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Discussione: Quando il nazismo dei fratelli Strasser era ancora sopratutto socialismo

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    Predefinito Quando il nazismo dei fratelli Strasser era ancora sopratutto socialismo

    Quando il nazismo dei fratelli Strasser era ancora soprattutto socialismo, Francesco Lamendola
    di Francesco Lamendola - 01/07/2013

    Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]








    L’eterna tendenza alla generalizzazione, alla semplificazione arbitraria, agli schematismi e alle facili etichettature ha fatto sì che sul nazismo sia scesa una cortina di pregiudizio così totale e così radicato, che è quasi impossibile accostarsi ad esso con il necessario distacco e con la necessaria obiettività storiografica.
    Se qualcuno si prova a farlo, immediatamente viene sospettato di inconfessabili simpatie neo-naziste e, quindi, di “revisionismo”, inteso, quest’ultimo, come il massimo della mostruosità intellettuale: una perfida macchinazione per riabilitare i criminali e i carnefici della storia e per gettare ombre di sospetto o perfino di disapprovazione sui “buoni”, su coloro che combatterono dalla parte “giusta”.
    Che la storia sia sempre, e debba essere per statuto ontologico, “revisionista”; che debba incessantemente, cioè, rivedere e ridiscutere le proprie interpretazioni senza mai dare nulla per scontato e per acquisito una volta per tutte, negando che nuovi documenti e nuove acquisizioni possano modificare la nostra percezione e la nostra interpretazione dei fatti: tutto questo, pare, non sfiora l’anticamera del cervello del pubblico, ma neanche - cosa più grave - della maggior parte degli storici di professione, i quali non sembrano affatto imbarazzati di essere nello stesso tempo giudici e parte in causa nel sedicente “processo” storiografico.
    Ma lo studio della storia non è un processo e non ha nulla a che fare con l’emissione di un verdetto: esso consiste nella ricerca intransigente della verità, anche e specialmente quando essa è scomoda, quando essa va contro le aspettative dei più, quando mette in crisi le nostre facili certezze, la nostra pigrizia e il nostro conformismo intellettuale. Per lo studioso della storia non ci sono amici o nemici, ma soltanto oggetti di studio meritevoli, tutti, dello stesso sforzo di comprensione: questo è il suo compito, questo è il senso del suo lavoro e della sua ricerca.
    Invece molte persone, anche di cultura, continuano a pensare che “comprendere” sia qualcosa di molto simile ad “assolvere”: proprio non vogliono levarsi dalla testa l’idea che non si tratta di fare il processo ad alcuno, ma di cerar di comprendere come e perché si sono verificati certi eventi, come e perché si sono manifestate certe tendenze e certe forze, come e perché le cose sono andate in un modo piuttosto che in un altro.
    Che poi uno storico, in quanto essere umano, provi certe emozioni davanti al passato che è oggetto della sua ricerca; che non possa evitare di sentirsi moralmente coinvolto e di emettere, in cuor suo, delle valutazioni su uomini e fatti, questo è inevitabile: nessuno pretende che lo storico sia un automa, se non quegli storici – e, invero, sembrano essere i più - i quali sostengono l‘assurda teoria che la storia sia una scienza e che, come tale, in essa non dovrebbero avere diritto di cittadinanza i moti dell’animo umano, le passioni, i giudizi di ordine morale. Strano, perché sono proprio gli stessi che si scandalizzano – e scandalizzarsi è la manifestazione di una passione, una delle più viscerali e delle meno razionali: l’indignazione – se qualcuno osa affermare che anche le epoche della storia a noi più vicine, più scomode e che più ci coinvolgono emotivamente e moralmente, vanno trattate con lo stesso sforzo di obiettività e di imparzialità con cui si studiano quelle più lontane.
    Il nazismo, per esempio. È una parola che scotta: il solo nominarla, senza accompagnarla con i debiti scongiuri e con le debite imprecazioni, sembra ormai qualcosa di sconveniente, non solo nel linguaggio comune, ma anche nell’ambito del discorso storico.
    Ebbene, qui ci sono almeno due elementi di confusione che vanno preliminarmente esaminati.
    Il primo è che bisognerebbe chiarire se si sta parlando del nazismo come ideologia o del nazismo come regime politico (e un discorso analogo, sia ben chiaro, andrebbe fatto sia per il fascismo, sia per il comunismo): perché si tratta di due cose diverse, o almeno in parte diverse, quanto può esserlo la teoria dalla pratica, in ogni circostanza della vita.
    La seconda è che bisognerebbe chiarire, specialmente quando ci si rapporta al nazismo come ideologia (o, se si preferisce, come confusione e come assenza di ideologia: ma su ciò i pareri legittimi sono più d’uno), a quale epoca ci si riferisce, a quali gruppi, a quali persone: perché una cosa è la fase iniziale, poco dopo la fine della prima guerra mondiale, e un’altra cosa è la fase finale, quando stava per concludersi la seconda. La distanza temporale è beve – non più di cinque lustri -, ma in quel breve tempo la storia, e non in Germania soltanto, ma in tutto il mondo, ha conosciuto una impressionante accelerazione, per cui ogni mese è come se fosse durato un anno.
    Ora noi vogliamo spendere qualche parola sulla fase iniziale del movimento nazista e trattare di esso soprattutto da punto di vista della ideologia; e, per farlo, dobbiamo ricordare i due fratelli Strasser, Gregor e Otto: due figure dignitose, che finirono perseguitate da Hitler e che testimoniano, a dispetto del conformismo culturale odierno e dei troppi luoghi comuni consolidati, che la storia è sempre più ricca e più sfumata di come amiamo rappresentarcela per semplificare le cose e per non affaticarci troppo a pensare.
    Il nazismo, come tanti altri movimenti e piccoli partiti nati nel turbine ribollente della sconfitta e della rivoluzione tedesca del 1918, è stato, specialmente all’inizio, qualche cosa di più complesso di quel che non si creda, ma anche, da un altro punto di vista, di più semplice: qualche cosa di più “socialista” (anche se non in senso socialdemocratico) e, soprattutto, di più “popolare” di quel che è diventato poi, molto più tardi, quando Hitler trasse il dado e, per ricevere l’appoggio del grande capitale, rinnegò tali origini popolari e fece la sua scelta di campo in senso totalitario, capitalista e conservatore.
    Quello che è certo è che, quando gli iscritti al “Partito operaio nazionalsocialista tedesco” (e si noti quell’”operaio”!) si contavano in poche decine di unità, non si trattava di menti diaboliche e di anime criminali, ma di persone più o meno confuse, più o meno in buona fede, come ce n’erano a milioni in Germania e nel mondo, in quegli anni; persone che aspiravano a un avvenire migliore per sé e per la loro patria, ma che non sognavano affatto il dominio del pianeta, né lo sterminio degli Ebrei; persone che, in buona parte, non erano nemmeno antisemite, come non lo erano i fratelli Strasser e come non lo erano moltissimi tedeschi, anche intellettuali (si pensi solo al filosofo Oswald Spengler, il cui rifiuto di aderire alla campagna antisemita gli sarebbe costato assai caro, se non fosse morto per tempo, nel 1936).
    Così rievoca il programma e l’opera dei fratelli Strasser uno storico francese che non è certo tenero verso il nazismo, né sospettabile di segrete simpatie per esso, Edmond Vermeil, autore di una poderosa e, per molti aspetti, ancora valida e illuminante monografia su «La Germania contemporanea» (titolo originale: «L’Allemagne contemporaine, sociale, politique et culturelle», Paris, Aubier, 1953, pp. 526-29):

    «Che valore aveva propriamente il socialismo degli hitleriani? L’episodio più indicativo, a questo proposito, è il contrasto che mise Hitler alle prese con i fratelli Gregor e Otto Strasser. Raccontando il suo primo incontro con Hitler avvenuto nell’ottobre del 1920, Otto Strasser indica già ciò che lo separava radicalmente da Hitler. Egli rimprovera a quest’ultimo il suo antisemitismo tanto eccessivo quanto ingiusto. Dopo averlo accusato di servilismo nei confronti di Ludendorff, egli passa a definire con maggior precisione e ampiezza la sua posizione e quella di suo fratello.
    Insieme con altri pubblicisti, Otto Strasser indica il profitto che Hitler aveva tratto dal suo fallimento del 1923 e dal suo processo. La famosa frase: “Il marxismo non si uccide a colpi di bastone, bisogna dare al popolo un’idea nuova” fece la sua fortuna. O. Strasser ci mostra Hitler che all’uscita dalla prigione si riaccosta alla reazione, sostiene al secondo turno la candidatura di Hindenburg alla presidenza della Repubblica nel 1925, fa la pace con Roma e col governo di Baviera, prima di procedere ai primi passi che lo metteranno in contatto con la Reichswehr, gli Junker e il grande capitale industriale. Secondo lui, Hitler sapeva ciò che voleva distruggere: il semitismo, il capitalismo occidentale e il bolscevismo; ma ignorava, d’altra arte, ciò che avrebbe messo al loro posto. Volendo ottenere il potere e la confidenza assoluta delle masse, egli adulava allo stesso tempo, grazie alle sue qualità oratorie, i grandi possidenti e la moltitudine.
    I fratelli Strasser avevano concepito un programma tutto diverso: essi tentavano di dare un contenuto nuovo e vivente al termine “socialismo”. Mentre il nazismo si muoveva verso lo Stato totalitario, gli Strasser erano federalisti ferventi: prevedevano una Germania decentralizzata, divisa come la Svizzera in cantoni preso a poco equivalenti, e la Prussia doveva scomparire come Stato egemonico, una volta privata della Renania, dell’Assia, dello Hannover, della Sassonia e dello Schleswig-Holstein. Ogni cantone tedesco avrebbe dovuto amministrarsi da sé per mezzo di funzionari nativi della regione. Il parlamento avrebbe dovuto esser composto dai rappresentanti delle corporazioni, e vi si sarebbero distinti cinque gruppi: i contadini, gli operai, gli impiegati, i funzionari, gli industriali e le professioni liberali. Il federalismo avrebbe avuto come contropartita la ripartizione delle grandi proprietà in demani statali e la nazionalizzazione dell’industria pesante. La nuova organizzazione economica sarebbe stata in opposizione tanto al capitalismo quanto al marxismo. Una specie di feudalesimo statale avrebbe assicurato l’equilibrio fra gli elementi del’economia. Lo Stato avrebbe detenuto tutte le proprietà fondiarie e le avrebbe date in usufrutto ai privati i quali, senza avere il diritto di venderle o di subaffittarle, avrebbero però potuto disporne a loro piacimento. Lo stesso sarebbe avvenuto delle proprietà industriali. Questa doppia nazionalizzazione si sarebbe estesa anche ai beni che non possono moltiplicarsi al’infinito. Secondo gli autori di questa teoria, ciò avrebbe significato anche la fine del militarismo tradizionale. La Germania doveva contentarsi di un piccolo esercito di soldati di professione o di una milizia nazionale simile a quella della Svizzera. La politica estera doveva tendere a liberare il Reich dal’ostracismo che pesava su di esso, e gli sarebbe stata restituita la parità di trattamento. Non doveva esser prevista alcuna rivendicazione territoriale: nelle regioni contese si sarebbero svolti onesti plebisciti. La nuova politica europea doveva quindi essere calcolata sul nuovo federalismo tedesco. L’Europa disarmata avrebbe formato un blocco solidale dotato di istituzioni comuni, ma nel quale ogni nazione avrebbe conservato i suoi costumi, la sua propria amministrazione e la sua religione. Le frontiere doganali sarebbero state abolite nel quadro dell’autarchia continentale, e sul piano economico e culturale gli scambi sarebbero stati liberi. Ci si sarebbe dunque avviati verso una riorganizzazione pacifica e relativamente armonica del’Europa. Sarebbe stata abolita ogni dittatura di razza o di classe; la rivoluzione nazionale alla tedesca avrebbe perduto qualsiasi significato; il materialismo e la deificazione eccessiva della tecnica sarebbero scomparse, insieme con la standardizzazione che rende uniformi tutte le tendenze. Questa concezione si ispirava, come si vede, a un romanticismo indubbiamente simpatico, ma ingenuo e fondamentalmente ostile agli eccessi della meccanizzazione moderna.
    Un congresso riunito a Hannover aveva raggruppato gli elementi direttivi del partito nazista del Nord. prendendo posizione contro gli avversari dell’espropriazione dei principi tedeschi, , esso aveva deciso di sostituire ai venticinque punti del 1920 il programma dei fratelli Strasser. A partire da quel momento, sembra che nel partito si stabilisse un dualismo fra le tendenze degli Strasser e quelle di Hitler: “La lotta ricominciò più vivace che mai”, scrisse Otto Strasser. La nostra ideologia era espressa nei giornali che io dirigevo con ardore, e la nostra organizzazione democratica si opponeva alle disposizioni sempre più capitalistiche della N.S,.D.A.P. del Sud…” Questa rivalità continuò dal 1926 al 1930. Goebbels non tardò a tradire gli Strasser per andare verso Hitler e conquistare il Nord alla sua causa. Göring trasse profitto dalle sue relazioni con l’industria pesante. Sembra del resto che gli stessi fratelli Strasser si dividessero sull’atteggiamento da tenere nei confronti di Hitler, perché Gregor sperava di attirarlo definitivamente nel suo gioco. Ma né la destra tedesca né gli stessi Alleati la pensavano così. Goebbels fu nominato da Hitler “Gauleiter” di Berlino, La contesa terminò nel 1933 col trionfo di Hitler e, nel 1934, con l’assassinio di Gregor Strasser, l’unico demagogo che riuscì a misurarsi col Führer.»

    Precisamente, Gregor Strasser, che aveva voluto rimanere in Germania anche dopo la rottura irreparabile con Hitler, perì assassinato il 30 giugno 1934, durante la “notte dei lunghi coltelli”, per ordine personale di Göring; Otto si salvò fuggendo prima in Austria, nel 1933, poi in Cecoslovacchia, Svizzera, Francia e infine Canada, inseguito da una taglia di 500.0000 dollari emessa dalle autorità naziste. Fra parentesi, a nulla gli valse aver lottato ad armi impari contro il Führer, né l’impegno europeista dei suoi ultimi anni: perché, nonostante un intervento a suo favore del presidente del Consiglio francese Robert Schumann, gli Alleati lo iscrissero nella loro lista nera di “criminali” nazisti e ottennero che la Germania gli revocasse la cittadinanza.
    Un nazismo sostanzialmente democratico, dunque, quello dei fratelli Strasser: anti-statalista, federalista, anticapitalista, per niente antisemita, perfino pacifista, nel senso di contrario al riarmo della Germania e alle rivendicazioni violente dei territori perduti a Versailles. Quante persone, anche fra il pubblico colto, conoscono, oggi, questa realtà? E quante sanno che questi “nazisti” della prima ora subirono la repressione a morte da parte di Hitler e che quanti ad essa sfuggirono, furono implacabilmente perseguitati dalla “giustizia” dei vincitori, dopo il 1945?
    Eppure, sono cose che si dovrebbero conoscere, perché ci dicono, per l’ennesima volta, che la realtà è più sfumata di quel che non ci piace immaginare; che il buono e il cattivo, il giusto e l’ingiusto, non si possono tagliare e separare col coltello; che la storia è fatta di chiaroscuri, nei quali le responsabilità individuali certamente non svaniscono, ma acquistano una diversa complessità e un diverso significato di quel che comunemente non si creda, per pigrizia intellettuale o per puro e semplice pregiudizi ideologico.
    Ultima modifica di Avanguardia; 01-07-13 alle 22:56
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    Predefinito Re: Quando il nazismo dei fratelli Strasser era ancora sopratutto socialismo

    Dei nazionalsocialisti ultra-rivoluzionari che vollero rifiutare i compromessi necessari per far partire bene alcune cose, comunque la figura che mi piacerebbe approfondire è quella di Ernst Rohm, il comandante delle SA fino al 1934.
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  6. #6
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    Predefinito Re: Quando il nazismo dei fratelli Strasser era ancora sopratutto socialismo

    Citazione Originariamente Scritto da Avanguardia Visualizza Messaggio
    Dei nazionalsocialisti ultra-rivoluzionari che vollero rifiutare i compromessi necessari per far partire bene alcune cose, comunque la figura che mi piacerebbe approfondire è quella di Ernst Rohm, il comandante delle SA fino al 1934.
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  7. #7
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    Predefinito Re: Quando il nazismo dei fratelli Strasser era ancora sopratutto socialismo

    Riguardo Otto Strasser ho quasi sempre letto che lui era favorevole a un'alleanza con l'URSS in politica estera. Questo è il programma del Fronte Nero (in inglese)

    https://arplan.org/2019/03/31/manifesto-black-front/

    In fondo però c'è un'immagine in cui è scritto "Né Roma Né Mosca"

  8. #8
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    Predefinito Re: Quando il nazismo dei fratelli Strasser era ancora sopratutto socialismo

    Diciamo che se avesse vinto lui non avrebbe scatenato una guerra
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