito della guerra.
    Intanto bisogna capire che quando parliamo di Nazioni, rapporti internazionali e interessi geopolitici, questi non sempre collimano con gli aspetti ideologici e gli ideali di partito.
    Quindi, anche in questo caso, la comune weltanschaung tra il fascismo e il nazionalsocialismo, tra l’altro inquinata dalle diverse premesse storiche da cui questi due movimenti scaturivano (Interventismo nazionalista per il fascismo e tradizioni pangermaniche per il nazionalsocialismo) ha un senso se guardiamo la Storia nei suoi aspetti “metastorici” e fini ideali, ma sul piano della prassi politica, degli interessi di Stato e della diplomazia contingente, insomma dei rapporti internazionali, vale la massima degli antichi romani per cui la “l’interesse e la salvezza della Patria è la legge suprema”.
    Detto questo, per comprendere il triste e difficile quadro geopolitico in cui era costretto a muoversi Mussolini, a capo di una Nazione finanziariamente, economicamente e militarmente estremamente debole, bisogna considerare che l’Italia, portaerei naturale nel mediterraneo, ha una sua geopolitica i cui interessi si trovano nel Mediterraneo e in Africa (soprattutto la “quarta sponda”, ma al tempo erano estesi anche nella distaccata africa orientale), ma al contempo non può ignorare gli aspetti continentali al di là delle Alpi e nel Nord Est. Quindi una irrinunciabile geopolitica insulare e peninsulare, per la quale purtroppo non c‘erano adeguati mezzi materiali per difenderla, ma soltanto l’abilità dei nostri statisti e facendo buon uso delle contraddizioni del tempo.
    Il nostro naturale e atavico nemico era ovviamente la Gran Bretagna che pretendeva, soprattutto dopo l’apertura del Canale di Suez, di dettar legge nel Mediterraneo.
    Ma anche al Nord Est, nel Trentino e nell’Adriatico, la pressione tedesca, per antiche tradizioni, non era indifferente, soprattutto dopo il crollo repentino della Francia a maggio del 1940, a seguito del quale era venuta meno l’antemurale francese ed i tedeschi erano, di fatto, giunti anche nel Tirreno.
    In quel momento Mussolini sapeva benissimo, come lo sapevano tutti, che tra le truppe tedesche, il desiderio più sincero, attestato anche dalle canzonette che si cantavano, era di una guerra contro l’Italia e dove si auspicava la riconquista delle vecchie terre appartenute agli austroungarici.
    Non è un caso che, proprio allora, Mussolini ruppe gli indugi e scese subito in guerra.
    Oggi sappiamo che Hitler, per esempio, si era impegnato con l’Italia e in particolare con Mussolini, per la rinuncia al Trentino Alto Adige, di cui geograficamente e storicamente avrebbe avuto tutte le ragioni per pretenderne la restituzione.
    Ed allora, leggendo anche il testo di Sella, verrebbe spontaneo chiedersi: perchè nonostante questi impegni germanici, di cui non c’era motivo di dubitare, Mussolini rimase sempre guardingo e diffidente?
    La risposta è semplice: la geopolitica delle Nazioni non si conta con gli anni o con gli aspetti contingenti, perchè si valuta in termini di secoli. Questo per dire che quegli impegni di Hitler nessuno poteva garantire che sarebbero stati rispettati in futuro dopo la morte del Füher, quando certe esigenze geopolitiche, sarebbero inevitabilmente riemerse.
    Sella, confidando nella validità di questi impegni, riporta un passo del diario di Goebbels dove il ministro del Reich, in viaggio assieme a Hitler verso Roma, si commuove di fronte alla visione dei sudtirolesi rimasti sotto la giurisdizione italiana e che per gli impegni di Hitler, quella sarebbe stata una sistemazione definitiva.
    Goebbels riconosce che non c’era altro da fare e che tutto sommato è giusto così.
    Ma Sella ha dimenticato di aggiungere un altro passo decisivo, scritto da Goebbels nello stesso diario e che da solo, come hanno rilevato vari storici, dimostra, che il futuro non poteva darsi p0i così per scontato.
    Goebbels infatti aggiunge: “Sullo sfondo scorgiamo alcuni sudtirolesi in lacrime. Ci si sente stringere il cuore. Addio. Per sempre?”
    E in quel punto interrogativo c’è tutta la spiegazione di come funzionano le cose intermini di Nazioni e di geopolitica.
    Ma se questo è un aspetto, diciamo così, intuitivo e deduttivo, di come vanno le vicende internazionali, per altri versi abbiamo anche dei riscontri concreti, che giustificano pienamente il comportamento di Mussolini (ripetiamo: pur rivelatosi alla fine sbagliato).
    Era infatti implicito in tutta la politica della Germania e oltretutto chiaramente scritto nello stesso Mein Kampf, che l’obiettivo vero di Hitler era quello di addivenire ad un accordo globale con la Gran Bretagna, definendo la supremazia tedesca nel centro Europa e quella inglese nell’Impero.
    Un accordo di portata tale e tra “cugini di razza” che, qualora fosse effettivamente arrivato a conclusione, per le leggi storiche e della geopolitica, non avrebbe che potuto esser esiziale per l’Italia che aveva tutti i suoi interessi in collisione con quelli britannici.
    E questo nonostante che Adolf Hitler riconoscesse una certa importanza al ruolo del nostro paese nel sud Europa.
    La drammaticità della posizione italiana, vaso di coccio tra vasi di ferro, era tale che i nostri interessi sarebbero stati lesi sia da una totale vittoria tedesca che, ovviamente, da una ancor più nefasta vittoria inglese.
    Non a caso, a guerra iniziata, ebbe a dire Mussolini a Giuseppe Bottai:
    “Qui ci sono due imperi in lotta, due leoni. Non abbiamo interesse che stravinca nessuno dei due. Se vincesse l’Inghilterra, non ci lascerebbe che il mare per fare i bagni. Se vincesse la Germania, ne sentiremmo il peso. Si può desiderare che i due leoni si sbranino, fino a lasciare a terra le code, e caso mai, andare a raccoglierle”.
    Il guaio è, come accennato, che anche una ricomposizione della guerra, tramite un accordo globale anglo – tedesco, sarebbe stata per noi deleteria e la prova l’abbiamo, se pur ce ne fosse bisogno, dai ricordi dell’aiutante personale di Hitler, Fritz Wiedemann a cui il Führer ebbe a dire:
    “Se dovessi scegliere tra la Gran Bretagna e Mussolini la scelta sarebbe chiara: l’Italia ci è certo ideologicamente più vicina, ma politicamente vedo un futuro solo a fianco della Gran Bretagna”.
    Un altra prova l’abbiamo la prova nell’agosto del 1940, in piena guerra comune, quando, dopo una conferenza di Hitler ai feldmarescialli di nuova nomina, il generale Leeb, riportando il pensiero del Führer ebbe a scrivere: “...la Germania non vuole schiacciare la Gran Bretagna perché significherebbe concedere al Giappone l’intero continente, all’Unione Sovietica l’India, all’Italia il Mediterraneo e agli Stati Uniti il commercio globale”.
    E sempre Hitler, nel 1941, ebbe a sottolineare come le alleanze in atto erano più che altro alleanze di convenienza ed aggiunse:
    “Il popolo tedesco sa che la nostra alleanza con l’Italia è solo un alleanza tra me e Mussolini. Noi tedeschi abbiamo simpatie solo per la Finlandia. Potremmo trovare qualche simpatia per la Svezia e naturalmente per la Gran Bretagna. Un alleanza tedesco britannica sarebbe un alleanza tra due popoli! La Gran Bretagna dovrebbe soltanto tener giù le mani dall’Europa, potrebbe tenersi il suo Impero, e se lo vuole tutto il mondo”.
    Già da questi pochi riassunti, vediamo come in quel contesto storico, non si trattava solo di una esagerazione pangermanista da una parte e di un nazionalismo di stampo risorgimentale dall’altra, che pur falsavano il gioco e complicavano le cose, ma si trattava di vere e proprie divergenze geopolitiche laddove una: quella tedesca, si configurava in termini Euro Atlantici, mentre l’altra: quella di Mussolini si configurava in termini Euro Asiatici.
    Fu in questo contesto che Mussolini, impegnato a dare all’Italia un ruolo e una dimensione di media potenza, si era sempre dovuto barcamenare tra due fuochi, augurandosi, non solo che non divampasse un conflitto europeo, ma che in Europa perdurasse il più possibile quell’equilibrio di forze, il solo che avrebbe consentito all’Italia di crescere e di non essere fagocita da uno dei due grandi contendenti.
    Proprio in questa ottica il Duce si era mosso a Locarno nel 1925; poi con il Patto a quattro nel 1933 (in pratica Mussolini proponeva un direttorio Europeo dei “quattro grandi”, Inghilterra, Germania, Francia, Italia, escludendo la Russia, ma questa costruzione fu silurata proprio dagli anglo francesi).
    Quindi a Stresa nel 1935; con la ricerca della Piccola intesa e di una Intesa balcanica, tale da stemperare la crescita militare della Germania oltre certi limiti (sabotata dagli inglesi) e infine, quando oramai Mussolini aveva obbligatoriamente intrapreso la strada da junior partner con la Germania, a Monaco nel 1938 (dove di fatto si concretizzò il “direttorio europeo dei quattro grandi”, ma di breve respiro perchè realizzato solo dietro straordinarie necessita contingenti).
    Oggi noi abbiamo la certezza che questa politica “balance of power” di Mussolini e le sue riserve verso i tedeschi, seppur giustificate, risultarono deleterie e perdenti, soprattutto perchè dall’altra parte si era in presenza di un avversario (l’Occidente demoplutocratico) che travalicava gli stessi aspetti geopolitici, in prospettiva puntava alla guerra e dietro cui c‘erano megalittici interessi finanziari e progetti di dominio mondiale di Alta massoneria mondialista (non è un caso che mentre le strategie belliche del tripartito divergevano in tanti aspetti, risultando spesso antitetiche tra loro, la strategia bellica degli Alleati era saldamente nelle mani di queste “forze” che riuscirono a dirigerla con mano ferma, piegando anche gli interessi geopolitici delle singole nazioni, in particolare l’Inghilterra).
    Ma la storia purtroppo non fa dei salti e non si può rimodellare a piacimento con il senno del poi.
    Quello che oggi noi sappiamo con certezza, al momento non era facile perciperlo in tutta la sua perversa portata.
    Quello che invece si può senz’altro dire è che la nostra politica di guerra, che dallo stesso Mussolini venne definita: “non per la Germania, né con la Germania, ma a fianco della Germania”, a causa di tante componenti culturali, politiche e sociali del nostro paese, di un retaggio risorgimentale a cui si doveva la nascita della nostra finanza ed economia moderna, oltre che dell’editoria e della stessa “anglofila” Casa Savoia, questa politica, travalicò certi limiti e fini spesso per sabotare una guerra che doveva essere comune.

    Articolo letto: 417 volte (26 Giugno 2013)
    Ultima modifica di Avanguardia; 29-06-13 alle 08:38
    FASCISMO MESSIANICO E DISTRUTTORE. PER UN MONDIALISMO FASCISTA.

    "NELLA MIA TOMBA NON OCCORRE SCRIVERE ALCUN NOME! SE DOVRO' MORIRE, LO FARO' NEL DESERTO, IN MEZZO ALLE BATTAGLIE." Ken il Guerriero, cap. 27. fumetto.

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