Papa Benedetto XVI sconfitto dal capitale - Lo spiffero, quello che gli altri non dicono
Nell’ultimo film scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma(1975), vi sono due scene che precorrono con lungimiranza il nostro presente. La trama del film è ampiamente nota. Il godimento illimitato e autoreferenziale, ormai privo di limiti e di misura, domina incontrollato su tutto il giro d’orizzonte, traducendosi puntualmente in pulsione di morte. I corpi dei giovani rastrellati dai nazifascisti e rinchiusi nella villa in cui è ambientata la vicenda sono sottoposti a tormenti di ogni genere, travolti da un godimento spasmodico che li porta alla morte. “Tutto è buono quando è eccessivo!”, proclama il Monsignore, esplicitando la norma fondamentale della civiltà dei consumi. Come dicevo, sono soprattutto due le scene del capolavoro pasoliniano in cui si condensa l’essenza del nostro tempo: nella prima, viene raffigurato un giovane che, prima di essere massacrato a colpi di pistola, alza il pugno chiuso; nella seconda, una ragazza immersa in una tinozza di escrementi urla disperata la frase rivelativa: “Dio, Dio, perché ci hai abbandonati?”.
Tramite queste due scene macabre, Pasolini evidenzia la morte oscena dei due grandi ideali – quello comunista e quello cristiano – che avevano conferito un senso alle esistenze degli individui nel XX secolo, permettendo loro di pensare e di agire in nome di qualcosa di più grande rispetto alla miseria presente. Tali ideali avevano coordinato l’agire degli uomini orchestrandolo in vista di un futuro in grado di riscattare le oscenità dell’oggi. La lordura del nichilismo pienamente dispiegato segna la morte dell’ideale e la sopravvivenza del non-senso presente trasformato in sola condizione possibile. Sepolto l’ideale, resta l’insensatezza di un mondo abbandonato da Dio, trasfigurata in accettazione nichilistica per ultimi uomini sazi e felici: è il capitalismo edipico di cui siamo abitatori, in cui la sola legge universalmente riconosciuta è quella del godimento illimitato e fine a se stesso. Su questo tema, si veda, ad esempio, gli splendidi libri di Massimo Recalcati, Cosa resta del padre?(Cortina Editore, 2011) e Il complesso di Telemaco (Feltrinelli, 2013).
I due grandi ideali che hanno dato senso alle vite degli uomini di larga parte del Novecento, sono oggi dissolti: il comunismo ingloriosamente crollato è rimasto sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino (1989), in quella che resta la più grande tragedia geopolitica del Novecento; ridotta a questione privata, la religione è essa stessa stata vinta dalle logiche del capitale trionfante, che non accetta altro Dio all’infuori del mercato e che non tollera altra teologia che non sia quella dell’economia (la teologia della disuguaglianza sociale). Papa Benedetto XVI è, sotto questo profilo, il primo pontefice uscito sconfitto dal processo di modernizzazione capitalistica. Il balcone di San Pietro è rimasto vuoto per qualche settimana. L’ideale è sparito nel liquame della società dei consumi, dell’integralismo dell’economia, della dittatura del mercato e dellospread.
Secondo l’intuizione di Peter Sloterdijk (Ira e tempo, Meltemi 2007), è oggi assente la tradizionale modalità di accumulo delle energie dell’ira, non più convogliate in partiti, organizzazioni e formazioni sociali in grado di convertirle in vis trasformativa. A essere assenti, oggi, sono le tradizionali “banche dell’ira”. Queste ultime, nella forma di grandi collettori sociali come il Partito Comunista o la Chiesa Cattolica, immagazzinavano – tramite una batteria di narrazioni e strategie – le energie psichiche degli esclusi: e, per questa via, operavano un loro differimento dall’immediato dispendio, in vista di uno sfruttamento futuro che dava luogo a forme sociali di speranza e di riscatto. tutte le principali categorie postmoderne siano intrise di vis adattiva, rivelandosi agevolmente integrabili nella logica della riproduzione sistemica. Oggi resta solo l’ira impotente dei miseri atomi sociali, l’aggregato amorfo a cui il capitale vincente ha ridotto il genere umano.
È troppo presto per valutare come agirà il nuovo papa. Si può tuttavia, fin da ora, prendere atto della contraddizione in cui è sospesa la Chiesa cattolica: rigettando Marx, essa non può comprendere le radici di quel relativismo che pure ha il merito di combattere. E, tuttavia, il fatto che essa delegittimi il relativismo e il nichilismo e abbia ancora il coraggio di parlare di verità e di natura umana, nel tempo della falsità organizzata, è un grande merito della Chiesa, anche agli occhi di chi, come lo scrivente, è allievo di Spinoza, Hegel e Marx. In questo, la Chiesa si rivela infinitamente più emancipativa rispetto ai laicisti, fronte avanzato della modernizzazione capitalistica che deve delegittimare ogni religione che non sia quella del mercato. E tuttavia, la critica del relativismo e dello scetticismo non possono non fondarsi su una convergente critica del capitalismo, ossia della fonte da cui essi scaturiscono. Per questo, la Chiesa precipita immancabilmente nel paradosso dell’accettazione del capitalismo e, insieme, della condanna del relativismo, che del capitalismo stesso costituisce la necessaria sovrastruttura ideologica. Riprendendo la formula di Nietzsche, quelle che finora sono state considerate le cause del nichilismo (relativismo, pessimismo, senso di impotenza, indifferenza), sono invece le conseguenze.
Lunedì 29 Aprile 2013




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