Gabbie salariali? No di Confindustria e Confederali: “Meglio la contrattazione
aziendale”

Marco Santopadre, Radio Città Aperta

Sindacati confederali e Confindustria dicono no alle gabbie salariali invocate a gran voce dalla Lega Nord e ai settori più berlusconiani della maggioranza. Dicono no soprattutto perché di fronte agli obiettivi assai più rapaci degli imprenditori le gabbie salariali appaiono ben poca cosa. I settori meno provinciali dell’esecutivo, e soprattutto Confindustria e Cisl e Uil dicono un no alla Lega che equivale ad un si alla difesa della riforma varata a luglio del sistema di contrattazione che, appunto per via contrattuale e non per legge, mira a ridurre il peso del contratto nazionale e universale per legare gli aumenti retributivi alla produttività e anche, come già avviene da sempre, ai differenziali del costo della vita. Lo dice il presidente della Confindustria siciliana, Lo Bello, quando afferma: è molto più utile un rilancio forte della contrattazione aziendale che è lo strumento migliore per cogliere i differenziali sia del costo della vita che della produttività”. Perché gli imprenditori dovrebbero mantenere una dimensione contrattuale collettiva, anche se distinta tra Nord e Sud, quando possono far valere il proprio potere azienda per azienda, potendo contare su sindacati confederali collaborativi quando non complici?

Il no alla proposta della Lega arriva anche perché le gabbie salariali nel paese ci sono già, nonostante l’abolizione formale della normativa che le regolava tra il 1969 e il 1974 sull’onda delle lotte operaie di quegli anni. Non è un segreto per nessuno che in tutte le regioni del sud i salari dei lavoratori del settore privato e di quello dei servizi siano notevolmente più bassi che nel centro e nel nord, grazie ai cosiddetti contratti integrativi. Lo confermava ancora ieri il vicedirettore dello Svimez Luca Bianchi intervenendo ad una conferenza: “Dai nostri dati risulta che già oggi il differenziale del costo del lavoro tra Nord e Sud è del 26% nell’industria e che negli ultimi anni sta aumentando, crescendo nel centro-nord dell’1.2% e calando al sud dello 0.4%”.

E ora si scopre che anche le pensioni sono ingabbiate territorialmente; la relazione generale sulla situazione economica del paese 2008 sono le donne a percepire il maggior numero di pensioni, ma economicamente gli uomini si accaparrano la fetta più grossa. Le retribuzioni annue presentano infatti una differenza del 30.4% con 11.531 euro percepiti dalle donne e 16.557 euro dagli uomini. Forte il gap tra Nord e Sud: gli importi medi sono più elevati nelle regioni settentrionali e in quelle centrali (rispettivamente 105% e 106.6% della media nazionale) e inferiori nelle regioni del Mezzogiorno (88.1% della media nazionale).

A sfatare il mito che al Sud i prezzi dei beni di consumo sono più bassi ci pensa una indagine della società di ricerche Nielsen secondo la quale in media nel Mezzogiorno d’Italia i consumatori devono spendere di più per fare acquisti nei supermercati, soprattutto in Calabria, Molise, Sicilia, Sardegna e Basilicata.


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